Scrivo anch’io! - L’esotismo al cinema, il tesoro scomodo dei pirati 30/01/2008
Posted by Antonio in Cinema e TV, Film, Scrivo anch'io!.trackback
Per lo spazio “Scrivo anch’io!” (leggete qui tutte le istruzioni per partecipare anche voi) vi propongo oggi un interessante (e lungo) approfondimento scritto nel 2004 da Anna Spinelli, dedicato a cogliere quanto esiste di esotico nell’immaginario collettivo occidentale a proposito dei pirati. Il testo parte da una pubblicazione dell’autrice e da un ciclo di lezioni specifiche sulla “pirateria in mare”, un altro argomento di cui si occupa Anna, nella vita docente universitaria. In conclusione, un’approfondita filmografia del mondo dei pirati al cinema (fino al 2004, non comprendente dunque la trilogia dei “Pirati dei Caraibi” con Johnny Depp), una serie di informazioni utili di supporto ed una sezione bibliografica.
L’esotismo al cinema: il tesoro scomodo dei pirati
E’ probabile che il pirata, il “solo contro tutti”, l’eroe della propria quest, fosse destinato a colpire l’immaginario collettivo al pari del cavaliere o del ladro gentiluomo, grazie alla carica mitopoietica del suo agire in un qualche luogo lontano, ignoto. Una terra che stava ai confini del mondo conosciuto pericolosamente sfumati sulla soglia del non ritorno.
Quando il primo e ormai leggendario testo sulla vita dei pirati caraibici compare nel 1678 in Olanda, diventa immediatamente un best seller tanto da venir tradotto subito e diffuso negli altri paesi europei col medesimo successo. Lo stesso autore, di cui non è chiaro neppure il nome esatto, resterà ammantato dell’aura della leggenda dei pirati.
Alexandre Olivier Exquemelin, pirata egli stesso, non ha lasciato dati precisi su di sé. Non sappiamo né quando nasce né quando muore; solo che dall’Olanda o dalla Francia giunse da adolescente alle Antille con un indentatus probabilmente, un contratto di servaggio vincolato, ovvero come schiavo. Ridotto in fin di vita dal suo padrone, fu venduto per una cifra irrisoria ad un “dottore” che lo curò e se lo tenne come schiavo e apprendista. In seguito Exquemelin riuscì ad affrancarsi, ed essendo a sua volta ormai un “dottore”, trovò ingaggi allettanti nelle ciurme di pirati. Ebbe così modo di mettere da parte un discreto capitale, e di conoscere in prima persona tanti i cui nomi sarebbero diventati leggenda. Tornato in Europa studiò per diventare medico a tutti gli effetti e pubblicò il resoconto che lo avrebbe reso celebre al pari dei pirati veri e propri: De Americanesche Zee-Roovers.
Henry Morgan tornò in Inghilterra mentre il libro di Exquemelin faceva furore, e dovendosi ricostruire una reputazione, citò l’autore per diffamazione. Exquemelin perse la causa, e il denaro guadagnato col libro fu speso per rifondere Morgan. Povero, dovette tornare a esercitare come medico a bordo delle navi.
La vita dell’uomo che ci ha lasciato le più genuine informazioni sulla pirateria sa di romanzo essa stessa. Di libri ne sarebbero usciti altri, e tutti avrebbero incontrato il favore incondizionato del pubblico, sia che si trattasse di cronache autentiche che di narrazioni. Infatti, un secolo dopo il libro di Exquemelin il testimone passò ad un romanzo, Treasure Island, di Robert Louis Stevenson; storia che a sua volta pesca tra fatti e personaggi autentici.
Ma è a metà dell’800 negli USA che compare un personaggio che costituirà il trait d’union tra l’avventura immaginata e l’immagine dell’avventura per quel che riguarda il mondo dei pirati, aprendo - ancora senza saperlo - la via che passa dal libro al fumetto e al cinema.
Howard Pyle (1853-1911), pittore, illustratore e docente d’arte, cambiò radicalmente il modo di guardare dentro alle immagini. Le caricò di un pathos nuovo, che dalla figurazione incombe inesorabile sull’animo di chi guarda. Specializzato in illustrazioni storiche, le trasformò in rappresentazioni teatrali dall’effetto potente. Spostò il fuoco delle immagini al punto da disorientare lo spettatore; usò una tavolozza ricca di suggestioni (che non pochi problemi dette alla riproduzione a stampa); dette vita ai personaggi che rappresentava ben oltre i gusti e la moda dettati dai tempi.
Nella seconda metà dell’800 i libri e la stampa periodica iniziavano a godere di una larga diffusione. Un elemento che poteva renderli concorrenziali era l’illustrazione. I bravi illustratori avevano il lavoro assicurato. Le tecniche andavano sempre più perfezionandosi, i viaggi in Europa da parte di artisti americani erano una specie di pellegrinaggio necessario al recupero dello spirito artistico in ogni sua forma, al fine di evolversi, stupire, inventare, dare al pubblico sempre qualcosa di nuovo.
Pyle era particolarmente dotato, ed era inoltre un devoto e affascinato fruitore del teatro. Docente d’arte prestigioso, illustrò libri di storia, storia per ragazzi, saghe tradizionali o fantasy - come diciamo oggi. Si documentava meticolosamente, scriveva in prima persona saggi storici con un linguaggio raffinato, capace di suscitare vibrazioni eccitanti al pari della più scaltra poesia.
Poiché andava in vacanza al mare con la famiglia in località che si diceva fossero state mete di pirati, cominciò ad interessarsi seriamente alla storia della pirateria. Si lasciò prendere entusiasticamente dalla ricerca e scrisse. Testi semplici quanto memorabili, ma soprattutto dette corpo alle immagini evocate dalle storie che poteva ancora raccogliere quasi di prima mano. I suoi quadri e le illustrazione derivate sul mondo dei pirati segnano indelebilmente la storia della pirateria come quella della pittura, dell’illustrazione, e la storia comunque. Rifiutati da una certa critica che vede nell’illustrazione popolare un’arte ingenua e manierata, hanno in realtà il pregio di una teatralità pregnante quanto sconcertante. Non ci sono vuoti. L’attenzione storica al dettaglio è quasi maniacale. Tutto è in funzione del pathos reso per lo spettatore/lettore senza trascurare alcun sapiente artificio. L’immagine è una narrazione in sé, non più solo un complemento al testo.
Il successo che Pyle ottenne fece di lui un docente ricercato, tanto che il prestigio che ruotava attorno ai suoi corsi li rese una meta ambita. In contrasto con la corrente che voleva la ricerca delle radici dell’arte in Europa, Pyle dimostrò che il nuovo continente e la sua gente potevano avere un loro spirito altrettanto geniale, esuberante e dotato di un’anima propria. Conscio dell’importanza del proprio lavoro e della sua novità, fondò una scuola esclusiva a cui ammetteva solo allievi scelti. Da essa sarebbero usciti alcuni dei più begli ingegni a cavallo tra i due secoli.
Frank E. Schoonover (1877-1972), ragazzo schivo, destinato alla carriera ecclesiastica e autodidatta, riuscì a partecipare ai corsi accademici di Pyle. Notato dal maestro, ebbe il permesso di entrare a far parte della ristretta cerchia degli allievi ai suoi corsi privati. Schoonover era animato da un profondo amore per la vita e la storia americana, ed eccelleva soprattutto in pitture illustranti la vita dei pionieri con un occhio attento agli spazi e alla natura, e anche nel suo caso una drammatizzazione delle immagini assolutamente fuori dall’ordinario. A differenza di Pyle, che amava immaginare le cose attraverso la lettura e la documentazione, Schoonover sentiva il bisogno di cercare nella realtà i modelli a cui rifarsi. Amò sempre portare il cavalletto e i colori all’aria aperta, studiando non solo il paesaggio, ma le espressioni, i movimenti, ogni dettaglio drammaticamente illuminante delle persone.
Seguì Pyle in Giamaica in un viaggio di studio e documentazione sulla pirateria, producendo a sua volta tavole e quadri dedicati al mondo dei pirati di cui colse l’inquietante umanità che le immagini a tuttoggi rendono intatta, talvolta in maniera cruda e solo apparentemente scarna.
Se Jean Louis Lumière (1864-1948) dette al mondo L’innaffiatore innaffiato già nel 1895, il suo allievo, Georges Méliès (1861-1938) spediva gli eroi di Verne sulla luna nel 1902 sfruttando espedienti tecnici teatrali che ancora oggi catturano lo sguardo dello spettatore al pari delle immagini favolistiche di certi illustratori.
E’ sintomatico che il cinema, contemporaneo alla diffusione del libro illustrato, del magazine e del feuilleton accolga subito il genere avventuroso letterario del cui supporto educativo usufruiscono grandi masse di lettori appena scolarizzati, quel tanto che basta per poter leggere. Ma è la sua potenzialità di spettacolo che gli guadagna il consenso generale, fino a renderlo - da subito si può ben ipotizzare - la macchina dei sogni.
Nella stampa la già pressante richiesta di belle illustrazioni porterà anche allo sviluppo del fumetto, e a tutto questo il cinema non è estraneo. Si tratta di due forme d’arte in cui gli autori di ciascuna si tenevano d’occhio a vicenda con continui riferimenti e ammiccamenti. Le potenzialità magnetiche delle immagini che si muovo in uno spazio-tempo proprio, con ritmi autonomi, sono collocabili nell’ambito della favola-mito. Un mondo che parla direttamente all’inconscio e lascia il segno. Forse è per questo che il film d’avventura - nel nostro caso specifico la pirateria - diviene da subito un medio formidabile adatto ad essere sfruttato dalla propaganda.
A parte le incursioni piratesche del muto, che pure lasciano il segno (The Black Pirate, Il pirata nero, 1926, diretto da Albert Parker, con Douglas Fairbanks), è negli anni ‘30 del XX secolo il mito della pirateria inizia ad essere rispolverato da artisti europei rifugiatisi in USA per diffondere, più o meno velatamente, le idee di chi si oppone a una cupa tirannide.
I capitoli che seguono, relativi all’analisi dello sfruttamento ideologico del cinema sulla pirateria, sono tratti da: “Tra l’inferno e il mare, breve storia economica e sociale della pirateria”, Anna Spinelli, Ravenna, Fernandel, 2003.
Il cinema d’avventura
Se la pirateria letteraria oggi riceve rinnovate attenzioni con nuovi romanzi più o meno storici… c’è un altro fenomeno artistico che della pirateria si è occupato ma che al momento sembra non porvi più troppa attenzione: il cinema. Il romanzo d’avventura, sia rigorosamente legata alla storia sia di pura fantasia, comprende spesso titoli e autori segnati da quel brivido di libertà che si lega indissolubilmente alle storie trasgressive di mare. Non si può dire la stessa cosa del cinema, dove il film in costume è andato poco a poco riducendo la propria presenza per decenni, complice anche la grande crisi del cinema… Il cinema segue la moda, è uno specchio di mutati gusti del pubblico. La parabola seguita dai film sulla pirateria è un esempio di come cambino in parte il senso di certi valori; la cognizione stessa di storia.
Il cinema di pirateria fa il suo ingresso trionfale ai tempi del muto con una fantastica messinscena di cappa e spada curata dal celebre Douglas Fairbanks nel 1926. Si tratta di The Black Pirate (Il Pirata Nero, regia di Albert Parker), alla cui scenografia mise mano lo stesso Fairbanks per costruire una storia adatta alle sue capacità acrobatiche. Una scena che resta impressa al punto da avere altri epigoni nella cinematografia specifica successiva è quella in cui il protagonista scende sul ponte di un galeone che ha conquistato da solo aiutandosi con un coltello infilato in una vela che ne rallenta la caduta. Il Peter Pan della Disney, 1953, lo riprende… La sequenza viene ripresa più volte in film di pirati di serie B, e nel meditativo Hook, sotto la regia di Steven Spilberg, del 1991. Tuttavia The Black Pirate è un semplice film d’avventura che nulla ha a che vedere con tutto un filone successivo di cinema animato da ben più profonde intenzioni…
(A proposito de L’isola del tesoro)…la versione migliore e più recente sembra essere quella diretta da Fraser Heston nel 1989, che si avvale della maestria del padre Charlton per un Silver degno di passare alla storia, con tutto un corollario di altri grandi come Oliver Reed, il quale giganteggia nella parte del capitano Bones, e di Christopher Lee in quella di uno stupendo, naturalmente vampiresco e ributtante Pew, e dell’allora esordiente ma bravissimo Chris Bale, finalmente un Jim Hawkins degno di credibilità. Benché la critica lo abbia penalizzato, resta un gran film americano di base, che però è stato elaborato in Inghilterra, sfruttando tra l’altro una copia del “Bounty” per la “Hispaniola”, e un cast di scuola britannica di tutto rispetto. Le stesse musiche, realizzate da un complesso che si occupa di ricerca nel sostrato folcloristico antico della Gran Bretagna fanno il resto.
Per tutto quanto è inerente questa ricerca, la versione degli Heston è importante, perché è indicativa del grosso divario esistente tra le produzioni americane e quelle europee. Infatti a partire dalle origini, il cinema americano si distinguerà soprattutto per quanto riguarda l’avventura di mare per storie malscritte, maldirette e malrealizzate, quasi che la pirateria voglia essere messa da parte, sminuita, come un fattore storico scomodo. Al contrario le produzioni europee si faranno valere per la spesso impeccabile storicità, per la cura nella realizzazione anche a fronte di mezzi modesti, e per un’attenzione e un’ideologia oltre che un ideale di fondo profondamente legati alla pirateria come grido di disperata rivalsa da parte dei poveri e dei diseredati…
I capostipiti degli aneliti di libertà
Captain Blood del 1935 oltre che essere uno dei più bei film d’avventura diretti da Michael Curtiz, fa parte di un certo genere di film di pirati o altre storie avventurose, che viene usato in maniera sotterranea per una “buona causa”. La Warner, come altri grandi case cinematografiche americane all’epoca, cercava in Europa talenti da portare a Hollywood. L’ungherese Miháil Kertész (in arte poi Michael Curtiz) fu uno dei tanti, che insieme ad altri talenti unici, come il direttore della fotografia Sol Polito o il grande musicista Eric W. Korngold per restare nell’ambito della medesima pellicola, contribuirono a trasformare Hollywood nella miniera di film indimenticabili che hanno fatto la fortuna dei grandi studios. L’Europa si cimentava con la nuova arte cinematografica in una costante e incessante ricerca a tutto campo. Hollywood aveva i mezzi e l’America si poneva come terra di libertà e modernità, rispetto a un continente che stava per regredire in un tempo di tragico ripiegamento su se stesso e valori aberranti. Una buona parte della storiografia cinematografica vuole che geni come Curtiz, Lang, Lubitsch e tantissimi altri, scegliessero l’America per sfuggire a un destino incerto in patria, e in buona parte è probabilmente vero. La Warner, impegnata anche politicamente con scopi propagandistici, negli anni ‘30 e ‘40 sfornò film che avevano più o meno apertamente riferimenti a ideali di libertà e buoni sentimenti, creando storie romantiche che il pubblico non avrebbe potuto rifiutare…Captain Blood nasce come film d’avventura e d’evasione che tuttavia porta avanti ideali di libertà e buon governo. E’ il film che appiccica addosso ad Errol Flynn l’etichetta di pirata avventuriero che gli resterà fino alla fine della carriera, imprigionato in ruoli da swashbuckler anche quando interpreterà storie più vicine alla realtà. Lo stesso termine di swashbuckler, non facilmente traducibile se non con pallidi surrogati come ‘spaccamontagne’ o ‘smargiasso’, sembra venisse coniato per lui grazie alle sue interpretazioni sotto la direzione di Curtiz. La prima parte del vocabolo è onomatopeico richiamando il sibilo di una spada che viene fatta roteare in aria.
Il film è calligraficamente perfetto e a tutt’oggi riesce a catturare l’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine. Romanticismo, idealismo e pirateria si legano con scopi politici, riferimenti letterari e didattici tutti credibili. La mano europea, a partire dalla sceneggiatura e dalla scenografia, si vede nella precisione con cui vengono trattati i dettagli storici e di costume. Blood è l’eroe libero e coscienzioso come medico, libero quando sarà costretto dagli eventi a darsi alla pirateria in maniera intelligente; sorridente e ironico amante anche di tale opportunità che la vita gli offre. Come scrive Vieri Razzini in: Il piano dell’azione, (Michael Curtiz, pag. 48):
« Tutti personaggi sempre sicuri di sé e di cosa sia giusto, fieri di contribuire alla causa del Bene con la loro abilità, il coraggio, l’abnegazione. Tutti vivono «for King and Country», e il “king” è Franklyn D. Roosevelt, il presidente del New Deal le cui riforme furono tanto aiutate sul piano ideale dal sistema hollywoodiano, e in modo particolare da Jack Warner, suo amico personale.»
I dettagli relativi al mondo della pirateria si basano su una certa storiografia scientifica già ben attestata (ad esempio il motivo per cui molti si dettero alla pirateria, la sottoscrizione degli articoli che nel film in questione ricalcano quelli di Bartholomew Roberts, i deportati politici europei venduti come schiavi alle colonie, ecc.). C’è una bella galleria di caratteri direttamente derivati dal teatro (i due dottori, il governatore, il pirata francese cucito addosso al Le Vasseur effettivamente esistito, l’assalto degli spagnoli “alla maniera piratesca”, o presunta tale…Tuttavia ha già degli stereotipi di origine letteraria come la taverna e le ragazze di facili costumi, tutte messicane o francesi secondo un altro stereotipo puritano tutto americano. La cattura della nave spagnola da parte degli intraprendenti dissidenti politici schiavizzati è un classico della letteratura avventurosa, ma anche della storia vera della pirateria; così com’è credibile la collocazione storica nel periodo in cui Guglielmo d’Orange sposa la scozzese Maria. Curtiz era da sempre interessato alle scene di massa, e in questo film poté finalmente concretizzare le sue fantasie e aspirazioni artistiche. Lo fece con una bravura tale che le medesime scene entrarono a far parte del successivo copione di film sulla pirateria da lui diretto: The Sea Hawk (Lo sparviero del mare) del 1940. Non solo, ma tutta la cinematografia d’avventura posteriore che si sarebbe dedicata alla pirateria avrebbe pescato a piene mani in questo primo affascinante capolavoro.
The Sea Hawk è il seguito ideale di Captain Blood. Tratto da un romanzo di Jack London, adombra col protagonista, Geoffrey Thorpe, la figura storica ed eroicizzata di Francis Drake. La regia, come la fotografia e tutte le altre opere inerenti al film sono realizzate dalle stesse persone che si occuparono del primo. Le scene di scontro ed arrembaggio seguono addirittura la medesima sceneggiatura, e sono perfettamente sovrapponibili in alcuni punti. I miracoli compiuti dai poco meno di 40 bravi mestieranti tra comparse e cascatori nelle scene di arrembaggio sono ancora un elemento ammirevole della pellicola. Il film è un aperto inneggiare alle aspirazioni di libertà europee nei confronti di un Hitler, che qui viene assimilato a Filippo II di Spagna nel momento in cui pronuncia discorsi ambigui sulla sua sete di potere; discorsi che a loro volta ne ricalcano altri tristemente e cupamente contemporanei.
La trama riprende lo spirito, le azioni e tutto il corollario di idealismo che circondano le gesta e la figura di Drake, ma anche di Dampier, soprattutto nell’episodio dell’assalto all’oro spagnolo a Panama. La politica di Elisabetta, le trame dell’ambasciatore spagnolo e delle spie rientrano perfettamente nel clima propagandistico antitedesco. Il battibecco tra il corsaro e la nobildonna spagnola che rifiuta ogni contatto con i pirati è memorabile. Alla timida richiesta dell’innamorato Thorpe se Doña Maria consideri pirati solo coloro che l’hanno defraudata dei suoi gioielli, la giovane risponde altera che pirata è chiunque rubi. Ma Thorpe la sorprende e la costringe a riflettere nel momento in cui si chiede ad alta voce se i suoi gioielli provenienti dall’America le siano stati consegnati di buon grado dagli indios a cui appartenevano. Il duello finale tra il corsaro buono che lotta per il trionfo della giustizia pur passando per un malvivente, contro il nobile cattivo che con i suoi consigli ha cercato di fuorviare la regina diventa a sua volta un classico del cinema d’avventura. Interessante il discorso della regina con cui si conclude la vicenda, inserito solo nelle copie che circolarono in Europa, e che è un chiaro monito a sollevarsi contro il giogo di un dittatore e le sue mire espansionistiche inammissibili:
«… Quando le crudeli ambizioni di un uomo minacciano di annientare il mondo, diviene un obbligo solenne per gli uomini liberi, ogniqualvolta essi lo siano, di affermare che la terra appartiene non a un uomo solo, ma a tutti gli uomini, e che la libertà appartiene di fatto e di diritto al suolo su cui viviamo. Forti in questo credo, ci prepareremo per incontrare la Grande Armada… »
I romanzi e la propaganda bellica
Mentre Hollywood si avvia ad essere la Mecca del cinema e produce grandi lungometraggi patinati, spesso con l’ausilio di fantasiosi e capaci artisti europei, in Europa il cinema si può dire che si accontenti, ma non si ripiega. I mezzi sono più ridotti, e anche se le idee non mancano, le produzioni in generale si rivolgono piuttosto al teatro, alla letteratura, a soggetti nuovi, ma poco al mare e ancor meno alla pirateria; probabilmente per normali problemi logistici (costruzione di set elaborati, necessità di grandi modelli curati, costumi, armi, problemi di luce, riprese al mare poco gradite dalle autorità in guerra, ecc.). Esempi importanti che si possono cogliere sui due fronti in cui il continente è diviso vengono dalla Gran Bretagna e dall’Italia.
Numerosissimi sono i film di propaganda che vengono realizzati oltremanica, e diffusi anche grazie all’intervento di artisti impegnati in prima linea. E’ il caso ad esempio di Leslie Howard, Anton Walbrook (altro transfuga dall’Austria filonazista), e Laurence Olivier in 49th Parallel, 1941 con la regia di Michael Powell (Gli invasori o 49° Parallelo). Il film viene citato come il più esemplare di quella vasta produzione volta alla propaganda politica in cui la Gran Bretagna si distinse. Contiene tutti i cliché necessari a renderlo un’avventura godibile, ma anche un manifesto apertamente pubblicitario ideologico. Simile è l’intento de Il Grande Ammiraglio (titolo americano: That Hamilton Woman, in Gran Bretagna: Lady Hamilton) diretto da Alexander Korda nel 1941, con una profonda Vivien Leigh e il massicciamente shakesperiano Laurence Olivier, nei ruoli di Nelson e Emma Hamilton. Molto deve questo film quanto a ideologia a The Sea Hawk; era il preferito di Churchill che lo sostenne molto in quanto esibizione di un sano orgoglio nazionale, tantopiù utile nel frangente in cui si stava vivendo allora.
Se gli altri paesi non furono da meno, in Italia i film di propaganda per l’azione delle forze armate impegnate in guerra non si contarono ed ottennero dei risultati tutt’altro che disprezzabili all’interno del genere. Riguardo alla Marina restano celebri quelli diretti o supervisionati dal Comandante Francesco De Robertis, che anche dopo il periodo bellico avrebbe continuato a lavorare a soggetti del genere. A suo favore vanno notati oltre la innegabile bravura come regista, i rari scivoloni nella retorica, considerando l’epoca e la commissione dei lungometraggi. (Uomini sul fondo, 1941; La Nave Bianca, 1941, diretto però da Roberto Rossellini alla sua prima fatica come regista; Alfa Tau, 1942). Soprattutto la freschezza unita a un idealismo che non eccede mai, data dall’impiego in maggioranza di personale effettivamente della Marina, lasciano ancora oggi appassionati e critici concordi sul valore delle sue opere, quand’anche qualcuno si senta in dovere di catalogarle come irrimediabilmente datate.
«… Al suo apparire, il film (Uomini sul fondo, n.d.a.), a causa principalmente di una consuetudine produttiva che ruotava attorno a dei moduli espressivi consolidati e non facili da scardinare (non tralasciando anche il fattore economico), venne generalmente poco considerato, perché: “Abituati ormai da anni alla visione di pellicole sciocche e fasulle, con attori che prestavano i loro volti inflazionati a personaggi stupidi o a mitici eroi, vedere all’improvviso sullo schermo volti anonimi, di gente comune che faceva gesti normali e che parlava come tutti, provocò uno shock“… » (Giovanni Desio, “Un marinaio ritorna, tre film del Comandante”, in: Cinema sul fondo, p. 51)
Altrimenti, sia il cinema dei “Telefoni Bianchi” o quello “calligrafico”, sia quello solidamente legato a una tradizione teatrale di prestigio come quello britannico, pescarono nel romanzo classico, e quindi anche in qualche storia di mare. Se si parla di mare in Italia, e a maggior ragione in quei decenni, Salgari è il nome che brilla incontrastato.
Bottinato, ma con garbo, fu una miniera di avventure, ma anche di cliché, che sarebbero ciclicamente comparsi e in abbondanza fino agli anni ‘60. Gradevole ancora oggi, non soltanto come documento per cinefili, resta La figlia del Corsaro Verde (1941, regia di Enrico Guazzoni). L’adattamento cinematografico rivela attenzione e cura. Il testo di Salgari veniva venduto allora come avventura fantastica per ragazzi, ma l’attenzione alla realtà presente nel testo, fu osservata anche nella riduzione cinematografica. Infatti la precisione tutta italiana nei dettagli si vede nei costumi (quelli dei personaggi spagnoli importanti sono copiati dai quadri di Velasquez), nelle ambientazioni (castelli con sovrastrutture di cartapesta per riprodurre probabili originali), le armi e l’aspetto dei pirati. Gli attori professionisti hanno alle spalle il teatro; sono ancora un poco legnosi e gigioneggiano davanti alla macchina da presa e alle luci troppo forti; la bella protagonista risente del vezzo tutto cinematografico di cambiare mise in ogni scena, con risultati che fanno sorridere rispetto alla precisione storica degli abiti di quasi tutti gli altri personaggi.
Il circo all’epoca aveva una parte importante al posto dei moderni cascatori e per quanto riguardava un certo tipo di macchiette (nella pellicola in questione il nano Golia). Commovente visto con gli occhi di oggi Primo Carnera, che non interpreta alcun ruolo se non se stesso, e fa del suo meglio al pari di attori ben più preparati. Con buona pace della critica, attenta solo alle prestazioni artistiche in questo caso, e che forse non perdonava le origini troppo umili e i limiti, o la disarmante semplicità del personaggio e dell’uomo.
Oltre alla cura nella scelta di armi, costumi e divise i duelli sono ben costruiti da tutta una categoria di mestieranti che avrebbe retto per oltre un ventennio nei film di serie B, spaziando dall’antichità classica fino agli eroi nostrani (swashbuckler a loro volta, ma all’epoca non si diceva). Le scene di arrembaggio e battaglia a bordo sembrano tener d’occhio i capolavori di Curtiz oltre che ammiccare all’avventura classica, dalle donzelle da salvare, ai coreografici soldati scozzesi alleati della Spagna (la stessa ambientazione storica del finale di Captain Blood), fino a tutto il romanticismo del filone cavalleresco avventuroso di Salgari e di tutta una scuola di letteratura “per ragazzi”. Lo scontro finale, voci e gesti concitati, è ancora figlio del teatro, costumi compresi, con macchiette e scene destinate a diventare dei cliché - o dei must, se vogliamo - pur nell’attenzione allo spirito salgariano.
Dall’altra parte della barricata si può ricordare ancora Jamaica Inn (La taverna della Giamaica) del 1939, tratto dall’omonimo romanzo di Daphne Du Maurier, diretto da Alfred Hitchcock, che lanciò la brava Maureen O’Hara, e consolidò, se ancora ve ne fosse stato bisogno, la bravura del diabolico Charles Laughton. I due avrebbero lavorato ancora insieme nello stupendo The Hunchback of Notre Dame (Notre Dame), diretto da William Dieterle sempre nel 1939 ma prodotto negli Stati Uniti, con una recitazione che mette di fronte a inquietanti dilemmi e lascia il segno nell’animo dello spettatore ancora oggi.
Decadenza e idealismi
La carriera di Maureen O’Hara pirata nel cinema avrebbe avuto una continuazione a fianco di uno stanco e precocemente invecchiato Errol Flynn nel 1952 in una produzione americana: Contro tutte le bandiere (Against all Flags), con la regia di George Sherman. Il film, povero sotto ogni punto di vista, costituisce un esempio tipico di come la pirateria venisse svilita storicamente attraverso il potente mezzo di comunicazione che era diventato il cinema. Infatti la trama narra, in maniera estremamente caricaturale, pur dandosi una parvenza di semplice film d’avventura, la storia dei pirati di Libertalia, riveduta e corretta (o ridicolizzata e sminuita se si preferisce), per necessità di copione ma anche di ideologia. La storicità di fatti, costumi e personaggi è meno di zero. La stessa O’Hara gira per le scene con una mise che dovrebbe essere seicentesca, e sotto al corsetto porta una camicia americana dal taglio venuto in voga negli anni ‘40, (forse considerata eccessivamente mascolinizzante?); acquista fiori di plastica al mercato dei pirati (sic) e distribuisce baci e discorsi che vorrebbero essere arroganti, ma finiscono per farla apparire come una patetica ragazzotta nella migliore delle ipotesi; o più ragionevolmente una brava attrice alle prese con dialoghi e scneggiature pietosi, secondo i dettami della femminilità dell’epoca. Errol Flynn, triste e poco convincente sia nella recitazione sia come rubacuori, indossa divise da marina della fine del XIX secolo, affiancato da compagni d’avventura che esibiscono quelle del secolo precedente; e tra i pirati presenti nel guazzabuglio dell’ipotetica e cialtronesca repubblica, compaiono ombre di personaggi reali vissuti in secoli diversi.
Purtroppo il film, ormai un falso stereotipo tout court sull’argomento, avrebbe avuto un epigono alla fine del decennio successivo, che avrebbe trascinato nel definitivo ridicolo la pirateria nel cinema americano. Il pirata del re (King’s Pirate) del 1967, diretto da Don Weis, ricopia più o meno fedelmente, in tutti gli elementi peggiori, il precedente film sui pirati di Libertalia, inserendo allegri intermezzi di origine circense che sono le pallide brutte copie di un altro film del genere, decisamente molto migliore anche grazie alla sua mancanza di pretese, che era stato Il Corsaro dell’isola verde (The Crimson Pirate), girato nel 1951 a Ischia nonostante la produzione americana, e diretto da Robert Siodmak.
Per quanto riguarda Il pirata del re gli attori sono stanchi e impacciati alle prese con una sceneggiatura piena di vuoti allegramente demenziali, gli scenari sembrano riciclati dal precedente, l’eroe, il bamboleggiante Doug McClure, irritante più di quanto non fosse stato Flynn; e il personaggio di Jill Saint John, peraltro una celebre “Bond Girl” ridotta ad uno stereotipo incongruente, offensivo e svilente dal punto di vista femminile, e da condannare senza appello come carattere o quand’anche fosse, come caricatura.
Il Corsaro dell’isola verde invece fu un grande film nel suo genere, che con garbata ironia e inappuntabile maestria rispolverò le possibilità del circo nel cinema. Burt Lancaster, protagonista, ma anche la mente dietro a tutta l’opera, aveva alle spalle anni di lavoro nel circo, e si buttò a capofitto in un paio di avventure cinematografiche che erano un omaggio al movimentato Il pirata nero di Fairbanks del 1926. Lancaster, già celebre, realizzò negli anni a cavallo del 1950 alcuni film da cassetta che furono tuttavia forme di intrattenimento ad alto livello. Questo è un film che fa l’occhiolino ad Errol Flynn, ma sapendo di non possedere il medesimo carisma, Lancaster fu bravo abbastanza da portare l’avventura sul comico.
Fu girato interamente in Europa, gli interni a Londra e gli esterni a Ischia, sfruttando il materiale di Cinecittà. La nave infatti, con i dovuti accorgimenti e rimaneggiamenti, navigherà attraverso tutti i B-Movies di pirati prodotti in Italia fino alla fine degli anni ‘60…Senza pretese di storicità alcuna, film nato per divertimento, resta tuttora godibilissimo, e a sua volta è un capostipite, spesso ripreso, ma mai assolutamente eguagliato. Era interessante nella versione cinematografica - perduto nel video restaurato - il preambolo che precedeva i titoli in cui Lancaster si divertiva a mostrare esempi di ardite acrobazie ed effetti speciali, raccomandando di godersi la storia come un film e basta. Le gags sono classiche, ma hanno il mordente di un’attenta rilettura e adattamento, poiché contengono tutti gli elementi caratteristici del film di pirati o di avventura, sorrette da regia, sceneggiatura, musica e recitazione impeccabili.
Una parola va spesa anche qui per la protagonista femminile (Eva Bartok), di gran lunga più credibile, pur all’interno di un contesto comico, di tante altre eroine del genere. Capelli bruni raccolti dietro un nastro (un cliché atrocemente comune), passa da un costume all’altro con improbabili colori e fogge inverosimili; ma riesce ad essere un’ottima controparte per oltre una buona metà della pellicola che bilancia gli scanzonati pirati, pur avendo dei precedenti non certo lusinghieri come la già citata Maureen O’Hara di Contro tutte le bandiere, e riprese piuttosto caricaturali nella cinematografia del genere successiva. Anche i costumi degli scanzonati pirati, sono a loro volta di una fantasia a dir poco eccessiva… sulla stessa falsariga corre anche I filibustieri delle Antille, del 1950, diretto da Charles I. Berton; film senza storia che tuttavia sfrutta la bravura di un indiavolato Donald O’Connor, ballerino e comico capace di reggere completamente sulle proprie spalle anche una storiella disastrata come questa, in cui i pirati, anche i nomi celebri, e tutta la società loro contemporanea, vengono gettati nel ridicolo, con un umorismo che rasenta la bassa lega e si impantana nell’ipocrisia al di là di ogni ambientazione presunta o tentata.
In ogni caso la cinematografia “made in USA” sui pirati scivola verso il basso anche con tutta la produzione successiva degli anni ‘50. Per fare una rapida carrellata l’antistorico Il Pirata Barbanera (Blackbeard the Pirate, 1952, regia di Raoul Walsh) non si salva neppure con l’interpretazione di tutto rispetto di Robert Newton. I Conquistatori della Sirte (1950, regia di Will Price) sfrutta di nuovo malamente la bellezza di Maureen O’Hara con una trama e un’ambientazione storiche penose. L’oro dei Caraibi (Caribbean Gold, 1952, regia di Edward Ludwig), si vende come un discreto film d’avventura tuttavia sempre in un contesto completamente fantasioso; mentre Il tesoro di Capitan Kidd (1960, regia di Lew Landers) è povero e ridicolo a partire dalla sceneggiatura per finire tra i costumi e le scenografie. Ma di scivoloni ce ne sono molti altri. Una perla del genere è I pirati della Croce del Sud, (Hurricane Smith, 1953, regia di Jerry Hopper), dove in una trama che parte con presupposti di verosimiglianza (il contrabbando di schiavi), si innestano uno scafo di nave seicentesca, un modellino che spara cannonate già visto in tutte le pellicole del genere, marinai che indossano costumi assortiti degli ultimi quattro secoli, al pari delle armi che vanno dalle pistole a pietra focaia ad un colpo usate come veri mitragliatori, ai fucili del XX secolo. La bella protagonista, una splendida Yvonne de Carlo, continua a bamboleggiare a disagio e ad indossare mises scomode e inverosimili come tutte le compagne di sventura cinematografica in questo caso. Il compianto Forrest Tucker, eterna grande spalla cinematografica, riesce ad assomigliare a un vero pesce fuor d’acqua nonostante l’impegno e l’innegabile bravura profusi per tentare di seguire una storia che non esiste, e un protagonista che sarebbe stato meglio non esistesse.
L’Italia e l’Europa in generale in quegli anni continuano a ripescare nel classico. Dal Conrad inglese (Outcast of the Island - L’avventuriero della Malesia, 1951, regia di Carol Reed), ai nostri eterni innamorati di Salgari: Jolanda la figlia del Corsaro Nero, 1952 con la regia di Mario Soldati. Ma le citazioni potrebbero portare a supporto un buon centinaio di titoli almeno per quel che riguarda Cinecittà. Tutti prodotti tradizionali e calligrafici, curati, figli della letteratura, nei quali la verosimiglianza con l’ipotetica realtà letteraria si produce in un incalzare di scene d’avventura gestite con perizia. Sono presenti anche qui prodotti scadenti, uno per tutti: Il corsaro della mezzaluna, 1957, regia di Giuseppe Maria Scotese, dove tuttavia continuano ad emergere pretese di legami se non alla storia autentica a quella dei sussidiari delle elementari.
Verso il ‘68
Agli inizi degli anni ‘60 il genere avventuroso imperversa a Cinecittà, grazie alla presenza di teatri di posa spesso di lusso, come il Castello Orsini e il parco circostante, imbarcazioni che già da un decennio navigano da una pellicola all’altra, e da tutta una categoria di registi che si specializzano nel filone, sostenuti da una folta schiera di abili mestieranti e cascatori, e da attori che in quel genere troveranno la loro fortuna, sia come cavalieri di ventura o pirati gentiluomini. E’ il caso di Lex Barker, già simpatico Tarzan, che fece fortuna nel cinema di serie B italiano, o di Livio Lorenzon, invidiabile comprimario, talvolta protagonista suo malgrado, di decine di pellicole; alle sorelle Orfei, Moira e Liana, che dal circo approdarono al cinema con la loro bellezza e la scioltezza che portarono anche sulle scene, in ruoli storicamente più impegnativi.
La scimitarra del saraceno (1959, regia di Piero Pierotti), affianca all’aitante Lex Barker Massimo Serato, impegnato spesso in altri film di genere avventuroso.
Sarà infatti protagonista accanto ad una brava Gianna Maria Canale de La Venere dei Pirati (1960, regia di Mario Costa). Film che è interessante analizzare, perché è una storia in cui si fa strada, a differenza di quelli americani, il prototipo dell’eroina pirata, sempre abbigliata secondo canoni fissati un decennio prima purtroppo, ma con un certo mordente e un certo spessore che non appare mai per esempio nel cinema americano. In La Venere dei Pirati, accanto alla Canale e a Serato compaiono anche Lorenzon e Moira Orfei; e passando attraverso riprese di assalti che ricordano il Curtiz di Captain Blood, o macchiette che sembrano uscite dal teatro goldoniano, c’è una certa aderenza storica, una volontà di portar avanti idee forse ingenue ma di buona presa, che a distanza di anni possono essere rivalutate. Gianna Maria Canale continuerà ad apparire in film di cappa e spada sul mare dimostrando tutta la propria bravura anche in La tigre dei sette mari (1962, regia di Luigi Capuano), film al quale attingerà il posteriore Corsari (Cutthroat Island del 1995, regia di Renny Harlin), splendido come omaggio a tutto il genere.
Ancora tra i B-Movies degli anni ‘60, italiani o in coproduzione con altri paesi si possono ricordare Le avventure di Mary Read, (1961, regia di Umberto Lenzi), pellicola di pura fantasia con una brava Lisa Gastoni; Il giustiziere dei mari (1961, regia di Domenico Paolella), che pur partendo lodevolmente da una situazione storica reale, scivola attraverso una sceneggiatura e una regia che fanno veramente acqua da tutte le parti. Dello stesso regista sono anche I pirati della Costa, del 1960, che si avvaleva di interpreti consumati del genere come i già citati Lex Barker, Livio Lorenzon e Liana Orfei; e Il segreto dello Sparviero Nero del 1962, sempre con Barker e Lorenzon, e via dicendo per decine di altre pellicole.
Un altro regista che continuò a pescare nel genere fu Luigi Capuano (L’avventuriero della Tortuga, 1965; Sansone contro il Corsaro Nero, 1963), dove la fantasia, Salgari e tanta buona volontà che non basta a riscattare la sceneggiatura, si combinano producendo pellicole adatte già all’epoca per un pubblico di taglia molto giovanile! Il patetico personaggio di Sansone finirà ancora per mare tra le innumerevoli peripezie cinematografiche sotto la regia di Amerigo Anton nel bucolico quanto pesantemente ingenuo Sansone contro i pirati del 1963. Numerosi altri registi si sono cimentati nel genere in Italia, spaziando dall’avventura di cappa e spada a quella sul mare, nella versione più romantica del concetto e parecchi film ne sono usciti seguendo sempre la solita falsariga. Si possono citare - perché magari le loro pellicole talvolta passano in televisione - i registi Mario Costa con Gordon il pirata nero, del 1961; Antonio Mollica, che dirigeva sotto lo pseudonimo di Tony Mulligan (ad esempio ne: Il Corsaro, 1970), Roberto Mauri (Il pirata del diavolo, 1964).
Esiste poi tutta la serie dedicata a vichinghi e normanni, che forse voleva rifarsi al bel I Vichinghi, diretto da Richard Fleischer nel 1958; film che si avvalse di una recitazione sopra le righe dei protagonisti (Tony Curtis e Kirk Douglas), e di una bella ambientazione e aderenza storica. Da noi ci furono diverse pellicole che ripresero l’argomento, ed esempio: Erik il vichingo, diretto da Mario Caiano nel 1965, o I normanni di Giuseppe Vari del 1962. Si tratta in genere di opere dalla sceneggiatura “stanca” con giusto una buona aderenza grazie alla tradizione italiana nella scelta dei costumi e nella riproduzione delle navi.
Qualche parola a parte merita L’ammutinamento (1961, regia di Silvio Amodeo), dove su una robusta trama storicamente autentica si notano, in anticipo sui tempi, scene di una violenza però gratuita che farà la sua comparsa definitiva e ben più larga alla fine del decennio ad esempio nello spaghetti-western. In questa storia che vuol raccontare le peripezie di quelle donne senza mezzi, che venivano inviate alle colonie per essere utilizzate in una forma di schiavitù forzata, si colgono già i prodromi quasi del sessantotto e del minimalismo, benché la sceneggiatura trascini la storia senza troppa convinzione. A dimostrazione una volta ancora, se ce ne fosse stato bisogno, che il cinema da questa parte dell’Atlantico tentava di darsi un senso o una parvenza ideologica e non veniva mai realizzato senza idee del tutto. Ma per essere giusti occorre ricordare che un occhio alle produzioni d’oltreoceano, almeno stilisticamente, veniva sempre tenuto. Ciò vale ad esempio per i copiatissimi Botany Bay (I deportati di Botany Bay), diretto da John Farrow nel 1953 con James Mason e Alan Ladd che sfoderano il meglio del loro talento sprecato in un film d’avventura tutto in studio; e per The Buccaneer (I Bucanieri), diretto nel 1958 da Anthony Quinn, che romanza meglio che può le avventure di Jean Lafitte…Uguale collocazione si può dare alla serie in coproduzione dedicata al personaggio di Surcouf, diretti da Sergio Bergonzelli a metà degli anni ‘60, che da un personaggio reale, con tutte le aggiunte romanzesche del caso, realizza una storia senza lode che vorrebbe essere attinente alla realtà, ma al di fuori della ambientazioni presso la fortezza di Saint Malo non ci riesce proprio (le scene nel porto di Port Louis all’isola di Maurizio nell’Oceano Indiano vengono realizzate in notturna per mascherare il teatro di posa, e l’unico attore di colore, a rappresentare un’intera popolazione, gira disperatamente sul set avanti e indietro alla ricerca di una credibilità che non esiste).
Tuttavia negli anni ‘60 sia in Europa che in America con l’aprirsi di una certa cultura e critica all’avanguardia verso una maggiore aderenza alla realtà, il cinema comincia a cambiare, a dirigersi verso un prodotto più raffinato e profondo nella ricostruzione di ambienti e personaggi, anche quando questi restano legati alla fantasia letteraria. E’ il caso del modesto, ma ben confezionato L’isola dei delfini blu (The island of the Blue Dolphins, 1964, regia di James B, Clark, produzione USA), dove viene portato sullo schermo un episodio reale relativo alla pirateria alle Aleutine, già alla base di un romanzo, con intento non solo documentaristico, ma una visibile attenzione nei confronti dei personaggi e della loro realtà.
Ancora si può citare l’italiano L’avventuriero, del 1967, diretto da Terence Young, tratto da un romanzo di Joseph Conrad e realizzato con notevole attenzione all’introspezione dei personaggi, all’ambientazione, ai costumi, e dove un nuovo minimalismo ante litteram si mostra nei titoli, scarni e privi di colore e nelle musiche, senza più trionfalismi ma solo intrise di drammaticità, oltre che nei ben dosati silenzi. La spettacolarità misurata di cui è impregnato è totalmente nuova ma riesce a catturare l’attenzione dello spettatore. Il protagonista, Anthony Quinn compariva in un’altra pellicola dagli intenti simili e ben più drammatica: Ciclone sulla Giamaica (A High Wind in Jamaica) del 1965, diretto da Alexander Mackendrick, dove certe ipocrisie sociali vengono messe a nudo grazie al confronto tra il mondo dei pirati e quello di bambini rapiti, provenienti da famiglie borghesi con tutto il corollario stridente tra un’educazione imbevuta di perbenismo e certe realtà scomode.
In questa categoria di nuovi film più realistici rientra Hero’s Island (L’isola della violenza), realizzato in soli 15 giorni di lavorazione sull’isola di Catalina, diretto da Leslie Stevens nel 1963. Film che in pratica nacque da un’idea del tutto britannico James Mason, che si riservò la parte del protagonista, riscattando storicamente Stede Bonnet, recitando con la solita impareggiabile bravura. Mason volle accanto a sé altri attori capaci di cogliere il nuovo spirito che pervadeva il cinema, senza concessioni al superfluo e al ridondante. I costumi indossati sono verosimilmente gli stessi dall’inizio alla fine, l’aderenza storica, pur essendo una trama di fantasia, è rigorosa. La partecipazione del figlio minore dello stesso attore al cast sottolinea la realizzazione teatrale, scarna, ma rivestita da un messaggio di umanità di tutto rispetto.
Anche alla Disney spunta una produzione più attenta al senso umano e storico dei personaggi, pur restando nell’ambito di un romanzo di grande successo nel mondo anglosassone: Kidnapped, di Robert Louis Stevenson, da cui fu tratto il film omonimo, che in italiano è: Il ragazzo rapito, 1960, diretto da Robert Stevenson, e interpretato da un bravo anche se un poco legnoso James McArthur che fa da spalla ad un Peter Finch di tutto rispetto. La fetta di storia a cui si ispira è la medesima trattata in Hero’s Island, o in L’ammutinamento, dove il romanzo si mescola con la finzione scenica, e la volontà documentaristica a riscatto della realtà storica delle masse e dei personaggi minori. Lo stesso si può dire dell’altro disneyano Il principe di Donegal (The Fighting Prince of Donegal, 1966, diretto da Michael O’Hartihly) con uno scatenato Peter McEnery…Un altro bel prodotto che si può già assegnare a questa nuova corrente è The Wrack of the Mary Deare (I giganti del mare), pur essendo stato elaborato nel 1959 con la regia di Michael Anderson e l’interpretazione di Charlton Heston e Gary Cooper. Film di produzione americana, venne tuttavia girato negli studi inglesi della Pinewood, e risente comunque di un’aderenza alla realtà di fatti simili che lo rendono tuttora un film estremamente valido, sia per la spettacolarità (le scene drammatiche girate durante la tempesta furono tanto ben simulate che lo stesso Heston riportò una frattura a un braccio), che come filone. La trama verte su una forma di pirateria moderna, sofisticata e diffusa, e può essere accostato al precedente Infamia sul mare (The Decks Ran Red, 1958, diretto da Andrew Stone). Heston fu protagonista ancora nel 1970 di una storia legata al mare e alla pirateria (trasporto di clandestini cinesi in America) in cui è evidente un tentativo di lettura sociale e storica oltre che intimistica dei personaggi; si tratta de Il re delle isole (The Hawaiians, 1970, regia di Tom Gries). Sulla stessa falsariga era stato il vecchio Trono nero (His majesty, O’Keefe) del 1954 diretto da Byron Haskin e interpretato da un bravo Burt Lancaster, ma che restò un episodio isolato.
Accanto a queste produzioni con intenti che travalicano il puro spettacolo, restano perle anomale come l’italiano Il Corsaro Nero, 1971, regia di Vincent Thomas, che si avvale della coppia ancora poco collaudata composta dagli italianissimi Bud Spencer e Terence Hill, i quali non bastarono a salvare un film che ha troppe pretese, e che naufraga miseramente nella sceneggiatura. Ancora si può citare il contemporaneo La via del Rum (Boulevard du Rum), 1971, regia di Robert Enrico, dove uno scatenato Lino Ventura trova una altrettanto scatenata spalla in Brigitte Bardot, e insieme giocano a rifare il verso a tutto il cinema sulla pirateria, con un fondo malinconico dietro alla farsa, che fa rimpiangere forse l’irrealtà di tanti sogni. Uguale collocazione si può dare al disneyano Il fantasma del pirata Barbanera (Blackbeard’s Ghost), 1968, diretto dal solito Robert Stevenson, dove un Peter Ustinov in forma smagliante gigioneggia tra i luoghi comuni sulla pirateria e il perbenismo americano, mettendo in ridicolo gli uni e gli altri con una serie di trovate classiche dal punto di vista cinematografico, ma ancora godibili in mano ad un istrione del suo stampo.
Naturalmente per noi sono da ricordare anche le versioni cinematografica e televisiva di Sandokan, e de Il Corsaro Nero, del 1976, regia di Sergio Sollima; storie italianamente sempre salgariane che vengono rimodernate apprezzabilmente con interventi di pensiero notevoli. Nonostante il tradimento, se si vuole, dei testi originali a cui si rifanno, restano un “prodotto di consumo”, ma di ottimo livello.
Il cinema subisce una grossa rivoluzione alla fine degli anni ‘60 e il genere avventuroso scompare quasi d’improvviso. Qualche film storico continua ad essere prodotto, ma soprattutto per mostrare vizi e virtù di un’umanità passata al fine di mettere in luce altrettante situazioni del mondo presente. Per quanto riguarda l’argomento che trattiamo si può ricordare Alfred the Great (Alfredo il Grande), diretto da Clive Donner nel 1969, con due rampanti David Hemming e Michael York nelle parti del re inglese e del re vichingo danese che lasciarono il segno nella storia delle isole britanniche. Il film cerca di coniugare storicità, introspezione e quant’altro pur restando un prodotto un poco fiacco. Quando verranno prodotti nuovi film d’avventura senza particolari scopi passeranno inosservati o verranno demoliti dalla critica. I pirati vengono definitivamente accantonati come episodio storico realistico, e il cinema non contribuisce certo più a salvarne neppure l’immagine di diseredati così come era apparsa nelle ultime produzioni del genere degli anni 60/70.
Si distingue ancora Il Corsaro della Giamaica (Swashbuckler, 1976, diretto da James Goldstone). E’ il film che lancia Geneviève Bujould nei panni di un’intrepida eroina finalmente priva degli orpelli delle altre donne dei film precedenti sulla pirateria, e si avvale di un bravo Robert Shaw, ispirandosi, almeno negli intenti, come lascia capire il titolo originale, ai film di Errol Flynn. Non ci riesce molto e cade presto nell’oblio, tra citazioni e avventure mozzafiato (il salto con la carrozza dalla scogliera durante la fuga), senza che i personaggi acquisiscano un carattere proprio.
Stessa sorte e stessi errori in Pirati (Pirates) di Roman Polansky, 1986, pellicola in cui Walter Matthau da solo più che bastare alla storia inverosimile che vorrebbe essere comica, deborda, rendendo ridicolo il film in sé, tra momenti noiosi, cattivo gusto, e sceneggiatura inconcludente. Ma allo stesso anno appartiene invece un poderoso The Mission, diretto da Roland Joffé, con un cast di tutto rispetto (Robert De Niro, Jeremy Irons, un ancora poco noto Liam Neeson e la capace Cherie Lunghi, che ricomparirà nella serie tv Hornblower). Film interessante nel nostro caso a proposito del comportamento degli stati europei nel Nuovo Mondo, che ben sintetizza la mentalità di epoche che la ribellione all’ingiustizia e la pirateria favorirono.
Nel 1995 esce Corsari (Cutthroat Island), diretto da Renny Harlin, che si avvale di un regista specializzato in avventure mozzafiato, attori professionisti dalla solida preparazione e capaci di lavorare senza controfigure, il sostegno di comprimari sofisticati e altrettanto bravi. La critica americana ha cercato di stroncarlo senza tuttavia capirne il senso (più o meno volutamente). In realtà si tratta di un divertissement che pur partendo dall’America al solito è stato realizzato interamente in Europa (dalla tempesta nelle vasche degli attrezzatissimi studi Pinewood a Londra, ai luoghi classici di Malta, già sfruttata un tempo per tanti film storici italiani). Pesca a piene mani in tutto il filone precedente, e lo fa con un garbato ed evidente omaggio non solo agli attori dei tempi passati, ma a tutti coloro che per film del genere avevano lavorato in ombra, dai costumisti, ai consulenti storici. Geena Davis copia la Canale e imita Flynn finalmente libera da abbigliamenti impaccianti, Matthew Modine rivista lo stesso stereotipo a modo suo con un occhio al Lancaster de Il corsaro dell’isola verde, e crea un simpatico nuovo briccone; Frank Langella, da buon gigante del teatro, se la ride dei luoghi comuni, sembra divertirsi un mondo e non lo nasconde con battute dirette al pubblico piuttosto che al resto del cast. Tuttavia, per una sorta di pudore tutto americano nei confronti dei pirati è stato boicottato al massimo grado in patria, di nuovo come a voler prendere le distanze da ogni punto di vista da qualcosa che per gli Stati Uniti è una storia scomoda. Ne segue una parafrasi disneyana con The Pirates of the Caribbean (La maledizione della perla nera, 2003, regia di Gore Verbinsky) che ormai è legata al videogioco e avulsa da ogni realtà; mentre un contemporaneo tentativo italiano di recuperare un poco di storia è Cantando dietro ai paraventi diretto da Ermanno Olmi, che ripesca nelle storie delle piratesse di Cina.
L’epopea continua
Per quanto riguarda il cupo senso di non ritorno della pirateria, citazioni sporadiche si possono pescare qua e là, come ad esempio ne L’avventuriero di Hong Kong, (Soldier of Fortune), diretto da Edward Dmytryk nel 1955, e nel più recente Sei giorni e sette notti (Six Days, Seven Nights), diretto da Ivan Reitman nel 1998. In questi esempi si intravede chiaramente la minaccia di un intervento che non ha più niente di romantico o romanzesco. I pirati sono soltanto dei cattivi balordi. Come nella realtà chiaramente, anche se più edulcorati rispetto a questa dalla stupidità con cui - da bravi cattivi cinematografici - si fanno battere dai nostri eroi.
Segue tutta una serie di film ormai dedicati alla tv piuttosto che al grande schermo, su cui trionfano sempre ragazzini che con l’aiuto di buoni vecchi bricconi trovano tesori ai Caraibi… ragazzini che sopravvivono a naufragi, rivisitano qualche bel classico, o - peggiore di tutti - vivono/rivivono fino allo sfinimento il dramma della Famiglia Robinson dispersa in isole più affollate di un mercato cinese (uno per tutti tra i più vicini: Avventura nell’Oceano, 1999, diretto da Stewart Raffill con Jane Seymour e David Carradine per portare l’attenzione sul cast). Interessanti sono stati i due canadesi Matusalem del 1993 e Matusalem II: le dernier des Beauchesne del 1997 (il italiano: Un pirata per amico, e Un pirata per amico 2), entrambi diretti da Roger Cantin, che almeno nella prima parte avevano qualche punta di genio nell’assemblare il dejavu “piratesco” con intenti didascalici e documentaristici. Per i più piccini…
Per restare in tv val la pena citare: Lo straniero che venne dal mare, 1997, diretto da Beeban Kidron, che altro non è se non la versione adattata per lo schermo del drammatico racconto del sempre amato Conrad, Amy Foster. Ma va fatta presente anche la bella produzione inglese che ha fatto il giro del mondo dedicata al personaggio di Hornblower, con la regia di Andrew Grieve, a episodi conchiusi, iniziata nel 1998. Un gran lavoro di ottima regia, sapiente recitazione corale, mestri d’armi e modellisti sopra le righe. Il personaggio, uscito dai romanzi di Forester era già stato portato sullo schermo da Gregory Peck nel 1951, diretto da Raoul Walsh (Captain Horatio Hornblower - Le avventure del capitano Orazio Hornblower)… Il protagonista, che in questa indovinata versione cresce attraverso il dolore dei sogni infranti insieme al bravo e sensibile Ioan Gruffudd, è un personaggio d’animo semplice, che con addosso i colori della Marina agisce su un pericoloso filo di sfumature di quel senso di lealtà, etica e chiarezza che apertamente propugna. E non sempre esce vincente. Con lui tutta una schiera di comprimari di alto livello che trasformano il monologo trionfalista dei romanzi originali in una storia corale…Memorabile il “Voi siete uno di noi”, detto per sostenere il compagno prigioniero affinché si faccia forza e sopravviva. Espressione che concentra tutto il sentimento di amore e cameratismo sul mare, già espresso con la stessa frase nella tempesta degli animi alle prese coi principi che segnano l’insuperato Lord Jim di Joseph Conrad…
Schede di cinema sulla pirateria
(fino all’anno 2004)
Captain Blood
1935 USA Regia di Michael Curtiz
Sceneggiatura di Casey Robinson da un testo di Rafael Sabatini
Fotografia di Sol Polito (E Ernest haller e Hal Mohr)
Musiche di Erich Wolfgang Korngold
Montaggio di George Amy
Effetti di Fred Jackman
Costumi di Milo Anderson
Warner Bros, Cosmopolitan Productions, First National Pictures Inc.
Errol Flynn (Dr. Peter Blood); Olivia de Havilland (Arabella Bishop); Lionel Atwill (Col. Bishop); Basil Rathbone (Capt. Levasseur); Ross Alexander (Jeremy Pitt); Guy Kibbee (Henry Hagthorpe); Henry Stephenson (Lord Willoughby)
Notando i nomi degli autori di questo film non è difficile comprendere che si tratta di artisti in fuga dall’Europa.Il film consacrò definitivamente Errol Flynn come eroe avventuroso, e da questa pellicola in poi, spessissimo in coppia con Olivia De Havilland.
Non è il primo film di pirateria, era stato preceduto ai tempi del muto da Il pirata nero (the black pirate) con Douglas Fairbanks nel 1926 ma certamente il capostipite per quanto riguarda il sonoro.
La trama ci porta a considerare, alla maniera europea, la pirateria come epopea di riscatto per i diseredati o i perseguitati.
Blood è un medico che pratica la propria professione con serietà, e chiamato al capezzale di un ferito accorre senza badare al suo colore politico. La sua ironia gli costa la prigione insieme al nobile perseguitato che sta curando. Il messaggio è quello dell’ingiustizia delle vessazioni subite da partigiani che combattono per la libertà della propria terra. L’ambientazione iniziale è l’Irlanda del Nord, covo di pirati ma anche di indipendentisti.
Non è un caso poiché buona parte di coloro che partecipano alla realizzazione del film erano persone in fuga dall’Europa minacciata dall’avanzata nazista. La situazione irlandese è un parallelo utile dal momento che permette di fare paragoni sottili, restare aderenti alla storia, e superare eventuali censure.
For many weeks Royal Army ‘drumhead’ court-martial took a fearful toll… and the executioners were busy with rope and choppers and couldrons of pitch…until public opinion revolted. Then the surivivors were headed toward Taunton Castle Hall and their trial.
Dopo un processo che è una condanna senza appello scritta in partenza, il film affronta il tema caro alla tradizione europea dei deportati venduti come schiavi alle colonie, poveri; ma anche persone d’ingegno colpevoli soltanto di avere idee diverse da quelle imperanti.
Thus, by a King’s whim, Peter Blood became one of a cargo of human chattel, exiled from England forever, shipped to Port Royal, an English colony, to be sold into slavery.
La scena del mercato degli schiavi è pervasa da elementi che sottolineano l’ingiustizia subita (non si trattano così anche i cavalli? Chiede Arabella Bishop - e la frase verrà ripresa quarant’anni dopo per dare il titolo ad un altro film (Non si uccidono così anche i cavalli?/They Shoot Horses, Don’t They?, 1969, regia di Sidney Pollack, con Jane Fonda, Susannah York, Red Buttons, Gig Young) - ma il governatore risponde affermativamente senza battere ciglio). Lo schiavo è merce, non è più essere umano; non c’è appello per il malfattore o presunto tale. Ovvero: non c’è altra possibilità di pensare o vivere al di fuori di quanto imposto da chi domina.
L’elemento romantico che compare all’asta degli schiavi verrà a sua volta ripreso come omaggio a questo grande film 60 anni dopo in un’altra pellicola classica da prendere in considerazione (Corsari/Cutthroat Island, regia di Renny Harlin, 1995).
Arabella riuscirà ad acquistare il ribelle Blood salvandolo da morte certa nelle miniere e conservandolo in mezzo al gruppo dei compagni, senza tuttavia ottenere la minima riconoscenza dal protagonista, sia al momento che in seguito.
Il discorso di Flynn è tagliente, adombra la rabbia dell’esule indifeso davanti alla più completa ingiustizia. Il parallelo è evidente con le nazioni sottomesse in Europa dal nazismo.
Il film cura anche la presenza di personaggi minori, macchiette, che da questo momento in poi compariranno regolarmente nel genere. In questo caso, i due dottori che non sono riusciti a guarire il governatore, e da Blood sono stati letteralmente rovinati, sono uno specchio di personaggi simili del teatro shakespiriano - da notare che Shakespeare lavorò durante il regno di Elisabetta I protettrice di pirati, elemento che gli autori del film avevano ben presente e avrebbero sfruttato poi.
Blood alla ricerca di fondi per acquistare di nascosto una barca e tentare la fuga coi suoi, blandisce i due medici, sottolineando che loro possono fuggire quando vogliono, ed essi si offrono velatamente di procurargli il denaro purchè sia lui a togliersi di mezzo. Convinti di poter inoltre intascare una congrua taglia se lo denunceranno all’autorità. Ma Blood rientra, ricondando loro che se il governatore è guarito grazie a lui, difficilmente ascolterà illazioni sul suo conto…
La vita degli schiavi alle piantagioni viene ricostruita ed edulcorata per il cinema; quel che conta è rendere l’idea dell’ingiustizia subita.
Alla vigilia della fuga, decisi a darsi alla pirateria, l’unica scappatoia possibile, l’uomo capace di guidarli viene torturato perché sospettato di organizzare la defezione di tutti gli schiavi. Flynn dà a questo punto il meglio di sé come incarnazione della speranza contro una dittatura nei confronti della quale non c’è nessun ragionamento che tenga, con un’arringa plateale, ma ai suoi tempi convincente.
Si pesca nel romanzo d’avventura, con una scenografia e luci perfette sorrette da una recitazione impeccabile da parte dei protagonisti.
The timely interruption - A Spanish ship - turned pirate under the protection of the gold and crimson flag of King Philip of Spain…
The town taken - The Spaniards land, to loot, pillage and celebrate in pirate fashion…
Le scene di assalto hanno fatto scuola nel cinema di tutto il mondo, soprattutto nella tradizione italiana che le riprenderà normalmente nei film d’avventura, a torto catalogati sempre come film di serie B.
C’è inoltre il pescare nelle immagini di Pyle e altri artisti del genere nella letteratura come nella stampa periodica (un paragone si può fare con le vecchie copertine della Domenica del Corriere nostrane).
La scenografia (fuga) risente dell’impostazione dei grandi autori di cinema mitteleoropei alla cui scuola si era formato Curtiz (ad esempio: luci curate in ogni minimo dettaglio di ogni quadro; inquadrature delle ombre dal basso che richiamano Fritz Lang e Walter Murnau). Costituisce un primo grande esempio di come funzioni bene il binomio composto dalla produzione americana e dagli artisti europei.
Clichè cinematografico che non poteva mancare: le donne rapite, i canti e le bevute; gli spagnoli divenuti pirati.
L’ironia di Flynn che paventa di convincere gli spagnoli a prestar loro una barca dopo aver affondato quella acquistata ci introduce ancor più a fondo negli stereotipi, con gli spagnoli faciloni e pressapochisti anche quando pirati pericolosi.
GLI ARTICOLI sono quelli di Bartholomew Roberts.
l mondo contro di noi e noi contro il mondo” è la frase che conclude degnamente la rassegna degli rticoli rinfocolando l’orgoglio degli esuli. Di nuovo si tratta di un richiamo alle condizioni dell’Europa in quel momento.
A VIRGEN MAGRA avviene l’inserimento di un altro stereotipo romantico, con la bella rapita dal pirata cattivo e cacciatore di donne, ovviamente francese. Nel cinema di Holliwood i francesi, i messicani e gli spagnoli in genere si contendono la palma di debosciati. Questo ormai indipendentemente dai motivi di scontro originari con Stati Uniti e Gran Bretagna (ad esempio durante le guerre napoleoniche, la rivoluzione, la caccia all’oro delle colonie, i corsari autorizzati a rubare a qualunque costo di vite umane, ecc.)
LE VASSEUR ha catturato Arabella Bishop e il nuovo governatore della Giamaica che viaggia in incognito. La storia e le tradizioni dei pirati vengono rivistate con compiaciuto spirito romantico. Le Vasseur ricordiamo che fu lo spregiudicato fondatore della comunità della Tortuga.
Le Vasseur è interpretato da Basil Rathbone, bravissimo attore inglese capace di imitare l’accento francese come di duellare realmente per lo schermo. Dopo aver prestato il volto a parecchi altri cattivi del cinema, sarebbe poi passato alla storia per l’interpretazione di Sherlock Holmes in una serie di pellicole a loro volta propagandistiche per gli alleati contro il pericolo tedesco.
Blood cerca di salvare la ragazza con uno stratagemma, offrendosi di anticipare il suo riscatto e quindi strapparla dalle grinfie del cattivo Le Vasseur.
La scenografia è costituita da una spiaggia californiana già celebre al cinema, e in seguito sempre sfruttatissima per i film (e i telefilm) di avventura holliwoodiani, riconoscibile nella maggior parte degli stessi: La donna che visse due volte/Vertigo (Alfred Hitchcock, 1958); Sulle strade della California/Police Story (USA, 1973), ecc.).
La resa dei conti ripresa più e più volte in seguito in altre pellicole di genere, raramente raggiungerà la perfezione che ha in questo film quanto a luci, collaborazione degli attori e il duello in sé. Anche Flynn sapeva muoversi e combattere sul set, tanto che per lui venne coniato allora il termine di Swashbuckler, onomatopea intraducibile che assomma i significati di ‘rodomonte’, ’spaccamontagne’, ed è basata sul sibilare della lama di una spada agitata in aria rapidamente e con foga.
L’accoppiata Flynn-Rathbone come duellanti verrà sfruttata ancora, poco dopo nel Robin Hood (1938) dallo stesso regista.
Blood e i suoi scoprono dal nuovo governatore dopo un malinteso che il re in Inghilterra è cambiato, e ogni precedente reato politico è stato condonato. Il re è Guglielmo III d’Orange, sposo di Maria II. Gli Orange avevano guidato la rivolta dei Pezzenti del Mare in Olanda contro la Spagna, e quindi la pirateria viene mostrata nella luce di un serbatoio di uomini d’onore che possono costituire il nucleo di una nuova e valida marina.
Flynn pur essendo un attore improvvisato amava il mare e anche nella realtà era uno “swashbuckler”. Fu capace di infondere una genuina credibilità nei suoi personaggi, anche quando in parte seguiva e in parte improvvisava i discorsi sulla libertà, o comunque parole atte ad infiammare gli animi, e lo si sentirà spesso parlare in questi termini, con evidente soddisfazione della regia e della produzione.
Le scene di battaglia. Uniche, superbe, curate in ogni dettaglio, costituiscono il materiale fondamentale di tutta una serie di imitazioni.
Le inquadrature d’effetto vengono raramente migliorate da tutto il cinema di poi, e le descrizioni e i dettagli storici sono perfettamente coerenti. Furono impiegate una quarantina di comparse che ben dirette seppero creare il clima di tensione adatto. Bisognerà arrivare al 1995 per avere altre scene dallo stesso impatto. (Corsari/Cutthroat Island, Renny Harlin) e al 2003 (Master and Commander, Peter Weir).
Furono girate in studio, alternando nel montaggio scene con modellini, ma la sceneggiatura ebbe una tal presa sul pubblico e sulla critica, che gli stessi autori l’avrebbero ripresa senza cambiarne una virgola alcuni anni dopo per un altro film del genere; ancora più apertamente filoalleato contro il nazismo.
La figlia del Corsaro Verde
1941 Italia Regia di Enrico Guazzoni
Sceneggiatura di Alessandro de Stefani ridotta da Nino Angioletti
Fotografia di Jan Stallich
Musiche di Alberto Ghislanzoni
Scenografia Piero Filippone
Aiuto regista Augusto Poggioli
Tratto dal romanzo di Emilio Salgari
Manenti Film
Manuela (Doris Duranti); Golia (Polidor); Carlos de la Riva (Fosco Giachetti); Zampa di ferro (Camillo Pilotto); El Cabezo (Primo Carnera); Isabella (Marcella Lotti); Il Precettore (Ernesto Almirante); El Rojo (Enrico Glori); Donna Mercedes (Tina Lattanzi).
L’Italia, nonostante le note difficoltà di regime, si districa egregiamente tra ideali senza tempo e telefoni bianchi. Per le avventure di mare c’è la fortuna di avere alle spalle Emilio Salgari, non soggetto a censure perché ancora considerato un autore di avventure fantastiche per ragazzi.
L’attenzione ai costumi è maniacale, e pesca a piene mani nell’arte (Velasquez per le dame di Spagna).
Gente del circo. In un’epoca in cui il mestiere di cascatore non è ancora stato inventato si può dire, l’Italia può attingere alla gente del circo.
Il film è fine a se stesso, ma quello di Curtiz era stato senz’altro visionato. Viene girato dalle parti di Tirrenia in una zona che verrà sfruttata dal cinema per tutto il quarantennio successivo.
La trama. L’eroe si finge un reietto e un poco di buono per riuscire ad essere ammesso tra i feroci pirati. Le scenografie, le ambientazioni e i costumi sono ineccepibili, pur nella ingenua collocazione tra romanticismo e realtà storica.
E’ un lavoro ancora figlio del teatro, realizzato con povertà di mezzi, ma con attenzione ai dettagli perfetta. Probabilmente qualcuno conosceva anche le illustrazioni di Howard Pyle.
Lo stereotipo della bella pirata. Ha elementi fisici e di costume che resteranno inalterati fino ai giorni nostri. In parole povere la donna pirata confina pericolosamente con la poco di buono, e alla fine o lascia il coltellaccio in cambio del grembiule o muore. NOTARE: capelli ricciuti e bruni, alla zingara, e abiti quantomeno folcloristici/etnici.
Primo Carnera e Golia. Anche qui compaiono le macchiette e personaggi minori figli del teatro, del circo o di stereotipi comuni. Non sanno recitare, ma danno quel tocco di gradevole improvvisazione che ben si adatta a una storia di pirati. I costumi sembrano usciti dai quadri di Pyle.
Il duello. Ogni elemento è curato, in particolare le armi (la navaja importata dagli spagnoli ai Caraibi e riadattata).
Di nuovo costumi curati nella partenza, a parte l’eroina che effettivamente è priva di carattere non solo nel vestire. Caratteristica sciagurata che purtroppo il cinema porterà avanti fino alla fine degli anni ‘70. Gli scorci sulla spiaggia sono memorabili per l’ambientazione e la sfilata di costumi storicamente attendibili.
Le navi. Con modifiche, verniciature e riparazioni successive, lavoreranno fino agli anni ‘70 a pieno ritmo. Sono ovviamente mosse da motori, e compariranno sempre con le vele raccolte. In ogni caso per ciascun film verranno adattate in modo da corrispondere all’epoca in cui è ambientata la trama della pellicola (XVII secolo).
L’arrembaggio è di alto livello nella regia, nei costumi e nella brvura di mestieranti che resteranno in auge per decenni. I maestri d’armi, gli sceneggiatori e i fotografi sono veri artisti professionisti.
I duelli sono ben orchestrati, come pure sono curate le divise (notare gli scozzesi, dal momento che all’epoca Scozia e Spagna erano alleate. Il periodo storico è il medesimo di Captain Blood).
L’eroina, come in tutte le storie di mare di Salgari è condannata. La misoginia o la disperazione dell’autore ben calzano al concetto della donna pirata (che può solo cambiar vita o morire), e a quello della donna in generale nel periodo fascista.
The Sea Hawk (Lo sparviero del mare)
1939 USA Regia di Michael Curtiz
Sceneggiatura di Howard Koch e Seton I. Miller
Fotografia di Sol Polito
Musiche di Erich Wolfgang Korngold
Montaggio di George Amy
Effetti di Byron Haskin e H. F. Koenekamp
Costumi di Orry-Kelly
Warner Bros, First National Pictures Inc.
Errol Flynn (Geoffrey Thorpe); Brenda Marshall (Doña Maria); Claude Rains (Don Jose Alvarez de Cordoba); Flora Robson (Elisabetta I); Henry Daniell (Lord Wolfingham); Montagu Love (Filippo II).
Seguito ideale di Captain Blood, tratto da un romanzo di Jack London, dove l’eroe, Geoffrey Thorpe ricalca apertamente Francis Drake.
Il messaggio questa volta è diretto e chiaro. La trama riprende le imprese di Drake a Nombre de Dios.
Gli autori sono gli stessi, ma questa volta l’ostilità verso il regime che sta fagocitando l’Europa è dichiarata.
Il film si apre con una cupa inquadratura di Filippo II che adombra il dittatore nella sua sete di conquista totale. Considera l’Inghilterra un mero ostacolo al proprio sogno, quando l’Inghilterra è anche in quel momento l’unico baluardo che ancora resiste, quasi isolata, in Europa. Da notare le ombre incombenti alla maniera di Fritz Lang.
Allestimenti navali e modellini erano rimasti dal film precedente.
Le comparse furono reingaggiate e purtroppo le scene di battaglia replicate pedissequamente senza cambiare una virgola alla sceneggiatura, ma semplicemente aggiungendo qualche personaggio.
QUEL CHE PREME E’ IL MESSAGGIO SOCIALE E POLITICO.
Proverbio inglese che compare: chi non ha remi sta a disposizione del vento
Dialogo tra la bella principessa anglo-castigliana e Thorpe:
- Qual è la definizione di ladro? Ladro è un inglese che ruba?
- No, qualunque pirata, lo è anche chi deruba una donna.
- Ho ammirato i gioielli del vostro scrigno, uno in particolare, e mi chiedo come siano stati persuasi gli indiani a separarsene….
Il film è tutto giocato sui concetti di libertà e di diritti umani.
Tuttavia viene mostrata Elisabetta che si barcamena con gli ambasciatori spagnoli per salvare i suoi pochi Sparvieri, i celebri “Veltri del Mare”…
Il discorso di formare una flotta e prendere l’iniziativa è un monito per tutti molto chiaro.
Thorpe viene accusato di aver assalito impunemente il galeone dell’ambasciatore, ma si difende dicendo che ha liberato inglesi schiavi ai remi. L’ambasciatore risponde che erano stati condannati da un tribunale regolare, e Thorpe puntualizza che l’Inquisizione non gli sembra un tribunale adatto a giudicare dei cittadini inglesi (Di nuovo aperta critica ai regimi totalitari e alla loro crudeltà).
Notevole la ricostruzione dell’organizzazione dell’impresa alle colonie per piegare la Spagna tagliando i rifornimenti che mantengono le guerre.
Elisabetta risponde che se accetta non potrà appoggiare Thorpe/Drake apertamente o sarà la guerra.
Inventario del tesoro che Thorpe vorrebbe usare per la flotta.
L’ardita proposta è di deviare le risorse di Filippo II con la sorpresa.
Le carte. Le spie spagnole vanno dal cartografo. (Elementi scientifici autentici). Essi vedono che la carta di Thorpe è senza nomi, ma ha una costellazione segnata in alto, perché i naviganti la possono usare.
Segue la visita all’astronomo che che mostrando l’orbita di Orione individua in quale punto vi sia la lingua di terra sottile tra due oceani indicata dalla costellazione, e comprendono dove Thorpe intende attaccare.
Le scene nella foresta dell’America Centrale furono girate nelle Everglades.
Attenzione ai costumi e anche alle ambientazioni, oltre che per le armi e le imbarcazioni.
La fuga attraverso le paludi riprende i numerosi episodi autentici in cui pirati alla ricerca di città da bottinare morirono nelle foreste e negli acquitrini (Conache del Capitano Johnson, storia della pirateria di Pyle).
L’ambasciatore spagnolo e il cortigiano traditore di Elisabetta cercano con ogni mezzo di spingere la regina alla guerra con l’annuncio della cattura di Thorpe, condannato alle galere.(Da ricordare che la prima versione di “Ben Hur” era uscita dieci anni prima e le similitudini erano volute).
Nonostante Elisabetta cerchi di non cadere nella trappola la guerra viene dichiarata e i corsari costretti all’inattività.
Naturalmente gli eroi riescono a liberarsi, e pur con tanti richiami al primo Ben Hur, lo sfruttamento dei set del film precedente, gli autori hanno il merito di usare una trama nuova.
Gli intrighi di spie e spagnoli vengono scoperti e si giunge al duello finale, in una drammatica notte in un palazzo dilatato sapientemente da luci e ombre accuratissime.
Il duello fu un pezzo di bravura considerate le difficoltà dovute questa volta all’antagonista di Flynn che non sapeva di scherma, e quindi fu sostituito da un altro attore nelle scene di spalle.
Le intenzioni reali del dittatore vengono scoperte e denunciate.
Il discorso di Elisabetta venne tagliato nelle versioni americane e si è salvato solo nelle rare copie che circolarono in Inghilterra.
When the ruthless ambitions of a man threaten to engulf the world, it becomes the solemn obligation of free men, whenever they may be, to affirm that the earth belongs not to one man, but to all men, and that freedom is the deed and title to the soil on which we exist. Firm in this faith, we shall now make ready to meet the great Armada.
Contro tutte le bandiere (Against all Flags)
1952 USA Regia di George Sherman
Produzione Universal
Maureen O’Hara, Errol Flynn, Anthony Quinn.
E’ il film con cui vengono consacrati gli stereotipi irriverenti e antistorici.
Il pretesto è il tentativo di distruggere la repubblica di Libertalia fondata al Madagascar dai pirati alla fine del ‘600.Flynn nonostante i crolli fisici è rimasto attaccato all’immagine del pirata per amore o per forza.
Maureen O’Hara aveva esordito proprio in un film di pirati: Taverna alla Giamaica/Jamaica Inn, diretto da Alfred Hitchcock, che l’aveva lanciata nel 1939; e successivamente era stata l’eroina di Sinbad il Marinaio/Sinbad the Sailor, 1947, regia di Richard Wallace.
La credibilità tuttavia qui è a quota zero.
Flynn interpreta un ufficiale che deve farsi degradare per potersi infiltrare come spia tra i pirati.
Citazioni di nomi di pirati vissuti in epoche diverse, nessuna cura nell’ambientazione completamente in studio.
Maureen O’Hara è impacciatissima in una camcia da donna con collo “all’americana” degli anni ‘40 (forse adatta a una pirata perché di taglio troppo maschile?…) sotto una giubba che vorrebbe essere del ‘600, mentre compra fiori di plastica in un incredibile mercato tropicale di pirati. Flynn veste già come un uomo di mare del XX secolo, mentre quelli che lo accompagnano sono da retrodatare al XVIII - XIX.
E’ un prodotto rappresentativo del cinema americano, totalmente avulso dalla realtà quanto dalla possibilità di raccontare qualcosa. Dai costumi agli sfondi, dalle sagome delle navi ai dialoghi.
Tuttavia è un genere che continua ad aver fortuna tra i B-movie con questi schemi ad oltranza.
I personaggi, soprattutto quelli femminili, diventano fantocci grotteschi che portano avanti il cliché della donna pirata sempre equivoca, ma riscattabile attraverso l’amore per l’eroe, indiscutibilmente buono.
Il pirata del re (King’s Pirate)
1967 USA Regia di Don Weis
Soggetto di Joseph Hoffman e Aeneas Mackenzie
Fotografia di Clifford Stine
Musiche di Ralph Ferraro
Montaggio di Russell F. Schoengarth
Produzione Universal - Robert Arthur
Doug McClure; Jill St. John; Guy Stockwell; Richard Deacon.
Il successo di un certo cinema ben più che di serie B è evidente in questo rifacimento del precedente Contro tutte le bandiere/Against All Flags. E’ una fantasticheria all’apice del delirio nell’universo pirata. Non vi è neppure più il beneficio della fiaba.
I dialoghi, l’azione, i personaggi e soprattutto i costumi si adattano ai gusti quantomeno fantasiosi dell’epoca. I pirati diventano un divertissment anni ‘60, accompagnati da ragazze finto femministe e da un adeguato corollario di saltimbanchi.
I pirati, così come il decennio precedente li ha sviliti, vengono definitivamente cacciati fuori dalla realtà attraverso la comincità più pacchiana.
Nella caduta libera di questa pellicola il personaggio femminile della donna pirata viene calato definitivamente nell’irrealtà più grossolana e di pessimo gusto sotto ogni punto di vista.
Ci sono tentativi timidamente abbozzati di rifarsi a: Il Corsaro dell’Isola Verde/The Crimson Pirate (1951, regia di Robert Siodmak), e l’unico sostegno del film è la burla da avanspettacolo fine a se stessa.
Lo scenario è quello dei primi film di Zorro negli anni cinquanta riciclato.
La scena della scazzottata finale è presa di peso dal celebre film succitato con Lancaster, ma qui l’effetto è stiracchiato se non stanco.
Sono le regole di Hollywood, del mondo puramente finto che predominano, condannando il film a passare dalla grossolanità alla noia.
I Filibustieri delle Antille (Double Crossbones)
1950 USA Regia di Charles T. Berton
Produzione Universal
Donald O’Connor, Helena Carter.
Questo è uno degli esempi più tipici della distruzione e dileggio della storia, non solo dei pirati.
Resta valida solo l’interpretazione di Donald O’Connor, ballerino eccezionale portato alla ribalta soprattutto da: Cantando sotto la pioggia/Singin’ in the Rain, regia di Gene Kelly e Stanley Donen, 1952.
Il preambolo è agiografia roboante finalizzata alla comicità del film - strapazzando persino Pyle - che si regge tutta sullo scatenatissimo O’Connor.
La scena autenticamente più gustosa è quella in cui O’Connor cerca di trovare i soldi per l’ingaggio insieme a un vecchio baleniere.
I costumi dei pirati nella taverna sono un museo di ovvietà che spazia lungo almeno quattro secoli di storia.
Le battute sono di una comicità classica, garbata e tutto sommato ancora godibili.
O’ Connor darà il suo meglio proprio su un palcoscenico, cantando la storia di un pirata beota e sanguinario con battute come:
Percy aveva un cuore meraviglioso…
Nella Culla ancora sgozzò suo padre per allegria…
Era un maniaco della pulizia, prima di uccidere sterilizzava la lama…
Ma Percy aveva un cuore, tuttavia di pura pietra…
Era molto educato…. Metteva il tovagliolo prima di tagliare la gola alle sue vittime…
Quando crebbe fu piuttosto bruttino tanto da essere timidissimo, perciò portava la benda non sull’occhio ma su tutta la faccia….
Il Corsaro dell’Isola Verde (The Crimson Pirate)
1951 USA/Gran Bretagna Regia di Robert Siodmak
Soggetto di Roland Kibbee
Sceneggiatura di Roland Kibbee, Burt Lancaster, Waldo Salt
Fotografia di Otto Heller
Musiche di William Alwyn
Montaggio di Jack Harris
Scenografia di Paul SheriffProduzione Harold Hetch/Norma Pictures
Burt Lancaster (Capitan Vallo); Eva Bartok (Consuelo); Nick Cravat (Ojo); James Hayter (Prof. Eli Prudence); Cristopher Lee (Addetto); Frederick Leicester (El Libre); Leslie Bradley (Barone Gruda); Margot Grahame (Bianca); Torin Thatcher (Humble Bellows).
E’ il più perfetto film di pirati di Holliwood, anche se ha tutti i difetti che verranno amplificati negli altri.
Lancaster ne è l’autore, anche se sorretto da un grande regista di mestiere.
Recita con un occhio a Fairbanks e uno a Flynn.
Fu girato a Ischia, con qualche pretesa per il cast, con costumi terribili.
Lancaster e Cravat erano usciti insieme dal circo, ma il secondo recitava talmente male che si dovette trasformare il suo personaggio in un muto.
A suo favore va sottolineato che non ha cedimenti pur nell’esiguità della trama di pura fantasia.
Il cinema di pirati viene consacrato come pura evasione nonostante gli USA siano debitori alla pirateria caraibica per una grossa fetta della loro storia ed economia.
Le navi sono quelle di Cinecittà che reggevano già da un decennio e avrebbero durato ancora parecchio.
La bella rientra nello standard. Bruna, riccioluta, con la fascia tra i capelli, abbigliamento zingaresco, idealista, generosa e granitica (ma solo!) fino all’innamoramento. E’ comunque un’ottima controparte che bilancia almeno fino a metà del film gli scanzonati pirati.
Jolanda la figlia del Corsaro Nero
1952 Italia Regia di Mario Soldati
Dall’omonimo romanzo di Emilio Salgari
Sceneggiatura di Ennio de Concini e Ivo Perilli (Non accreditati: Franco Brusati e Mario Soldati)
Fotografia di Tonino delli Colli
Musiche di Nino Rota
Scenografia di Flavio Mogherini
Produzione Carlo Ponti e Dino de Laurentiis per Luxfilm
May Britt (Jolanda); Ignazio Balsamo (Van Stiller); Guido Celano (Henry Morgan); Renato Salvatori (Ralph Morgan); Barbara Florian (Consuelo di Medina); Marc Lawrence (Van Gould); Alberto Sorrentino (Agonia); Umberto Spadaro (padre adottivo di Jolanda).
Film che mantiene la dignitosa tradizione del cinema d’avventura italiano, patinato, curato puntigliosamente nei dettagli, figlio della letteratura, ma anche del’ambientazione storica. Da notare anche qui i costumi, ritagliati dalla pittura di genere, e tuttavia aderenti alla probabile realtà; come pure le danze su musiche evocativamente barocche.
Decisamente aggrappato a una trama romanzesca, tutta infusa di romanticismo, figlia del romanzo classico.
Il mistero svelato in punto di morte è un escamotage classico che tornerà spesso nel cinema di questo genere.
I luoghi e gli studi erano gli stessi dei vecchi film d’avventura italiani, che avranno ancora successo per decenni nel cinema di serie B.
Salgari, oltre ad essere un classico del romanzo per noi, fu anche aderente alla realtà.
La protagonista, straniera, appena impacciata dalla lingua, dà una fresca interpretazione di un’eroina un po’ più vivace, ma credibile pur nei limiti conchiusi del romanzo.
Gustosa l’ambigiutà del travestimento della protagonista che fa innamorare la figlia del governatore, e senza saperlo adombra tante situazioni reali della vita di mare nei secoli passati. Il brivido di un accenno di nudo al culmine finale del dramma sottolinea ancor più l’ambigua situazione sorta della relazione tra le due protagoniste.
Una donna pirata finalmente moderna, emancipata, che per una volta incarna la giovinezza e non sogni maschili da calendario.
Tutto sommato un film che dice e lascia qualcosa pur senza addurre pretese di sorta.
I pirati della Croce del Sud (Hurricane Smith)
1953 USA Regia di Jerry Hopper
Produzione Paramount
Yvonne De Carlo, John Ireland, James Craig, Forrest Tucker.
Prodotto americano tipico nella sua infelice resa sotto tutti i punti di vista, esemplificativo del genere.
Scalcagnato set in studio con scheletro di nave più o meno del ‘600 mentre i marinai vi si aggirano in abiti fine ‘800 primi ‘900.
Ambientato nel Pacifico, con un’esile trama legata alla tratta degli schiavi nelle isole.
Frasi fatte, luoghi comuni. Sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti, regia infelice.
Le comparse girano per il ponte senza costrutto (notare il negro con lo scopolo, il coltello per tagliare gli ormeggi).
Nella battaglia le armi sono non solo miste, ma usate a sproposito: pistole del ‘600 ad avancarica che dovrebbero sparare un pallettone alla volta e invece sparano a ripetizione con cartucce…
Confusione sul ponte dove tutti si aggirano senza sapere bene cosa fare.
Azione stanca, senza mordente e senza motivo.
La bella amica dei pirati, con le caratteristiche solite: capigliatura riccioluta bruna, fisico prosperoso, abiti attillati ed esoticamente folcloristici, la mise più scomoda del mondo per muoversi su una nave.
Grottesca quanto rappresentativa la scena in cui l’eroe della storia cerca di raggiungere la bella, che ovviamente simula coraggio (per coprire il disagio su un set sconclusionato?), e le lascia per difendersi due pistole ad 1 colpo, strausate nell’azione precedente, senza polvere né proiettili (per sadismo o sciovinismo?)
La Venere dei pirati (Queen of the Pirates)
1960 Italia Regia di Mario Costa
Soggetto di Rolf Olsen
Sceneggiatura di Nino Stresa
Fotografia di Raffaele Masciocchi
Musiche di Carlo Rustichelli
Scenografia di Amedeo Mellone
Produzione Max Production
Gianna Maria Canale (Sandra); Scilla Gabel (Isabella); Massimo Serato (Cesare di Santacroce); Paul Muller ( Duca Zulian); e con: Livio Lorenzon, Moira Orfei, Andrea Aureli, Raf Baldassarre, Giulio Battiferri, Giustino Durano, Franco Fantasia, José Jaspe, Luigi Marturano, Anna Maria Mustari, Gianni Solaro, Nando Tamberlani.
Tipico B-movie italiano tra i tanti che a parte i cliché ha un’impostazione storica e anche un intento educativo se vogliamo.
Ne furono prodotti tanti, riciclando mezzi, navi, costumi, attori, comparse e persino la colonna sonora.
Il film in questione è ambientato in Adriatico, quindi particolarmente raro.
La trama ha una sua ragione d’essere e si inserisce nel lungo periodo di lotte tra veneziani, ottomani e pirati delle coste balcaniche, albanesi.
L’eroina segue lo standard, tuttavia modernizzandosi, e Gianna Maria Canale la impersonerà in diverse storie, sostenuta da una folta schiera di attori e comparse tra i quali la collaborazione e la familiarità è evidente.
Il piglio imposto al suo personaggio le resta attaccato per tutta l’onorata carriera di pirata cinematografica.
Tuttavia una femminilità e un’umanità più realistica cominciano a far capolino timidamente nel personaggio.
L’arrembaggio. Si nota l’abisso tra quelli orchestrati, pur con povertà di mezzi, a Cinecittà e quelli americani privi di sceneggiatura, come nel film precedente.
Tra i comprimari si distinguono l’indimenticato Livio Lorenzon, condannato a restare cattivo e spalla per tutta la vita, e tuttavia superbo nell’impegno e nella bravura.
Inizia inoltre a farsi strada Moira Orfei, che con la perizia e la spigliatezza circense si ritaglierà un posto di tutto rispetto nel cinema storico e in costume italiano.
E’ entrata nel cinema per tradizione, come già visto in pellicole ancora degli anni ‘30, in quanto proveniente dal circo e capace di muoversi a proprio agio e con credibilità in ogni circostanza, al posto dei cascatori.
Il Castello Orsini fa da sfondo agli assalti dei pirati e delle loro giuste rivendicazioni praticamente in tutti i film del genere.
I riferimenti storici sono limitati ma curati, con la solita attenzione a costumi e ambientazioni.
Da Notare Scilla Gabel che veste come la “Bella” del Tiziano.
I personaggi minori sono figli della commedia goldoniana.
Nello standard si inserisce la taverna, immancabile ritrovo per i recitativi di passaggio tra le varie scene, ben più realistica di quelle americane (ricordiamo I filibustieri delle Antille con Donald O’Connor e l’accozzaglia relativa di costumi e incongruenze).
Interessante l’elemento femminile che vuol essere genuinamente realistico e ci riesce considerando tempi, mezzi, stili di recitazione. C’è mordente e realismo a differenza dello stesso genere di film oltreoceano.
Presenza di buoni maestri d’armi che ci vengono invidiati all’estero, talvolta richiesti in Europa, ma regolarmente snobbati in USA.
Lo scontro finale. Costruito con un occhio a Curtiz, ma con la collaborazione e la perfetta orchestrazione di attori e comparse ben affiatati.
Nel melodramma italiano non mancano mai interemezzi romantici in cui i personaggi si muovono lungo scene figlie del teatro classico.
La rivolta dei contadini sostenuti dai pirati contro il tiranno. La pirateria europea al solito mantiene il senso della lotta di classe, di un’evoluzione sociale che porterà al ‘68.
Questo genere di film verrà prodotto per tutto il decennio degli anni ‘60.
Il corsaro della mezzaluna
1957 Italia Regia di Giuseppe Maria Scotese
Sceneggiatura e soggetto di Mario Amendola, Riccardo Pazzaglia, Giuseppe Maria Scotese
Fotografia di Bitto Albertini
Musiche di Renzo Rossellini
Scenografia di Saverio D’Eugenio
Produzione Enzo Merolle per la Glomer Film
John Derek (Nadir el Karim/Paolo di Valverde); Ingeborg Shoener (Angela); Gianna Maria Canale (Infanta Caterina); Camillo Pilotto (Barone Alfonso di Camerata); Alberto Farnese (Alonzo de Carmona); Raf Baldassarre, Carol Carter, Graziella de Victor, Andrea Fantasia, Ugo Van Berg, Piero Giagnoni, Fausto Guerzoni, Carlo Hintermann, Fanny Landini, Ignazio Leone, Silvio Lillo, Yvette Masson, Raf Mattioli, Furio Meniconi, Paul Muller, Anna Maria Mustaria, Amina Pirani Maggi, Mimmo Poli, Gianni Rizzo, Alberto Varelli.
Nonostante sia una pellicola dalla realizzazione modesta in tutti i sensi, ha ancora dei pregi superiori ai contemporanei USA.
L’impianto storico continua ad avere una parvenza realistica.
Il castello è sempre quello degli Orsini, la spiaggia quella di Tirrenia, con qualche effetto speciale per rendere tutto più sontuoso.
L’eroe, per una specie di esigenza nobilitante, di solito è importato, con risultati mai lodevoli, come dimostra questa pellicola in particolare.
Ritroviamo l’attore Pilotto che era stato Zampa di Ferro ne La figlia del Corsaro Verde, e Gianna Maria Canale per una volta non protagonista, ma ben calata nel personaggio.
Ricostruzione credibile dello scompiglio di un villaggio costiero all’assalto dei barbareschi.
La precisione si spinge fino ad usare effettivamente l’arabo per caratterizzare i pirati barbareschi.
L’impiego di un attore straniero che probabilmente ha anche problemi di lingua rende il presonaggio del rinnegato quantomeno stanco.
Il volersi avvicinare in ogni modo ai lustrini di Hollywood porta all’inserimento di scene di spettacolo particolarmente patetiche come quelle della ballerina.
L’eroe racconta una storia che abbiamo già letto tante volte, soprattutto per i colorati pirati di Salgari, l’eterna vittima di arrembaggi cinematografici italiani, non sempre riusciti. A lui si aggiungono anche le avventure di Sindbad colte di striscio a loro volta.
Dopo la scoperta della verità l’eroe buono, rosso, si scontra con il cattivo, rigorosamente nero.
Il duello articolato e spettacolare nell’intento, pesca di nuovo nella tradizione di Hollywood, da quella del western su fino al Captain Blood di Curtiz (duello Flynn e Rathbone sulla spiaggia).
L’avventuriero (The Rover)
1967 Italia Regia di Terence Young
Sceneggiatura di Jo Eisinger e Luciano Vincenzoni dall’omonimo romanzo di J. Conrad
Fotografia di Leonida Barboni
Musiche di Ennio Morricone
Scenografia di Gianni Polidori
Montaggio di Giancarlo Cappelli
Produzione Alberto Bini (Arco Film) e Selmur Prod. Londra
Anthony Quinn (Jean Peyrol); Rosanna Schiaffino (Arlette); Rita Hayworth (Caterina); Anthony Dawson (Ammiraglio inglese); Franco Fantasia (Ammiraglio francese); Ivo Garrani (Scevola); Richard Johnson (Tenente Georges Real).
Gli anni ‘60 portano a una nuova concezione del cinema che in Europa investe tutta la produzione, anche quella dei film d’avventura, ex B-movie, mentre in USA tocca solo le grandi produzioni di soggetto e ambientazione moderni.
I titoli sono scarni, la musica ha perso la maestosità in favore di una malinconia quasi intimista, come a sottolineare che si parlerà di persone, sentimenti e azioni non di grandi cose.
Ci si occupa della grandezza degli umili, proprio passando attraverso un celebre romanzo di Joseph Conrad, lasciando in pace per una volta Salgari e stanchi trionfalismi.
Il film cerca di sottolineare e valorizzare l’esperienza infusa da Conrad nella storia, e soprattutto le problematiche dei personaggi.
Niente più swashbuckling, ma solo un’azione scarna che cerca di essere aderente alla realtà.
Il regista è lo stesso dei contemporanei 007, capace di dar corpo all’azione, in contrasto con la flemma e il pudore dei vari personaggi descritti.
Nella scena iniziale il protagonista viene presentato e delineato come eroe nell’epica della sua umanità ed esperienza.
La precisione della regia, della sceneggiatura, nella scelta dei costumi, nello svolgimento dell’azione, nel dettaglio storico è tipicamente italiana ed europea.
Di fondo permane la visione eroica della vita di mare come specchio generale della vita che pone la persona davanti a se stessa e ad un’analisi dei valori.
Conrad stesso si basa su fatti veri e su analisi intimistiche dei suoi personaggi, a volte delineati da semplici frasi messe a caso/ad arte nel testo.
L’isola della violenza (Heros Island)
1962 USA Regia di Leslie Stevens
Soggetto e sceneggiatura di Leslie Stevens
Montaggio di Richard Brockway
Fotografia di Ted McCord
Produzione Daystar Portland Production
James Mason, Kate Manx, Neville Brand, Rip Torn.
Altro prodotto tipico degli anni ‘60; colto, con la semplice ma efficace pretesa di aderenza alla storia e alla realtà.
Non ci si lasci ingannare dalla produzione e dall’ambientazione del film che è in realtà realizzato da attori britannici, soprattutto James Mason, ideatore della storia e curatore non accreditato della sceneggiatura oltre che autore della scelta dei comprimari.
Infatti il film se fu accettato dalla critica, fu boicottato in America e quindi maldistribuito anche in Europa.
La trama è semplice, didascalica, con l’intento di raccontare una storia di pirati nella sua reale semplicità e nelle sue miserie.
Paesaggio minimale ma realistico, costumi semplici ma attinenti (giustamente per una volta gli stessi dall’inizio alla fine), realtà storica talmente precisa da infastidire.
Venne realizzato in due settimane di lavorazione sull’isola di Catalina, grazie all’impegno degli attori e della troupe.
Si tratta della storia di una famiglia di servi a contratto vincolato, liberati, che ottengono in dono un pezzo di terra che scoprono già occupata da altri diseredati che vi si sono insediati per vivere di pesca.
La donna esprime il desiderio di avere una croce essendo parte di quegli schiavi/servi a contratto vincolato, venduti a causa del differente credo religioso/politico. Eloquente il testo che segue.
L’azione precipita dopo che i coloni hanno salvato un naufrago che altri non è se non Stede Bonnet, braccio destro di Barbanera.
La donna - non essendo una prostituta, ma regolarmente sposata - viene trattata come un personaggio raro alle colonie in quanto tale e in quanto capace di leggere. (in odore quasi di stregoneria). E’ al suo personaggio e ai suoi dialoghi che è affidato il messaggio della storia del cosiddetto “indentatus” e del destino dei servi a contratto vincolato.
La storia precipita nel conflitto aperto tra le due parti interessate a sopravvivere sull’isola, con l’intervento di un langravio privo di scrupoli, filibustiere egli stesso.
A questo punto Bonnet/Mason interviene con un impatto tipicamente shakesperiano che riassume una volta di più la situazione dei diseredati alle colonie e nobilita un personaggio particolarmente sfortunato della storia della pirateria.
La Tigre dei Sette Mari
1962 Italia Regia di Luigi Capuano
Soggetto di Nino Battiferri
Sceneggiatura di Luigi Capuano, Arpad de Riso, Ottavio Poggi
Fotografia di Alvaro Mancori
Musiche di Carlo Rustichelli
Scenografia di Amedeo Mellone
Produzione Liber
Gianna Maria Canale (Consuelo); Anthony Steel (William); Andrea Aureli, Giulio Battiferri, Sal Borgese, Ernesto Calindri, Grazia Maria Spina, Pasquale de Filippo, Romano Giomini, Renato Izzo, John Kitzmiller, Carlo Ninchi, Carlo Pisacane, Mazzareno Zamperla.
Continua ad essere il prodotto tipico di Cinecittà, in cui si riciclano colonna sonora, navi, costumi, personaggi, attori e comparse.
E’ il solito buon prodotto ben confezionato, con il protagonista straniero/esotico, legnoso forse a causa dei problemi di lingua.
L’eroina della storia imbalsamata nel ruolo che il cinema le ha confezionato porta avanti il discorso che le donne pirata devono innamorarsi e mettersi sotto la protezione di un uomo per poter sopravviere con buona pace della morale comune.
E’ interessante perché verrà in buona parte ricopiato oltre trent’anni dopo in un film che sarà un tributo a tutto il genere (Corsari/Cutthroat Island, Renny Harlin, 1995).
Tuttavia il personaggio ha un certo spessore che precorre i tempi, ed è contornato da buoni attori e mestieranti inseriti in una trama che risente ancora del romanticismo da romanzo salgariano.
Tra i personaggi minori usciti dal teatro ci sono un bell’interevento di Ernesto Calindri con a fianco Grazia Maria Spina.
Ci sono timidi intenti di discorsi sociali e umanitari destinati a perdersi nel genere che diventa fuori moda e anacronistico.
I richiami al grande cinema di Curtiz continuano ad apparire ma sempre più diluiti.
Corsari (Cutthroat Island)
1995 USA Regia di Renny Harlin
Soggetto di Bruce A. Evans, Michael Frost Beckner, James Gorman
Sceneggiatura di Robert King e Marc Norman
Fotografia di Peter Levy
Musiche di John Debney
Montaggio di Frank J. Uroste e Ralph E. Winters
Scenografia di Norman Garwood
Effetti di Jeffrey A. Okun
Produzione Carolco/Forge
Geena Davis (Morgan Adams); Matthew Modine (William Shaw); Maury Chaykin (John Reed); Frank Langella (Dawg Adams); Paul Dillon (Snelgrave); Stan Shaw (Glasspoole); Rex Linn (Blair); Patrick Malahide (Ainslee); Chris Masterson (Bowen); Jimmie F. Skaggs (Skully).
E’ un tripudio di omaggi al cinema specifico del genere, da Curtiz e Flynn fino alla Canale e al B-Movie di Cinecittà.
Non c’è alcun intento di sottofondo se non ricreare, a distanza di tanto tempo, un capolavoro dell’avventura, grazie alla mano di un grande regista del genere, Harlin, che firma tra l’altro la serie Die Hard con Bruce Willis.
La protagonista mantiene l’aspetto del clichè classico, ma finalmente è sporca, spettinata e veste panni comodi, si muove spigliata in quel mondo di cui è orgogliosamente figlia.
I richiami alla letteratura oltre che al cinema di genere sono un omaggio dichiarato.
Nonostante la produzione USA il film è completamente europeo e per un buon 80% italiano.
A parte i protagonisti principali, comunque noti per non rientrare negli standar holliwoodiani, anzi per essere considerati eccentrici quando non apertamente ribelli, il resto del cast è ben radicato nella tradizone britannica.
E’ una raccolta di tutti i luoghi comuni sulla pirateria confezionato superbamente.
Dal momento che è stato realizzato in Europa con puntate in Tailandia, è stato snobbato e stroncato dalla critica soprattutto americana.
La sartoria Sabbatini, complice una sceneggiatura senza pause, ma anche senza smagliature nei dettagli, ha saccheggiato con gusto i quadri di Pyle e Schoonover.
L’avventura è portata ad un alto livello di perfezione, soprattutto grazie alla bravura di attori e personale di scena, con pochi interventi al computer.
I protagonisti hanno recitato tutti senza controfigure.
Scena del mercato degli schiavi, omaggio a Captain Blood, sdrammatizzata con raffinata ironia (riprende anche un esempio da Mandingo (Richard Fleischer, 1975).
L’arrampicata con caduta oltre le mura è un omaggio a Jackie Chan e al cinema di Hong Kong di cui riprende un altro film di pirateria.
La fuga spettacolare con la carrozza omaggia invece Il Corsaro della Giamaica (Swashbuckler, James Goldstone,1976), oggi introvabile. Infatti lo stesso protagonista porta il nome di William Shaw in memoria del compianto Robert Shaw, protagonista del precedente, che morì poco dopo il termine delle riprese dello stesso (Quanto al nome, William, se sommato alla trama, sembra piuttosto rifarsi al succitato La tigre dei sette mari, 1962, Regia di Luigi Capuano).
Le scene sono girate a Malta dove Mario Kassar, il produttore, aveva la più completa disponibilità di mezzi e luoghi.
Le scene alla taverna sono l’aggiornamento di quelle con Gianna Maria Canale succitate (i duelli e i movimenti seguono la stessa sceneggiatura). Anche qui la protagonista ha come guardia del corpo un pirata di colore, uno schiavo liberato.
Il cattivo interpretato da Frank Langella è un omaggio all’attore inglese Robert Newton, uno dei più grandi interpreti cinematografici di Long John Silver (L’isola del tesoro/Treasure Island, Byron Haskin, 1950)e Barbanera (Il pirata Barbanera /Blackbeard the Pirate, Raul Walsh, 1952).
La precisione anche nella scelta delle armi oltre che dei costumi è lodevole, forse la migliore mai messa in atto.
Persa ogni idealizzazione, in favore di precisione storica, la pellicola ha il proprio senso nella rinnovata voglia di fare, per una volta tanto, cinema spettacolare alla grande.
La perizia è incomparabile anche nella scena della tempesta, tipica, girata ai Pinewood Studios di Londra. (Il miglior studio attrezzato per modelli sia in grandezza naturale che modellini, specializzato a partire dalla fine degli anni ‘40).
(Da notare che nel 2000 è stato utilizzato per un prodotto dal risultato finale deteriore, La tempesta perfetta/The Perfect Storm, diretto da Wolfgang Petersen, con George Clooney), dove tuttavia le scene di tempesta sono veramente mozzafiato.
Da notare ancora la scimmietta, usata da Curtiz per Flynn in The Sea Hawk.
The Wrack of the Mary Deare (I giganti del mare)
1959 USA Regia di Michael Anderson
Soggetto di Eric Ambler, sceneggiato da Hammond Innes
Fotografia di Joseph Ruttenberg e Fred Young
Musica di George Duning
Produzione Blaustein, distribuito da MGM
Charlton Heston (John Sands); Gary Cooper (Gideon Patch); Michael Redgrave (Nyland); Emlyn Williams (Sir Wilfred Falcett); Cecil Parker (Chairman); Alexander Knox (Petrie); Virginia McKenna (janet Taggart); Richard Harris (Higgins).
Film dedicato a una storia di pirateria moderna che possiamo paragonare almeno nella scena della tempesta al precedente.
Infatti è stato girato negli stessi studi, con l’intervento attivo degli attori, tanto che Charlton Heston si fratturò una spalla durante le riprese.
La trama inizia con l’avvistamento da parte di un barchino del soccorso della Guardia Costiera di una nave alla deriva, che risulta essere carica di merci di valore, e gli uomini della guardia tentano di salire a bordo anche per intascare il congruo premio assicurativo ricavabile da simili operazioni.
Gary Cooper, al suo ultimo film, perché sarebbe morto di malattia di lì a poco, dovette soccorrere effettivamente Heston.
Le scene sono state sfruttate così come furono girate, senza poter essere ripetute.
Treasure Island (L’isola del tesoro)
1990 USA Regia di Frazer Heston
Sceneggiatura di Fraser Clarke Heston tratta dall’omonimo romanzo
Fotografia di Robert Steadman e Tony Westman
Musiche di Paddy Maloney
Montaggio di Eric Boyd-Perkins
Prodotto da Fraser Clarke Heston per Warner Bros.
Christian Bale (Jim Hawkins); Charlton Heston (Long John Silver); Oliver Reed (Bill Bones); Christopher Lee (Pew); Nicholas Amer (Ben Gunn); Julian Glover (Dr. Livesey); Richard Johnson (Esquire Trelawney); Clive Wood (Alexander Smollett).
Ultimo esempio in ordine di tempo di versione cinematografica della storia di pirateria più classica, vede all’opera Heston, sotto la direzione del figlio, ma anche in questo caso, nonostante il prodotto sia americano nominalmente, è realizzato tutto in Europa, e di conseguenza bersagliato dalla critica americana.
Heston ha il supporto di altri grandi del cinema britannico, come Oliver Reed nella parte del capitano Bill Bones, e di Christopher Lee nel ruolo di Pew il Cieco.
La stessa musica è composta da brani dell’epoca recuperati da un complesso irlandese specializzato nel genere, il cui supporto è di grande impatto.
Nonostante il film sia stato realizzato nel 1990 si avvale di supporti tradizionali e anche in questo caso gli interventi al computer sono minimi e di semplice ritocco finale in sede di montaggio.
L’arrivo di Bones alla Taverna dell’Ammiraglio Benbow, autenticamente cupo, con l’utilizzo di slang e dialetti dell’epoca.
(Da notare che il vecchio capitano chiama matie il giovane Hawkins, dettaglio che si riallaccia all’abitudine del matelotage di cui il termine è un’abbreviazione inglese).
La scena della consegna del marchio nero è un pezzo di bravura di Oliver Reed.
E’ seguita dall’assalto della vecchia ciurma di Flint alla ricerca della mappa dell’isola del tesoro, guidata dal cieco e perverso Pew.
Charlton Heston interpreta ovviamente il pezzo più difficile, l’ambiguo e sempre affascinante Long John Silver.
La nave usata come Hispaniola è una copia del Bounty, fornita dalla società britannica che si occupa della storia della nave stessa.
Anche in questo caso la precisione di costumi, gergo, azioni, oggetti, e così via è notevole, curata al meglio.
La scena al fortino di Flint nell’isola del tesoro. E’ un pezzo di bravura quanto a coordinazione, affiatamento erecitazione da parte di tutti gli attori coinvolti. Fu girato in Giamaica.
Il linguaggio gergale è naturalmente crudo e curato fino alla sgradevolezza.
In italiano il libro passa erroneamente per opera dedicata ai ragazzi, perché viene normalmente edulcorato nelle traduzioni. Lo stesso accade per questo film, nato per poter passare anche in TV, dove la versione italiana è più breve di mezz’ora rispetto all’originale, così come accade nei vhs britannici.
E’ notevole la precisione di ogni dettaglio, soprattutto le armi, il loro caricamento, la concitazione e la paura delle scene dell’assalto, il linguaggio usato.
Pyle e Schoonover vengono ampiamente sfruttati.
Balza evidente la grande differenza tra il cinema del genere europeo - o comunque legato alla scuola britannica - e quello americano, anche quando la pirateria perde la sua utilità come mezzo di propaganda di idee.
A conclusione la scena dell’arenamento dell’Hispaniola, ben diretto in Inghilterra.
Jim Hawkins si scontra in questo punto della storia con il capo cannoniere Israel Hands, personaggio realmente esistito, poiché fu il cannoniere di Barbanera, storpiato dallo stesso durante un’ubriacatura.
La fuga di Long John Silver, aiutato dal ritrovato Ben Gunn è di nuovo un pezzo di bravura da parte di Heston, che ormai ottantenne, recita magnificamente simulando una gamba sola.
Di Silver non ne abbiamo saputo più nulla.
Quel formidabile marinaio con una gamba sola è scomparso finalmente dall’orizzonte della mia vita…. Nemmeno trascinatovi per forza ritornerei in quell’isola maledetta, e il mio peggior incubo è quello del rumore dei marosi che si frangono contro le sue coste…
Informazioni di supporto
(Glossario in ordine alfabetico)
CHRISTIAN BALE - (Christian Charles -Morgan - Philip Bale, n. 30/1/1974). Figlio di una coppia che viaggia per lavoro, Christian appare in tv fin dall’infanzia, scoprendo ai tempi della scuola anche una certa passione per il teatro. Dopo una serie di brevi apparizioni, nel 1987 viene raccomandato a Steven Spielberg per il ruolo di protagonista nel film L’impero del sole/The Empire of the Sun, per la cui interpretazione riceverà un prestigioso premio in Gran Bretagna, creato apposta per lui. Le successive apparizioni cinematografiche confermano sempre più le sue capacità e la passione con cui Bale si dedica a interpretare personaggi sempre diversi; American Psycho, Mary Harron, 1999; Batman Begins, Christopher Nolan, 2005.
EVA BARTOK - Originaria di Budapest, debuttò nel 1947 in ruoli di bella dama da cui non si discostò mai, pur lavorando in produzioni cinematografiche di parecchi paesi. La sua più celebre interpretazione è quella accanto a Burt Lancaster ne “Il corsaro dell’isola verde” (The Crimson Pirate)