Scrivo anch’io! – Il turpiloquio nei serial, approccio alla traduzione 07/05/2009
Posted by Antonio in Cinema e TV, Doppiaggio, Libri, Scrivo anch'io!, TV ITA.trackback
Per lo spazio “Scrivo anch’io!” (leggete qui tutte le istruzioni per partecipare anche voi), dopo i numerosi consensi raccolti dal pezzo di Marta sul doppiaggio italiano della sit-com The Big Bang Theory, vi propongo un’originale tesi sulla traduzione del turpiloquio nel serial televisivo scritta nel dicembre 2008 da Alessio Bona, studente al corso di mediazione lingusitica e culturale presso l’Università degli Studi di Milano. La prima parte della tesi e il secondo paragrafo della terza sono dedicate alla specificità del serial e della sua traduzione, il resto è dedicato al turpiloquio; le note esplicative di ciascun paragrafo (indicate con un numero tra parentesi) sono raccolte alla fine del paragrafo stesso.
Per chi volesse scaricare la tesi in formato PDF (con una bibliografia e sitografia completa sull’argomento) può cliccare qui (link esterno, dal blog “Parolacce” di Vito Tartamella).
Il turpiloquio nei serial – Approccio alla traduzione
Introduzione
Questa tesi nasce da una questione pratica: la traduzione dei dialoghi della serie televisiva spagnola Los hombres de Paco. Considero questa serie un ottimo prodotto audiovisivo e mi sarebbe piaciuto tradurne i dialoghi per permettere anche ad amici non ispanofoni di gustarne qualche puntata.
Tradurre una serie culturalmente così densa di ispanicità poneva molte problematiche traduttologiche. Nella ricerca di soluzioni soddisfacenti si rivelarono preziose le analisi incontrate in testi specialistici di traduzione
cinematografica.
Mi accorsi tuttavia che restava del tutto scoperta una delle questioni più delicate: la traduzione del turpiloquio. I pochi questionamenti trovati in letteratura riguardavano casi estremamente specifici di cui si proponevano solo possibili scelte traduttive, senza un’analisi del fenomeno. Spesso si trovano critiche di traduzioni, perlopiù datate, che sottolineano l’artificiosità e aulicità del “doppiaggese”. Oppure in qualche testo l’autore lamenta la mancanza di studi dedicati al turpiloquio o ne suggerisce l’utilità. La medesima situazione si incontra spostandosi dalla traduttologia alla linguistica: quasi nessun autore si impegna in un’analisi approfondita.
Durante la ricerca appena descritta notai poco a poco un’uniformità nelle analisi di traduzioni audiovisive e nei testi teorici dedicati: si trattava quasi esclusivamente di traduzione cinematografica.
E’ mia opinione che non si possa affrontare una traduzione senza considerare la specificità del testo e senza un’approfondita indagine dei contenuti, ho quindideciso di dedicarmi a queste tematiche.
La specificità del genere fiction e del sottogenere della fiction seriale per la televisione, nel panorama italiano ed europeo, sarà l’argomento del primo capitolo. L’analisi dei media e dei loro effetti implica una presa di posizione
anche solo nella scelta del taglio d’indagine. Nel tentativo di limitare il mio giudizio personale ho tentato di assumere i valori esplicitamente proposti dalla Comunità Europea, e dagli stati membri, come indicazioni sugli obiettivi da
perseguire.La qualità della televisione e dei suoi contenuti, come questi influenzino la società e come possano o debbano le istituzioni controllarne l’operato costituiscono problematiche parallele, considerate ma non sviluppate in questa tesi.
Il secondo capitolo affronterà il tema più ampio e fino a oggi meno trattato: il turpiloquio. Il linguaggio osceno è stato oggetto del contendere in molte diatribe d’ordine morale e voci anche illustri si sono alzate per condannarne o difenderne l’uso. Non intendo in questa sede prender parte al dibattito. Non credo sia compito dello studioso condannare o difendere un comportamento sociale, quanto piuttosto cercare di comprenderne le cause, il funzionamento e semmai tentare di prevederne le conseguenze.
Lo studio del turpiloquio non solo permette un’analisi del rapporto tra lingua e parlante ma implica un’approfondimento d’ordine sociologico, psicologico e neurologico che si rivela stimolante per ognuna di queste discipline.
La scarsità di studi sul tema mi ha costretto a dedicare un vasto spazio alla trattazione di questo argomento. Ho cercato in ogni modo di essere sintetico e soprattutto di limitarmi a considerazioni che fossero utili all’elaborazione di strategie traduttive.
Il terzo capitolo vuole analizzare come le specificità del turpiloquio e del serial possano e debbano influenzare il processo traduttivo. Dopo averle affrontate separatamente si metteranno in relazione le distinte influenze per cercare di cogliere le problematiche e potenzialità inedite che caratterizzano la traduzione del turpiloquio nel serial.
1. Il Serial
“Questa nostra società variamente descritta, e
giustificata, come postmoderna, poststorica,
neobarocca, spettacolare, video-visiva, virtuale, vive
sulla citazione.
La citazione è insieme lo strumento e la nota
dominante della società della sostituzione: in
un’epoca dove tutto è già stato detto, tutto è già
stato visto non ci resta che procedere nella
combinazione di nuove figure, assemblando
spezzoni di frasi e di sequenze.
Questo è ciò che, nel profondo, fanno i telefilm. Ci
restituiscono persino una coscienza
metalinguistica.”
Aldo Grasso
Buona Maestra Televisione
1.1 La fiction
Il termine inglese si riferisce a un’opera letteraria, radiofonica, cinematografica o televisiva nella quale sia prevalente un aspetto di finzione. Si è diffuso negli anni ottanta in concomitanza con l’apertura a reti private del settore televisivo europeo, fino a diventare termine d’uso comune negli anni novanta.
La maggioranza degli studiosi sostiene che “L’offerta della neotelevisione (1) può essere schematizzata in tre grandi aree: l’informazione, la fiction e l’intrattenimento” sebbene “i tre macrogeneri (2) non sono tra loro impermeabili,
ma hanno ampie zone d’intersezione” (Battocchio 2003: 88).
Contrapporre la fiction al fact per quanto riguarda il diretto rapporto con la realtà apre polemiche irrisolvibili.
Credo sia quindi più interessante adottare l’interpretazione di genere incentratasul rapporto con lo spettatore (3), di definirlo quindi non tanto in base al contenuto quanto per ciò che promette. Mi rifaccio qui all’analisi di François Jost (in Grasso e Scaglioni 2003: 95), secondo cui il genere produrrebbe un orizzonte di attesa nello spettatore, identificando tre tipi di “promesse” o, meglio, modi d’enunciazione (che riguardano il rapporto tra il testo e il mondo reale): autentificante, finzionale e ludico. Il modo d’enunciazione finzionale è: “la promessa di quei programmi che mirano a costruire un mondo narrativo autonomo da quello in cui viviamo, indipendentemente dal tipo di relazione che questo mondo possibile abbia col nostro (di rassomiglianza, di verosimiglianza, oppure di totale differenza, come per esempio accade in una fiction fantastica). È la promessa tipica dei programmi di fiction” (Grasso e Scaglioni 2003: 95).
Ritengo importante la definizione di fiction come “mondo narrativo autonomo” per poterla porre in antitesi alla “finestra sul mondo” (4) in una scala di genere e non di validità contenutistica. La scala di autenticità del contenuto di un’enunciazione autentificante (ovvero che promette allo spettatore un’informazione sul mondo reale) non ha come valori estremi “realtà” e “fiction”, bensì “realtà” e “non realtà”.
Un telegiornale che trasmetta il rifacimento di un accadimento proponendolo come autentico starà mentendo sul tipo di enunciazione, ma non è detto che tradisca il compito d’informazione che l’enunciazione autentificante
presupporrebbe. Viceversa un conduttore potrebbe dare una lettura consapevolmente distorcente della realtà, e quindi mancare alla promessa di genere, senza per questo trasformarsi in attore finzionale. L’elemento mancante
in entrambi i casi sarebbe proprio l’orizzonte d’attesa dello spettatore.
Questa premessa non vuole sottrarre la fiction alla diatriba sull’immaginario televisivo, sulla distorsione che la televisione è in grado di esercitare sulla nostra comprensione del mondo. Serve invece a sottolineare la sua natura peculiare, a porla come oggetto d’analisi singolare e non confondibile nel flusso della proposta televisiva.Paragonando la televisione a un’idra Winckler scrive:
“La télévision est une hydre à trois têtes. L’une de ses bouches déverse sur le spectateur un flot de paroles et de discours bruts, démonstratifs, manipulateurs: de la vente en direct à la diatribe idéologique en passant par les jeux de masse, les débats de société et les pugilats de salon. La seconde tente ou feint d’expliquer le monde dans des émissions d’information, des documentaires, des témoignages. La troisième crache des fictions. Les discours manipulateurs se défendent de l’être. Les émissions d’information clament leur objectivité. Les fictions savent qu’elles agissent sur les sentiments en travaillant du faux pour produire du vrai. [...] elles luttent sans relâche pour devenir meilleures, avec humour et dignité. Et pour rendre le monde meilleur en retour.” (Winckler 2002: 63)
Pare quindi che la “cattiva maestra” (5) sia in realtà una “cattiva scuola”, dove ogni “consiglio di classe” meriti un giudizio autonomo.
La fiction resta ancora un macrogenere molto vasto ma possiamo trovare un’altra sua caratteristica fondamentale nel basarsi sullo storytelling, ovvero sulla presenza di un racconto. “Attività profondamente radicata nella storia dell’umanità, la narrazione risponde a bisogni altrettanto profondi: evasione dal quotidiano, ma anche e soprattutto organizzazione, interpretazione, comprensione dello stesso” (Giorni 2006: 236).
Nel suo raccontare raccoglie le tre funzioni che Casetti e Di Chio (1998: 264-267) segnalano come basilari della televisione: funzione affabulatoria (basata su bisogni e desideri emotivi del pubblico), ritualizzante (sincronizzazione di discorsi, comportamenti, paradigmi) e naturalmente bardica (registrare e restituire storie e questionamenti della società).
La quarta funzione che gli autori rilevano è quella modellizzante, ovvero la costruzione di exempla “da imitare”, “canoni di come ‘è’ il mondo e di come bisogna ’stare’ al mondo” (Casetti e Di Chio 1998: 267), ma qui la fiction mostra un altro segno distintivo: la coscienza metalinguistica.
“Essa si carica anzi di un particolare valore ‘metalinguistico’, ponendosi comevero e proprio paradigma del funzionamento comunicativo del medium anche – e soprattutto – nell’epoca definita della reality television.” (Giorni 2006: 230) Il carattere metatestuale è dato dalla possibilità di riflettere sulla fiction e sulla realtà senza per questo confondere i due contesti. Il narrato resta quindi strumento prezioso di comprensione e critica del reale proprio in virtù della loro separazione.
Risulta spontanea la distinzione perché la fiction si inserisce nella tradizione del racconto (della favola come del mito) che da sempre accompagna le storia dell’uomo. Quest’ancestrale capacità discernitiva è seriamente insidiata, soprattutto in pubblici giovani, dalla reality television. Chissà si abbia nella fiction la possibilità per mantenerla e svilupparla.
1.2 La fiction seriale
Abbiamo detto che con fiction si intende ogni prodotto di finzione, quindi anche cinematografico, radiofonico etc. Il sottogenere che qui si vuole analizzare è quello del serial, ovvero un prodotto di fiction “suddiviso in puntate, cioè segmenti narrativi aperti con sviluppo cronologico delle vicende, e che prevede uno sviluppo lineare del tempo” (Grasso e Scaglioni 2003: 134). Suoi parenti stretti sono la serie (che è suddivisa in episodi, quindi manca uno sviluppo cronologico delle vicende) e la miniserie (in cui lo sviluppo narrativo è breve perché si articola in 2-6 puntate). Il serial televisivo è quindi un’unica storia, in cui si possono intrecciare vicende di diversi personaggi, che possono anche cambiare di generazione (in tal caso si parla di saga). Ulteriori distinzioni si possono tracciare in base alla lunghezza della serie (media o lunga serialità) e alla presenza o meno di una conclusione delle vicende narrate (serial chiuso o aperto).
Naturalmente è sempre difficile inscrivere la singola opera in un solo genere, troveremo quindi ogni prodotto più o meno simile ai suddetti archetipi. Molti serial oggi si situano a metà strada tra divisione per puntate o episodi, troveremo quindi vicende che si concludono nel singolo segmento narrativo convivere con intrecci di più lungo sviluppo. Prenderemo da ora in avanti in considerazione come serial anche testi in cui convivano dimensioni episodiche, purché vi sia uno sviluppo cronologico rilevante. Saremmo tentati di fare un parallelismo tra letteratura e cinematografia definendo il serial per il cinema come il feuilleton per il romanzo. Il paragone col feuilleton
risulterebbe calzante perché le modalità narrative di Dawson’s Creek devono tanto alla narrazione ottocentesca quanto alle saghe epiche. L’errore starebbe piuttosto nel paragonare il serial al cinema e nel considerarlo un “film a puntate”.
Questo abbaglio tipicamente italiano condanna il serial come versione industriale dell’arte cinematografica e lo lascia in balia di considerazioni commerciali, non critiche, alla stregua di una merce qualsiasi. In parte a ciò si deve la situazione italiana, che prenderemo in considerazione nel prossimo paragrafo.
Aldo Grasso afferma entusiasta che “il telefilm è arte” (Grasso 2007: 239), rifacendosi alla celebre definizione di Adorno per cui “arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità”, ma definire il contenuto artistico supera le
aspirazioni di questa ricerca. Quello che si può con certezza affermare è che la critica non lo considera tale (con rarissime eccezioni) e che questo si deve al medium (la televisione) ma soprattutto alla mancanza dell’artista: l’Autore. Ci sono eccezioni (come Twin Peaks di Lynch) , ma in genere la responsabilità creativa è corale, rimessa a équipes guidate da executive producers.
L’attenzione che gli è stata prestata, in tempi recenti, si deve alla crescita d’un pubblico sempre più vasto e fidelizzato. L’entusiasmo dimostrato dagli appassionati (che per molti prodotti appartengono a un pubblico di scala mondiale) pare aver contagiato anche alcuni critici.
Romagnoli ad esempio commenta:
“Eravamo (più o meno tutti) così impegnati a parlar male della televisione che non ci siamo accorti di quanto fosse (almeno in parte) diventata bella. La «meglio tv» è rappresentata dalle lunghe serialità americane. Più del
cinema, a volte perfino più della letteratura contemporanea, sanno raccontare la realtà, ne colgono le novità, divertono e, al tempo stesso, affrontano temi alti che nessun talk show affollato di esperti discuterebbe per paura dell’audience. Invece, catturano pure quella, perfino in Italia”
(Romagnoli 2004).
Anche Grasso non lesina lodi: “Non c’è mai stata una tv tanto vitale, intelligente e ricca di risonanze metaforiche e letterarie come l’attuale. Sembra quasi un paradosso ma spesso si fa fatica a trovare un romanzo moderno o un film che sia più interessante di un buon telefilm” (Grasso 2007: 5). C’è da sottolineare che l’entusiasmo si riferisce quasi sempre ai serial americani, raramente a quelli europei e quasi mai a quelli italiani.
Il monopolio americano nell’esportazione di fiction seriale è a oggi ancora indiscusso, con conseguenze importanti sul piano economico come su quello culturale. L’Europa, da quando è uscita dalla Seconda guerra mondiale a oggi, ha importato quantità enormi di opere statunitensi, agevolata in principio dai finanziamenti del piano Marshall (che prevedeva si spendesse parte delle sovvenzioni proprio nell’aquisto di opere cinematografiche). Da un punto di vista sociologico si è parlato di “colonialismo culturale”, intendendo definire come aggressivo e interessato l’insinuarsi dei modelli culturali americani nell’immaginario collettivo dei popoli europei. Se per le case produttrici d’oltre oceano si tratta d’un ottimo affare, per l’arte e la cultura europea si rivela un grave pericolo (senza voler essere allarmisti o “apocalittici”).
Analizzare questo genere d’influssi e calcolarne i possibili danni è difficile ed è forse impossibile trovarvisi concordi, ma rilevare la distorsione dell’immaginario iconico popolare è alla portata di tutti. Per dirla con Costanzo: “la fiction seriale: il genere televisivo sul quale si forma l’immaginario di una generazione, quello che più di ogni altro crea comuni valori, comuni riferimenti culturali, un gergo comune. ” (Costanzo e Morandi 2003: 11).
Oppure possiamo sposare letture più articolate:
“Es un hecho frecuentemente aceptado que la televisión influye en la elaboración de imaginarios de la audiencia. No se trata de un modelo lineal causa-efecto, sino que los discursos mediáticos proponen lecturas de la realidad que pueden orientar, influir, modificar o normativizar los comportamientos de las audiencias. Sin embargo, el hecho de que no se trate de un efecto directo no modifica la potencialidad de que están dotados los mensajes que se transmiten a través de los medios de comunicación. En este sentido, se pueden mencionar aquí las conclusiones que ofrece Galán, citando un estudio realizado en Venezuela sobre la televisión: la audiencia, voluntaria o involuntariamente, integra esquemas cognitivos y emocionales que se pueden sintetizar en:
1. Modelos humanos para la construcción de la identidad.
2. Formas de interacción social.
3. Dinámicas vitales.
4. Líneas éticas.
5. Planteamientos socio-políticos
(Galán, 2007:77-78 in Menéndez Menéndez 2008: 29)
Vedremo nel prossimo paragrafo come contesti e modalità d’uso possano rendere tale fenomeno un pericolo o un’opportunità.
Occorre invece analizzare un’altra dimensione di rapporto tra televisione e realtà: quella cronologica.
Uno dei capi d’accusa più volte imputati al mezzo televisivo è quello di essere presentista, ovvero di appiattire la percezione temporale nel singolo istante di fruizione, “fino a ritenerlo il principale responsabile dello schiacciamento sul presente che, ad esempio, caratterizza gli a-storici orientamenti temporali delle odierne culture giovanili”. (Buonanno 2004: 18)
“Newcomb sosteneva che la fiction può essere storica in diversi, insospettabili modi. Ad esempio, attraverso la lunga durata e la temporalità evolutiva dei serial, che dispiegandosi per anni costruiscono non soltanto la propria storia ma captano e memorizzano la storia sociale, mentre parallelamente trascorre il tempo della vita degli spettatori; oppure, grazie alle trasformazioni dei generi testimoniate dalla coesistenza, nei palinsesti televisivi, di programmi vecchi e nuovi in un costante confronto tra il passato e il presente; o quando si ispira a personaggi realmente vissuti, a eventi realmente accaduti. E ancora, la fiction è storica quando racconta storie, reali o immaginate, ambientate in qualche periodo del passato più o meno prossimo o remoto.” (Buonanno 2004: 18)
Possiamo allora concludere attribuendo al serial una capacità di profonda influenza socio-culturale e una funzione di compensazione del “presentismo” televisivo. Andiamo ora a vedere come questo prodotto s’incastri nel puzzle
europeo.
1.3 Il serial in Europa
Il 3 ottobre 1989 viene gettata la ” pietra angolare della politica audiovisiva dell’Unione europea” ovvero la direttiva 89/552/CEE, più famosa come direttiva “Televisione senza frontiere” (TSF).
“Due i principi fondamentali: la libera circolazione dei programmi televisiviprotezione dei minori e il diritto di rettifica” (http://europa.eu/scadplus/leg/it/lvb/l24101.htm).
Modificata nel 1997 (97/36/CE), è oggetto di un progetto di revisione dal 2001, è stata aperta una consultazione pubblica nel 2003, gruppi di riflessione si sono riuniti nel 2004 e nel 2005, fino alla nuova revisione presentata nel dicembre 2007 (Direttiva 97/36/CE ).
Cercare di tracciare un panorama completo e diacronico della fiction europea non rientra nelle mie possibilità. L’UE produce relazioni sull’applicazione delle direttive e sull’evolversi di leggi e mercati. L’ osservatorio sulla Fiction Italiana (OFI) pubblica resoconti annuali sulla situazione italiana (18 libri a oggi) ed europea (9 libri), a cura della dottoressa Milly Buonanno.
Un riassunto molto sintetico ma interessante sull’attuazione della TSF è stato dato proprio dalla professoressa Buonanno in occasione del Workshop nazionale di Napoli (14 marzo 2002) organizzato dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCom). In questa relazione l’industria europea risultava rafforzata, mentre lo stimolo alla produzione indipendente e la competitività coi prodotti d’oltre oceano erano obiettivi solo parzialmente raggiunti. Purtroppo il favorimento della circolazione di prodotti audiovisivi entro e attraverso l’Europa era invece lontano, unico degli obiettivi fissati dagli art. 4 e 5 a meritare un secco “non raggiunto” (http://www.agcom.it/eventi/14marzo2002.htm).
Il 2008 è stato proclamato «Anno europeo del dialogo interculturale», con l’obiettivo di gettare le basi di iniziative strategiche europee a lungo termine, destinate a continuare dopo il 2008. L’anno europeo esprime inoltre l’incidenza della nuova agenda europea della cultura nell’era della globalizzazione, la cui attività a favore della diversità culturale e del dialogo interculturale costituisce uno dei tre obiettivi principali (http://europa.eu/generalreport/it/2007/rg55.htm).
Ci interroghiamo qui sul ruolo che possa ricoprire il serial nell’ambito di questi ambiziosi progetti, se possa far parte delle strategie di incentivo al dialogo europeo. Il luogo comune vuole che nel nostro “villagio globale” le distanze si siano accorciate, quando sarebbe più giusto dire che si sono modificate, quantitativamente e qualitativamente. Se questa rettifica è importante per europei nell’ambito del mercato interno e l’obbligo, per le reti televisive, di riservare, qualora possibile, più della metà del tempo di trasmissione ad opere europee (“quote di diffusione”). La direttiva TSF si prefigge del pari di tutelare alcuni obiettivi importanti d’interesse pubblico quali la diversità culturale, la quanto riguarda gli spazi fisici, diventa fondamentale per la comprensione degli spazi culturali. Prender atto della distorta geografia culturale è alla portata di tutti. Prendiamo una qualsiasi classe di liceali e chiediamo loro come funziona un college americano: come sono strutturati i corsi, con che scala vengono dati i voti, che attività extracurricolari sono più comuni e via discorrendo.
Sicuramente molti di loro saranno almeno convinti di conoscere le risposte (che poi coincidano con l’effettivo assetto scolastico maggioritario in USA è discorso a sè stante).
Un analogo questionare sulla scuola francese, spagnola, tedesca, portoghese non otterrebbe risultati paragonabili; ed eventuali competenze sarebbero da ascrivere a eccezioni biografiche.
Costatazioni analoghe possono esser fatte per molti ambienti sociali, oltre a quello scolastico, quali: ospedali, commissariati, tribunali, carceri, etcetera. Le distanze son tanto distorte da trasformare realtà lontane in archetipi nostrani.
Luca Enoch, famoso sceneggiatore e disegnatore di fumetti, racconta in un’intervista il rapporto tra il narratore italiano e l’immaginario collettivo:
“Se io disegnassi una periferia romana, o un centro storico padovano, o un cavalcavia milanese e li inserissi in un’ambientazione delocalizzata, senza coordinate, il lettore probabilmente riconoscerebbe la propria città o si chiederebbe: in che città siamo? ma non leggerebbe la pura funzionalità della zona urbana. Non direbbe: “ah si, questo è il centro” o “questa è una periferia degradata”.
Se il mio scopo è un riconoscimento immediato, istintivo e non riflesso devo illustrare un ambiente che riconduca all’immaginario urbano collettivo. [...]
Quindi le periferie diventano slums, il centro va riempito di grattacieli dalle pareti a specchio, i poliziotti devono avere il cappello a cinque punte, ecc..
Il nostro immaginario (riferendosi alle generazioni fino ai 40 anni ndr) è basato su un bagaglio culturale principalmente televisivo (si sta trattando di immaginario visivo ndr), quasi totalmente di produzione statunitense, e soprattutto composto da telefilm.
Se disegnassi un poliziotto francese non tutti ne riconoscerebbero il ruolo, e nel caso ci riescano ne identificherebbero la nazionalità, mentre un poliziotto statunitense è Il Poliziotto per antonomasia.
Se il mio personaggio finisce davanti ad un giudice lo chiamerà “Vostro onore” e per tutti sarà una cosa normale così come sarà normale che quel giudice indossi la parrucca incipriata.”
(rilasciata a Bona e Leder nell’ottobre 2005)
Questa situazione, apparentemente paradossale, è dovuta alle generazioni di personaggi televisivi esteri con cui i telespettatori nostrani s’identificano quotidianamente, ed è un fenomeno potenzialmente in crescita date le fasce d’ascolto interessate: “Sebbene alcuni studenti raccontino la fruizione attenta di alcuni programmi domestici, sono soprattutto le serie statunitensi - tra cui spiccano Streghe, ER, Dawson’s Creek, Friends e X-files – a collocarsi al centro dell’interesse dei giovani, mettendone in campo le passioni (Gabellieri 2004: 116).
I giovani della fiction italiana sono sentiti distanti, a dispetto della riconoscibilità dei contesti fisici, culturali e sociali in cui si trovano inseriti. Viceversa, si sentono vicini, in molti casi identici, ai giovani personaggi statunitensi, nonostante la diversità dei contesti fisici, culturali e sociali in cui si trovano ad agire. Si verifica così lo strano paradosso per cui, soprattutto le studentesse, in quanto giovani individui/soggetti, non si riconoscono nei personaggi e nelle storie italiane (nei quali però riconoscono la cultura e la realtà del proprio paese); mentre si identificano nei personaggi e nelle storie americane, sebbene siano coscienti della diversità e non comparabilità dei contesti (Gabellieri 2004).
La fiction nazionale prova da tempo a rispondere, ma con scarsi risultati. Insuccessi imputabili in gran parte a carenze tecniche (sceneggiature, cast, budget). Credo che lo scambio di prodotto seriale di alta qualità (oggi sicuramente presente almeno in Spagna, Germania e Inghilterra) possa non solo arginare l’invasione e distorsione che le opere statunitensi stanno perpetrando unidirezionalmente, ma anche rivelarsi un eccellente mezzo d’integrazione europea. Non penso alle cooproduzioni ma allo scambio. Penso a un pubblico costretto ad abituarsi al mutamento di codice culturale in base alla provenienza del prodotto. Riadattare un format estero in un contesto italiano fa perdere la specificità di quella cultura, spreca una chance d’arricchimento.
Uno spettatore che abbia seguito Berlin Berlin o Türkisch für Anfänger (6) avrà, seppur incosciamente, assorbito conoscenze su Berlino, sul popolo tedesco e sulla sua interpretazione del mondo. Inoltre la pluralità di immaginari rende più difficile l’archetipizzazione di uno solo, ci preserva da una stereotipizzazione vincolata.
1.4 Il serial in Italia
Ovunque si parli di fiction l’italia è definita come “anomalia”. Sarebbe interessante cercar di capire quale sia la norma con la quale la si confronta, ma di certo la storia della fiction italiana è molto particolare.
I primi esperimenti italiani di trasmissione di immagini a distanza sono del 1929, ma la storia della televisione comincia nel 1952 con l’installazione a Milano del primo impianto trasmittente completo e dell’apertura dello studio di ripresa di Corso Sempione. Le prime trasmissioni sperimentali già includono fiction sotto
forma di opera e teatro. Se già nel 1954 si tentano scritture pensate appositamente per la televisione (7), la produzione domestica affonderà le proprie radici nel teleteatro e poi nello sceneggiato. (Grasso 1992)
Il “progetto pedagogico della Rai delle origini trova nel settore della fiction una delle sue forme principali di espressione”. Manca però la consapevolezza di specificità mediologica, quindi la RAI “attinge a piene mani – saccheggia, si può dire – a generi e repertori di cinema, radio, teatro e si riaggancia solidamente alle radici umanistiche della cultura nazionale” (Grasso e Scaglioni 2003: 150). “Accanto al teleteatro (trasmissione delle opere teatrali, manca ogni specificità televisiva) si pone fin da subito lo sceneggiato, che a tutt’oggi può essere considerato l’unico genere nazionale di fiction in senso forte che la tv italiana abbia mai prodotto, oltre che l’antenato diretto dell’attuale produzione di fiction domestica” (Grasso e Scaglioni 2003: 151).
La metà degli anni Settanta vede cadere il monopolio RAI e l’inizio della guerra dei palinsesti, il che causa l’ampliamento delle fasce orarie. Le reti private iniziano una massiccia importazione di materiale americano, seguite pochi anni dopo dalla RAI che aveva tentato di resistere con un aumento della produzione.
L’Italia, che per un ventennio aveva potuto vantare un primato nell’autoproduzione di programmi, negli anni Ottanta diventa il principale importatore europeo di fiction (Grasso e Scaglioni 2003).
Il crollo definitivo della produzione domestica avverà negli anni Novanta e solo nella seconda metà del decennio comincerà il rilancio. La fiction nostrana comincia a far propri i meccanismi della lunga serialità e della produzione industriale (8): il modello non è più il teatro o il cinema, ma la fiction americana, anche se permangono resistenze legate ai pregiudizi culturali, al fascino del modello cinematografico e a problemi produttivi (Grasso e Scaglioni 2003).
Oggi “non c’è più alcun dubbio sul fatto che un palinsesto si regga al 40% sulla fiction” (Costanzo e Morandi 2003: 24). “Uno sguardo ai dati conferma la centralità della fiction nei palinsesti televisivi italiani: in una settimana qualsiasi del 2004, su quarantanove programmi trasmessi nel prime time ben trentacinque – tra domestici e stranieri, prime programmazioni e programmi di archivio – sono fiction” (Giorni 2006: 236).
Come si presenta oggi la produzione nostrana? E’ difficile fare il punto, riassumere un panorama complesso in poche righe, soprattutto quando implica una valutazione qualitativa complessa e discussa, restano però abbastanza evidenti alcuni punti. In primo luogo la produzione italiana continua a dare il meglio nella corta serialità, ancora oggi non ha sviluppato un apparato industriale di qualità. Secondo punto, la qualità delle produzioni a lunga serialità
è palesemente scadente, anche quando ci si appoggia a format esteri. La fiction domestica compete con i serial americani solo grazie all’identificazione diretta del pubblico con la realtà culturale nazionale.
Terzo: l’offerta di fiction è quasi totalmente spartita tra Italia e Usa. Quarto: il circolo vizioso che lega la produzione gli investimenti pubblicitari e questi agli ascolti non stimola investimenti in produzioni di qualità e non permette
l’affermarsi di producers autonomi. Quest’ultimo fenomeno si basa su una caratteristica propria del mercato televisivo generalista: il rapporto tra pubblico e prodotto non è basato sulla dialettica qualità/prezzo, questo perché lo spettatore “paga” con il tempo trascorso davanti allo schermo.
E’ proprio l’audience a determinare gli investimenti pubblicitari che sovvenzionano le reti.
“In simili circostanze, in realtà, i broadcaster sono pressati dall’arduo obiettivo di realizzare la quadratura del cerchio, mettendo in piedi palinsesti al tempo stesso economici e appetibili, così da evitare l’innesco di un incombente circolo vizioso: vale a dire che un’offerta più povera e perciò (eventualmente) meno attraente rischia di provocare una perdita di spettatori, a sua volta suscettibile di dar luogo a un ulteriore deflusso degli investimenti pubblicitari. I generi e i contenuti televisivi meno dispendiosi, o più accreditati di realizzare il miglior rapporto tra costi di produzione e benefici di ascolto e di pubblicità, diventano cruciali ai fini di questa operazione strategica” (Buonanno 2003: 29).
Ecco che la fiction di qualità fatica a trovar posto, dati i costi di produzione altissimi per rapporto a talk show, reality ecc. (o a prodotti seriali più scadenti).
Credo che una buona “quadratura del cerchio” consisterebbe nel creare un mercato europeo interno di fiction di qualità. Una coordinazione strategica permetterebbe investimenti mirati a prodotti d’eccellenza e copertura del
palinsesto grazie al doppiaggio dei prodotti eccellenti degli altri stati membri. Restan da fare due considerazioni importanti. La prima riguarda il ruolo della televisione generalista in un futuro d’accesso generalizzato alla tv on demand. Ho ritrovato il mio pensiero in Grasso come in Costanzo:
“Ho il sospetto che di fronte ad una massa di contenuti sterminata, confusa e dilagante come una slavina, il pubblico reagirà tentando di rassicurarsi con le vecchie, conosciute e radicate sei reti generaliste. L’eccesso di contenuti comporta crisi di ansia. Per evitare il panico meglio il mezzo con l’accesso più rapido e semplice: la tv commerciale generalista” (Costanzo e
Morandi 2003: 193).
Quindi la televisione generalista dovrebbe assicurare un selezione stilistica quanto qualitativa.
La seconda vorrebbe vedere nella fiction una possibilità perché la neotelevisione italiana possa ritrovarvi una funzione di servizio pubblico. Sono d’accordo con la professoresa Menéndez Menéndez quando definisce la ficción seriada non solo come argine della televisión basura , bensì terreno di confronto e evoluzione sociale. Come lei afferma, riprendendo la tesi di Rosa Álvarez (Álvarez 1999): “[la ficción seriada] es un fenómeno social que ha
permitido llevar a los hogares algunos temas de indudable interés pero ausentes hasta entonces de las pantallas, como pudieron ser la guerra de Vietnam, el aborto, la menopausia, la homosexualidad o la presencia de mujeres en el empleo” (Menéndez Menéndez 2008: 37).
NOTE
1. Termine introdotto da Eco in contrapposizione a “paleotelevisione”. Con neotelevisione “si definisce il modello di televisione che si è imposto negli anni ‘80 con l’instaurarsi di un regime di concorrenza tra le varie emittenti.” (Grasso 1996)
2. Il macrogenere è un contenitore di generi, dove con generi “si intendono forme codificate, stereotipate e ricorrenti che etichettano immediatamente il contenuto del programma e predispongono il telespettatore alla fruizione.” (Battochio 2003: 90) ovveo un “insieme di convenzioni testuali” (Grasso 2003: 92)
3. Il rapporto tra programma televisivo e spettatore nasce all’insegna di un vero e proprio patto comunicativo, ovvero di un “accordo grazie a cui emittente e recettore riconoscono di comunicare e di farlo in un modo e per delle ragioni fondamentalmente condivise.” (Casetti e Di Chio 1998: 15)
4. ”Cioè un dispositivo ‘neutro’ in presa diretta con il reale.” (Casetti e Di Chio 1998: 219)
5. Mi riferisco alla celebre definizione di Popper (Bossetti 2002)
6. Produzioni tedesche trasmesse in italia da MTV con doppiaggio di bassa qualità tecnica e qualche ritocco censoreo di poco conto.
7. L’Originale di Ugo Buzzolan con Giorgio De Lullo e Bianca Toccafondi.
8. Il passo decisivo verso questo tipo di produzione avviene grazie a Un posto al sole, prima soap opera italiana.
2. Il turpiloquio
“¿Porqué son malas las malapalabras? o sea,
¿quién las define, porqué? ¿Qué actitud tienen las
malapabras? ¿Le pegan a las otras palabra?
¿Son malas porqué son de mala qualidad?, o sea
que ¿cuando uno las pronuncia se deterioran y se
dejan de usar?”
(Fontanarrosa 2004, III Congreso Internacional de
la Lengua Española (9))
2.1 Il volgare
càzzo10
s.m.
1. volg. Pene.
2. fig. È usato in molte locc. (col valore di cosa di nessuna importanza o di niente) o come negazione in espressioni anche ironicamente affermative.
3. (al pl.) Affari privati, di esclusiva pertinenza dell’individuo. Cazzi miei.
4. (al pl.) Guai.mèrda
s.f.
1. volg. La parte non digerita degli alimenti che viene espulsa con la defecazione.
2. volg. fig. Persona o cosa spregevole, di nessun conto o valore.
Dopo l’identificazione di genere e numero troviamo subito volg.
Se si tratta di un verbo sarà indicata la transitività e l’ausiliare, ma poi ancora volg. Volg. è l’abbreviazione di volgarismo.
volgarìsmo
s.m. LING. Costrutto, parola o espressione propri della lingua volgare.volgàre
agg.
1. Proprio del volgo, delle classi popolari. ~ Con riferimento alla lingua parlata dalla generalità della popolazione in oppos. alla lingua della tradizione colta. Greco volgare.
2. In partic. nel Medioevo, con riferimento alle lingue, parlate o anche scritte, derivate dal latino volgare e via via sviluppatesi e affermatesi come lingue autonome e alternative al latino stesso.
3. Comune, non scientifico. Il nome volgare del “Boletus edulis” è porcino.
4. estens. Con valore limitativo o spreg., rozzo, grossolano. ~ Indecente, osceno. ~ Comune, ordinario. Questo quadro è solo una volgare imitazione.
sostantivo: s.m. Lingua neolatina dell’età medievale considerata prima della sua codificazione grammaticale, in oppos. al latino, lingua dell’alta cultura e degli usi ufficiali.
Volgare illustre: la lingua volgare elevata a dignità letteraria, nella definizione di Dante
Possiamo quindi definire una parola volgare come:
1. la parola usata dalle classi popolari,
2. una parola di un dialetto italico (tra cui l’italiano stesso) dal momento in cui si differenziano dal latino,
3. ogni parola che non sia termine scientifico (quindi di uso comune, non limitato alla cerchia di una comunità scientifica),
4. una parola limitata, rozza, grossolana oppure indecente e oscena.
La seconda e terza definizione sono troppo ampie perché racchiuderebbero la maggior parte della lingua standard.
La lingua delle classi popolari è ancora una categoria troppo vasta, inoltre, come sottolinea Eco nel suo intervento in Gli italiani e la lingua (Lo Piparo e Ruffino 2005: 31-42), i mezzi di comunicazione di massa hanno profondamente modificato le abitudini linguistiche delle classi popolari.
Non ci resta che accogliere la quarta definizione. E’ però una definizione disgiuntiva la cui prima parte non è assolutamente calzante. Se il linguista chiedesse all’uomo della strada come definirebbe un termine “indecente o osceno” otterrebbe come risposta un semplice “parolaccia”.
parolàccia
s.f. [pl. –ce] Nel sign. del pegg. di parola; in partic. parola volgare, sconcia, offensiva.
Il termine mette d’accordo anche gli spagnoli, che traducono “palabrota”: palabrota.
1. f. despect. Dicho ofensivo, indecente o grosero.
Nella definizione spagnola manca proprio il termine caro alla linguistica italiana, ovvero “volgare”. Forse perché vulgarismo in spagnolo è prima di tutto “Dicho o frase especialmente usada por el vulgo.” (DRAE). L’aggettivo vulgar può esser usato per estensione per definire ciò “Que es impropio de personas cultas o educadas.” (DRAE), ma di fianco a coño troviamo un altra notazione: palabra malsonante.
malsonante
(Del ant. part. act. de malsonar).
1. adj. Dicho especialmente de una doctrina o de una frase: Que ofende los oídos de personas piadosas o de buen gusto.
2. adj. p. us. Que suena mal.
E’ ovvio che non ci si riferisce a un’eventuale cacofonìa del termine bensì a quell’offesa che l’ascolto provoca alle persone di buon gusto.
Il buon gusto è una categoria troppo labile e soggettiva, sarà più utile in questo caso parlare di
decènza
s.f.
1. Rispetto delle convenienze sociali. SIN.: decoro.
2. estens. Tatto, buon gusto. Potrebbe almeno avere la decenza di non farsi più vedere.
Possiamo allora definire come parolaccia un termine che non sia accettato dalle convenienze sociali, il cui utilizzo in pubblico sia socialmente sanzionabile. Perché alcune parole non siano socialmente accetabili e il motivo per cui i parlanti si ostinino ad usarle saranno oggetto dei prossimi paragrafi.
Le definizioni ci hanno aiutato a trovare la prima caratteristica di quest’ingrediente “volgare”, riconoscerlo sembra questione alla portata del senso comune. Qualunque bambino di prima elementare sa che cazzo è una parolaccia, è addirittura probabile que impari a non usarla ancor prima di apprenderne il significato (o i significati).
Ci aspetteremmo che una distinzione tanto netta e chiara sia lampante per un addetto ai lavori, ma così non è. Tartamella ha interrogato Lorenzo Enriquez (responsabile delle redazioni lessicografiche della Zanichelli) circa i criteri usati per porre volg. nella definizione di un lemma:
“I criteri per classificare le parole sono labili. [...] Non esistono studi o statistiche sulla percezione delle parole: i nostri esperti classificano le parole usate nei libri, sui giornali, alla tv in base al loro giudizio soggettivo, come fanno i critici cinematografici nella recensione di un film. I criteri di
classificazione non pretendono di essere oggettivi: sono solo indicazioni sui registri d’uso” (Tartamella 2006: 56).
Purtroppo agli esperti manca il sostegno della dottrina: la considerazione del turpiloquio nell’analisi linguistica è ancora minimo (per non dire quasi inesistente). Eppure la determinante sociale dell’etichetta volgare sembra da tempo assodata:
“In questi casi, è particolarmente chiaro che il valore sociale di una parola è una mera questione di convenzione, poiché altre parole con esattamente lo stesso significato non sono tabu (ma possono venire usate solo come termini tecnici, come feci, o, se si parla con bambini, cacca, ecc.). Tutto il campo della lingua tabu o semitabu (gergo, bestemmie, insulti, ecc.) merita una seria indagine da parte dei sociolinguisti, e dovrebbe dirci molto sui rapporti tra lingua e società” (Hudson 1980: 68)
Ciò non toglie che la “seria indagine” auspicata non sia ancora giunta e si prosegua tentando di classificare il turpiloquio in categorie inefficaci. La rarità delle trattazioni dirette rende anche difficile recensire le opinioni dei
vari studiosi sul tema, sembra però che la maggior parte consideri il turpiloquio come variazione diastratica e/o diafasica sub-standard.
Ammettendo anche che statisticamente compaiano più frequentemente termini osceni in conversazioni diastraticamente o diafasicamente basse non implica comunanza tra l’utilizzo di oscenità e gli altri tratti caratteristici di suddette categorie. Bisogna stabilire una netta distinzione tra modelli descrittivi e interpretativi degli usi linguistici. Soprattutto in un ottica mirata alla traduzione risulta cruciale comprendere le determinanti di certe scelte linguistiche per poterne proporre di equivalenti nella lingua d’arrivo. È questo l’obiettivo che qui ci si prefigge: costruire un modello interpretativo che aiuti il traduttore a identificare la struttura e il contenuto delle parolacce per poterle tradurre in maniera efficace. Per farlo ci si è basati soprattutto sui testi di Tartamella, Jay,
Montagu, Arango, Burgen e Pinker.
La scarsità di pubblicazioni italiane e la mancanza di traduzioni di testi stranieri pesa gravemente sulla precisione terminologica. Distinzioni tra turpiloquio, blasfemia, insulti, imprecazioni, oscenità, sconcezze e così continuando, restano orfane di una discussione accademica che ne precisi un uso scientifico e necessiterebbero troppo spazio per esser affrontate in questa sede.
2.2 Neurologia
La neurolinguistica è una scienza relativamente recente. Il termine viene utilizzato per la prima volta nel 1968 da Henry Hécaen per indicare quella sottodisciplina della neuropsicologia dedicata al linguaggio.
La neuropsicologia cerca i meccanismi anatomo-funzionali sottesi ai processi cognitivi e comportamentali. Per farlo studia in primo luogo i pazienti con lesioni cerebrali, cercando di trovare corrispondenze tra l’area lesionata e i sintomi rilevati.
Lo studio di Hécaen s’intitola proprio L’aphasie, ma lo studio dei pazienti afasici data già un secolo quando la neurolinguistica si guadagna un nome. Nel 1861 Paul Broca aveva eseguito l’autopsia di M. Lebrogne, paziente afasico, e scoperto una lesione del lobo frontale sinistro (in quella oggi chiamata area di Broca) alla quale imputerà il deficit linguistico. M. Lebrogne soffriva di afasia quasi totale, l’unico suono che gli riusciva di articolare er “tan-tan” (che divenne il suo soprannome) ma nei momenti di collera esplodeva in un “Sacre nom de Dieu”.
Le lesioni nell’area di Broca possono inibire in pazienti sordomuti la capacità di articolare i gesti corrispondenti al messaggio che vorrebbero comunicare, pur lasciando illese le capacità motorie di braccia, mani e gambe. Questo mostra come in quest’area il pensiero si articoli in messaggio.
La sopravvivenza della competenza linguistica necessaria all’imprecazione fa pensare che questa provenga da un’area del cervello distinta, pur restando espressione linguistica (per quanto idiomatizzata e priva di significato grammaticale).
Un altro pioniere della neurologia fu John Hughlings Jackson, a cui lo studio di pazienti afasici suggerì la distinzione tra propositional speech e nonpropositional speech, riferendosi con il secondo termine proprio alle imprecazioni. “Their automacity is proved by the fact that the patient cannot repeat them; he may swear but cannot ’say’ his oath” (Jackson 1874/1958: 135 in Jay 2000: 37). Quindi il motivo per cui l’imprecazione sopravvive al
danneggiamento dell’area di Broca è da cercare nella sua natura non proposizionale.
Jackson nota inoltre come gli afasici utilizzino le imprecazioni in maniera appropriata, ciò vuol dire che sia la memoria semantica/articolatoria che la competenza d’uso sono intatte e funzionanti.
La coprolalia non intenzionale e irrefrenabile è il sintomo più famoso della sindrome di Tourette (TS) (11). In realtà l’esclamazione di parole o frasi oscene è un sintomo presente in una bassa percentuale di touretters (12). La maggior parte dei casi presenta tic transitori o cronici d’altro genere. Alcuni pazienti affetti da coprolalia riescono a controllare del tutto o in parte l’impulso a imprecare, ma questo a costo di un aumento di tensione e di ansia (Jay 2000: 66). Per liberare l’ansia e la tensione alcuni pazienti usano eufemismi, ma il contenuto edulcorato sembra sottrarre efficacia all’imprecazione: “Touretters also report more relief from uttering obscenities than from uttering euphemisms” (Jay 2000: 52). Siamo quindi di fronte a un’aumento del desiderio di pronunciare frasi oscene, o a una diminuzione del controllo sulle stesse, senza variazione sulla rimanente competenza linguistica.
La causa di questo disordine non è ancora chiara ma pare dipenda da un non corretto funzionamento della struttura sottostante alla corteccia cerebrale: amigdala e gangli della base. I gangli della base (nucleo caudato) hanno la funzione di inibire l’articolazione delle parole, l’amigdala sinistra è un centro di produzione dell’emotività inconscia e automatica, mentre l’amigdala destra è adibita al controllo dell’aggressività e alla produzione di emozioni consapevoli.
Riporto qui la “mappa del cervello volgare”, da Tartamella (2006: 231).

In attesa di risposte più precise (o cotraddittorie) da parte dei neurologi possiamo comunque ritenere accettabili tre importanti conclusioni:
1. la lateralizzazione dell’imprecazione. Le forme nonproposizionali di turpiloquio hanno quindi un’origine emotiva e inconscia, si può solo cercare di frenarne l’emissione o modificarle in eufemismi;
2. la funzione di scarico nervoso. Attraverso l’imprecazione il soggetto abbassa il suo livello d’ansia e tensione. Questa funzione pare legata al contenuto semantico dato che la sostituzione con forme eufemistiche ne riduce gli effetti;
3. la differente locazione dei processi linguistici. All’interno del cervello si presentano distinte le aree adibite a un’articolazione conscia e razionale rispetto a quelle emotive.
Si può inoltre supporre che il vincolo tra la produzione di turpiloquio e la sfera emotiva non si esaurisca nell’articolazione nonproposizionale. La produzione linguistica proposizionale è però un sistema più complesso, l’indagine neurolinguistica risulta quindi più impegnativa.
Prima di passare all’ambito psicologico vorrei trattare brevemente un fenomeno non legato alla produzione bensì alla ricezione del turpiloquio. Gran parte delle funzioni svolte dal turpiloquio non sarebbero possibili se non fosse per l’automaticità e involontarietà della comprensione della lingua.
E’ stato ampiamente dimostrato che il cervello umano non ha la capacità di negarsi alla lettura di un segno linguistico e tantomeno al suo ascolto. Un esperimento a riprova di tale affermazione può essere lo Stroop test, adattabile anche a un’indagine sulla percezione del contenuto osceno. L’esperimento di Stroop consiste nel chiedere al soggetto di enunciare a voce alta i colori di una lista di parole. Le parole potranno essere neutre (la stessa parola ripetuta), concordi (il nome del colore stesso) o discordi (nomi di colori non coincidenti).
L’interferenza data dall’analisi incontrollabile del contenuto semantico è misurabile nell’incremento del tempo di lettura. Se le parole concordi possono accelerare il tempo di lettura o lasciarlo invariato le parole discordi lo rallentano in maniera rilevante (agli stessi risultati si giunge con un test uditivo invece che visivo). Questo significa che se siamo in grado di comprendere il significato di un’azione verbale non potremo fare a meno di comprenderlo.
Inoltre lo psicologo Don MacKay ha riproposto l’esperimento usando parole oscene e ha registrato un incremento del tempo di lettura rispetto a serie di parole standard (in Pinker 2007: 333). La differenza tra i tempi di lettura dei colori di due serie quali “casa albero macchina cane” e “cazzo figa culo merda” non può che essere addotta all’effetto del contenuto osceno.
Vedremo nei prossimi paragrafi a quali effetti ci rende vulnerabili quest’automatismo interpretativo.
2.3 Psicologia
Passiamo ora a concentrarci sull’individuo inteso come essere cosciente. Le determinanti biologiche e sociali (che vedremo nel prossimo paragrafo) si incontrano in quell’entità sfuggevole che chiamiamo “psiche”.
Secondo Jay l’analisi psicologica del cursing è “necessary to describe how each person uses cursing based on his or her psychological makeup (e.g., level of anxiety) and social learning history (e.g., being raised by religious parents)” (Jay 2000: 79).
Identifica quindi cinque aspetti psicologici cruciali:
“a) language acquisition and cognitive development
b) personal memory of cursing
c) personality factors, especially religiosity and sex ansiety
d) cursing habits acquired through classical and operant learning
e) the sexual lexicon
Each of these five factors shapes how we acquire language, how we develop an individual identity through language usa, and how we incorporate acts of cursing into a unique lifestyle and life view.”
(Jay 2000: 79)
Questa tassonomia è evidentemente modellata sul nostro assetto sociale, adattabile quindi a società occidentali e moderne o di poco distanti. Per scendere nello specifico e analizzare il singolo gruppo sociale bisognerebbe
affinare e adattare le categorie. E’ interessante però in questa sede trattenere due concetti: la matrice individuale del turpiloquio e il suo profondo legame con le strategie identitarie. Il primo postulato potrebbe esser riapplicato dalla socioliguistica: “due parlanti non hanno mai la stessa lìngua, perché due parlanti non hanno la stessa
esperienza della lingua” (Hudson 1980: 23).
Notiamo poi che l’identità del parlante condiziona la produzione come la sensibilità al turpiloquio, addirittura l’identità del produttore può influenzare la sensibilità dell’interlocutore. Considerare queste variabili potrebbe sembrare una raffinatezza accademica ma gli utenti si dimostrano consapevoli di tali distinzioni e si adeguano o prevedono reazioni adeguate. Gli esempi più immediati si possono trovare in categorie quali genere o etnia. I negri americani si chiamano normalmente nigga, ma un bianco sconosciuto non si potrebbe permettere. Nei generi poi si nota subito la non specularità degli insulti: frocio per un uomo e lesbica per una donna non ottengono reazioni equivalenti (13).
E’ interessante poi notare come addirittura l’orientamento sessuale modifichi la produzione di turpiloquio, e questo non come conseguenza del senso di appartenenza a qualche gruppo o categoria particolare. Molti studi a partire dalla fine degli anni settanta han mostrato variazioni dovute all’orientamento sessuale addirittura nella scelta dei termini impiegati per parlare di sesso con i genitori (Jay 2000: 129 ss).
Secondo Goffman anche la protezione dell’identità sarebbe una delle ragioni che ci spingono a imprecare. In Form of Talk l’autore descrive i response-cries come messaggio rassicurante nei confronti di un pubblico (reale o rituale).
A seguito d’un atteggiamento erroneo o equivoco (ad esempio inciampare) l’individuo “rende rapidamente accessibile a chi ha assistito alla scena ciò che egli elegge come suo stato interiore, indirizzando nello stesso tempo l’attenzione a ciò che l’ha prodotto” (Goffman 1987:132).
Si rassicura il pubblico sulla propria sanità mentale e sull’interpretazione di quanto accaduto, come suggerisce Pinker: “A person who says yuck after [...] stepping in dog feces is someone we understand better than someone who would seem not to care” (Pinker 2007: 367).
L’utilizzo di parole oscene piuttosto che eufemismi o onomatopee (uh, ops, brrr, ahhh) dipenderà dal grado di emotività che si vuol comunicare (insime a tratti prosodici e linguaggio corporeo). L’importanza del pubblico la dimostrano parlanti bilingue scegliendo la lingua degli ascoltatori anche a discapito di quella materna.
2.4 Sociologia
Per affrontare la questione dal punto di vista sociologico bisogna in prima istanza prendere in considerazione il concetto di scena sociale, con cui si intende un ambiente dotato di regole la cui violazione comporta la sanzione da parte del guppo dominante.
L’uso di parolacce è un sintomo di adattamento a queste norme: il bambino impara che piangere non è un comportamento da adulti e sostituisce il pianto con le espressioni volgari (Montagu 1967: 71). Abbiamo visto con Goffman che anche il non manifestare certe emozioni può esser socialmente sanzionabile, questo vuol dire che il turpiloquio non è un tabù assoluto ma situazionale, la capacità di utilizzare correttamente il turpiloquio farà dunque parte della competenza comunicativa del parlante.
Per questa ragione Jay propone di superare la distinzione tra good e bad in favore del concetto di appropriateness.
Volendo capire in primo luogo la ragione per cui una società senta il bisogno di sanzionare l’uso di certe parole in dati contesti (ed è abitudine comune alle società a noi note) bisogna rifarsi al loro potere magico e allucinatorio.
Arango rileva soprattutto nelle parole oscene di ambito sessuale una “hallucinatory force. They arouse the pictures of the sexual organ or scene in a most vivid way, and they also arouse strong licentious feeling” (Arango 1996: 10), e ne attribuisce il potere alla stessa repressione: “Thus, the origin of hallucinations is always the same: what is repressed traumatically invades our consciousness”. (Arango 1996: 18)
Richiamare con tinte vivide certe immagini nella mente dei nostri interlocutori è un’attività a cui la società è ovviamente sensibile, soprattutto considerando l’impossibilità di frenare dette allucinazioni (come mostrato in §2.2).
Il potere magico invece sarebbe un retaggio di uno stadio primitivo in cui la distinzione tra parola e oggetto non era distinta. “Unable to differenciate between words and objets, the savage generally imagines that the link between name and the nominated objet or subject is not a mere arbitrary and ideologic association but a true and substantial bond…” (Sir James George Frazer in The Golden Bough 1922 cit. in Arango 1996).
Abbondano testimonianze di popolazioni che investono di tabù il nome di alcuni animali oppure dei propri defunti, per paura che il nominarli possa attirarli o evocarli.
Pochi occidentali ammetterebbero oggi di credere al potere magico delle parole, ma basta analizzare il fenomeno della blasfemia per rilevare l’attualità di talelegame. La preghiera è difficilmente distinguibile da una pratica magica, soprattutto quando si svolge attraverso forme rituali ripetute fino alla desemantizzazione (come nel caso della recitazione dei rosari). Di conseguenza non ci sorprende che chi creda nel potere della preghiera possa considerare altrettanto potente e pericoloso un uso improprio delle parole sacre.
Ma anche l’apparato legislativo di uno stato laico può riconoscere tale potere e modificare la legge sulla bestemmia (Codice Rocco del 1930) sostituendola con la formula: “Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità è punito con l’ammenda da lire ventimila a seicentomila” (Sentenza della Corte Costituzionale n. 440 del 1995, modificata dal Decreto Legislativo n. 507 del 1999 a “sanzione amministrativa da lire centomila a seicentomila”).
E’ probabile che tra gli individui religiosi si possano trovare i soggetti più vulnerabili alla magia della parole, ma come ci ricorda Pinker (2007: 342): “Even a parent without an iota of superstition would not say ‘I swear on the life of my child’ lightly.”
Compresa la rilevanza sociale del turpiloquio si deve cercare di capire chi e come impone certi vincoli e li fa rispettare. In ogni società le vicissitudini del potere linguistico saranno certamente intrecciate al potere dei gruppi sociali in altri ambiti. Le agenzie originarie di tabu linguistici saranno le stesse che sfruttano quel potere o che ne vengono minacciate. Due fulgidi esempi di questa relazione apparentemente inversa sono la blasfemia e la scatologia. Nel caso della blasfemia l’agenzia che la condanna (l’istituzione religiosa) è la stessa che ne sfrutta il potere, restringendo ai suoi rappresentanti (sciamani, preti, ecc) il diritto d’uso dei termini sacri. La scatologia invece è condannata da chi detiene prestigio sociale perché trasferisce “tutto ciò che è alto, spirituale, ideale e astratto sul piano materiale, della terra e del corpo” (Bachtin 1995: 25) e quindi ne mette in dubbio la legittimità. Assistiamo dunque a due dinamiche fondamentali: monopolio e proibizione.
I sistemi censorei applicati nel corso della storia sono stati dei più vari, dalla lapidazione (Bibbia) ai sottili trucchi psicologici proposti dalla moderna pedagogia.
Oggi il potere delle parole è spesso oggetto di discorsi espliciti di creazione o tutela di diritti, tanto che alcuni termini possono esser resi tabu col tentativo di eliminare quel rapporto (è questo il caso degli insulti etnici).
Il rapporto tra società, istituzioni e lingua, come questi tre fattori si combinino nei loro rapporti di potere e l’esplicitezza di tali rapporti è un dato importante per la comprensione del funzionamento di un gruppo. Lo studio del turpiloquio potrebbe quindi rivelarsi prezioso per le scienze sociali.
2.5 Pragmatica
Alla luce di quanto detto finora possiamo attribuire al turpiloquio un grande potere perlocutivo. Sarebbe ora di indubbia utilità classificare cosa facciano e cosa si possa fare con le parolacce.
L’istituzione che ha prodotto più tentativi di razionalizzazione degli atti linguistici a contenuto osceno sono stati i tribunali. La contradditorietà delle sentenze è chiaro sintomo della confusione che regna in questo campo o dell’osticità dell’argomento. L’ambiguità è data anche dalla natura intrinsecamente connotativa del turpiloquio, il che da abito a interpretazioni anche diametralmente opposte dello stesso atto linguistico.
Prenderemo qui come definizione di funzione di un atto linguistico “lo scopo per il quale esso è intenzionalmente prodotto dall’emittente; quindi, non saranno funzioni gli eventuali scopi o risultati non intenzionali dell’atto” (Berruto 2004: 88). Siamo costretti però a ridimensionare il termine “intenzionale” togliendo l’accezione di “volontario” e soprattutto di “esplicito” perché il grado di coscienza di tali atti è sovente minimo da parte del parlante.
Tentando di applicare una lettura in chiave performativa ci si rende subito conto di come la tipologia di illocuzione possa esser resa senza l’uso di parolacce, ma la forza di tale atto sia legata alla scelta terminologica.
L’elemento osceno sarà utilizzato come ingrediente emotivo in atti linguistici che ne risultino rafforzati. Naturalmente il dare per scontato che l’atto con minore carica emotiva sia da considerarsi standard è pura convenzione, sarebbe spesso più corretto considerarlo come repressione, depotenziamento di un atto spontaneamente più forte.
Riporto qui la classificazione degli atti linguistici che possono impiegare il turpiloquio presentata in Tartamella 2006: 52.
Queste funzioni pragmatiche sono alla base di molte forme rituali antiche quanto contemporanee (Burgen 1997: 187; Jay 2000: 167; Dittmar 1978: 329).
I loro possibili impieghi dipendono dall’utente ma soprattutto dalla scena sociale. L’approfondimento della ricerca sulla pragmatica del turpiloquio e lo sviluppo di una tassonomia più articolata di questi atti linguistici potrebbe rivelarsi preziosa anche in campo legislativo e giurisprudenziale.
2.6 Semantica
Il Capitan Haddock, un personaggio della famosa serie a fumetti Tin Tin, è noto per insultare o imprecare senza usare parolacce bensì termini apparentemente inoffensivi.
Ragionando sull’arbitrarietà e convenzionalità con cui la società pare condannare certe parole e non altre si potrebbe pensare che ogni termine possa diventare turpiloquio e/o essere usato con medesima funzione, tuttavia
un’analisi più approfondita pare ridimensionare quest’affermazione.
Prima osservazione da fare è che le parolacce non sono mai parole inventate con il solo fine d’esser oscene, sono sempre parole già esistenti nella lingua. Quest’osservazione è importante perché esistono teorie, basate sul fonosimbolismo, che arrivano a cercare corrispondenze tra la struttura fonetica della parola e il suo utilizzo come turpiloquio. Soprattutto l’inglese suggerisce questo genere di riflessione dato che le parolacce più usate sono
monosillabiche di quattro lettere (tanto da esser normalmente chiamate four letters words): fuck, cunt, cock, shit, arse (termine originario per l’attuale ass), piss, damn, fart.
Può darsi che tale regolarità sia da attribuirsi all’antichità di tali termini, che secondo alcune teorie risalirebbe ai primordi della lingua, ma risulta poco produttiva nell’ottica di un’analisi del turpiloquio contemporaneo.
Non ho notizia di una parola inventata con lo scopo d’esser turpe, quindi bisogna chiedersi quali parole vengano scelte come proibite. In italiano le categorie a cui appartengono tutte le parolacce da me trovate sono: regno animale, scatologia, sessualità, sacralità. Bisogna aggiungere le parole che appartengono a categorie etniche, sociali e afferenti inferiorità o menomazioni psico-fisiche, le quali vengono coperte da censura a causa del potere insultante. Queste ultime spesso si mischiano con le prime da cui prendono talvolta ingredienti semantici (ad esempio somaro e rincoglionito si riferiscono a inferiorità psichica ma hannno contenuto semantico animale e sessuale).
In altre culture però la situazione è completamente diversa. Ad esempio, in svedese il verbo usato per indicare l’atto sessuale non ha valenze metaforiche e non è considerato una parola oscena, così come l’insinuare che la madre di qualcuno lavori come prostituta non sarà percepito come un insulto ma come un’affermazione vera o falsa a seconda dell’effetivo impiego della genitrice. Gli olandesi dal canto loro paiono aver l’abitudine d’usare termini riguardanti infermità gravi o mortali con valenza di turpiloquio idiomatizzato (come noi potremmo dire “ma vaffanculo, coglione” rivolgendoci bonariamente a un amico) (Burgen 1997: cap. 4).
Esempi analoghi in Europa sono molti e allontanadosi diatopicamente e/o diacronicamente le differenze aumentano.
Il relativismo sembra però avere dei limiti, ad esempio la scatologia pare sia utilizzata unanimamente con valenza disfemistica. Addirittura “en uno de los numerosos experimentos que a partir de la década de los sesenta se hicieron
para enseñar lenguajes simbólicos a chimpancés, el investigador Roger Fouts notó sorprendido que Lucy, una chimpancé criada por él, generalizaba el signo correspondiente a «excremento, heces» para darle el valor de «sucio», y también que lo aplicaba a Fouts siempre que éste le negaba algo que ella deseaba” (Luque Durán 1997: 24).
Anche l’associazione disgusto-parolaccia risulta però semplicistica e sovente scorretta: vomito e pus ad esempio sono in cima alla scala dei prodotti più disgustosi (secondo uno studio di Allan e Burridge del 1991) ma non sono considerati indecenti quanto merda e soprattutto non vengono usati in forma idiomatica (Jay 2000: 201).
Analogamente escremento è ritenuto normalmente più insultante di merda se diretto a una persona, ma potrebbe esser usato senza problemi in una conversazione formale (anzi sarà il probabile sostituto di merda).
Pare quindi che la scelta dei termini cada sempre in aree semantiche identificabili per ogni cultura, ma che l’ingrediente “volgare” vada cercato nella connessione con il sacro e il tabu.
Quando il legame è antico o la potenza simbolica è flebile la componente emotiva sarà minima, mentre se il tabu è attuale e potente può arrivare ad inibire l’uso metaforico o idiomatico.
Esempi del primo tipo in italiano sono imprecazioni come “santi numi” o “porcavacca”, mentre si mostrano tabu troppo forti le infermità o la morte (solo in poche regioni si possono utilizzare espressioni come “ti venisse un cancro” in forma idiomatica e non esistono parole oscene per indicare infermità).
È importante notare come anche all’interno dei campi che una lingua sceglie per la produzione di turpiloquio il processo prediliga i contenuti considerati positivi o ambigui, scartando quelli unanimamente ritenuti negativi. Non esistono ad esempio parolacce comuni per indicare lo stupro o la pedofilia.
Per concludere: il capitano Haddock non ha il potere di trasformare ogni parola in turpiloquio, bensì d’utilizzare (quasi) ogni termine per compiere atti linguistici che presupporrebbero l’uso del turpiloquio. Vedremo nel prossimo capitolo quanto questa capacità possa risultare utile a un traduttore.
NOTE
9. Dalla registrazione in video disponibile sul sito www.youtube.com e dal titolo “Fontanarrosa – las malas palabras” (in due parti)
10. Le definizioni italiane son prese dalla versione online dell’enciclopedia universale Rizzoli Larousse, le definizioni spagnole dalla versione online del DRAE. Entrambe in data 01.12.2008
11. Disordine neurologico ereditario, per una trattazione sintetica: www.sindromeditourette.it/la-sindrome o (in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Tourette_syndrome
12. Paziente affetto da sindrome di Tourettes
13. Addirittura in italiano per l’omosessualità maschile esistono sfumature di “volgarità” dei termini impiegabili mentre non si son diffuse forme “volgari” per indicare l’omosessualità femminile.
3. La traduzione
“Al recorrer con entusiasmo y credulidad la versión
inglesa de cierto filósofo chino, di con este
memorable pasaje: ‘A un condenado a muerte no le
importa bordear un precipicio, porque ha
renunciado a la vida’.
En este punto el traductor colocó un asterisco y me
advirtió que su interpretación era preferible a la de
otro sinólogo rival que traducía de esta manera:
‘Los sirvientes destruyen las obras de arte, para no
tener que juzgar sus bellezas y sus defectos’.
Entonces, como Paolo y Francesca, dejé de leer.
Un misterioso escepticismo se había deslizado en
mi alma”.
Jorge Luis Borges
“Una versión inglesa de los cantares más antiguos
del mundo” (Textos Cautivos, 1986)
3.1 Le parolacce
In questo paragrafo cercheremo di proporre un’analisi traduttologica generale del turpiloquio rifacendoci a quanto detto nel precedente capitolo.
Ovviamente “typisch für die Such-und Auffindungsstrategien beim Übersetzen sind weder rein kognitive noch rein intuitive Vorgänge. Die Kognition steht im Dienst der Intuition, aber - die Intuition basiert auf der kognitiven Vorarbeit” (Honig 1995 cit. in Rega 1997: 92).
Oltre all’intuitività vorrei sottolineare l’importanza di considerare la traduzione come opera di negoziazione. Soprattutto traducendo item linguistici con valore connotativo alto, come nel caso del turpiloquio, si deve tener presente l’impossibilità di una traduzione del tutto equivalente.
Consci della perdita (e sovente aggiunta) di senso che comporterà l’atto traduttivo, ai traduttori non resta che approfondire quanto possibile l’analisi dei contenuti per poter scegliere consapevolmente cosa sacrificare.
Con tale scopo ho scomposto il turpiloquio in tre componenti principali:
- ingrediente semantico
- funzione grammaticale
- funzione pragmatica
Cerchiamo ora di determinare che livelli di contenuto vengono veicolati dalle singole componenti. Ogni unità di turpiloquio porta con se informazioni a livello emotivo, psicologico e sociale. Ad esempio dal punto di vista emotivo l’ingrediente ci comunica qualità e quantità dell’emozione, la forma grammaticale individua l’oggetto dell’emozione e la funzione pragmatica ci rivela a che scopo viene rivelata l’emozione.
Il senso di queste informazioni è comprensibile solo in relazione alla psicologia del parlante, alla società in cui vive e al rapporto che ha con essa e le sue regole. Dato quindi che ogni livello viene determinato e determina gli altri due per identificare univocamente una variabile su tre dobbiamo già conoscere le rimanti due.
Normalmente la variabile sociale è data per scontato nella comunicazione endolinguistica (provocando talvolta un’errata interpretazione) e le altre due permettono di muoversi su di un piano semplificato x;y. Quindi per un italiano che condivida le variabili sociali dell’interlocutore, il significato di “ma porca puttana!” si muoverà sul piano bidimensionale dato da “intensità dell’emozione” e “facilità al turpiloquio”. Nel caso invece in cui il contesto e la caratterizzazione psicologica ci presentino queste due variabili come date, sarà possibile rilevare le differenze sull’asse sociale.
La variabile psicologica (che racchiude anche il rapporto tra individuo e società) è spesso confusa con istanze diastratiche o situazionali. Questa limitazione interpretativa porta il traduttore a scegliere un confronto interlinguistico di contesti d’uso e archetipi d’utente come base della negoziazione traduttiva.
Propongo un esempio in cui si palesino i limiti di tale sistema: la traduzione al tedesco del seguente passo del Baudolino di Eco:
“Ventrediddio, madonna lupa, mortediddio, schifosi bestemmiatori, maiali
simoniaci, è questo il modo di trattare le cose di nostro signore?”“Gottverfluchte Saubande, Lumpenpack, Hurenböcke, Himmelsakra, ist das
die Art, wie man mit den Dingen unseres Herrn umgeht?”
Kroeber, il traduttore, ha sacrificato la componente semantica a favore di una funzione pragmatica, si è posto la domanda “cosa avrebbe detto un tedesco madrelingua per esprimere quell’emozione in quel contesto?”
Nell’esempio portato la perdita di significato psico-sociale è lampante a causa del contesto: Baudolino sta rimproverando i crociati che saccheggiano Santa Sophia. L’effetto comico sta proprio nel contrasto tra l’accusa di profanazione e le blasfemie che utilizza, si svolge quindi su un piano psico-sociale. La violazione del sacro genera sul piano del cosciente l’indignazione che si va a esprimere incoscentemente attraverso la rottura di un tabu altrettanto importante, in questo caso il medesimo. L’utilizzo di quei termini specifici è sintomo del rapporto di Baudolino con la religione, con la società e della società con la religione.
Se il contesto narrativo fosse stato diverso (se non vi fosse stato il rimprovero per la profanazione) la perdita sarebbe stata meno evidente, ma non meno rilevante per la caratterizzazione del personaggio e del suo contesto sociale.
Abbiamo detto in §2.6 che non tutti i campi semantici offrono ingredienti al turpiloquio. Questo non vuol dire che non possano farne le veci. Se gli altri piani comunicativi disponibili suggeriscono le coordinate, l’ascoltatore può interpretare la funzione anche di termini sconosciuti o non coperti da tabu. Qualunque parola segua “Sei una grandissima testa di…” verrà interpretata come sostituto di cazzo.
Se la sostituzione è interlinguistica verrà nella maggior parte dei casi percepita come un eufemismo, ma ci sono casi in cui la funzione è un’altra. Pensiamo per esempio alle blasfemie: il buon senso ci impedisce di tradurre l’imprecazione di un’altra religione con il corrispondente cattolico. Nello stesso modo per cui è snaturante che un apache invochi san Gennaro non è corretto che si traduca cazzo quando un tedesco dice scheiße, è solo meno vistoso (e forse meno rilevante). L’analisi dell’ingrediente può andare dall’area generale (ad esempio scatologia o sessualità) fino a valenze più sottili come la differenza che intercorre tra motherfucker e hijo de puta, quindi la salvaguardia dell’ingrediente si situerà su una scala di valori e il traduttore dovrà decidere quanto è importante salvare e cosa sacrificare.
Vorrei anche citare la distinzione di Humboldt tra Fremdheit (stranezza) e Fremde (estraneo) così spiegata da Eco:
“il lettore sente la stranezza quando la scelta del traduttore appare incomprensibile, come se si trattasse di un errore, sente invece l’estraneo quando si trova di fronte a un modo poco familiare di presentargli qualcosa che potrebbe riconoscere ma che ha l’impressione di vedere veramente per la prima volta” (Eco 2003: 173).
Tradurre pain in the ass con dolore al culo provocherebbe probabilmente (calato nel giusto contesto) un effetto di straniamento ma non di estraneità al lettore italiano, permettendo di evitare traduzioni che si allontanino
dall’immagine originale (come rottura di cazzo, ad esempio).
Concludendo, sento di dover mettere in guardia da un rischio comportato delle traduzioni stranianti: che vadano in conflitto con espressioni già in uso nella lingua. L’esempio può essere il coñazo spagnolo, di cui non si può conservare l’ingrediente perché entra in contrasto con l’uso italiano di figa e derivati. Infatti figata si potrebbe quasi definire l’opposto di coñazo.
3.2 Il serial
Tradurre i dialoghi di un serial televisivo costringe a prendere in considerazione delle peculiarità date dal mezzo audiovisivo e dal formato seriale.
Ci sono altre specificità importanti che qui non verranno trattate ma che caratterizzano i risultati di ogni trasposizione, ad esempio: il processo di adattamento composto di fasi spesso svolte da persone diverse, il vincolo della traduzione alla sincronizzazione col labiale, eventuali vincoli posti da leggi, codici d’autoregolamentazione, indicazioni di produttori o acquirenti.
Nobili (2007: 37) afferma che tali fattori costrittivi rendano addirittura improprio il termine “traduzione”. Pur concordando con l’autrice utilizzerò ugualmente “traduzione” e “adattamento” proprio per manifestare la natura teorica della mia analisi, lasciando ai professionisti il compito di riapplicarla alla realtà procedurale.
Il considerare il serial un prodotto editoriale e non artistico (come già visto in §1.2) è probabilmente causa principale dell’assenza di discussione teorica e critica sulla sua traduzione. Credo però che la cura nella trasposizione di un testo non si debba solo al suo autore quanto al suo futuro pubblico. Si deve allora considerare che “l’oscuro dialoghista che adatta ogni giorno, magari con la mano sinistra, i dialoghi di una soap-opera è responsabile dell’italiano che viene assimilato quotidianamente da [...] un pubblico infinitamente più vasto e soprattutto infinitamente più vulnerabile culturalmente di quello nel quale può sperare un film di grande impatto commerciale” (Galassi 1996: 69).
La specificità della traduzione di un’opera polisemiotica quale un audiovisivo è già oggetto di letteratura e risiede nell’interrelazione tra iconico e verbale. Analizzeremo nel prossimo capitolo le considerazioni che quest’aspetto implica all’atto di tradurre il turpiloquio.
Vi sono alcune caratteristiche proprie del serial televisivo sensibili di modificare l’approccio traduttivo. In primis “la traducción de series exige por parte del traductor la observación y el seguimiento de las estrategias de traducción globales de la serie, que tendrán que mantenerse a lo largo de todos los capítulos” (Agost 1999: 83). Queste strategie dovranno essere rese esplicite qualora più traduttori siano responsabili per diverse puntate di una stessa serie.
Se il traduttore fosse uno solo gli verrebbero comunque utili per affrontare nuove scelte traduttive in coerenza con le soluzioni adottate nella puntate anteriori. L’elaborazione di strategie traduttive che superino la dimensione della singola unità testuale si propone come sfida inedita che rende necessario un dialogo tra teorici e professionisti.
Toledano e Verde (in 2007:72) affermano che nei serial i personaggi e la loro psicologia sono elementi più importanti delle vicende stesse, al contrario della pellicola cinematografica dove prevale la fabula. Questa differenza dovrebbe spingere i traduttori a curare maggiormante la trasposizione dell’idioletto piuttosto che l’aderenza istantanea alla trama.
La serialità apre nuove problematiche, ma fornisce anche la possibilità al traduttore di usare la reiterazione come forma di disambiguazione e di adattamento del pubblico a contenuti inediti. La negozazione alla base di ogni
processo traduttivo diventa in un serial una negoziazione a puntate, il senso perso nella traduzione di un termine può essere recuperato in un secondo momento. Analogamente si può costruire nello spettatore la competenza necessaria alla comprensione di traduzioni future. Soluzioni analoghe non sono applicabili in campo cinematografico (14).
Questo fenomeno si può riscontrare nel rapporto tra il pubblico e realia non strettamente linguistici. Il funzionamento delle istituzioni statunitensi, per esempio, è ignoto a un italiano che non l’abbia mai studiato e non consumi serial. Lo spettatore potrebbe quindi non capire il funzionamento delle assicurazioni mediche e non riuscire a cogliere lo sviluppo di un film che vi ruoti attorno senza un’adattamento dei dialoghi che rendano espliciti i referenti culturali che nell’originale rimangono sottointesi. Un serial ambientato in un ospedale potrà porsi il problema in maniera minore perché lo spettatore sarà in grado, puntata dopo puntata, di ricostruire l’implicito attraverso il confronto di situazioni analoghe. Lo sviluppo (spesso inconsapevole) di competenze è riscontrabile nella familiarità del pubblico italiano con il funzionamento di suddette istituzioni e con la terminologia impiegata (talvolta una traduzione letterale del termine originale, non corrispondente con quella impiegata nell’italiano corrente).
3.3 Le parolacce nel serial
Questa tesi si limita a speculazioni teoriche ancora da affinare e applicare perché ne emergano eventuali limiti e difetti. Si tratta di una proposta, questa, che necessita di ulteriori studi perché possa diventare operativa. Tentare subito il riscontro in una traduzione risulterebbe prematuro, mi limiterò quindi a concludere con alcune brevi ipotesi su come questi modelli potrebbero incontrarsi.
Il livello emotivo del turpiloquio può trovare nel serial una funzione pragmatica di azione narrativa e al contempo di perlocuzione sullo spettatore. La seconda può influenzare il rapporto empatico e di immedesimazione che viene
esplicitamente ricercato dal telespettatore (Gabellieri 2004). La centralità, nel serial, della caratterizzazione psicologica dei personaggi, impone particolare cura nel tradurre scelte linguistiche così profondamente legate all’identità del parlante (in §2.3).
Dal punto di vista culturale la traduzione infedele delle forme di turpiloquio può essere giudicata come falso culturale e contrasterebbe coi fini dichiarati della circolazione intereuropea dei prodotti aiudiovisivi (in §1.3).
La polisemioticità dell’audiovisivo a cui si accennava in §3.2 può rivelarsi sostegno prezioso per la trasposizione del turpiloquio.
Consideriamo tre livelli: iconico, sovrasegmentale, grammaticale. Tutti e tre possono veicolare l’emotività che abbiamo individuato come elemento espressivo fondamentale del turpiloquio. Nel mezzo audiovisivo uno è
dato (l’iconico) i restanti due sono oggetti di trasposizione. Poniamo l’esempio di un personaggio vestito elegantemente ma fradicio d’acqua che agita un braccio, paonazzo in volto, e grida con tono rabbioso. Non abbiamo bisogno di esaminare il contenuto semantico delle sue parole per cogliere i tratti generali del suo stato emotivo. La possibilità di mantenere la componente iconica e di modellare i tratti sovrasegmentali permette di scegliere la forma di turpiloquio
che meglio renda la caratterizzazione psicologica e/o sociale. Nell’esempio un testo come “perdincibolina signore potrebbe stare più attento” presenterebbe un personaggio italiano con alta capacità di autocontrollo linguistico e/o una forte repressione del turpiloquio. Se il testo invece recitasse “Possa Manitù farti cadere tutti i denti” prima delle caratteristiche psicologiche verrebbe resa manifesta la distanza culturale dalla società italiana (e il riferimento alla cultura degli indiani d’america per lo spettatore che possa cogliere il riferimento).
Oltre al supporto iconico il serial mette a disposizione meccanismi di disambiguazione e “istruzione” del pubblico (in §3.2) che funzionano perfettamente se applicati al turpiloquio.
Lo spettatore apprende, con il procedere delle puntate, a decifrare strutture stranianti. Sarebbe importante attribuisse anche la variazione alla determinante corretta, a questo fine sarebbe utile rendere esplicita la nazionalità del prodotto e abituare il pubblico a traduzioni source oriented (considerando però la fonte culturale e non solo testuale).
NOTE
14. La produzione cinematografica sviluppa certamente le competenze del pubblico, ma la natura unitaria dei testi non permette l’utilizzo strategico.















Un vero e proprio saggio, di taglio rigorosamente scientifico. Davvero interessante. Complimenti all’estensore.
Una pazzia pubblicare una cosa del genere. Solo i malati mentali si stanno mezz’ora a leggere sto saggio. Antonio, per favore, la prossima volta fai pubblicare qualcosa di più interessante, e soprattutto, in maniera più sintetica. Un telegiornale non mi dura 2 ore per parlare della fiction.
@ioio
è un saggio, non il servizietto di un telegiornale.
L’argomento è complesso e affascinante, merita cura. Noi malati mentali non riserviamo alla riflessione il tempo di uno spot, siamo spiacenti di annoiare le menti troppo sveglie :)
Per fortuna a cambiar pagina basta un click.
Grazie ad Antonio per lo spazio e l’editing,
buona lettura, aspetto le critiche ;)
Alessio
Alessio non si preoccupi di uno stupido commento.
Il suo pezzo mi sembra invece molto interessante. Lo leggerò con calma e le dirò le mie impressioni.
La saluto.
Molto interessante. Proporrei, pero’, l’analisi approfondita del termine molto usato, bitch: se ne discute da anni ed anni, e spesso, secondo me, impropriamente tradotto con stronza (o raramente cagna). Per pragmatismo andrebbe normalmente e regolarmente tradotto con Troia, ma l’80% dei traduttori non sembra aver le palle … Sarebbe lieto un parere eminente.
Volendo allontanarci da una traduzione letterale dobbiamo identificare le sfere semantiche a cui appartiene il termine originale e i tabu da cui trae forza. Sfera semantica: animale, connotazione sessuale. Tabu: mancata aderenza al ruolo sociale, in questo caso il ruolo imposto dal genere sessuale (il maschio non virile e la donna aggressiva sessualmente).
Esiste in italiano un termine analogo?
Alan propone “Troia”, la proposta è più che soddifacente dal punto di vista sematico (“troia” sta per “scrofa” ed ha una connotazione sessuale) ma solo parzialmente se si guarda la variabile sociale. “Troia” in italiano indica una lascivia che non sono certo il termine “bitch” comunichi; e al contempo non trasmette l’aggressività, l’appropriazione dei caratteri sessualmente attivi. Anche se si pensa all’impiego di “bitch” e “troia” come sinonimo di “prostituta”, le ragioni d’impiego sono diverse (bitch “usa” il proprio sesso per procacciar denaro, “troia” viene usata in cambio di soldi).
Il problema credo stia in una distanza culturale, in una diversa interpretazione dei ruoli di genere.
Ma quindi, nella pratica? bisogna tornare al contesto.
Prima domanda: chi usa il termine con chi?
Una ragazza commenta stupita un’uscita sessualmente disinvolta e aggressiva di un’amica, sua coetanea?
Un uomo rimprovera alla partner mancanza di femminilità e pudore?
Seconda domanda: vogliamo conservare le specifiche culturali originali o dare allo spettatore una rivisitazione “casalinga” della vicenda? (fargli comprendere l’accusa di “sessualità attiva” o ricreare l’impatto illocutorio sullo spettatore?).
Non mi spingo oltre perché, come già detto, non sono un anglista.
Spero che Alan possa trovare spunti nella mia risposta.
Un ultimo appunto riguardo “cagna”: impiegherei questo termine in una situazione “uomo-donna” laddove la critica coincidesse nell’infedeltà (verso il ruolo sociale di genere, non nell’ambito di una relazione), ma lo rincarerei con un aggettivo e possibilmente una marca volgare.
Una precisazione importante: non ho considerato (tranne l’ultimo appunto su “cagna”) la distinzione tra “volgare” e “insultante”. Ci si dovrebbe porre anche questa domanda, perché impone scelte completamente distinte. Nell’esempio tra amiche l’epiteto “cagna” sarebbe pesantemente insultante, mentre “troia” o “puttana” sarebbe di certo accolto in chiave idiomatica. Quindi un “bitch” tra adolescenti tradotto in “cagna” non fa perdere significato, peggio, lo aggiunge! Ergo assolutamente sconsigliabile. Al contempo “cagna” non è ritenuto “volgare”, è anzi considerabile un insulto diastraticamente alto, adatto a un borghese, la cui pronuncia non provoca reazioni di sdegno.
mancava la prima parte (chiedo scusa):
Come detto in §3.1 bisognerebbe considerare il testo nel quale compare il termine e la tipologia di traduzione che si è interessati a fare, così da decidere che parte del termine “bitch” è per noi importante rendere in italiano.
Io non sono un traduttore specializzato in lingua inglese, non sono quindi in grado di considerare l’intera sfera di significati che “bitch” possa ricoprire.
Proverò però un’analisi semplice per mostrare come procederei.
Dal punto di vista storico-linguistico “bitch” trova in italiano un perfetto corrispondente in “cagna”, entrambi nascono per indicare un esemplare di razza animale e successivamente impiegati come insulto. Inizialmente il termine inglese caratterizzava chi ne fosse apostrofato di servilismo e sottomissione (quando uomo) o di aggressività e istinto dominante (quando donne). Il termine italiano, che io sappia, è stato utilizzato solo in versione femminile e, pur trasferendo caratteristiche ritenute “canine”, non designa un comportamento così specifico come il termine inglese. Perlomeno oggi non più, nella mia esperienza.
Con “cagna” preserveremmo quindi solo il significato etimologico del termine ma solo piccola parte delle funzioni pragmatiche.