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TV – “Il Quinto dell’Inferno” su RaiUno 29/11/2007

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Libri, TV ITA.
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“Il V dell’Inferno”Questa sera alle ore 20.30 su RaiUno debutta, con una prima serata trasmessa in diretta da Papigno (Terni) senza interruzioni pubblicitarie, lo spettacolo itinerante “Tutto Dante” di Roberto Benigni, in cui l’attore e comico toscano rilegge e commenta la “Divina Commedia” di Dante Alighieri. Dal prossimo 5 dicembre “Tutto Dante” tornerà ogni mercoledì alle ore 23.00 su RaiUno con 12 seconde serate sempre ispirate alle letture di Dante (con doppio appuntamento martedì-mercoledì il 25 e 26 dicembre 2007, 1 e 2 gennaio 2008).
Dopo il successo di critica e di pubblico (13 milioni di spettatori) ottenuto sempre su RaiUno il 23 dicembre 2002 con “L’Ultimo del Paradiso” dedicato al canto conclusivo della Commedia, stasera Benigni proporrà “Il Quinto dell’Inferno”, il quinto canto dell’opera che narra la celebre storia della passione tra Paolo e Francesca. Prima del commento e della lettura del canto, Benigni proporrà un monologo focalizzato su tre temi principali: amore, sesso e politica.
Di seguito, per chi volesse ripassarlo, riporto il testo completo del V Canto dell’Inferno.

Canto quinto,
nel quale mostra del secondo cerchio de l’inferno,
e tratta de la pena del vizio de la lussuria
ne la persona di più famosi gentili uomini.

Dante AlighieriCosì discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,

«guarda com’ entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ‘l duca mio a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’ io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’ è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ‘l Soldan corregge.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch’io ebbi ‘l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggieri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.

«O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’ io intesi quell’ anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’ io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

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Commenti»

1. lavezzi - 29/11/2007

sara’ seguito come al solito dai reduci del 15-18.igiovani vedranno il capo e grey

2. enry - 29/11/2007

Allora sarà un successo. Quelli del ’15-’18 non sono mica pochi in Italia! ;-)

3. Darcy - 29/11/2007

non è questione di giovani e vecchi ma di interessi, ho 22 anni registrerò grey’s anatomy e non mi perderò assolutamente benigni

4. enry - 29/11/2007

Complimenti!

5. Lavinia87 - 29/11/2007

ho 20 anni ma benigni nn me lo perdo… registro il capo dei capi casomani!

6. Carlo - 29/11/2007

puntata a dir poco splendida, l’ho seguita col mio testo davanti. e pensare che piu o meno un anno fa questo canto mi veniva chiesto all’esame di letteratura italiana, quindi lo so abbastanza bene…certo, non come benigni, ma mi difendo! :)
bellissima nella trasmissione la parte prima del commento al canto, con tutto l’excursus sull’Italia e sulla sua storia artistica.

7. FaStel - 29/11/2007

NN capisco sta storia che devono seguirla quelli del 15-18, da quello che mi risulta è l’esatto opposto!!!

8. Midnighter - 30/11/2007

Io tra la fine della partita dellla Fiorentina e l’inizio di Dexter l’ho guardato… Bello, però insomma, ti va a spiegare pure le virgole, certe riflessioni sono state fantastiche, però certe cose ovvie poteva farle scorrere più velocemente…

9. Lavinia87 - 30/11/2007

Benigni è un grande!

10. lavezzi - 30/11/2007

i datidi ieri confermano che beni e seguito dai matusalemme

11. Nicola Vianello - 30/11/2007

A me dispisace che nessuno in Italia parli invece di questa Divina Commedia.
http://www.ladivinacommediaopera.it

12. cicino - 03/01/2008

Solo la scuola, anche nei licei (Pordenone-Friuli), emargina od elimina la Divina Commedia dalla cultura scolastica. Al massimo si studia qualche canto nel terzo e quarto anno di Liceo, con l’esclusione quali totale del Paradiso ( mai i docenti la conoscono la Terza Cantica?) con buona pace di Fioroni e della qualità della scuola. Intanto il commento, la lettura e la bellezza della Divina C. fa stage di ascolto e di seguito tra tutte le classi sociali e tra tutte le età, anche tra i miei ex studenti.
3 gennaio 2008


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