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Libri – “ABCdiario – parole che vale la pena di usare” 13/03/2008

Posted by Antonio Genna in Humour, Libri.
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“ABCdiario - parole che vale la pena di usare”“ABCdiario – parole che vale la pena di usare (almeno una volta nella vita)”, curato da Loris Righetto con interventi di Massimiliano Maestrello, Marco Lauri, Stefano Verziaggi, Francesca Mischi, Giulia Brunelli, Beatrice Perbellini, ‘°7, Monica Dolci, Susanna Bissoli, Rubina Valli, e con l’involontaria partecipazione degli Eterea pOst bOng bros (175 pagine, costo 8 €), è la terza “Zandeguida” edita da Zandegù Editore, piccola casa editrice torinese che si occupa di narrativa surreale di autori italiani (avevo già recensito in questo post le prime due guide della collana).
Questa volta si tratta di una mini-enciclopedia surreale dei modi di dire usati dai giovani: in ordine alfabetico, troverete decine di esclamazioni, stereotipi e frasi fatte, termini da bar e parole creative per ridere di noi e dei nostri difetti linguistici. Tanto materiale “esclusivo” che non troverete facilmente su siti web come Wikipedia, e che potrete leggere da soli o in compagnia degli amici.
A seguire, un breve estratto di termini tratte dalla parte iniziale del divertente volume.

A MANETTA!: Naturale evoluzione di «a stecca». Con l’arrivo dei quattordici anni e del motorino, soprattutto nei gruppi composti prevalentemente da maschi, la potenza massima è rappresentata dall’immagine della manopola (=manetta) dell’acceleratore del motorino girata al massimo.
«Se vedi la paletta, accelera a manetta!»

A NASTRO!: Celebre motto usato dal filosofo, politologo ed economista Carlo Marx, per denunciare lo sfruttamento perpetrato dalla classe borghese ai danni del proletariato. Il «nastro» in questione, è arcinoto, era la catena di montaggio, che costringeva il proletario ad adeguarsi ai disumani ritmi produttivi di una macchina. Ma le pressioni esercitate dal padrone affamatore sui lavoratori, secondo le previsioni del filosofo ed economista Carlo Marx, avrebbero portato all’emancipazione della classe operaia che inevitabilmente si sarebbe ribellata e avrebbe cambiato il corso della Storia. Nei suoi scritti l’espressione «a nastro!» venne felicemente utilizzata con un singolare effetto boomerang. A tal proposito è celeberrimo l’invito posto alla fine del Manifesto del Partito Comunista: «Proletari di tutto il mondo, unitevi a nastro!».

A STECCA!: Espressione coniata e utilizzata prevalentemente nel periodo delle scuole elementari. In questi anni, infatti, ci si trova di fronte ai primi sistemi di misurazione che, posti in ordine gerarchico, sono: righello (lunghezza variabile tra i 10 e i 20 cm); squadra (lunghezza che si aggira attorno ai 20-25 cm, ma ingombro maggiore); stecca (ovvero riga da 50 cm). Considerato che l’altezza media di un alunno dei primi anni delle elementari è di poco superiore al doppio di quella di una stecca, è facile capire come questa misura sia considerata ragguardevole e, di conseguenza, adatta a descrivere situazioni notevoli e di un certo spessore.
«Hai studiato gli Ittiti sul sussidiario?»
«A stecca!»

ADDOMESTICARE UN PUNK: L’atto di avvicinarsi con circospezione a un giovane sbandato e, gradualmente, offrirgli l’opportunità di reinserirsi nella società.
Ora vi racconto la cazzo di magia che Anet ha saputo fare. Siamo io e lei, e gente a fiumi. In un locale interrato, tipo enorme capannone di conigli. Al concerto di un gruppo quasi famoso, per il quale non mostriamo troppo interesse. Sta messa divinamente, Anet. Come me del resto. Ma lei scuote i capelli e ruota la testa a una velocità sorprendente, ed è come se tutto il casino partisse proprio dalla radice dei suoi dreadlock rossi. Certo a uno sconosciuto deve sembrare assai fatta, perché sorride con aria sognante non solo a persone, ma anche a pavimenti e colonne. Certo fa così per via del contesto attorno, che spinge in quella direzione. Mettici poi svariati tirelli di pakistano – consumati one-shot all’entrata del capannone -, più una birretta o due, per estinguere un’ora di danze indemoniate. E poi Anet sorride a un punk. Un punk vero! Con cresta arancione fosforescente e cinque o sei piercing sulla faccia strafottente e provocante. Con pantalone aderente e chiodo in fintissima pelle nera, impreziosito da piramidi di metallo anti-avvicinamento estranei. E catena reggi-portafoglio, catena al collo, catena appesa alla camicia, libera di penzolare o sbattere contro gli altri. Anet non è bella, non comunemente almeno. Diciamo che è affascinante perché sa di imprevedibile. Affascinante, in quanto imprevedibile, più scomposta, in quanto fattissima, uguale facile preda per qualsiasi sceicco in pista. Quindi chiaro, dopo il di lei sorriso a mille denti, il punk si avvicina per conoscerla in modo amichevole. O con la sottintesa mira di ficcarle un qualcosa dentro, lingua o pene che sia, non fa differenza per molti dell’altro sesso, purché si tratti di ficcare un qualcosa di loro in una lei. Io mi aspetto la rissa tra la mia cara svarionatona e il punk in questione, e invece… neanche il tempo di metterla in guardia che i due ingaggiano un ballo, simile al liscio andante con brio: stretti, distanti, di nuovo vicini, lui a leccarle con delicatezza il collo e lei – di sicuro eccitata – a ridere al soffitto o alle sue scarpe da folletto. Ora, qui sta il punto cruciale: lui tenta di limonarsela, e lei, cazzo di donna superba!, l’ammiro molto per questo, poggiando la mano sulle labbra del punk, sorride nel lasciarlo lì, a mo’ di zombie, rispedendolo a farsi fottere dai suoi amici del pubblico. Anet lo ha reso suo. Addomesticazione riuscita!

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