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Doppiatori italiani – Intervista a Mario Cordova 04/04/2008

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Doppiaggio, Esclusive, Interviste, TV ITA.
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Mario Cordova

“Il mondo dei doppiatori”

In esclusiva per il mio sito web “Il mondo dei doppiatori” ho intervistato Mario Cordova, voce italiana di attori cinematografici come Richard Gere, Willem Dafoe, Jeremy Irons e Patrick Swayze, ma anche interprete della voce italiana di Bruce Willis nella brillante serie cult Moonlighting con Cybill Shepherd e di Kevin Sorbo nell’epica Hercules (la scheda dedicata a Mario Cordova presente nel mio sito web).
Vi propongo di seguito l’intervista, ringraziando Mario Cordova per la gentilezza e disponibilità.

Sei nato a Catania, adesso vivi a Roma: come è nato il tuo interesse per il mondo dello spettacolo?
Niente di speciale. Diciamo che ero un ragazzino un po’ ribelle che faceva divertire parenti e amici. Raccontavo barzellette e storielle e loro dicevano sorridendo: “Questo è un attore nato!” Ho finito per crederci!
Certo, mi piaceva essere al centro dell’attenzione, ma chissà se era veramente quello per cui ero nato. Siamo così facilmente condizionabili… Poi a 15 anni, un’amica di mio fratello mi telefona per avvisarmi che si è iscritta a una scuola di teatro e mi dice che, viste le mie capacità, dovrei iscrivermi anch’io. Così ho fatto. Insomma mi ci hanno buttato!
Come è cominciata la tua attività nel campo del doppiaggio?
Avevo conosciuto la compagna di Stefano Satta Flores, un famoso attore oggi scomparso, e lei lo convinse a presentarmi uno dei più famosi direttori di sempre, Mario Maldesi. Stefano stava doppiando Dudley Moore in “10”, una commedia dell’epoca con Bo Derek. Io non conoscevo Stefano, ma quando arrivai in sala d’incisione, fece finta che ero un suo grande amico e, dicendo che ero un bravissimo attore, convinse il direttore a farmi un provino. Un mito! Andò molto bene, a tal punto che decisero di tenere incise per il film le battute che avevo doppiato. Fu grazie a questo incontro che dopo poco mi chiesero di diventare socio della CVD, una delle due più grosse società di doppiaggio. E’ incredibile come a volte, persone che non conosci, possano cambiare la tua vita.”
Chi ritieni sia stato il tuo maestro, o comunque una figura importante che ti ha ispirato?
Pino Locchi, la voce di Sean Connery e di tanti altri attori. Lui è stato per me un mito e devo confessare che all’ inizio della mia carriera cercavo di imitarlo. Poi sono cresciuto e ho capito che dovevo crearmi una mia identità. Ne avevo tanti di miti, come ad esempio Peppino Rinaldi che forse è stato il più grande di tutti, ma sentivo che ero più simile a Locchi e che poteva essere, per me,un punto di riferimento.
Quale è stato il tuo primo doppiaggio importante?
Con Maldesi, un film di Sydney Lumet, “Il principe della città”. Doppiavo Treat Williams. Un protagonista che aveva la metà delle battute di tutto il film, monologhi lunghissimi, una parte difficilissima. Mario credeva in me e me la offrì. Non so cosa gli sia passato nella testa, io non mi sarei mai distribuito per quel ruolo, non mi sarei sentito all’altezza, ma lui amava le sfide… e credo che la vinse. Certo facevamo tre, quattro anelli a turno…. un sogno, oggi impossibile!
Passando al cinema, qual è l’attore a cui sei più legato?
Beh,Richard Gere ovviamente Richard Gere. Lo doppio da tanti anni e, dal punto di vista del “successo” è quello che mi ha dato di più. Ma sono legato molto a Jeremy Irons, che ho doppiato più volte e che ho conosciuto, così come Richard. Irons lo conobbi all’anteprima mondiale di “Lolita” . In occasioni di questo tipo, solitamente l’attore americano sta in sala cinque minuti e poi va via. Quella volta invece Irons, Adrian Lyne (regista di film come “Nove settimane e mezzo”), e la protagonista femminile, attesi a un rinfresco all’ambasciata francese, si fermarono in sala per l’intera durata del film. E alla fine quando me li presentarono. Irons cominciò a riempirmi di complimenti. Avendo notato che il mio inglese era un po’ zoppicante, mi disse in spagnolo: “Por favor, siempre tu!”. Successivamente mi mandò un fax che ho ancora qui a casa, dove mi scrisse quello che mi aveva detto a voce. Mi piacerebbe essere ricordato anche per Patrick Swayze che ho doppiato in “Ghost” e altri film.
Ma di un doppiaggio vado particolarmente fiero. Di quello su Mr. Bean (Rowan Atkinson) in “Quattro matrimoni e un funerale”. Nessuno avrebbe scommesso una lira sul fatto che sarei stato in grado di doppiare un personaggio buffo, così diverso dai ruoli romantici che si addicono al mio timbro di voce.
Quale attore invece non hai mai doppiato, e ti piacerebbe cimentarti nell’essere la sua voce italiana?
L’attore mai doppiato e che rimane un sogno è George Clooney. Adoro la sua ironia, la sua eleganza. Credo di avere queste caratteristiche. E senza voler togliere niente a quel grande doppiatore che è Francesco Pannofino, penso che sarebbe una bella sfida.
A quale film doppiato nella tua lunga carriera sei rimasto maggiormente legato?
Per quello raccontato prima… a “Lolita”.
In TV hai doppiato importanti protagonisti del piccolo schermo, come Bruce Willis in “Moonlighting” e Kevin Sorbo in “Hercules”: quale ruolo ti ha più appassionato in assoluto e per quali motivi?
“Moonlighting”, Bruce Willis e Cybill ShepherdSenza dubbio Bruce Willis in “Moonlighting”. Era straordinario, fu quella serie che lo lanciò nel mondo di Hollywood. A volte in sala non riuscivamo ad andare avanti, scoppiando a ridere per le sue battute e le sue smorfie. Lui e Cybill Shepherd erano i protagonisti assoluti e cimentarsi con un personaggio così complesso, a tutto tondo, è stata un’esperienza formativa assoluta. E’ grazie a Willis che ho imparato a essere un attore brillante.
Hai preferito in genere doppiare serie televisive o film? Quali ti impegnano maggiormente come attore?
Ovviamente i film. Ti viene richiesta una qualità più alta e non c’è niente di più difficile ed esaltante che lavorare sulla qualità, sulle sfumature. Il lavoro va più in profondità. Nel cinema la tecnica non basta!
Hai anche doppiato alcuni cartoni animati e film d’animazione, come la serie “He-Man e i Dominatori dell’Universo” e il recente “Bee Movie”: cosa ricordi delle esperienze nel mondo animato?
Su tutto direi il senso di assoluta libertà che si prova doppiando i cartoni. Attingi completamento al bagaglio di esperienze di vita che hai dentro. Devi cercare una voce fra le tantissime che tutti abbiamo a disposizione (e quando dico tutti intendo anche i non attori), non c’è intonazione, sfumatura, esagerazione che non ti sia consentita. Un bagno nella fantasia.
Sei anche un bravo direttore del doppiaggio: quali maggiori responsabilità ed impegni comporta questo ruolo? Come hai iniziato? Quale, tra i film e le serie che hai diretto, ti ha più divertito e ha riscosso il maggiore consenso dei fan?
E’ un lavoro diverso da quello del doppiatore, come il regista da quello dell’attore. Certo le capacità attoriali sono molto utili per fare il direttore, ma non bastano. Il direttore di doppiaggio è come un direttore d’orchestra che deve far suonare una partitura musicale., sceglie i suoi strumenti e li accorda in un tutt’uno. Lo stesso fa il direttore: studia il film e sceglie, in uno sforzo di immaginazione, quali sono le voci giuste, scegliendole per la loro timbrica, ma anche per il cuore, diciamo così, per il colore che si portano dietro. E poi c’è il momento magico del doppiaggio vero e proprio. I doppiatori arrivano in sala da altri turni, da altre facce, altre storie. E lui li accorda, come si accorda uno strumento musicale, li prende per mano portandoli nel mood, nel mondo immaginario del film che deve doppiare. Un lavoro straordinario. Il primo film importante come direttore fu “Il corvo”, un grande successo al botteghino. Fu complesso costringere gli attori a parlare in un modo così lontano dalla loro realtà di tutti i giorni. Sì, facemmo un lavoro proprio sull’articolazione, sul modo di mettere la bocca, perché il nostro modo generalmente pulito di parlare, non andava bene su quelle facce così caratterizzate, così “sporche”, come si dice in gergo.“Will e Grace”
Con la direzione di “24” ho ricevuto un premio come migliore direzione dell’anno. Ma credo poco nei premi, entrano per forza di cose, ragioni che poco hanno a che fare col reale valore professionale di quello che si è fatto. L’esperienza certamente più divertente è stata quella del doppiaggio della sit-com “Will e Grace”. Il problema maggiore era che, come in tutte le sit-com, le risate del pubblico che si sentono dopo una battuta di un personaggio, erano incancellabili. E le loro battute ogni tanto si riferivano a fatti e personaggi che a noi italiani non dicevano niente. Avevamo chiesto e ottenuto carta bianca da Sky, in modo da poter scrivere battute nuove che ci facessero ridere e giustificassero le risate del pubblico. Un lavoro improbo, ma entusiasmante.
Hai qualche curiosità della tua carriera da doppiatore o direttore che ti piacerebbe ricordare?
Tanti. Ne cito uno. Sono stato il direttore di doppiaggio di “Carne tremula” di Pedro Almodovar. Alla proiezione fu invitato anche Pedro, che alla fine si avvicinò e mi disse: “E’ la prima volta che vedo un mio film doppiato in un’altra lingua in cui ritrovo me stesso”. Ecco, credo non ci sia complimento più bello per un direttore di doppiaggio. Perché questo siamo noi: traduttori. Traduttori di concetti e sentimenti, il nostro compito è proprio quello di ridare “l’anima del film”. Non ho mai più diretto un doppiaggio dei film di Pedro, questo mestiere è fatto così, ormai non mi ci arrabbio più, ma quella frase la porto sempre con me, quella non potrà togliermela nessuno.
Per concludere, come ho già fatto ad alcuni tuoi colleghi, anche a te chiedo cosa consiglieresti di fare a chi vuole entrare nel mondo del doppiaggio.
Discorso lungo e complesso. Ci sono pochissime scuole e i miei colleghi mi perdonino se dico che in giro c’è poco di interessante. Comunque meglio che niente, troppi problemi tecnici per cominciare senza averne frequentata una, almeno per un po’. Il momento è particolarmente difficile per chi inizia, oggi in cui l’unica esigenza sembra sia diventa quella di spendere meno. Non abbiamo più tempo, nei cosiddetti turni di brusio, come accadeva una volta, di insegnare alle nuove generazioni che si affacciano al doppiaggio. E lasciamelo dire: purtroppo andando al cinema, spess
o si sente.

Commenti»

1. Riccardo - 04/04/2008

Giuro che mi ha quasi commosso leggendola, ogni parola trasmette passione e esperienza. Grazie!

2. eatknowhow - 04/04/2008

http://lavitatua.wordpress.com
Discussione Interessante.
Vorrei invitare tutto per visitare un nuovo blog chiamato “La Vita Tua” destinato per promuovere i fatti di nutrizione e la ricerca globale di salute.

3. Alessandro - 04/04/2008

Bellissima intervista, piena di curiosita’ e aneddoti come piacciono a me.
Concordo con il sostituire battute americane su personaggi americani con battute riferite a nostri personaggi, ad esempio da noi battute su oprah winfrey o su dr. phil ( che e’ un conduttore di un talk molto criticato) non ci fanno ridere perche’ non conosciamo bene i personaggi in questione ma se al posto di questi nomi mettono costanzo o vespa o qualcun’altro allora penso possa funzionare di piu’.
Pensando al doppiaggio di altri attori doppiati da altri doppiatori non sarebbe male come sfida. Ad esempio sarebbe bello sentire lo stesso personaggio doppiato da Ward, da Prando , da Cordova , da Bulckaen ecc. , almeno secondo me. Chissa’ magari un giorno lo fanno come sfida in tv ( o anche alla radio)

4. Antonio - 05/04/2008

Io invece preferisco che i riferimenti non vengano cambiati. Non ha senso, a mio avviso, sentire dei personaggi di uno show americano parlare di persone o cose che sicuramente non potrebbero conoscere.


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