jump to navigation

Cinema futuro (561): “Questo piccolo grande amore” 08/02/2009

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Video e trailer.
trackback
Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Questo piccolo grande amore”

Uscita in Italia: mercoledì 11 febbraio 2009
Distribuzione: Medusa

qpgaTitolo originale: “Questo piccolo grande amore”
Genere: commedia sentimentale
Regia: Riccardo Donna
Sceneggiatura: Ivan Cotroneo
Musiche: Claudio Baglioni
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Mary Petruolo, Emanuele Bosi, Daniela Giordano, Mariella Valentini

La trama in breve…
Primi anni Settanta, a Roma. Andrea ha diciannove anni, Giulia diciassette. Si incontrano per la prima volta in un bar, per caso.
Andrea è al primo anno di architettura, immagina di poter cambiare il mondo con i suoi progetti, i suoi disegni, i suoi sogni. Giulia è all’ultimo anno di liceo classico, è timida, inesperta, impaurita dal primo vero sentimento della sua vita. Vengono da mondi diversi, hanno amici diversi, e due vite diverse che li chiamano prepotentemente in direzioni opposte.

La storia del disco
Quella sua maglietta fina…”. Sicuramente uno degli incipit più famosi dell’intera storia del pop d’autore italiano. Impossibile trovare qualcuno che non sia in grado di completare quel verso e canticchiarne la melodia. Parole che sono presto uscite dall’ambito strettamente musicale per entrare a far parte del linguaggio, dell’immaginario e della memoria di più di una generazione.
Comincia così “Questo piccolo grande amore”: il brano, non l’album. Se non il più bello tra quelli scritti da Claudio Baglioni, certamente il più famoso oltre che, in assoluto, uno dei più amati dagli italiani i quali, non a caso, nel 1985 l’hanno votato “Canzone del secolo”.
Considerato, un po’ troppo frettolosamente e superficialmente, il manifesto della poetica del musicista romano – che in quarant’anni di straordinaria carriera, ha dato e detto molto di più, sia dal punto di vista dell’invenzione musicale, che del messaggio contenuto nei testi – “Questo piccolo grande amore” resta, certamente, un brano simbolo. Uno di quei rarissimi e fortunatissimi pezzi che non perdono mai la capacità di far breccia in cuori e coscienze e suscitare emozioni. Un piccolo “classico” che gode del grande privilegio riservato esclusivamente ai classici: non smettere mai di dire ciò che hanno da dire.
Quello che, infatti, pochissimi ricordano – e non solo perché sono passati ormai trentacinque anni dalla prima pubblicazione – è che “Questo piccolo grande amore” (l’album, non il brano) non è un semplice insieme di canzoni, indipendenti per forma e messaggio, come di solito accadeva ai “Long Playing” in quegli anni. Al contrario. Si tratta di un progetto insolito, decisamente ambizioso (soprattutto per un artista a quell’epoca non ancora affermato) e per molti aspetti “rivoluzionario”. Un “concept album”, caratterizzato da stile narrativo e matrice espressiva in totale controtendenza rispetto agli standard di quegli anni, con cui Baglioni descrive la parabola di una storia d’amore post-adolescenziale: incontro, innamoramento, passione, tradimento, separazione. Un tema tutt’altro che facile da inquadrare, soprattutto in un paese, equidistante tra ’68 e ’72, che vive in pieno l’esplosione del fenomeno “cantautori”. Una stagione nella quale sono le tematiche politico-sociali, più che l’amore, a interessare e “fare tendenza”. Anche per questo, forse, pur scrivendo musica e parole e interpretando da sé i propri brani, Baglioni non mai sarà mai considerato “cantautore”. Almeno non nell’accezione che il termine acquisisce in quegli anni. Tutto questo, però, non impedisce al ventenne musicista di seguire il proprio credo espressivo, né a un disco come “Questo piccolo grande amore” di incontrare un successo tanto inatteso quanto sorprendente e di imporsi subito – a dispetto di mode e parole d’ordine del momento – come quello che oggi si definirebbe un fenomeno di culto.

L’invenzione del concept-album, naturalmente, non appartiene a Baglioni. Tuttavia a lui va senz’altro riconosciuto il merito di non aver ceduto alle pressioni della discografia, che spingeva per forme e contenuti più standardizzati, e di aver lottato fino in fondo per dar vita alla forma-prodotto nella quale credeva. I fatti, come sappiamo, gli hanno dato abbondantemente ragione. Del resto, la ricerca di una trama narrativa che dia senso unitario ad un progetto discografico, unitamente al desiderio di evitare che il disco si riduca ad un mero esercizio di assemblaggio di canzoni più o meno omogenee tra loro sono, probabilmente, le caratteristiche centrali intorno alle quali ruota l’intera produzione del musicista romano.
Per Baglioni, infatti – oltre, naturalmente, al gusto particolare per le grandi melodie, alla ricerca di strutture armoniche più ricca e adulta rispetto a quanto consentito dagli stilemi pop, alla costruzione di sonorità sempre nuove e alla cura e all’attenzione per i testi – l’idea che un disco debba possedere un senso d’insieme del quale i diversi brani compongono il profilo espressivo, è fondamentale. Un’idea che parte proprio con “Questo piccolo grande amore” (nelle intenzioni addirittura un album doppio, se questa prospettiva non fosse stata giudicata non affrontabile per un quasi esordiente) e caratterizza praticamente tutti i suoi album.
Ogni elemento di “Questo piccolo grande amore” – struttura dei brani, linee melodiche, sonorità, arrangiamenti, testi – si sviluppa, quindi, si dall’inizio, al servizio della narrazione, seguendo una precisa “sceneggiatura” della quale, oltre allo stesso Baglioni, sono corresponsabili: Tonino Coggio, pianista e produttore, Tony Mimms, trombettista e arrangiatore e Franco Finetti, clarinettista e ingegnere del suono.
La scrittura dell’album le melodie e le sue atmosfere nascono, quindi, in funzione della storia, su una tavolozza espressiva estremamente ricca di stili e forme musicali. Si va, infatti, dal ricorso a tecniche antiche come gli stornelli romaneschi quasi presi dalla strada, al recitativo cantato ispirato, al melodramma (“Che begli amici!”), passando per riferimenti classici (come l’organo a canne) di “Quel giorno”, alle atmosfere country (“Porta Portese”), fino a colori e voci presi da ogni forma musicale (jazz, rock, blues ecc.).

Inizialmente il brano d’apertura avrebbe dovuto essere “In viaggio”, un pezzo che rappresentava le ragioni del montare della contestazione. Brano che venne tagliato, su pressione della casa discografica, la quale non gradiva l’idea che la storia d’amore potesse essere confusa con tematiche di altro genere. Identica sorte, purtroppo, toccò ad altri brani (in particolare a un episodio nel quale si parlava, con toni ironici e perplessi, del servizio militare) e a diversi momenti strumentali, perché la durata complessiva era troppo lunga e, come ricordato, non era possibile ipotizzare un doppio album.

Come una vera e propria “opera” popolare, il disco (registrato in poco più di un mese, tra il 27 agosto e il 30 settembre 1972) è attraversato da “temi” musicali (linee melodiche riconoscibili) che tornano, riproposti in momenti e vesti differenti. Così, ad esempio, “Piazza del Popolo” (da dove il protagonista fugge dopo la carica della polizia, fino a incontrare lei) e “Cartolina rosa” (la stazione del distacco) hanno stessa aria ed identico schema evolutivo; “La prima volta” e “Sembra il primo giorno” condividono la stessa linea melodica, anche se, nel primo caso, l’atmosfera esprime la tensione, la sensualità e il clima nervoso di quel momento; mentre, nel secondo episodio, emerge la lenta, inesorabile, ineluttabile tristezza di un qualsiasi addio. E, ancora: il ritornello dell’incontro di una “Una faccia pulita” riecheggia nel distacco ultimativo di “Sembra il primo giorno”, mentre la coda orchestrale che chiude l’album riprende il tema del ricordo dell’innamoramento di “Con tutto l’amore che posso”.
Un progetto dalla gestazione lunga e complessa che parte dal 1968 (a dispetto dei tempi piuttosto brevi di registrazione dell’album) come lunga e tutt’altro che agevole era stata, del resto, la nascita del brano che dà il titolo all’album. Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, infatti, dalla sua (solo) apparente semplicità, “Questo piccolo grande amore” è un brano anomalo, la cui costruzione non ha avuto niente a che fare con l’immediatezza e la fluidità della fruizione. Si tratta, infatti, di un pezzo dalla struttura piuttosto inconsueta rispetto alla forma-canzone tradizionale. Quattro parti distinte, che si ripetono in due tornate senza un vero e proprio ritornello (struttura adottata successivamente da Baglioni solo in altri due brani: “Fammi andar via” e “Le vie dei colori”, entrambi contenuti nell’album “Io sono qui”)

Le prime note (“Piccolo grande amore, solo un piccolo grande amore…”) sono apparse nel 1969, all’interno di una sorta di brano-suite dal titolo “Ci fosse lei” (pubblicato, per la prima volta, nella raccolta “Tutti qui”, del 2005), ma per la struttura definitiva si è dovuto attendere fino al 1972. Seconda parte, in ordine di “avvento”, è stata quella – più riflessiva, e malinconica, anche per la successione armonica che richiama atmosfere musicali in minore – che è diventata, poi, la terza sezione del pezzo (“E lei, lei mi guardava con sospetto…”). Per terza, invece, nacque – “mugolando qualcosa alla chitarra”, come ha ricordato qualche volta lo stesso Baglioni – quella che sarebbe diventata la strofa vera e propria (“Quella sua maglietta fina…”). E solo per quarta, il “ponte” che lega strofa e ritornello (“Le chiare sere d’estate…”). Dulcis in fundo: l’introduzione, con quegli accordi di pianoforte che ricordano il distendersi e il ritrarsi del mare sulla battigia (un po’ didascalicamente sottolineati da un effetto mare in sottofondo), che hanno finito col diventare un vero e proprio “marchio di fabbrica” e che basta accennare per provocare deliranti reazioni da stadio. A quattro anni di distanza dal manifestarsi delle prime note e dopo un percorso creativo tutt’altro che lineare, il brano che avrebbe consacrato Baglioni come stella di prima grandezza del firmamento pop nazionale e avrebbe mandato in visibilio milioni di cuori era finalmente pronto. Anche se non proprio tutti furono in grado di coglierne immediatamente la portata. Dopo aver ascoltato la versione definitiva di quella che sarebbe diventata la canzone del secolo, infatti, l’allora direttore artistico della RCA, si lanciò in un: “Non male. E’ una buona facciata B!”.

Ma le curiosità non si esauriscono qui. Per quanto, oggi, possa apparire incredibile e possa far sorridere, alla radio “Questo piccolo grande amore” venne censurata per i contenuti ritenuti eccessivamente arditi di alcune espressioni. Fu così che “La paura e la voglia di essere nudi” diventò “La paura e la voglia di essere soli” e le “cose proibite” si trasformarono in “scarpe bagnate”. Scorrendo i testi (scritti dallo stesso Baglioni in dodici giorni di lavoro ininterrotto, in una sorta di neorealistica “lingua della strada”, piena di espressioni gergali e modi di dire) ci si accorge, tuttavia, che non si tratta degli unici momenti “forti”. Si va, infatti, dal “andate a dare via il sedere!” di “Che begli amici” all’intimità, insolitamente esplicita per l’epoca, di “La prima volta” (“le tue labbra più rosse mi fanno impazzire, i tuoi seni di luna la fronte sudata…”; “i tuoi occhi più larghi i capelli bagnati, i tuoi fianchi impazziti restiamo aggrappati…”), fino alle “strade deserte, colorate di vino bestemmie e di carte…” di “Sembra il primo giorno”.
Piccoli ma significativi elementi, che ci aiutano a capire quanto di un lavoro come questo si possa nascondere al di là delle etichette, dei luoghi comuni ma anche dello straordinario successo che lo hanno accompagnato. Ma, soprattutto, elementi che rendono “Questo piccolo grande amore” non solo uno dei più importanti momenti di svolta nella storia della canzone d’autore italiana, ma anche l’annuncio di una delle personalità artistiche più significative e innovative dell’intero panorama musicale.

Trailer italiano:


Per consultare le uscite dell’ultimo week-end andate allo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema visitate lo spazio “Cinema Festival”.

Commenti»

1. violetazuggo - 08/02/2009

Hi,

Sweet, dolce, film!

We think it will be a hit, a lot of people will identify with their first love!

Aah sweet Trailor!

2. riccardo - 11/07/2009

skifo skifo


Lascia il tuo commento...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: