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Cinema futuro (584): “Due partite” 03/03/2009

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Due partite”

Uscita in Italia: 6 marzo 2009
Distribuzione: 01 Distribution

duepartiteTitolo originale: “Due partite”
Genere: commedia
Regia: Enzo Monteleone
Sceneggiatura: Cristina Comencini e Enzo Monteleone (basato sulla commedia teatrale di Cristina Comencini, edita da Feltrinelli)
Musiche: Giuliano Taviani
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi, Paola Cortellesi, Carolina Crescentini, Valeria Milillo, Claudia Pandolfi, Alba Rohrwacher

La trama in breve…
Una commedia dolce-amara sul mondo femminile. Due epoche, due modi di essere donne. Anni Sessanta: una partita a carte per stare insieme. Ogni giovedì pomeriggio quattro amiche si raccontano amori e tradimenti, teorizzando la maternità, la vita e i problemi del matrimonio. Litigano, ridono, parlano con complicità e un po’ di cinismo.
Trent’anni dopo: le figlie si ritrovano al funerale di una delle madri. Sono le stesse bambine che, durante le partite a carte, giocavano nella stanza accanto. Come le loro madri, si confidano sogni e paure, il tempo che passa, il rapporto con il lavoro, il desiderio di maternità.
Sono passati decenni ma l’identità femminile sembra inalterata, nonostante la carriera e l’emancipazione; essere donna significa oggi come allora energia, allegria, fatica e dolore.

INTERVISTE

ENZO MONTELEONE (regista)

Nascita del film
“Due partite” è una commedia di Cristina Comencini che ha avuto un grande successo a teatro. Racconta due gruppi di donne (quattro mamme e le loro quattro figlie) in due momenti storici diversi: gli anni ’60 e i nostri tempi. I desideri, la vita, i figli, le difficoltà, i rapporti con gli uomini, con il lavoro e la famiglia sono raccontati con una leggerezza che nasconde un malessere di fondo che si trasmette dalle mamme “angeli del focolare” dei “favolosi” anni ’60 alle figlie “in carriera”  dei nostri giorni. Scava nel sentimento di maternità, nel ruolo di madre, così naturale e scontato in passato e così difficile da affrontare oggi.  E del mutamento del ruolo delle donne.
Nella prima messa in scena a Roma al teatro Valle tutti gli otto ruoli (madri e figlie) erano affrontati da quattro magnifiche attrici : Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo. Dopo lo spettacolo, tra gli applausi e i complimenti, è venuta naturale parlando con Riccardi Tozzi e con Cristina Comencini pensare ad una trasposizione per il cinema di questo testo. Ci sono dialoghi brillanti, personaggi ben definiti, l’aria dei tempi, considerazioni profonde ma non didascaliche. Sembrava un testo già pronto per diventare film.  Cristina disse invece di averci lavorato troppo, di non avere il distacco necessario, di  esserci troppo dentro. “Perché non lo fai tu?” mi disse. “Hai sempre fatto film di uomini, forse è venuto il momento di affrontare l’universo femminile.”
Così è nata questa avventura.
Discutendo sui problemi della messa in scena ho subito pensato che dovevo rispettare il testo. Molti film sono tratti da testi teatrali ( Vanya sulla 42esima strada, Ameri-cani, 12, ecc.)  e si basano sulla forza dei dialoghi e sulla bravura degli attori. Anche questa commedia ha il suo punto di forza sulle parole e sulla bravura di un cast di attrici strepitose. Ho cercato di valorizzare al massimo le loro qualità con il linguaggio del cinema, i dettagli, gli sguardi, i primi piani, il montaggio, la musica, i movimenti di macchina.
Innanzitutto c’era la scommessa di raccontare una storia tutta ambientata in un apparta-mento, poi il passaggio dagli anni Sessanta ai ’90, i cambiamenti di linguaggio ed estetica.
Quello che emerge in maniera evidente da questa storia, è che le mamme degli anni Sessanta, appartenenti alla media-alta borghesia dell’epoca, dovevano ancora conquistarsi tutta una serie di diritti che poi sarebbero arrivati con la rivoluzione culturale del ’68 e subivano le decisioni del marito, dei padri, in nome del concetto di famiglia e rispettabilità. Nonostante ciò, vivevano una stagione di grande energia e grandi cambiamenti, il boom portava con sé rinnovamento ed entusiasmo. Dietro questa patina di leggerezza e allegria, si nascondevano grandi dolori, che però, secondo i comportamenti dell’epoca, dovevano essere taciuti per preservare l’unità della famiglia. Quello che è venuto dopo ha dato alle donne maggiore dignità e libertà, soprattutto di lavorare, di gestirsi la propria vita, la propria sessualità, di non dover dipendere per forza dagli obblighi del ruolo di madre. Allo stesso tempo, però, sono subentrate altre dinamiche e difficoltà di natura più esistenziale, come trovare il proprio ruolo nel mondo, affermarsi e saper conciliare la propria carriera con la vita privata. Tra madri anni Sessanta e figlie dei nostri tempi i mutamenti sono stati evidenti, ma i problemi di fondo sono sempre quelli. Uno su tutti è rappresentato dal rapporto che le donne hanno con la maternità.

Il cast
La prima decisione che ho preso è stata quella di sdoppiare il cast, nel senso che, a teatro, le quattro attrici ricoprivano tutti i ruoli, mentre nella versione cinematografica ho pensato che le quattro figlie avrebbero dovuto essere quattro attrici diverse per avere un maggiore effetto di realismo. Questo mi ha permesso di lavorare con un gruppo di attrici straordinario. DUE PARTITE è un film basato fondamentalmente sul lavoro delle attrici, sul testo e sulla recitazione. Le quattro attrici, che avevano rappresentato la prima messinscena di Due Partite, erano state talmente brave e convincenti che era naturale confermarle in blocco, con l’unica differenza che Valeria Milillo la sentivo più giusta nel ruolo di figlia, forse a causa della sua fisicità ancora molto ragazzina. Dall’altra parte, ho integrato il gruppo delle tre mamme (Buy, Ferrari e Massironi) con Paola Cortellesi, perché Paola, attrice straordinaria e piena di talento sia comico che drammatico, la sentivo molto più mamma anni Sessanta che figlia anni Novanta. Poi c’è stato il casting per le figlie e abbiamo scelto la Crescentini, la Pandolfi e la Rohrwacher, tre attrici giovani e bravissime. Uno dei motivi principali per cui ho accettato con entusiasmo questa avventura è stata l’idea di poter lavorare con un cast tutto al femminile e seguire le loro performance, vero punto di forza del film.

Il passaggio dal testo teatrale al film
Il testo teatrale aveva già un bel ritmo, era spiritoso e allo stesso tempo profondo. Naturalmente, passando dal teatro al cinema, abbiamo dovuto rendere i dialoghi e le battute più quotidiane e familiari. Il teatro accetta un certo tipo di enfasi nel testo, il cinema no. Il mio compito è stato pertanto quello di snellire i passaggi, le piccole cose che suonavano forzate e di muovere la scena con qualche intervento o accorgimento. Diciamo che il testo, all’ottanta per cento, è rimasto quello teatrale. Rispetto al  teatro abbiamo sfruttato a pieno la possibilità che il cinema offre di giocare con la luce, i movimenti di camera, i primi piani e i piani d’ascolto, per cercare di addentrarci negli sguardi  delle attrici.
Con Daniele Nannuzzi, il direttore della fotografia, abbiamo deciso di impostare le due parti in maniera fotograficamente molto differente. La prima parte volevo che fosse un trionfo di colori, soprattutto pastello, dai toni pop, come i film anni Sessanta. Anche i costumi dovevano essere molto colorati, gli interni di un certo tipo e la fotografia calda, quasi eccessiva dal punto di vista coloristico. Un tipo di fotografia demodé che ricordasse un po’ le pellicole FerraniaColor.
La seconda parte, invece, che ci porta negli anni Novanta, volevo che sfiorasse il bianco e nero. In più c’è anche una differenza stagionale: la parte delle madri è ambientata in un pomeriggio di inizio estate, mentre la parte delle figlie in autunno inoltrato. Il che dà la misura dei sentimenti che provano queste donne: nella prima parte sono tutte piene di speranza e di allegria, anche se hanno dei malesseri che cercano di nascondere. Nella seconda parte i sentimenti sono decisamente più dolorosi.
Il montaggio di Cecilia Zanuso  ha permesso poi di rubare dettagli, piccoli gesti, sguardi e reazioni che danno al racconto una fluidità e una profondità particolare.

Le musiche
Quando ho scritto l’adattamento della commedia Due Partite, avevo messo delle note all’inizio della sceneggiatura, dicendo che nella prima parte il commento musicale sarebbe stato affidato a delle canzonette d’epoca e nella seconda parte il film probabilmente non avrebbe avuto un commento sonoro, ma soltanto traffico di città, la vera colonna sonora moderna. Per questo abbiamo pensato, per la prima parte, alla cantante simbolo degli anni Sessanta, Mina, vera e propria icona non solo per le canzoni, ma anche per il suo anticonformismo e la sua forte personalità. Il commento sonoro della seconda, invece, è più sottile, sotto le righe, e accompagna lo stato d’animo delle nostre protagoniste, senza enfatizzarlo.

LE ATTRICI

LE MADRI

MARGHERITA BUY – GABRIELLA

Come descriveresti il tuo personaggio?
Il mio personaggio si chiama Gabriella. È sposata e ha una figlia. Probabilmente sarebbe stata una grande pianista, ma ha rinunciato al suo talento e al suo lavoro per dare più spazio al marito,anche lui grandissimo musicista. È una donna poco inserita nel suo tempo, che però sente l’urgenza di un cambiamento. Ha accettato questa situazione, ma sente dentro di sé che è forzata e che la sua arte le manca tantissimo. Vive una sorta di frustrazione, che poi si riflette nel rapporto morboso che ha con il marito: lo vuole tutto per sé e vuole essere sempre rassicurata, perché questa rinuncia ha provocato in lei una grande insicurezza.
È un bellissimo personaggio che vive tutte le contraddizioni dei suoi tempi. Ha degli scatti improvvisi che si sciolgono poi in debolezze e grandi insicurezze.

Hai riscontrato differenze tra il ruolo teatrale e quello cinematografico?
Quando mi hanno proposto il ruolo al cinema, un po’ me lo aspettavo. Ce l’eravamo sempre dette con Cristina, poi lei non l’ha più fatto come regista e l’ha preso in mano un uomo. All’inizio ho avuto un po’ di perplessità, perché siamo otto donne e il mondo femminile è molto preciso. Enzo però si è dimostrato molto tranquillo e sicuro di sé.

Com’è stato lavorare con Enzo Monteleone?
Con Enzo Monteleone, all’inizio ci siamo posti il problema della staticità della pièce. C’era un desiderio di movimentarla, cambiarla, di far vedere altre cose. Poi lentamente ci siamo riaffezionati al progetto originale. Enzo ha avuto il coraggio di tenere il progetto più o meno così com’era stato concepito, cercando solo di renderlo meno teatrale, nella scrittura, nel linguaggio, nel modo di recitare. Per me non è stato molto complicato, perché conoscevo il testo molto bene; ci sono state delle aggiunte, ma piccole cose.

Com’è stato girare in un’unica location?
Di sicuro girare in un’unica location può risultare un po’ statico e noioso, ma noi ci siamo trovate bene. Inoltre, abbiamo girato in sequenza ed è stato molto bello e interessante. Sarebbe stato complesso ricreare il gioco delle carte, i movimenti interni alla scena e soprattutto le piccole evoluzioni psicologiche se non in questo modo.

Avevi mai lavorato con tante donne?

Ho lavorato spesso con donne, ma un film con sole donne è un’esperienza davvero atipica. Si è creato un clima divertente, di complicità, di cose che solo tra donne possono succedere.

Come pensi che sarà recepito il film dagli uomini?

Credo che sarà molto simile alla reazione che hanno avuto gli uomini in teatro. Ci sono molti uomini pronti ad ascoltare i discorsi delle donne e lo fanno magari spiando, facendo sembrare che la cosa non gli interessa poi tanto, altri, invece, si rifiutano totalmente, hanno una chiusura mentale, anche nella vita. Sono testi che o ami o rifiuti. Questo film provocherà discussioni casalinghe, un minimo di movimento all’interno della coppia.

ISABELLA FERRARI – BEATRICE

Come descriveresti il tuo personaggio?
Io faccio Beatrice, una donna molto ingenua, forse un po’ tonta, innamorata del marito, della vita, dei libri. Una donna decisamente positiva che, della commedia è l’elemento scatenante, nel senso che lei è una forza della natura, dà il via all’azione.
Quando ho interpretato questo personaggio a teatro la chiave che mi ha aiutato è stata ritrovare mia madre nella sua fisicità, nella gestualità, nel suo modo di parlare, nel suo accento. È successo che ogni sera, a teatro, diventavo sempre di più mia madre.

Hai riscontrato differenze tra il ruolo teatrale e quello cinematografico?
Non ho avvertito grandi differenze da questo punto di vista. Anzi é stato un grande vantaggio averlo fatto in teatro, perché ho avuto la possibilità di sperimentare il personaggio e di portarlo al limite. Una recitazione al quadrato. Questo è un testo che, anche rifacendolo per il cinema, ho continuato a scoprire soprattutto nelle battute degli altri. Mi capita di ripensare a quei teatri grondanti di donne commosse e sorridenti, accompagnate dai loro uomini, increduli e spaventati. È una sensazione, secondo me, che si avvertirà anche quando il film sarà in sala. È un film che rimarrà. Ogni tanto immagino che, un giorno, da vecchia, a teatro lo potrò rifare.

Com’è stato lavorare con Enzo Monteleone?
Può sembrare impensabile che il regista sia un uomo. Però è stata una cosa estremamente interessante, perché l’uomo in questo testo rimane incredulo. Enzo è un regista che ti ascolta, attento e molto caloroso nei confronti del suo attore. Io mi sono sentita libera di trovare qualcosa in più, che non avevo ancora raggiunto in teatro. Enzo è un ottimo regista.

Com’è stato fare un film in costume?
Mi è successo raramente di fare film in costume ma ogni volta è stato un piacere.
Il costume già di per se aiuta ad entrare in un personaggio, e chiaramente quando si tratta di epoca, cambia la tua gestualità.
In Due partite il mio costume è una pancia di nove mesi. Inutile dire che mi ha riportato alle mie gravidanze vissute. E poi il colore: nel film indossare colore e vedere colore ci ha fatto rivivere un’epoca …per non parlare delle nostre acconciature … sublimi

MARINA MASSIRONI – CLAUDIA

Come descriveresti il tuo personaggio?
Il mio personaggio si chiama Claudia, è una mamma con tre figli a carico e un marito che la tradisce. Claudia tenta di elaborare il tradimento e  la sofferenza cercando di trattenere l’emotività. È una donna apparentemente felice, ma in realtà nasconde un gran fuoco dentro, una doppia personalità che con gli anni si farà strada, un lato nascosto che verrà fuori nella sua anzianità.

Hai riscontrato differenze tra il ruolo teatrale e quello cinematografico?
Ho sempre amato questa commedia. L’ho amata a teatro, mi sono divertita, mi sono immedesimata in tutti i personaggi, non solo nel mio. Credo che abbia un grande sguardo sulle donne, molto ironico e profondo. Non a caso è stata scritta da una donna, da Cristina Comencini, che ci ha diretto anche a teatro. Poi è stato molto interessante lavorare sull’immagine, rielaborarla in maniera più accurata e approfondita. Inoltre, a teatro hai tempi di lavorare, di porgere le battute e dei ritmi completamente diversi. Devi lasciare spazio al pubblico, quindi hai un riscontro immediato ad ogni battuta, mentre nel cinema, si deve lavorare in un altro modo, con un altro ritmo, di contenere di più, di approfondire, anziché esteriorizzare subito. Per il resto, il lavoro sul personaggio è lo stesso, anzi è stato ulteriormente approfondito.

Com’è stato lavorare con Enzo Monteleone?
Enzo Monteleone è un regista molto preciso, che possiede un grande sguardo d’insieme e un notevole senso musicale e ha saputo darci la misura dell’interpretazione, cosa difficile in un film in costume, quindi la possibilità di esagerare nel far ridere, mantenendo comunque un approccio realistico e naturale.

Avevi mai lavorato con tante donne?
Un film di sole donne è un’anomalia nel panorama cinematografico e, forse, anche un po’ preoccupante: ci si interroga sulla reazione che provocherà nel pubblico. In realtà si tratta non di un film sulle donne, ma per le donne. Un film che riesce a spiegare agli uomini l’universo femminile e le sue dinamiche.

Com’è stato fare un film in costume?
È stato un toccasana per la mia colonna vertebrale! Negli anni Sessanta le donne della borghesia, come il mio personaggio, erano eleganti e avevano un portamento eretto, signorile, aiutate anche da una biancheria intima ricercatissima. Per questo film è stata fatta una meticolosa ricerca di abiti, stoffe e accessori per ricreare l’atmosfera dell’epoca.

Com’è stato girare in un’unica location?
Girare in un’unica location può essere alle volte un po’ claustrofobico, dal punto di vista di un attore. Passare da un tavolo a un divano, e viceversa può risultare limitante, è vero, ma anche familiare e confortante.  Girare in sequenza, poi, è stata una gran fortuna, perché si segue un percorso, senza fare grandi salti temporali o emotivi.

PAOLA CORTELLESI – SOFIA

Come descriveresti il tuo personaggio?
Il mio personaggio si chiama Sofia, una donna dal carattere molto particolare, nel senso che è molta dura e cinica. È sposata, ma non ha un legame d’amore con suo marito e la figlia è stata un incidente a cui riparare con il matrimonio. Il mio ruolo mi è piaciuto da subito, perché raro nel panorama cinematografico; di solito, infatti, si fa un po’ fatica a scrivere ruoli duri per le donne. La donna evoca maternità, pazienza, amore con i bambini, positività. Sofia, invece, parla liberamente di sesso con le sue amiche utilizzando un linguaggio piuttosto colorito. Non è mai morbida, soffre in silenzio e tratta  male gli altri. Questo mi è subito piaciuto: è una donna fuori dai canoni, da ogni stereotipo femminile.

Com’è stato lavorare con Enzo Monteleone?
Enzo la capacità di mettere tutti a proprio agio. Lascia una grande libertà d’interpretazione. E poi si diverte sul set ed è pieno di energia. Credo sia stata anche per lui una bella collaborazione, stimolante.

Com’è stato girare in un’unica location?
È la prima volta che mi capita ed è stato bellissimo, divertente. Si crea un’atmosfera familiare, intima. Bisogna rimanere molto concentrati, altrimenti, affrontando per due giorni la stessa scena, nella stessa posizione, ci si può sentire destabilizzati. Girare in sequenza, però, è un fatto molto positivo e raro.

Cosa ti piace di più del film?
Tutto! Quando ho letto il testo teatrale e poi la sceneggiatura, mi sono subito immedesimata nelle tematiche che affronta. Secondo me il cuore sta in una battuta di Cecilia, una delle figlie. Dice: noi donne dobbiamo essere tutto, dobbiamo saper fare tutto, dobbiamo essere piacevoli, belle e brutte, dobbiamo amare qualcosa e rinunciare a questa cosa un attimo dopo. La prima parte parla di donne negli anni Sessanta che fingono di essere felici, impeccabili, madri perfette, nascondendo però un malessere profondo. Nella seconda parte, quella con le figlie, invece si presentano altri problemi, come ad esempio la difficoltà di conciliare il lavoro con la maternità. In questo senso, credo che questo testo riassuma perfettamente tutte le difficoltà che ha una donna.

Avevi mai lavorato con tante donne?
Per me è stato bellissimo. I ruoli femminili sono sempre quelli di madre, fidanzata, il ruolo di quella che accompagna la storia principale dell’eroe, che è sempre uomo. Queste, invece, sono eroine del quotidiano. Non compiono gesti così eclatanti, così spettacolari, però mandano avanti la famiglia con tre figlie e il marito che la tradisce, insomma ognuna ha una sua storia. Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di sottolinearlo.

LE FIGLIE

CAROLINA CRESCENTINI – SARA

Come descriveresti il tuo personaggio?
Io interpreto Sara, una pianista, figlia di Gabriella. Sara è sposata con Mario, marito estremamente premuroso. I suoi continui viaggi di lavoro non fanno altro che fomentare le apprensioni di lui e le nevrosi di lei. Sara é molto egoista, senza rendersene conto, ma fondamentalmente buona.

Cosa ti ha spinto a fare questo film?
Innanzitutto, il fatto che si tratta di un film prettamente femminile! In Italia è molto difficile per un’attrice ottenere un ruolo da protagonista, per cui non ho avuto esitazioni. Inoltre, la commedia teatrale aveva riscosso un grande successo teatrale per cui mi incuriosiva la sua trasposizione cinematografica.

Com’è stato lavorare con Enzo Monteleone?

Ho conosciuto Enzo al provino dove  mi sono presentata dopo aver bevuto cinque caffè per carpire la nevrosi di Sara. Poi abbiamo fatto una giornata di prove a casa sua per iniziare a familiarizzare con le altre attrici, sentire l’impostazione dei loro personaggi  e guardarci negli occhi. Poi abbiamo fatto un’altra giornata di prove sul set in cui abbiamo provato fisicamente, scoprendo soprattutto la location e tutto quello che poteva offrirci. Abbiamo provato l’atto per intero, ognuna di noi cercando di costruire il proprio personaggio e di rimanere, nello stesso tempo, in contatto con l’altra.
Della commedia è stato rivisitato il testo, con opportune variazioni, mentre la recitazione ha subito profondi mutamenti perché c’è un codice differente tra teatro e cinema.

Com’è stato girare in un’unica location?
Mi piace girare in sequenza, soprattutto per l’effetto di verità che ne scaturisce. Infatti, parallelamente alla crescita del mio personaggio in rapporto agli altri, c’è la mia crescita personale di relazione con le altre ragazze. È strano, invece, girare sempre nello stesso ambiente con un unico costume, ma anche questo fa parte dell’ unità di luogo e di tempo del film.

Che differenze ci sono tra le madri e le figlie?
Le figlie, a differenza delle madri, sono molto più mascoline. Sono donne che sono diventate dei maschi. Per affrontare la vita di oggi e andare dritte verso le proprie ambizioni e necessità, rinunciano, infatti, ad un’atmosfera tutta rosa pastello e diventano molto più dure, ciniche e meno poetiche.

VALERIA MILILLO – CECILIA

Come descriveresti il tuo personaggio?
Il mio personaggio è Cecilia, la figlia di Claudia.  È una donna nevrotica, ansiosa, disperata, per il fatto che non riesce a raggiungere il suo obiettivo: avere un figlio.  Almeno in lei qualcosa è chiaro: la forza di questo desiderio materno, mentre le altre, forse, stanno ancora cercando di capire almeno una cosa di loro stesse.
Io, nella commedia “Due Partite” avevo il ruolo di Rossana, però ho deciso insieme a Enzo di interpretare un personaggio diverso, perché le compagne di lavoro erano altre. Ho optato per il personaggio di Cecilia anche per un fatto di affezione e vicinanza emotiva.

Com’è stato il passaggio dal testo teatrale al cinema?
Il riscontro di pubblico a teatro fu eccezionale. Si parlava di farne una versione cinematografica subito dopo la messa in scena. Per me è stato  un passaggio quasi naturale. I dialoghi sono gli stessi, i pezzi sono gli stessi, il lavoro sull’introspezione del personaggio lo stesso. Non ci vedo delle grandi differenze.
Con Enzo abbiamo solo cercato di dare al mio personaggio  una vena un po’ più nevrotica e ansiogena, mentre nella versione teatrale era tendente alla depressione.

Com’è stato lavorare con Enzo Monteleone?
Enzo lascia molta libertà di proporre, di cercare ed esplorare le varie possibilità di ogni ruolo, per poi scegliere la parte migliore di tutto ciò che hai proposto. Questo l’ho trovato davvero molto stimolante.

Com’è stato girare in un’unica location?
È bello, perché si può andare in progressione, talmente è fresca la scena del giorno prima, e si fa meno fatica, almeno da questo punto di vista. Però i personaggi sono complicatissimi; ci sono dei pezzi interi di monologhi, di racconti, difficili da portare fino in fondo, senza penalizzarne la spontaneità.

Che differenze ci sono tra le madri e le figlie?

Le mamme forse hanno dei problemi più grossi dei nostri. Le donne di oggi lavorano, sono autonome, hanno già superato la necessità di affrancarsi dalla famiglia. Però, a differenza delle madri, sono meno consapevoli di essere sole, tranne, forse, il mio personaggio. Lei sa di essere sola e ha deciso di fare un figlio senza aspettare  fidanzati. Invece le mie amiche sperano di non essere sole e la distanza che si crea tra realtà e sogno le fa precipitare in un abisso. Ma, da un punto di vista sociale, sono più realizzate delle madri, perché lavorano, hanno delle soddisfazioni all’esterno, al di fuori della famiglia pur non risolvendo le loro più intime paure.

CLAUDIA PANDOLFI – ROSSANA

Come descriveresti il tuo personaggio?
In questo film interpreto Rossana, la figlia di Sofia. Rossana eredita dalla madre un atteggiamento molto nervoso. È proprio una caratteristica tipica del film la simbiosi esistente tra madre e figlia. Rossana è una donna molto trattenuta, ma anche decisa e sicura di sé, con un grande disagio interiore. Ha un partner che le ricorda sempre qual’ è il suo ruolo nella società, cioè quello di mamma e di donna di famiglia. Infatti, gli unici momenti in cui s’incastra col marito sono proprio quelli in cui mettono in scena un qualche tipo di stereotipo familiare.

Cosa ti ha spinto a fare questo film?
Un copione dove ci sono otto donne e nessun altro, è un lusso. Nel momento in cui ho letto il copione sono rimasta entusiasta ed ho accettato di slancio. Sul set, all’inizio, eravamo molto attente ad osservarci, poi piano piano è scattata una bella sintonia. Siamo andate molto d’accordo, contravvenendo a tutti gli stereotipi sui capricci e i divismi delle attrici.

Com’è stato lavorare con Enzo Monteleone?
Enzo l’ho conosciuto un po’ di anni fa, per un provino. Mi sembrava molto cordiale, diretto e sereno. Abbiamo lavorato bene sul set ed è senz’altro anche merito suo.

Com’è stato girare in un’unica location?
Si tratta di un approccio molto più teatrale ed io non ero abituata. Sicuramente è una situazione particolare, anche se credo che questo film sia piuttosto diverso dall’opera teatrale, sia per la partecipazione emotiva, sia per le battute e la visione d’insieme.
La macchina da presa, infatti, consente di arrivare estremamente vicino all’emozione dell’attore.

Che differenze ci sono tra le madri e le figlie?
Ad un certo punto della vita per tutte le donne si pone il problema dei figli, sia esso personale o indotto. Le madri, però, a differenza delle figlie, sono donne che ruotano attorno alla casa e alla famiglia, cercando di tacere i loro dolori più profondi.
Le figlie, invece, sono sicuramente più emancipate e, pur avendo i loro conflitti interiori su carriera e famiglia, si lasciano meno intimidire dalle convenzioni sociali.

ALBA ROHRWACHER – GIULIA

Come descriveresti il tuo personaggio?
Il mio personaggio è quello di Giulia, la figlia di Beatrice. La seconda parte del film racconta l’incontro delle quattro amiche subito dopo il funerale di sua madre. Giulia è una persona che ha perso fiducia nella vita. La cosa che io ho sentito in lei e ho cercato di rendere sullo schermo è il suo stato confusionale in cui si mischia dolore, rabbia e incredulità.

Cosa ti ha spinto a fare questo film?
Ho accettato subito di fare questo film, soprattutto perché le protagoniste sono otto donne e basta. In Italia recitare in un film tutto al femminile è un lusso. Inoltre mi intrigava l’idea che tutto si svolgesse soltanto in due ambienti chiusi, che poi è la stessa location a distanza di trent’anni. Mi sembrava una sfida molto interessante sia dal punto di vista registico che da quello attoriale, perché rende viva una situazione senza l’aiuto di aperture visive, reggendosi esclusivamente sulle interpretazioni degli attori e le scelte di regia.

Com’è stato lavorare con Enzo Monteleone?
Ho incontrato Enzo durante il provino. Lui mi ha raccontato il film, mi ha detto in che modo intendeva portare al cinema un testo teatrale e diversificare la parte delle madri da quella delle figlie. Il rapporto vero e proprio è nato sul set. Il venerdì prima di iniziare a girare ci siamo incontrati sul set e abbiamo provato tutto il film per tre volte in maniera anche approssimativa, perché non avevamo ancora memorizzato tutto.  Abbiamo cercato di raccontare l’intera storia per capire lo spazio che avremmo usato e quello che invece rimaneva libero ed è stata una giornata fondamentale, perché abbiamo capito come si sarebbero evoluti i nostri ruoli. Mi è piaciuto molto anche lavorare in maniera cronologica,  prendere come punto di riferimento il ciak precedente per seguire il flusso emotivo e il suo crescendo.  Questo era forse l’unico modo per fare un film così in modo da assecondare l’emozione e non spezzarla.

Com’è stato girare in un’unica location?
Inizialmente l’ho un po’ sofferta da punto di vista interpretativo, soprattutto perché non sapevo come usare in una maniera sempre nuova quello spazio che avevo già usato tanto. Rapportarmi allo stesso oggetto per tutte le scene, avere lo stesso identico vestito, portare il tempo reale della vita sulla scena non è stato semplice. Dall’altra parte, però, il fatto di restare sedute sul divano e a quel tavolo per tutto quel tempo ha fatto sì che si instaurasse tra noi un confronto molto sincero, sia attoriale che personale.

Trailer italiano:


Per consultare le uscite dell’ultimo week-end andate allo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema visitate lo spazio “Cinema Festival”.

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