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Cinema futuro (600): “Teza” 20/03/2009

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Teza”

Uscita in Italia: 27 marzo 2009
Distribuzione: Ripley Film

tezaTitolo originale: “Teza”
Genere: drammatico
Regia: Haile Gerima
Sceneggiatura: Haile Gerima
Musiche: Vijay Iyer, Jorga Mesfin
Produzione: Etiopia / Germania / Francia 2008
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Aaron Arefe, Abeye Tedla, Takelech Beyene, Teje Tesfahun, Nebiyu Baye, Mengistu Zelalem, Wuhib Bayu, Zenahbezu Tsega, Asrate Abrha, Araba Evelyn Johnston-Arthur, Veronika Avraham

La trama in breve…
Dopo aver completato gli studi universitari in Germania, Anberber fa ritorno nella natìa Etiopia. Spera di poter fare qualcosa per il suo paese grazie alle capacità e alle conoscenze acquisite studiando all’estero, in Germania, ma presto farà i conti con una realtà nella quale stenta a riconoscersi e soprattutto con il repressivo regime autocratico di Haile Mariam Mengistu, che ha condotto il popolo etiope ad una dissoluzione dei valori e dello spirito senza precedenti. Ad Anberber, insomma, non resta altro che rifugiarsi nel ricordo ormai lontano della sua infanzia…
Teza è un commovente affresco della lotta del popolo africano, premiato alla 65° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con il Gran premio della Giuria.

Note di regia
Teza mi ha offerto la possibilità di dare voce a quegli intellettuali africani che una serie di complesse circostanze storiche ha trasformato in sfollati. In fuga da un mondo che rischia di sopraffarlo, Anberber, il protagonista del film, sceglie di ritirarsi nella terra della sua infanzia, malgrado sia consapevole di compiere  l’ultimo atto della sua esistenza. Questa decisione lo obbligherà a confrontarsi con le terribili ferite del suo paese, sempre costretto a nascondersi dagli aguzzini del regime.
Come Prometeo, il nostro protagonista fa ritorno in patria per portare alla sua gente il  fuoco della modernizzazione, ma ben presto si accorge che quel fuoco è piccola cosa e non può estirpare dal villaggio tutte le malattie che perseguitano i suoi abitanti. Conseguentemente Anberber, proprio come ho fatto anche io nella mia vita, non può fare altro che cercare rifugio nei ricordi d’infanzia, quando tutto appariva meraviglioso e sincero. Il mondo dei ricordi diventa per lui l’ultimo rifugio dalla realtà. Si riduce all’inattività di fronte alla drammatica realtà quotidiana tutti i giorni davanti ai suoi occhi, ma viene lo stesso incriminato, il suo passato impegno politico non può essere cancellato del tutto, appartiene alla memoria collettiva della sua generazione. Ogni emigrato, invecchiando, percepisce forte dentro di sé la voce dell’infanzia. Adesso, per me, come per Anberber in Teza, tornare in Etiopia è un vero incubo: ecco allora che mi rifugio nei ricordi, quando tutto era bello, gli alberi avevano frutti, eravamo bambini. Non
sono solo i genitori a nutrirci, anche la terra ci nutre con i suoi frutti spontanei, i lamponi, i mirtilli e tanto altro ancora. Quando nel 2004 sono tornato in Etiopia per girare Teza,  gli alberi di cui mangiavo i frutti erano scomparsi, una prova tangibile dell’inesorabile avanzare del deserto e degli effetti globali dei cambiamenti ecologici che hanno distrutto perfino la memoria del gusto di quei frutti.
La mia è una famiglia di cantastorie, sono nato in una casa dove l’elettricità è arrivata molto tardi ed è per questo che ricordo di avere trascorso quasi tutti gli anni della mia adolescenza accanto al fuoco con la nonna.
Il ricordo di quelle storie, le immagini in  cui si trasformavano nella mia mente, sono poi diventate le storie che ho raccontato con i miei film. Quando mio padre aveva uno spettacolo in una delle province lo seguivo sempre: era uno scrittore nazionalista, un combattente ai tempi dell’occupazione italiana. Naturalmente quasi tutte le sue opere avevano come argomento i patrioti etiopi che avevano lottato contro gli invasori, incluso l’Impero turco.
Il concetto di identità e di liberazione credo  sia ciò che meglio definisce e illustra la mia personale concezione di cinema indipendente. Per raccontare la vita di un uomo bisogna scriverne il nome sulla mappa della Storia; in questo modo si rende omaggio alle lotte degli antenati e si tramandano alle generazioni successive le informazioni necessarie per la loro sopravvivenza.
La storia, la cultura, il benessere socio-economico di tutte le genti di origine africana sono la mia più alta priorità, ma ciò che mi ispira come regista è soprattutto la salvaguardia della loro umanità.

Intervista ad Haile Gerima

Come è nata l’idea di un film così complesso strutturalmente e storicamente?
Più o meno mentre ero  a Berlino a presentare  Sankofa. Era il 1993, credo. Ho sentito il bisogno di fare il punto sulla mia esistenza e su quella del mio paese, l’Etiopia. I due piani, quello personale e quello generale, si intrecciavano naturalmente sin dall’inizio, senza dover fare alcuno sforzo di “fiction storiografica”. Mia sorella è morta durante il governo di Menghistu, ed anche mio cugino.
I miei genitori non erano ricchi, ho sempre in mente gli sforzi immensi compiuti da loro per farmi studiare. Così, quando mi laureai e decisi di tornare in Etiopia, volevo a tutti i costi ripagare le fatiche di una vita con la sicurezza economica che non avevano mai avuto. Ma loro non volevano i soldi, volevano che li guarissi dalle malattie ma io questo ovviamente non potevo farlo, almeno non nelle modalità magico-sciamaniche prospettate. Ne è derivato
un pervasivo e duraturo senso di frustrazione, di umiliazione, di inutilità. Ed in fondo, se il film ha una traccia principale, è proprio quella del ritorno a casa, delle difficoltà che ne sorgono, della loro insormontabilità.

Ci vuoi raccontare l’arco storico di cui ti sei occupato?
Per me era importante trovare una modalità espressiva fluida, capace di restituire il caos a cui molte vite sono state consegnate nel mio paese, i rapimenti dei bambini soldato, le lotte intestine, le faide tra bande. Soltanto in questo modo la mia vicenda poteva armonizzarsi con il contesto storico e con la memoria collettiva della mia gente, attraverso una struttura libera, capace di tematizzare il disordine, di assumerlo come principio compositivo.
Gli zingari etiopi vanno in giro a ricordare alle genti di non affogare nel materialismo, di non escludere l’imponderabile dalla sfera delle cose possibili,  il loro servire un principio superiore, spirituale se si vuole.

Ci sono molti momenti del film, abbastanza  emozionanti in cui ci vengono mostrati gli aspetti rituali della sua gente, legati ad un mondo arcaico. Lei pensa che questo permanere così radicale di un certo tipo di tradizioni abbia rallentato l’evoluzione del suo paese, il suo progresso sociale e civile?
Appartengo ad una generazione che ha avuto un rapporto conflittuale con le proprie tradizioni. Oltretutto, avendo studiato all’estero, ho per anni lottato per dimenticare quel retaggio. Ma, come accade al protagonista dopo l’incidente in Germania (in cui viene linciato da un gruppo di naziskin, ndr), quando questa volontà di essere diversi da ciò che naturalmente si è si allenta, si torna a vedere quelle cose in un’ottica diversa, accettandole tutto sommato come parte integrante del proprio bagaglio, continuando magari a non credere a certe pratiche ma convivendoci pacificamente. La tragedia dei popoli africani quando si sono liberati dalla schiavitù del colonialismo  è stata anche, secondo me, quella di buttare tutta la tradizione pensando di diventare adulti solo rifiutando il passato. Questo è per me il messaggio più importante che il film si incarica di dare alle generazioni più giovani, di non combattere contro il proprio popolo, sulla scorta di verità scientifiche importate da altre culture. Molti intellettuali africani, tra cui anche alcuni amici, sono annegati nell’alcolismo di fronte alla tragedia di non riuscire a comunicare efficacemente con la gente comune.

Lei sta dicendo che il razionalismo è stata la malattia della sua generazione?
Io sono un uomo di scienza, ho creduto molto nella funzione dell’intellettuale come educatore collettivo. E il marxismo è una dottrina che eleva il principio scientifico a suprema verità a disposizione dell’uomo. Questa saldatura tra razionalismo e politica divenne per noi una missione primaria. Importata però dall’Europa ha comportato un salto in avanti inaudito, gigantesco, forse inumano.  Paradossalmente la assumevamo come una medicina salvifica di tutti i mali del nostro popolo.

La questione etiope
Fino al 1974 l’Etiopia era uno  dei pochi regimi feudali rimasti sul pianeta. Il Negus (imperatore) Haile Selassie aveva potere assoluto e non riconosceva alcun istituto rappresentativo. Tuttavia, dopo la breve occupazione italiana e col sostegno prima britannico e poi americano, Haile Selassie aveva dato il via ad un programma di modernizzazione dell’amministrazione statale e dell’esercito, che tra l’altro era risultato in un inizio di formazione di una classe di ‘educati’ nel paese. Mal disposta verso un regime assolutista ed arbitrario, la nuova classe intellettuale e gli studenti si  orientarono rapidamente verso l’opposizione. In linea con le tendenze di quegli anni in molti paesi del Terzo Mondo,
l’ideologia Marxista nelle sue varie forme dominava i movimenti di opposizione. Quel che doveva rivelarsi ancora peggio per Haile Selassie, la nuova classe di ufficiali professionali dell’esercito era anch’essa influenzata dalle nuove ideologie d’opposizione. Nel 1974 gli ufficiali dell’esercito, organizzati nel ‘Derg’ e guidati da Menghistu Haile Meriam, deposero l’imperatore a proclamarono la repubblica, di cui Menghistu divenne presidente.
Il nuovo regime si modellò secondo l’esempio Marxista-Leninista, ma in una accentuazione particolarmente autoritaria, tanto da meritare l’appellativo  di ‘socialismo da caserma’. I movimenti intellettuali e studenteschi si opposero al dominio dei militari, in alcuni casi anche violentemente, mentre gruppi legati  all’Antico Regime iniziavano anch’essi la resistenza armata. Nelle regioni, si intensificava la resistenza degli indipendentisti eritrei e iniziavano anche movimenti separatisti od autonomisti tra le varie  etnie di questo impero multietnico: ogadeni, tigrini, oromo ed altri, spesso incoraggiati da paesi confinanti. Dopo un periodo iniziale di caos, il nuovo regime si riprese grazie anche all’appoggio sovietico e cubano. La violenta repressione spezzò le opposizioni conservatrice e intellettuale-studentesca, riuscendo anche a contenere i movimenti separatisti ed autonomisti.
Il regime di Menghistu non riuscì mai a stabilizzare definitivamente la situazione. L’opzione militare cominciò a divenire impraticabile quando l’Unione Sovietica, ormai prossima alla sua stessa fine, abbandonò il regime del Derg. I ribelli, guidati da una coalizione di Eritrei e Tigrini, conquistarono Addis Abeba nel maggio 1991. L’Eritrea ottenne l’indipendenza, mentre i Tigrini hanno da allora controllato le redini del paese in alleanza con una serie di gruppi minori. Negli ultimi anni l’opposizione di intellettuali e studenti, che reclamano più spazio, e di alcuni gruppi etnici come gli Ogadeni, si é accentuata ed il nuovo regime é sotto pressione.

Trailer italiano:


Per consultare le uscite dell’ultimo week-end andate allo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema visitate lo spazio “Cinema Festival”.

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