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Cinema futuro (603): “Fortapàsc” 23/03/2009

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, News, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Fortapàsc”

Uscita in Italia: 27 marzo 2009
Distribuzione: 01 Distribution

fortapascTitolo originale: “Fortapàsc”
Genere: drammatico
Regia: Marco Risi
Sceneggiatura: Jim Carrington, Andrea Purgatori, Marco Risi
Musiche: Franco Piersanti
Sito web ufficiale (Italia): nessuno
Cast: Libero De Rienzo, Valentina Lodovini, Michele Riondino, Massimiliano Gallo, Ernesto Mahieux, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Gianfranco Gallo, Antonio Buonomo, Ennio Fantaschini, Duccio Camerini, Renato Carpentieri, Gianfelice Imparato, Marcello Mazzarella, Daniele Pecci

La trama in breve…
Nel 1985 Giancarlo Siani viene ucciso con dieci colpi di pistola. Aveva 26 anni. Faceva il giornalista, o meglio era praticante, abusivo, come amava definirsi. Lavorava per Il Mattino, prima da Torre Annunziata e poi da Napoli. Era un ragazzo allegro che amava la vita e il suo lavoro e cercava di farlo bene.
Aveva il difetto di informarsi, di verificare le notizie, di indagare sui fatti. È stato l’unico giornalista ucciso dalla camorra.
Noi qui lo seguiamo negli ultimi quattro mesi della sua vita. La sua ultima estate quando, dal Vomero, dove abitava, tutti i giorni scendeva all’inferno di Torre Annunziata, regno del boss Valentino Gionta. Tutto, in quel periodo, ruotava intorno agli interessi per la ricostruzione del dopo terremoto e Giancarlo vedeva. E capiva.
Lo vediamo muoversi fra camorristi, politicanti corrotti, magistrati pavidi e carabinieri impotenti, come un giglio nel fango.
Proprio la sera in cui venne ucciso, a Napoli Vasco Rossi teneva un concerto al quale Giancarlo sarebbe dovuto andare con la sua ragazza…

Chi era Giancarlo Siani?
Giancarlo Siani era un giovane giornalista pubblicista napoletano. Fu ucciso a Napoli la sera del 23 settembre 1985, sotto casa, nel quartiere residenziale del vomero: da pochi giorni aveva compiuto 26 anni.
Di famiglia borghese, Giancarlo frequenta il liceo classico “Giovanbattista Vico” dove alla cultura classico-umanistica affianca quel fermento politico dei movimenti della sinistra studentesca conosciuto come “I ragazzi del 77”, dal quale si distacca per passare a movimenti non violenti. Iscritto all’Università, contemporaneamente collabora con alcuni periodici napoletani, mostrando spiccato interesse per le problematiche sociali del disagio e dell’emarginazione, individuando in quella fascia il principale serbatoio della manovalanza della criminalità organizzata, “la camorra”.
Inizia ad analizzare prima il fenomeno sociale della criminalità per poi interessarsi all’evoluzione delinquenziale delle diverse “famiglie camorristiche”. Questo periodo contrassegna il suo passaggio dapprima al periodico Osservatorio sulla camorra, rivista a carattere socio-informativo diretta da Amato Lamberti, e successivamente al quotidiano Il Mattino, come corrispondente da Torre Annunziata. Così Giancarlo comincia a frequentare quella redazione, trattenendosi a scrivere lì i propri articoli pur non potendo ufficialmente, essendo solo un corrispondente. Tuttavia era accettato non solo perché la sua assunzione era imminente, ma anche perché era allegro, gioviale, sempre disponibile, pronto ad avere una parola per chiunque, di conforto o di sprone. In questo lasso di tempo, Siani si addentra nella realtà torrese senza tralasciare alcun aspetto, soprattutto quello criminale, che approfondisce con inchieste sul contrabbando di sigarette e sull’espansione dell’impero economico del boss locale, Valentino Gionta. Un’esperienza che lo rende fulcro dei primi e temerari movimenti del fronte anticamorra. Promotore di iniziative, firmatario di manifesti di impegno civile e democratico, Siani diventa una realtà a Torre Annunziata: scomodo per chi naviga nelle acque torbide del crimine organizzato, d’incoraggiamento per chi ha una coscienza civile ma non il coraggio di urlare. Lui, invece, con i suoi articoli urla: denuncia infatti che la camorra si è infiltrata nella vita politica, della quale regola ritmi decisionali ed elezioni. La decisione di ammazzarlo è presa all’indomani della pubblicazione di un suo articolo su Il Mattino del 10 giugno 1985 relativo all’arresto del boss Valentino Gionta (attualmente in carcere condannato all’ergastolo). Nel pezzo Siani rivela l’alleanza tra Gionta e Lorenzo Nuvoletta (deceduto), amico e referente in Campania della mafia vincente di Toto’ Riina.
Nuvoletta ha un problema con un altro potente boss camorristico con il quale è sul punto di far scoppiare una guerra senza quartiere. L’unico modo di uscirne è soddisfare la richiesta di Riina eliminando Gionta. Nuvoletta, per non tradire l’onore di mafioso uccidendo un alleato, lo fa arrestare facendo arrivare una soffiata ai carabinieri. Giancarlo viene a conoscenza di questo particolare e lo scrive, provocando le ire dei camorristi di Torre Annunziata. Per non perdere la faccia con i suoi alleati, Lorenzo Nuvoletta, con il beneplacito di Riina, decreta la morte di Siani.
L’organizzazione del delitto richiede circa tre mesi, durante i quali Siani continua con sempre maggior vigore la propria attività giornalistica di denuncia delle malefatte di camorristi e politici, proprio nel momento in cui piovono in Campania i miliardi per la ricostruzione delle zone colpite dal terremoto del 1980.
Questa è la verità giudiziaria dimostrata dagli inquirenti 8 anni dopo il delitto, con la collaborazione di alcuni pentiti e confermata per tutti gli imputati, con la sola eccezione del boss Valentino Gionta.
Ma sicuramente dietro l’uccisione del giornalista Siani c’è dell’altro…

Intervista a Marco Risi

Che cosa significa Fortapàsc?
Fortapàsc è un termine volutamente storpiato che evoca il Fort Apache della tradizione western rendendo il senso dell’assedio alla città da parte della malavita. Nello stesso tempo descrive la drammatica situazione partenopea nei giorni dall’assassinio di Giancarlo Siani, ucciso a soli 26 anni da un commando camorrista nel 1985. Mentre i cronisti vittime della mafia sono stati numerosi, Siani è l’unico giornalista eliminato dalla camorra perché nelle sue coraggiose inchieste per Il Mattino (prima da Torre Annunziata e poi da Napoli) aveva il difetto imperdonabile di informarsi, di verificare le notizie, di indagare sui fatti e di denunciare i misfatti. Ci sono voluti 12 anni e alcuni pentiti per assicurare finalmente alla giustizia i responsabili del delitto attualmente ancora in carcere.

Come e quando ha avuto l’idea di realizzare questo film?
Rimasi molto colpito dall’uccisione di Siani, mi chiesi subito cosa avesse fatto questo ragazzo che vedevo nelle immagini ferito a morte, come sorpreso, sembrava appoggiato come qualcuno che non avesse nulla da nascondere né alcun motivo per proteggersi. Non era una vittima predestinata, e non si aspettava certo di essere colpito all’improvviso. A un certo punto, cinque anni fa, nacque una prima possibilità di girare un film sulla sua storia. Avevo letto un trattamento cinematografico, scritto da Andrea Purgatori e Jim Carrington, e avevo collaborato alla sceneggiatura per la quale abbiamo ottenuto immediatamente il finanziamento di Rai Cinema. Siamo arrivati ad uno stadio avanzato della preparazione ma strada facendo sono nati problemi di produzione e poco prima delle riprese il film è stato accantonato. Il grande merito di averlo fatto “rinascere” va dato – oltre che a Rai Cinema – ad Angelo Barbagallo, un produttore libero e coraggioso che mi ha messo in condizione di girare il film esattamente come lo volevo.

Perché crede che la vicenda Siani sia ancora attuale?
Sappiamo tutti quanto la Campania sia costantemente sotto osservazione per ciò che vi accade. Ma mentre in Gomorra tutto appare disperato, nel nostro caso e nonostante  alla fine è la speranza ad essere uccisa, io mi auguro che lo spettatore possa provare il desiderio di somigliare al nostro protagonista. Fortapàsc è per me un film necessario – soprattutto nella Napoli umiliata e offesa di oggi – perché Giancarlo Siani può diventare un raggio di luce, una nuova speranza.

Che cosa le stava a cuore raccontare?
Il film non è una biografia, non intende descrivere un’intera esistenza ma solo gli ultimi quattro mesi della vita di Giancarlo e l’atmosfera in cui è maturata la sua condanna a morte. Sono le ultime settimane di questo ragazzo che, partendo dal “quartiere bene” del Vomero, ogni giorno andava a sporcarsi come un giglio nel fango degli intrallazzi tra politica, corruzione e camorra a Torre Annunziata, regno del boss Valentino Gionta. In una zona dove in quel periodo tutto ruotava intorno agli interessi per la ricostruzione del dopo terremoto, un luogo ancora oggi territorio privilegiato di smistamento della droga. Giancarlo era un ragazzo allegro che amava il suo lavoro e cercava di farlo bene. Mi piaceva descrivere gli aspetti di quella sua vita privata così piena di passione ma anche di legerezza, ricca di amici, interessi, avventure, donne, fidanzate, ma soprattutto il suo impegno per il lavoro. Non gli interessava fare il giornalista-impiegato, diceva, ma il giornalista-giornalista. Oggi l’Italia, tranne poche eccezioni, è diventata sempre più un Paese di giornalisti-impiegati e Giancarlo Siani si è trasformato in un simbolo per i veri giornalisti che amano il proprio mestiere tanto che a Napoli e dintorni sono state intitolate a suo nome numerose scuole.

La famiglia Siani vi ha aiutato nel lavoro di documentazione e ricerca?
Sì, ci è stata molto vicina. Dopo la morte dei genitori di Giancarlo, a coltivarne la memoria sono rimasti suo fratello Paolo con la propria moglie e i loro figli, che non hanno mai conosciuto lo zio. Paolo ha letto il copione, si è commosso e si è rivelato per noi molto prezioso. Come lo è stata una ex fidanzata di Giancarlo a cui lui tra l’altro aveva rivelato di essere in possesso di alcuni importanti documenti destinati alla pubblicazione di un libro.

C’è stato qualche momento della lavorazione che per lei è stato particolarmente decisivo?
La cosa più emozionante è accaduta una settimana prima dell’inizio riprese quando è stata ritrovata in un agriturismo siciliano la vera Citroën Mehari di Giancarlo. Così abbiamo potuto utilizzare in scena la sua macchina guidata dal nostro protagonista Libero De Rienzo. Un giorno mentre eravamo in una strada del Vomero è passato per caso vicino al nostro set un amico di Giancarlo che ha riconosciuto la macchina e, commuovendosi fino alle lacrime, ci ha detto: “Mi raccomando fatelo bene questo film perché Giancarlo aveva un cuore grande così”.

Come ha scelto i suoi attori?
Dopo molti provini e vari tentativi con diversi attori, è stato Libero ad ottenere il ruolo di Siani. Non è stata una scelta scontata, mi ha convinto la sua partecipazione emotiva e le cose che mi ha detto dopo aver letto il copione, che rivelavano quanto avesse capito il personaggio nella sua profondità e complessità. Quando poi l’ho visto per la prima volta truccato e vestito con gli abiti di scena, ho ritrovato in lui Giancarlo: ne aveva catturato l’anima.
Non c’è bisogno forse di elencare  gli altri attori, ma certamente a film ultimato, sia a me che ai miei collaboratori, gli interpreti ci appaiono più che mai credibili e convincenti, vorrei proprio dire “la faccia giusta” nel ruolo giusto.

Crede sia necessario in Italia il cinema civile?
Sono da sempre un grande ammiratore del nostro glorioso cinema di impegno sociale. In Fortapàsc c’è anche un piccolo omaggio a Francesco Rosi ed al suo capolavoro Le mani sulla città: in una seduta di un consiglio comunale vediamo infatti gli esponenti di maggioranza e di opposizione “scannarsi” sotto gli occhi dei cittadini.
Spero allora che raccontare questa storia serva a scuotere le coscienze dal diffuso torpore.

Trailer italiano:


Per consultare le uscite dell’ultimo week-end andate allo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema visitate lo spazio “Cinema Festival”.

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