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Cinema futuro (624): “Questione di cuore” 14/04/2009

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Questione di cuore”

Uscita in Italia: 17 aprile 2009
Distribuzione: 01 Distribution

questionedicuoreTitolo originale: “Questione di cuore”
Genere: commedia
Regia: Francesca Archibugi
Sceneggiatura: Francesca Archibugi (liberamente tratto da “Una questione di cuore” di Umberto Contarello)
Musiche: Battista Lena
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Antonio Albanese, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Francesca Inaudi, Andrea Calligari, Nelsi Xhemalaj, Chiara Noschese, Paolo Villaggio

La trama in breve…
I cuori di Alberto e di Angelo ingrippano nella stessa notte. Diventano amici in sala rianimazione. Appena fuori, la vita gli sembra talmente cambiata, tanto che, sempre consapevoli di ogni battito cardiaco, diventano indispensabili l’uno all’altro. Alberto, che è un uomo solo, si installa come un paguro nella conchiglia, la casa di Angelo, lì al Pigneto, sopra la carrozzeria specializzata in auto d’epoca. Un mondo imperscrutabile, ora bellissimo, ora sinistro. Il crocicchio di strade dove andava a zonzo Accattone: come sono diventate? Ma in quella casa c’è una famiglia: una moglie, Rossana, bella e incinta, e due figli, Perla, una scontrosa adolescente e Airton, in omaggio al grande Senna, un bambino impaurito dagli eventi. Per quelle dinamiche assurde che accadono solo nella vita vera, si crea una famiglia con due padri, con funzioni complementari: Ma non c’è scontro, fra le loro visioni delle cose: solo un abbraccio comico e disperato.

Il film
E’ uno schema narrativo vecchissimo, e per questo sempre nuovo, adoperato addirittura già nell’Iliade. Aiace ed Ettore, guerrieri di eserciti diversi, nel libro settimo si feriscono in duello e vengono ricoverati nella stessa tenda. E avviene l’incontro fra mondi inconciliabili, che la malattia e la paura della morte rendono più disponibili e percettivi.
I cuori di Alberto e di Angelo ingrippano nella stessa notte.
Così dice Angelo, giovane carrozziere di ex borgata, ex sottoproletario, un ex tutto diventato qualcosa che Alberto, sceneggiatore di successo, bravo e matto, rumoroso e squilibrato come un rinoceronte, non capisce.
Diventano amici in sala rianimazione. Si legano in modo istantaneo, sorpresi loro stessi di capirsi così profondamente. Ma sono due maschi, e quindi paludano spesso le emozioni dietro lo scherno, lo scherzo. Come adolescenti al primo viaggio in tenda.
Appena fuori, la vita gli sembra talmente cambiata, sempre consapevoli come sono di ogni battito cardiaco, che diventano indispensabili l’uno all’altro. Continuare a stare insieme significa stare con l’unica persona al mondo che  –  in quel momento –  ti capisce.
Alberto, che è strutturalmente un uomo solo, non riesce a dare stabilità al suo rapporto con la fidanzata, e si installa come un paguro nella conchiglia, la casa di Angelo, lì al Pigneto, sopra la carrozzeria specializzata in auto d’epoca. Un mondo imperscrutabile, ora bellissimo, ora sinistro.
Ma in quella casa c’è una famiglia, una moglie, Rossana, attraente di suo e in più incinta, una specie di donna al quadrato; e i due figli, Perla e Airton, una adolescente furiosa e un bambino impaurito dagli eventi.
Alberto si scioglie in quella dolcezza che gli era non solo sconosciuta, ma perfino antipatica.
Si crea una famiglia con due padri, con funzioni complementari: uno solido, Angelo, che manda avanti la carrozzeria, guadagna, evade e accumula, e l’altro, Alberto, che legge, scrive e sperpera, soldi e relazioni.
Ma non c’è scontro, fra le loro visioni delle cose: è anzi un abbraccio che nasconde la disperazione sotto gli sghignazzi virili.
Angelo nasconde a tutti di sentirsi sempre peggio, e costruisce un piano, germogliato nella paura di morire: cerca di trasferire all’amico, come eredità, come dono, come responsabilità morale, ciò che ha di più caro: Rossana, Airton e Perla.

Note di regia

“…via Fanfulla da Lodi, in mezzo al Pigneto, con le casupole basse, i muretti screpolati, era di una granulosa grandiosità, nella sua estrema piccolezza; una povera, umile, sconosciuta stradetta, perduta sotto il sole, in una Roma che non era Roma.”

Adesso lì, nella stradetta di Accattone, c’è odore di kebab e di cocktails alla vodka e mirtillo, alternative signore sbiciclettano fra i cingalesi e i carrozzieri, tutti molto up to date, e arcaici.
Intorno, il Mandrione di Giulietta, il Quadraro vecchio de Il ferroviere, la borgata Gordiani dove hanno sparato dal camion ad Anna Magnani, Torpignattara dove ciondolavano i fratelli Citti. Una Roma mai più vista al cinema, com’è diventata.
Come siamo diventati?

Desideravo fare un film sull’Italia, anche se in modo sghembo, attraverso l’incontro fra due personaggi che fossero portatori di mondi inconciliabili, se non alla fine del mondo. E quando muore qualcuno, finisce sempre un mondo, anche se è piccolo non è mai insignificante. Significa tantissimo soprattutto per i parenti, e i narratori.
Per questo ho detto a Umberto Contarello: scrivo da sola, devo essere libera di fare dal tuo bel romanzo il mio brutto film. E così mi sono immersa in questa trama ricevuta in regalo, da Umberto che l’ha ideata e Riccardo Tozzi, il produttore, che me l’ha comprata.
Sembra retorico, ma è vero: ogni film si ricomincia daccapo. Ti sembra che nessuna esperienza ti possa aiutare: sei di nuovo impaurito come all’opera prima.
Di questo film mi è stato subito chiaro che poneva il suo peso sulle spalle degli attori.
Gli attori sono importanti per tutti i registi, ma per chi fa cinema di personaggi, sono il cardine del proprio lavoro. Sono esseri che ti tengono in pugno e nemmeno lo sanno, che devi far sentire completamente liberi nella ferrea gabbia drammaturgica che gli hai costruito, e che anzi siano illusi di spiccare voli nel cielo di cartone che gli hai disegnato. Ho avuto in regalo anche degli attori eccezionali: ognuno mi ha fatto dono di sé, in modo commovente e profondo.
Considero il mio lavoro molto artigianale, sono noiosa, pignola: scrivo con il martello e la pialla, costruisco scalette, forgio dialoghi, poi scelgo ottiche, stendo binari, attacco in movimento, salto con la sbianca in stampa, al mix alzo i passi e abbasso il vento mille volte, cambiando via via collaboratori, tutti importantissimi, che diventano i miei migliori amici.
Siamo aggrappati per anni al collo di una storia, con i denti affondati in ogni particolare minuscolo, che come i frammenti di un mosaico andrà a comporre la nettezza o la imprecisione del disegno. Un disegno che alla fine però deve essersi disegnato da sé, senza la mano di nessuno, se non quella dei personaggi stessi che vivono la loro vita, caricandosi martello, scalette, ottiche e salto sbianca sulle spalle.
Zavattini diceva: tanto l’artistico viene da sé, è l’utile che bisogna volere.

Interviste

ALBERTO – ANTONIO ALBANESE

Come descriveresti il tuo personaggio?

Alberto è uno sceneggiatore, un uomo che ha sempre vissuto alla giornata, senza un amore fisso, tentando di fuggire da convivenze e routine. Per la prima volta, dopo aver condotto una vita disordinata, vive un dolore fisico e con esso una nuova consapevolezza. Quello che mi ha colpito del mio personaggio e di conseguenza anche della storia, è proprio questo rapporto di amicizia che si instaura tra due culture completamente diverse, almeno in apparenza. Una storia d’amicizia che si appoggia su un dolore che condividono, quello dell’infarto. Alberto è un personaggio interessante, perché racconta un po’ il nostro tempo. Per me è stato complesso e arricchente adottare una gestualità e un’interpretazione basate su elementi quasi misteriosi, come il dolore e l’affetto per Angelo (Kim Rossi Stuart) e la sua famiglia.

Com’è stato lavorare con Francesca Archibugi?

L’interesse nei confronti di questo progetto è nato anche dal desiderio di lavorare con una regista donna che si è poi rivelata molto più forte e tenace di tutti i registi uomini con cui ho lavorato. Francesca è molto innamorata della storia, molto appassionata – caratteristica che tutti i registi devono avere e hanno – ma ha una forza particolare. Come dico io, non molla mai un crostino, è sempre sul pezzo. E, nello stesso tempo, dà anche ampia libertà agli attori nella ricerca di un loro approccio con i dialoghi, pur mantenendo il canovaccio molto rigido.

Come definiresti il film?

Ogni buona commedia si trascina dietro un dramma o un dolore; é un genere che per sua natura riesce a focalizzare le situazioni drammatiche. Le parti più drammatiche che ho interpretato le ho individuate soprattutto nelle commedie. Se per commedia intendiamo una certa libertà di raccontare il nostro tempo e, quindi, i vizi e i paradossi della nostra società, possiamo chiamarla una commedia tendenzialmente drammatica, trattata con verità e buon senso. All’interno ci deve essere la vita ed è la vita che è una commedia, comunque e sempre.

Qual è stata la scena più interessante?

Forse la scena della scrittura, quando il bambino s’incuriosisce di questo lavoro giocoso e misterioso. Alberto sta scoprendo quelli che sono i fondamentali dell’esistenza, come la semplicità, e lo fa cercando di trasmettere simpatia, di affascinare i bimbi e di conseguenza anche la donna. La scoperta delle cose vitali gli darà forza, voglia di ritrovare quella pace che aveva dimenticato. Tra i due personaggi, poi, c’è un gioco spesso infantile, una gioia pura che si può associare al periodo dell’adolescenza. Nella storia tutto ciò serviva a contrapporre i personaggi e creare i due estremi. Da un parte Alberto, affetto da bulimia sessuale, e dall’altra Angelo, innamorato e tranquillo che fa capire all’amico la condivisione dei sentimenti.

Com’è stato il rapporto con gli altri personaggi del film?

La caposala (Chiara Noschese) è al centro della storia. È una donna che sente e vive quotidianamente il dolore. Per Alberto e Angelo lei rappresenta la prima e unica persona che collega il dolore alla realtà, l’unica a cui chiedere appoggio o consolazione. Nei confronti di Rossana (Micaela Ramazzotti), invece, Alberto ha uno sguardo quasi biblico; in lei vede una mamma, la femminilità, una donna che lotta per cercare di capire e sostenere il suo uomo. In Rossana vede la possibilità di convivere con una donna.

Cosa ti è piaciuto di più del film e della tua interpretazione?

L’aspetto più interessante del film è il percorso emotivo che i due personaggi affrontano dopo l’incontro con il dolore. Per interpretare al meglio il mio ruolo mi sono documentato sull’infarto, sulle sue cause, sulla gestualità e tutta la sofferenza che ne consegue. E, soprattutto, sulla continua paura che l’infarto provoca e che io trovo straziante. Nel mio personaggio, poi, avviene un cambio, un’apertura, nonostante il dolore e la paura rimangano. È stato molto interessante per me mantenere giorno dopo giorno, scena dopo scena, piacevole o faticosa che fosse, questo strato di dolore permanente. Si racconta una verità e, come tale, va rispettata.

ANGELO – KIM ROSSI STUART

Come descriveresti il film?

Due uomini hanno un infarto nella stessa nottata, s’incontrano nella corsia d’ospedale e diventano grandi amici. Questo, secondo me, è il cuore del film. Si è sempre sentito dire che un film, se ha una buona storia, lo si deve poter raccontare in tre parole. Ecco, direi che queste sono le parole. Poi ci sono altri archi narrativi molto importanti, come quello di mia moglie, interpretata da Micaela Ramazzotti, però il cuore del film è questa amicizia piena di vitalità.

Perché hai scelto di fare questo film?

Io sono stato affascinato, più di tutto, dall’aspetto leggero del film, dalla commedia. Ho cercato di spingerla fino al limite massimo, là dove era possibile, anche se credo che nel cinema di Francesca Archibugi ci sia sempre un tappeto sotterraneo malinconico. Un altro aspetto fondamentale che mi ha portato a desiderare di fare questo film, è la costruzione quasi teatrale dei dialoghi, soprattutto nella prima metà, quando sono in ospedale. Mi interessava molto la costruzione del personaggio nelle minime sfumature, in uno sguardo, in un’alzata di sopracciglio, in una sfumatura linguistica. Il tutto in relazione a un altro personaggio, una pièce a due, per certi aspetti: Alberto, nella sua nevrosi e nel suo essere intellettuale, è più complicato, Angelo è più o meno quello che si vede.

Come descriveresti il tuo personaggio?

Angelo è un carrozziere con famiglia al seguito, una persona semplice, elementare. Un misto tra Brando e Sordi. Io mi sono comunque focalizzato maggiormente sul suo presente, sulla sua natura fanciullesca che riaffiora, sul suo nucleo familiare stabile e ricco. Angelo e Rossana sono la classica coppia di fidanzati che si sono incontrati da ragazzi e non si sono più lasciati, senza grossi tentennamenti o dubbi. Anche questo è uno degli aspetti molto semplici, viscerali e basilari del personaggio, di sicuro in contrapposizione alla vita sregolata di Alberto.

Com’è stato girare al Pigneto?

La mia prima casa in affitto era proprio al Pigneto, quindi è un quartiere che conosco bene, anche se recentemente ha subito forti cambiamenti. È diventato più di tendenza negli ultimi anni, un po’ alla moda, però possiede ancora degli aspetti viscerali fortissimi. Sono tutti ambienti che danno molto alla storia e ai suoi protagonisti.

Cosa vorresti che arrivasse del film a uno spettatore?

Non credo che si faccia un film cercando di indurre lo spettatore ad una riflessione particolare. Mi sembra restrittivo. Ambisco alla semplicità. Se arriva il concetto, l’emozione base del film, penso di essere arrivato in fondo a quella che è per me l’essenza del film.

ROSSANA – MICAELA RAMAZZOTTI

Come descriveresti il tuo personaggio?

I personaggi sono come i viaggi, come le tele di un pittore, non si possono raccontare o spiegare. La cosa magica del cinema è che riesce a raccontarteli fin dal primo momento. C’è stato un lavoro psicologico molto approfondito dietro Rossana: lei è una tosta, una madre piena di coraggio. Puoi avvertirlo già dalla voce, una di quelle voci belle, fiere, romane de ‘na volta, mentre la mia, a cose normali, è fanciullesca e sottile. L’interpretazione di un attore va di pari passo con la propria vita personale e  le proprie esperienze. Con questo personaggio io ho recuperato la me stessa più vera e ho sviluppato senz’altro un grande senso materno.

Come si rapporta Rossana con gli altri personaggi del film?

Con Kim, che interpreta mio marito, mi sono trovata benissimo. Adoro la complicità di questa coppia, il coraggio di aver formato una famiglia molto presto, nonostante fossero due giovani ragazzi belli, popolari e autentici. Hanno un rapporto di grande affetto, fatto anche di liti e di sguardi, un rapporto che trascende il vincolo del matrimonio e li rende un’unica cosa. È un amore primordiale il loro, uno di quegli amori che tutte noi donne abbiamo sognato da bambine. Con Alberto, interpretato da Antonio Albanese, invece, ho un rapporto strano. Lui e Rossana rappresentano due mondi completamente diversi, anche dal punto di vista del linguaggio. Rossana è stata definita un “Furbi”, una donna intelligente, perspicace e intuitiva. All’inizio a lei Alberto non piace affatto, poi piano piano lo lascia entrare nella loro vita sollevando la curiosità dei vicini che si chiedono perché quella persona così diversa si sia insinuata nella loro famiglia. Con i bambini sono una madre severa. Perla sta entrando nella fase dell’adolescenza e con lei i rapporti sono tesi, mentre con Airton, il piccolo di casa, c’è maggiore serenità.

Cosa ti ha spinto a fare questo film?

Dopo il primo incontro con Francesca Archibugi sono rimasta confusa ed emozionata dalla storia per ben due giorni, perché, pur essendo commovente e autentica, mantiene una certa leggerezza nei dialoghi e nelle battute. Francesca poi è stata bravissima nel dare ad ogni scena una struttura ed un’evoluzione emotiva differenti. Gli interpreti devono evolversi continuamente e compiere un faticoso lavoro interiore.  Rossana è un po’ come Madre Natura con la sua pancia che cresce; intorno a lei gira tutto, uomini, idee, emozioni. E mi piaceva l’idea di rappresentare questo costante mutamento, questo fluttuare tra numerosi stati d’animo.

Com’è stato lavorare con Francesca Archibugi?

Francesca, oltre ad essere molto colta e  intelligente, è una donna estremamente sensibile. Con lei ho fatto tre giorni di provini. È stata durissimo, ma innegabilmente istruttivo. Francesca cerca l’attore, lo prepara, vuole tirare fuori la sua spontaneità. Sul set, poi, ha la capacità di imporsi con dolcezza, con le parole, e di tenere tutto sotto controllo. Di lei mi piace soprattutto questo.

CARLA – FRANCESCA INAUDI

Come descriveresti il tuo personaggio?

Una donna forte, innamorata senza compromessi e sincera. Sincera anche nel momento in cui sceglie, per amore, di lasciare andare Alberto per la sua strada. E’ dotata di un enorme rispetto per le persone, anche se a volte non le condivide o non si sente loro vicina.

Come è stato lavorare con Francesca Archibugi?

Era la seconda volta che avevo la possibilità di lavorare con una regista donna, dopo Cristina Comencini, e devo dire che è bello. Ci sono una delicatezza e una forza particolari che animano il lavoro quando guida una donna. Una prospettiva diversa. E’ sicuramente riduttivo ovviamente pensarla solo in questo senso. Francesca è una regista attenta e di polso, che ti guida nel suo mondo con grande decisione e chiarezza. E’ pazzesca a lavorare con i bambini, ma questo lo sanno tutti… e poi io avevo un piccolo “conto in sospeso” con lei…Essendo io di Siena, il mio primissimo provino, quando ancora neanche pensavo che avrei fatto questo mestiere, è stato per le comparse di “Con gli occhi chiusi”…non mi prese…

Come definiresti il film?

E come lo definirei… la domanda da un milione di dollari!  è un film che pesa 21 grammi! il peso dell’anima dicono…in questo senso questo è un film leggero…parla con l’anima e con la sua leggerezza dell’anima e della vita.

Quale è stata la scena più interessante?

La scena in cui il mio personaggio recita in teatro… è stato buffo per me, nata con il teatro fingere di esserci all’interno di un film… non mi era mai capitato… breve ma intenso.

Com’è stato il rapporto con gli altri personaggi?

Lavorare con Antonio è stato un grande piacere, era bello il contrasto tra il nostro affetto reale e il modo terribile in cui il suo personaggio doveva trattarmi in scena…Ho rimpianto un pochino di non aver potuto condividere più spesso il set con gli altri miei colleghi.

Cosa ti è piaciuto di più del film e della tua interpretazione?

Il film mi è piaciuto moltissimo. Punto. Non credo che si debba aggiungere altro, parla benissimo da sé. Io… non mi piaccio mai…

Trailer italiano:


Per consultare le uscite dell’ultimo week-end andate allo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema visitate lo spazio “Cinema Festival”.

Commenti»

1. marinela - 15/04/2009

sono sicura che sara un bellissimo film.Kim Rossi Stuart ormai e il trionfo del cinema italiano!Bravissimo!

2. roberta - 19/04/2009

Un’amicizia rara tra due uomini che non potrebbero essere più diversi. Uniti nel dolore e nella paura che ognuno di loro affronta nel modo che meglio conosce, cercando di aiutare l’altro a superare gli inevitabili momenti di sconforto. Con un contorno di affetti, donne, amici (pochissimi quelli veri) che rendono vivo ed autentico lo spaccato di vita romana che risulta a noi così vicino. Bello, e bella e preziosa l’amicizia se si ha la fortuna di incontrarla. Peccato che spesso ci vogliono situazioni di sofferenza per far emergere il meglio di sè.
Attori veri, tutti. Bravissimi


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