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Cinema futuro (635): “Che – Guerriglia” 25/04/2009

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Che – Guerriglia”

Uscita in Italia: giovedì 30 aprile 2009
Distribuzione: BIM

che-guerrigliaTitolo originale: “Che: Part Two”
Genere: biografico / drammatico / guerra
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Peter Buchman (basato sulle memorie “Reminiscences of the Cuban Revolutionary War” di Ernesto ‘Che’ Guevara)
Musiche: Alberto Iglesias
Uscita negli Stati Uniti: 24 gennaio 2009
Sito web ufficiale (Francia): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Benicio Del Toro Demián Bichir, Yul Vazquez, Joaquim de Almeida, Rodrigo Santoro, Gastón Pauls, Lou Diamond Phillips, Marisé Alvarez, Marc-André Grondin, Carlos Bardem, Armando Riesco, Óscar Jaenada, Matt Damon

La trama in breve…
Che – Guerriglia
ritrova il Che all’apice della fama e del potere, dopo la rivoluzione cubana. Più che un soldato è una figura di primo piano della scena internazionale. Ma all’improvviso sembra come sparire nel nulla. Perché ha lasciato Cuba? Dov’è andato? E’ ancora vivo?
Il Che ricompare in incognito in Bolivia: è irriconoscibile, e agisce nella più assoluta clandestinità. Organizza un piccolo gruppo di compagni cubani e reclute boliviane destinati a dare inizio alla grande rivoluzione latino-americana.
Quella della campagna boliviana del Che è una storia di tenacia, sacrificio e idealismo, è il racconto della sconfitta di una guerra di guerriglia che alla fine lo condurrà alla morte. Ripercorrendo la sua storia, riusciamo a capire come il Che sia rimasto un simbolo dell’idealismo e dell’eroismo, ancora vivo nei cuori della gente di tutto il mondo.

AFORISMI DI ERNESTO CHE GUEVARA

Siamo realisti, esigiamo l’impossibile…

Il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore.

La vera rivoluzione deve cominciare dentro di noi.

Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza.

Se io muoio non piangere per me, fai quello che facevo io e continuerò vivendo in te.

Vale milioni di volte di più la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell’uomo più ricco della terra.

Non sono un Libertador. I Libertadores non esistono. Sono i popoli che si liberano da sé.

Vale la pena di lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena di vivere.

Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici. Sì, è vero, ma lo siamo in modo diverso, siamo di quelli disposti a dare la vita per quello in cui crediamo.

Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo.

Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque altro uomo.

O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell’intelligenza.

Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!

La rivoluzione si fa attraverso l’uomo, ma l’uomo deve forgiare giorno per giorno il suo spirito rivoluzionario.

L’unico modo di conoscere davvero i problemi è accostarsi a quanti vivono quei problemi e trarre da essi, da quello scambio, le conclusioni.

Il silenzio è una discussione portata avanti con altri mezzi.

In qualunque luogo ci sorprenda la morte in battaglia, che sia la benvenuta.

BIOGRAFIA DI CHE GUEVARA

Figlio della piccola borghesia agiata, Ernesto Guevara de la Serna nasce il 14 giugno 1928 a Rosario de la Fe in Argentina. Il padre Ernesto è ingegnere civile, la madre Celia una donna colta, grande lettrice, appassionata soprattutto di autori francesi.

Nel 1932 la famiglia Guevara si trasferisce vicino a Cordoba per consiglio del medico che prescrive un clima più secco per il piccolo Ernesto sofferente di asma.

Studia con l’aiuto della madre, che avrà un ruolo determinante nella sua formazione umana e politica. Nel 1936-1939 segue con passione le vicende della guerra civile spagnola, per la quale i genitori si sono impegnati attivamente. A partire dal 1944 le condizioni economiche della famiglia peggiorano ed Ernesto comincia a lavorare più o meno saltuariamente. Legge moltissimo, senza impegnarsi troppo nello studio scolastico, che lo interessa solo in parte. Si iscrive alla facoltà di Medicina e approfondisce le sue conoscenze lavorando gratuitamente all’Istituto di Ricerche sulle Allergie a Buenos Aires, dove la famiglia si è trasferita nel 1945.

Con l’amico Alberto Granados, nel 1951, parte per il suo primo viaggio in America Latina. Insieme, su una motocicletta, visitano il Cile, il Perù, la Colombia e il Venezuela.

Al termine del viaggio i due si separano, ma Ernesto promette ad Alberto, che lavora in un lebbrosario, che si rincontreranno non appena finiti gli studi.

Ernesto si laurea nel 1953 e riparte per mantenere la promessa fatta a Granados.  Durante il viaggio in treno, a La Paz, incontra Ricardo Rojo, un esule Argentino, insieme al quale comincia a studiare il processo rivoluzionario che è in corso nel paese.

L’anno successivo giunge a Città di Guatemala dopo un viaggio avventuroso, con tappe a Guajaquil (Ecuador), Panama e San Josè de Costa Rica. Frequenta l’ambiente dei rivoluzionari che sono affluiti qui da tutta l’America Latina.

Conosce una giovane peruviana, Hilda Gadea, che diventerà sua moglie. Il 17 giugno, al momento dell’invasione del Guatemala da parte delle forze mercenarie pagate dall’United Fruit, Guevara tenta di organizzare una resistenza popolare, ma nessuno gli dà ascolto.

Il 9 luglio 1955 a Città del Messico, nella casa della cubana Maria Antonia Sanchez, Ernesto Che Guevara incontra una figura decisiva per il suo futuro, Fidel Castro. Fra i due scatta subito una forte intesa politica e umana, tanto che si parla di un loro colloquio durato tutta la notte senza alcun dissenso.

Oggetto della discussione sarebbe stata l’analisi del continente sudamericano sfruttato dal nemico yankee. All’alba, Fidel propone ad Ernesto di prendere parte alla spedizione per liberare Cuba dal “tiranno” Fulgencio Batista.

Ormai esuli politici, partecipano entrambi allo sbarco a Cuba nel novembre 1956. Fiero guerriero dall’animo indomito, il Che si rivela abile stratega e combattente impeccabile. A fianco di una personalità forte come quella di Castro ne assume le direttive teoriche più importanti, assumendo l’incarico della ricostruzione economica di Cuba in qualità di direttore del Banco Nacional e di ministro dell’Industria (1959).

Non completamente soddisfatto dei risultati della rivoluzione cubana, però, avverso ad una burocrazia che si andava sclerotizzando malgrado le riforme rivoluzionarie, irrequieto per natura, abbandona Cuba e si avvicina al mondo afro-asiatico, recandosi nel 1964 ad Algeri, in altri paesi africani, in Asia e a Pechino.

Nel 1967, coerente con i suoi ideali, riparte per un’altra rivoluzione, quella boliviana, dove, in quell’impossibile terreno, viene tratto in agguato e ucciso dalle forze governative. Non si conosce la data esatta della sua morte, ma sembra ormai accertato con buona approssimazione che il Che sia stato assassinato il 9 ottobre di quell’anno.

LA STORIA

Parlando di Che – L’Argentino e Che – Guerriglia, la produttrice Laura Bickford dichiara che Guerriglia ha le caratteristiche di un thriller, mentre L’Argentino è piuttosto un film d’azione con grandi scene di battaglia.

“Questo è un progetto a cui Benicio, Laura e Steven lavorano da dieci anni”, spiega lo sceneggiatore Peter Buchman. “Benicio ha partecipato attivamente allo sviluppo della sceneggiatura fin dalle prime battute, e poiché inizialmente si era concentrato sulla parte boliviana della storia è stato per me una preziosa fonte di informazioni.”

“Io non sono mai stato in Bolivia”, aggiunge Buchman, “quindi ho dovuto ricavare lo sfondo e tutte le informazioni possibili dai diari del Che, e da Benicio e Laura, che c’erano stati e avevano raccolto interviste e testimonianze prima ancora che io fossi contattato. Ho letto fonti delle varie parti coinvolte, tra cui alcuni documenti declassificati del Dipartimento di Stato americano sulla visita del Che a New York, e rapporti del periodo in cui si trovava in Bolivia. Dovevamo ricostruire quello che sapevano gli Stati Uniti – e quando – delle attività del Che in Bolivia”.

“Abbiamo parlato con le persone più diverse, indipendentemente dalla loro appartenenza politica”, dichiara la Bickford. “Abbiamo incontrato il capitano boliviano che ha catturato il Che, oltre  ai tre cubani (Urbano, Benigno e Pombo) che lo hanno seguito in Bolivia e sono riusciti a fuggire e a tornarsene a casa dopo la sua esecuzione. Urbano, che vive a Cuba, è venuto con noi in Spagna in veste di consulente”.

Aggiunge Buchman: “C’erano già diversi gruppi di ribelli che agivano in molti paesi latino-americani. Il Che aveva deciso di andare in Bolivia, centro del continente, per istituire un’organizzazione “a ombrello”, un luogo di addestramento per quei gruppi. Dovevano seguire un periodo di addestramento di sei mesi, un anno, e poi decidere quando iniziare le ostilità. Non si aspettavano di essere scoperti così presto”.

“Non è stato il Che a scegliere la Bolivia, ma Fidel”, spiega Jon Lee Anderson, l’autore della più autorevole biografia di Guevara, oltre che l’uomo che ha ritrovato i resti del Che in Bolivia, e li ha riportati a Cuba.

“La teoria dei focolai – un gruppo di uomini che aprono un fronte di guerriglia, combattendo e conquistando zone di territorio liberato, e addestrano altri internazionalisti di paesi vicini – avrebbe anche potuto funzionare, in Bolivia. Il fronte si sarebbe poi allargato al Perù, all’Argentina, al Cile e al Brasile, e così via.

“Ma il gruppo della guerriglia peruviana, sostenuto dai cubani, era appena stato sconfitto; il focolaio argentino guidato da Jorge Masetti aveva fallito e i suoi membri erano stati estradati; e i venezuelani non volevano il Che nel loro paese. Fidel, allora, ha parlato con Mario Monje, capo del Partito Comunista Boliviano, che si è dichiarato disposto ad accoglierlo. Sulla base di questo accordo, il Che è tornato segretamente a Cuba per scegliere e organizzare gli uomini da portare con sé in Bolivia.”

“Il Che è arrivato in Bolivia come uomo d’affari uruguayano, con un passaporto falso e un taglio di capelli completamente diverso. Ma il suo arrivo clandestino, in realtà, è rimasto segreto per poco”, spiega Anderson. “Quando in Bolivia è stato arrestato Régis Debray, noto esponente della sinistra internazionale, e vicino a Fidel, è apparso subito chiaro a tutti che era stato col Che.”

Uno dei primi problemi che il Che ha incontrato in Bolivia è stato il voltafaccia di Mario Monje, che gli ha subito ritirato l’appoggio del Partito Comunista Boliviano. Secondo Anderson, “Monje era allineato con Mosca, e contro quelli che riteneva radicali scissionisti, forse filo-cinesi, aiutati e coperti da Cuba per portare la rivoluzione nel suo paese. Dopo aver incontrato il Che, Monje ha rotto con lui e ha chiesto ai boliviani che lo avevano seguito di lasciare il Partito. Storicamente, la grande vergogna del Partito Comunista Boliviano è stata di non aver messo a disposizione del gruppo del Che la sua rete di sostegno, che era capillare e diffusa in tutto il paese, lasciandoli soli.”

“Senza un vero preavviso, gli uomini del Che sono stati costretti ad affrontare la battaglia molto prima di quanto avessero previsto, e senza l’aiuto dei boliviani, sul quale contavano. Avevano perso la rete di sostegno locale che avrebbe dovuto rifornirli di cibo e reclute, al bisogno. Come se non bastasse, si trovavano in una zona molto più aspra e isolata di quanto si aspettassero. Faceva un caldo bestiale d’estate, e l’inverno era gelido e piovoso.”

“Io ci sono stato, è un territorio inospitale, fatto di grandi distese e altopiani aridi e senza alberi, da cui è possibile vedere a chilometri di distanza”, prosegue Anderson. “Era molto difficile nascondersi. C’erano pochissimi abitanti e quei pochi avevano una scarsa coscienza politica. Le persone più impegnate politicamente erano i minatori, ma si trovavano in un’altra regione del paese.”

“A peggiorare le cose”, aggiunge Buchman, “dopo aver scoperto che l’esercito del Che era composto quasi esclusivamente di cubani, il Presidente Barrientos ha annunciato che i comunisti cubani avevano invaso il paese – notizia allarmante per i locali che avrebbero dovuto appoggiare il Che. La gente era fuggita dai villaggi, e gli uomini del Che passavano da un’imboscata all’altra, traditi dalla gente del posto.

“Sono stati costretti a darsi alla fuga prima di aver finito l’addestramento, e prima di essere riusciti a mettere i piedi una rete di supporto”, osserva Anderson.

“Inoltre, il Che soffriva fin da bambino di una grave forma d’asma, che la vita della guerriglia aveva reso ancora più grave. C’erano volte in cui era talmente debole che doveva essere portato a braccia. La sua salute era andata deteriorandosi e il fisico era allo stremo.”

“Spazzata via la retroguardia, era rimasta in piedi solo una colonna di guerriglieri. Da quel momento in poi, al Che e ai suoi uomini non restava che raggiungere i minatori sulle Ande, e lasciare la Bolivia. La loro sopravvivenza era appesa a un filo sottilissimo.

“Quando sono arrivati a La Higuera e alla Quebrada del Yuro erano veramente demoralizzati. Avevano visto i loro compagni e amici venire uccisi sotto i loro occhi, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Ed era stata soprattutto la grande forza di volontà del Che a farli andare avanti.”

A PROPOSITO DEL FILM

“A quarant’anni dalla sua morte, sono molte le ragioni per cui il Che resta un simbolo di grande forza ancora oggi” – spiega Laura Bickford, una delle produttrici del film di Steven Soderbergh Che – L’Argentino. “Incarna l’immagine della ribellione giovanile e dell’idealismo – due cose che, secondo me, non hanno età, sono eterne. Non ci interessa l’attuale politica cubana. Siamo cineasti e vogliamo solo fare un film su un particolare periodo storico visto attraverso gli occhi del Che.”

“Abbiamo parlato con i protagonisti di tutte le parti coinvolte e condensato i risultati delle nostre ricerche nella sceneggiatura. Non riusciremo mai ad accontentare tutti – è impossibile ricostruire con esattezza ogni dettaglio. Ci abbiamo messo tre anni per documentarci sulle vicende che sono diventate Che – Guerriglia. All’inizio, volevamo raccontare in modo dettagliato una sola parte della vita del Che. Ma poi abbiamo scoperto che senza realizzare anche Che – Guerriglia non saremmo riusciti a spiegare il contesto in cui era nata la decisione del Che di andare in Bolivia.”

“Quando abbiamo deciso di aggiungere le parti su Cuba e New York, e ci siamo messi a lavorare sulla struttura del film, il progetto ha cominciato ad allargarsi sempre di più. A quel punto, ci siamo resi conto che di film dovevamo farne due.”

“Quando Benicio ed io abbiamo iniziato a interessarci al Che e a incontrare diversi sceneggiatori, ci è stato fatto il nome di Peter Buchman, che aveva scritto “ALEXANDER”. Peter ha passato un anno a leggersi tutti i libri sull’argomento. Poi, però, io ho dovuto mettermi a lavorare alla produzione di “TRAFFIC” e le nostre strade si sono divise per un paio d’anni. Quando siamo tornati a lavorare al progetto, Steven [Soderbergh] aveva già accettato di dirigere il film. E’ Steven che ha voluto includere anche Cuba e New York, oltre alla parte sulla Bolivia.”

“Una delle maggiori difficoltà che hanno incontrato Steven e Benicio nella sceneggiatura è stato mettere insieme tutte le informazioni e le storie che avevamo raccolto”, prosegue la Bickford. “Riuscire a condensarli e al tempo stesso a raccontare una storia avvincente è stato estremamente impegnativo.”

“Ce n’erano tanti di sceneggiatori pronti ad aiutare Steven a realizzare questo progetto, ma ci avrebbero messo almeno un anno per prepararsi e mettersi a scrivere. A quel punto, mi ha chiamato Peter per ricordarmi che lui aveva già fatto tutte le ricerche. Ho ringraziato il cielo! E’ stato eccezionale, ci ha dato un aiuto prezioso per costruire la struttura del film.”

Ricorda lo sceneggiatore Peter Buchman: “Circa cinque anni dopo aver finito le ricerche, ho chiamato Laura per dirle che se avevano bisogno di uno sceneggiatore pronto a sedersi con Steven in una stanza per mettere tutto nero su bianco, io sarei stato felice di farmi usare come cassa di risonanza. Questo accadeva due anni e mezzo fa. Sono volato a New York e ho incontrato lui e Benicio. Fondamentalmente, l’idea di realizzare solo il film sulla vicenda boliviana non mi convinceva perché pensavo che lo spettatore si sarebbe trovato di fronte al finale tragico di una storia di cui avrebbe voluto sapere di più – senza conoscere quello che era successo prima, era difficile farsi coinvolgere.”

“Sono tornato a casa e mi sono messo a scrivere un’unica sceneggiatura con tre diverse tracce narrative: la vita del Che e la rivoluzione cubana, la sua caduta e, tra le due, il viaggio a New York per il discorso alle Nazioni Unite.”

“Io cerco sempre di essere fedele alla realtà storica, ma so che quando devi raccontare una vicenda così complessa in un unico film, alla fine sei costretto – per ragioni di tempo – a distorcere quella realtà. In questo caso, però, tutti noi sapevamo di maneggiare materiale molto delicato, perché c’erano ancora moltissime persone pronte a difendere con passione la propria versione dei fatti.”

“Steven era convinto che un’unica sceneggiatura non avrebbe reso giustizia a ognuna delle tracce principali, e ha proposto l’idea dei due film. Poiché il palazzo delle Nazioni Unite stava per essere sottoposto a una radicale ristrutturazione, abbiamo girato subito le scene del Che che parla di fronte all’Assemblea Generale, nel 1964. Laura si è girata verso di me e mi ha chiesto: ‘Non è un momento da festeggiare?’ E io le ho risposto: ‘Festeggerei volentieri, se non dovessi correre a casa a scrivere due sceneggiature!'”

“Sono stato costretto a rivedere la struttura della parte cubana perché inizialmente ne avevo scritta una versione troppo condensata. Ho dovuto ripercorrere tutte le tappe della storia – un lavoro al quale hanno partecipato attivamente anche Steven, Benicio e Laura.”

SETTE ANNI DI LAVORO DI RICERCA

“Interpretare il Che è stata un’esperienza diversa da tutte le altre per me”, dichiara il produttore e protagonista del film, Benicio Del Toro. “In questo caso, trattandosi di un personaggio realmente esistito, abbiamo dovuto partire dalla sua biografia e dagli scritti che aveva lasciato. Così, ci siamo imbarcati in sette anni di ricerche durante i quali abbiamo letto tutto quello che era stato scritto da lui e su di lui. Ma, essenzialmente, per interpretarlo ho cercato di basarmi soprattutto sulle cose scritte da lui”.

“In questi sette anni” aggiunge la Bickford, “siamo stati a Cuba, in Bolivia, a Parigi e a Miami: ovunque andassimo, trovavamo qualcuno che aveva qualcosa da raccontarci. Il bello di girare un film sulla rivoluzione cubana è che c’è ancora tanta gente che la rivoluzione l’ha vissuta in prima persona, da una parte o dall’altra della barricata. Se giri un film sulla rivoluzione americana, francese o messicana – non hai la stessa fortuna”.

“C’è molto materiale, molte foto. I ribelli hanno documentato con estrema cura la loro esperienza”.

“Pombo, Urbano e Benigno sono tre uomini che hanno incontrato il Che durante la rivoluzione cubana e lo hanno seguito in Bolivia, riuscendo a sopravvivere. Compaiono tutti e tre sia nella prima che nella seconda Parte del film. Li abbiamo intervistati singolarmente, oppure insieme, per farci raccontare i fatti di Cuba e Bolivia. Urbano è stato anche nostro consulente in Spagna. La loro presenza ha trasmesso a noi e agli attori un senso della realtà dei fatti assolutamente unico. La verità è che si potrebbe fare un film su ognuno di loro – ognuno ha la sua storia.”

“A loro, gli attori hanno chiesto informazioni molto specifiche, del tipo: come tenevano le pistole in quella situazione? Come si orientavano per spostarsi da un posto a un altro? Che tipo di formazione adottavano per procedere nella giungla? Insomma, informazioni tecniche molto specifiche. E questo ha dato una marcia in più al cast. Gli attori che interpretano questa parte della rivoluzione cubana e della vita del Che abbracciano l’intero spettro politico. In questo film è rappresentata ogni singola posizione politica sulla situazione cubana.”

LE RIPRESE

“Non credo che saremmo riusciti a girare questi due film, nonostante tutti i soldi che ci avevano dato, se non ci fosse stato lui [Soderbergh] a dirigerli. La velocità con cui abbiamo dovuto muoverci è stata ogni giorno una sfida impegnativa per gli attori e per la troupe” – dichiara la Bickford.

Fin dall’inizio Soderbergh aveva deciso di usare solo la luce naturale. E poiché la maggior parte delle scene si svolgono in esterni, alla fine è stata usata solo qualche lampada ogni tanto.

La produzione è riuscita a ottimizzare i tempi grazie all’uso di una nuova, innovativa cinepresa digitale, la RED. All’inizio, quando si sperava di poterla utilizzare, è arrivata la notizia che la camera non era ancora disponibile. “A quel punto, si è verificato un piccolo incidente provvidenziale”, ricorda la Bickford, “un ritardo nei nostri visti per la Spagna che ha bloccato me e Benicio a Los Angeles per una settimana. E proprio quella settimana l’azienda produttrice ha chiamato per dirci che il prototipo era pronto”.

La RED è una cinepresa digitale ad alte prestazioni che offre la qualità di una pellicola 35 mm e la convenienza del digitale puro. Il corpo è stato progettato per esaltarne la flessibilità e la funzionalità. Estremamente maneggevole, pesa solo 4 chili e mezzo.

“Girare con una RED è come ascoltare i Beatles per la prima volta”, dice Soderbergh. “La RED vede attraverso i miei occhi. Un giorno spero di scoprire come siano riusciti a creare uno strumento così tecnologicamente avanzato e al tempo stesso così compatto, così meravigliosamente conforme al più naturale dei fenomeni – la luce. Ma per ora sono solo contento di avere avuto la possibilità di usarla, perché ha reso unici questi due film.”

Trailer italiano:


Per consultare le uscite dell’ultimo week-end andate allo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema visitate lo spazio “Cinema Festival”.

Commenti»

1. ilollo - 25/04/2009

lo vedrò sicuramente!!! la prima parte mi era piaciuta!

2. PaoloKr - 25/04/2009

Il primo film è stato un affresco incredibile e potente di una figura ormai diventata icona. Non vedo l’ora di vedere anche questa seconda parte.


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