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Cinema futuro (668): “Ca$h” 03/06/2009

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Ca$h”

Uscita in Italia: venerdì 5 giugno 2009
Distribuzione: Moviemax

cashTitolo originale: “Ca$h”
Genere: commedia / thriller
Regia: Eric Besnard
Sceneggiatura: Eric Besnard
Musiche: Jean-Michel Bernard
Uscita in Francia: 23 aprile 2008
Sito web ufficiale (Francia): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Jean Dujardin, Jean Reno, Valeria Golino, Alice Taglioni, François Berléand, Caroline Proust, Ciarán Hinds, Christian Hecq, Mehdi Nebbou, Cyril Couton, Eriq Ebouaney

La trama in breve…
Cash
(Jean Dujardin) è un truffatore e ha fascino, eleganza, audacia.  Quando suo fratello viene ucciso, decide di vendicarlo a modo suo, senza armi né violenza ma organizzando una truffa très élégant per trafugare una valigia piena di diamanti. Ma il compito non è facile perché Cash sta per essere presentato al futuro suocero (Jean Reno) e la sua organizzazione è oggetto di una inchiesta internazionale coordinata da una tenace ispettrice dell’Europol (Valeria Golino).
In un’avventura del genere, tutti mentono, bleffano e cercano di essere qualcun altro. I complici, a volte, si rivelano traditori ed i traditori complici. Le alleanze non durano che un attimo e per vincere bisogna essere pronti a perdere.

Intervista al regista e sceneggiatore Eric Besnard

Dopo otto anni e numerose sceneggiature torna alla regia, cosa ha motivato la sua decisione?

Dopo il mio primo film, ho scritto molto ed ho vissuto due o tre tentativi di regia non riusciti. Ogni volta bisogna digerire il fallimento. Tutti questi progetti, però, mi hanno permesso di incontrare molte persone e mi è servito molto per CA$H.
Ho potuto incontrare attori come Valeria Golino e Clovis Cornillac, questo ci ha fatto guadagnare moltissimo tempo quando li ho ricontattati.

Come è nata la storia di CA$H?

Scrivo sempre partendo dal punto di vista dello spettatore, perché il cinema mi accompagna da quando sono ragazzino.
Quando ho scritto LE CONVOYEUR con Nicolas Boukhrief, l’ho fatto con il ricordo di certe polarizzazioni sociali costruite sulla scoperta di luoghi poco comuni, come quelli analizzati Paul Schrader. Anche quando per  LE NOUVEAU PROTOCOLE – al cinema dal 19 marzo – l’idea era di ritrovare un certo cinema impegnato, come quello degli anni Settanta (Lumet Pakula) o della SEZIONE 8 di Steven Soderberg e George Clooney. Questo è il mio metodo. Ho dei legami affettivi e cerco di ritrovare sensazioni d’infanzia generate dai film.
In ogni sceneggiatura corro dietro a queste emozioni. Non cerco di riprodurre le sceneggiature di questi film ma le forme di “risveglio”, questi piccoli piaceri. La mia principale motivazione a scrivere è cercare di riprodurre questo tipo di piacere. Ciò non vuol dire che ci riesca sempre.
Per CA$H volevo ritrovare le sensazioni provate guardando un certo tipo di cinema della fine degli anni Sessanta. Il cinema precedente allo choc petrolifero, un cinema dove i personaggi erano allo stesso tempo intelligenti e leggeri. Tra i miei film di riferimento, c’era sicuramente l’ARNAQUE a cui la prima scena rende un omaggio distanziato, dato che dall’inizio la mia truffa prende un’altra via. Mi sono ispirato anche a tutti i film dove gli eroi prendono dei rischi senza prendere il sorriso, BUTCH CASSIDY, L’AFFAIRE THOMAS CROWN ed altri.
Ho scritto senza produttore, ma avevo dei punti fermi: nessuna violenza, eleganza e soprattutto una fine all’altezza delle promesse. Sono quindi partito dal finale, dicendomi che se mi lanciavo in questo film, la conclusione doveva assolutamente essere degna della suspense. È stata la mia ossessione sin dall’inizio, solo in seguito ho lavorato alla meccanica.

Come ha costruito la trama?

Generalmente, prendo delle note su un quaderno – una frase, una scena… poco per volta. Poi faccio un’elaborazione per me, una quarantina di pagine sulla trama e i personaggi.
Lo schema di questo film è arrivato velocemente ed in modo spontaneo. In seguito, ho lavorato alla sceneggiatura. Mi sono documentato sui truffatori per vedere se potevo inspirarmi a dei classici, delle “scuole” per truffatori. Ho trovato due o tre truffatori di riferimento che sono citati nel film, ma la trama non si basa su questo. In mancanza di una scuola per truffatori, mi ha confortato l’idea che si trattava di un mestiere! Una professione che ha i suoi maestri, i suoi codici, il suo gergo. Una professione i cui rappresentanti hanno tutti un punto in comune, un grande complesso di superiorità. Perché per definizione il truffatore si crede più intelligente del piccione, e in generale ha ragione. Mi è venuta, quindi, l’idea di confrontare più truffatori. Se ognuno si crede più intelligente dell’altro e vuole provarlo, si ha da subito un forte movimento. Tanto che alla fine ci sarà sempre un piccione.
Quando ho cominciato, il mio personaggio principale era un giovane truffatore di strada che si innamora di una ragazza mentre è, più o  meno, sotto il mirino della polizia. Il suo futuro suocero chiede di seguirlo per ventiquattro ore prima di concedergli la mano di sua figlia. La premessa funzionava ma mi conduceva verso una pura commedia, e questo non corrispondeva a quello che volevo fare. Cercavo qualcosa che fosse allo stesso tempo più sofisticato e scoppiettante.
Partendo da questo punto, ho arricchito la trama, rialzato la posta in gioco. Ogni manipolazione doveva poterne nascondere un’altra. Il problema era di non imbrogliare mai, di restare coerente. Ogni scena doveva funzionare in quanto tale, ma anche alla luce del finale, quando le maschere sono cadute.

Ha una sua tipologia di personaggi?

Da subito avevo “il giovane truffatore”, “il maestro”, “la fidanzata” ed una sorta di Faye Dunaway de L’AFFAIRE THOMAS CROWN, un basista femminile. Ho definito molto presto i due personaggi femminili e i due maschili, così come i loro rapporti. Relativamente al personaggio di Francois Berléand, il padre spirituale di Cash, c’è perché sapevo che ci sarebbe stato. Francois è un amico, una persona che amo, che è con me dal mio primo cortometraggio. È il solo per cui ho scritto, è una sorta di tic personale. Che io scriva per me o per gli altri, c’è sempre un ruolo pensato per Berléand. Questo non vuol dire che alla fine sia sempre lui ad interpretarlo, ma mi fa piacere.
Attorno, volevo delle altre tipologie di truffatori, del tipo “il vecchio brontolone”, “l’amico su cui non si può fare affidamento”… Molto velocemente ho deciso di far salire di un gradino il personaggio di Cash, di trasformare il piccolo truffatore di strada che gioca al gioco delle tre carte, in un eroe puro. Bello, alla moda, intelligente. I punti di riferimento degli anni Sessanta di cui parlavo poco fa. Redford, Newman, Steve McQueen. Ma anche Belmondo. Il Belmondo di CASSE o di PEUR SUR LA VILLE. Ancora una volta non parlo di film, ma di tipologie di eroi. Era questo che ho cercato di raggiungere, un vero eroe. Quindi, quando il vostro personaggio principale viene trasformato da piccolo truffatore in eroe glamour, è tutto il film a cambiare.

Come ha scelto i suoi attori?

Ad eccezione di François, mi sono vietato di pensare a chiunque mentre scrivevo. Non sapevo se la sceneggiatura poteva interessare un produttore e ancor meno se mi avrebbero permesso di metterlo in scena. Inutile farsi del male. Comunque, Clovis Cornillac l’ho individuato molto presto. Avevamo appena concluso NOUVEAU PROTOCOLE, che ho scritto dopo una sua richiesta, e avevamo voglia di lavorare insieme. Lui è stato molto elegante nell’accettare un ruolo breve ma essenziale. Da solo dà credibilità al rischio corso da tutti i protagonisti del film perché, se un personaggio impersonato da qualcuno della portata di Clovis può sparire dopo cinque minuti, allora nessuno è al riparo durante tutta la storia.
Jean Dujardin lo conoscevo da LE CONVOYEUR. Questo ci aveva permesso di rimanere in contatto. Dopo aver letto la sceneggiatura, ha velocemente accettato il ruolo ed il suo impegno ha, da subito, dato un’altra ampiezza al progetto. Quando si ha Jean sul set, tutto va meglio. Io non osavo nemmeno pensare a Jean Reno ma il mio produttore, Patrice Ledoux, aveva già fatto alcuni film con lui. È stato come se mi avessero proposto John Wayne! Un giorno, Jean Reno è entrato nel mio ufficio e abbiamo parlato per cinque minuti. Il giorno dopo ha detto che avrebbe recitato nel film, seguendo l’istinto!
Riguardo ai ruoli femminili, c’era un equilibrio da trovare. Alice si è imposta immediatamente. Era necessario trovare un’attrice credibile in tutti i passaggi della parte. Credibile e splendida. Il suo fisico doveva fungere da barriera di fumo per meglio dissimulare il suo gusto per il rischio e la sua intelligenza. È una giocatrice. Parlo di Garance, ma potrei dire la stessa cosa di Alice.
Restava Julia Molina, il personaggio più difficile da assegnare, al punto da arrivare a fare delle prove. Per fortuna, mi azzardo a dire, le prove con Valeria sono andate male. Non era una buona giornata e ci fu un malinteso. Avevo deciso di dare la parte ad un’altra attrice ma lei è tornata da Roma ed abbiamo avuto una lunga conversazione. Dopo di che sono stato sicuro che fosse lei quella giusta. Credo che senza questo malinteso (senza la prova fallita), non avremmo avuto questo riavvicinamento, questo legame. Da quel momento, tutto è stato magico!
Gli altri sono tutti attori con cui avevo voglia di lavorare. Jocelyn Quivrin, Hubert Saint-Macary, Caroline Proust, Eriq Ebouaney, Samir Guesmi, Roger Dumas… Ma ce n’era uno che non conoscevo, è stata un’idea della direttrice del casting: Ciaràn Hinds, e posso ringraziarla perché si tratta di un signore! Tutti gli attori avevano in comune un certo charme, un fascino che ha originato lo spirito del film.

Ha avuto la tentazione di dare ai suoi attori solo la parte della sceneggiatura che li riguardava o conoscevano l’intero racconto? Sapevano tutti quale storia stavano raccontando?

Tutti conoscevano l’intera sceneggiatura. Ma concretamente, ci sono due tipi di problemi per un film del genere. Da una parte, che cosa dobbiamo mettere in scena? Tutti gli attori vi diranno che bisogna rappresentare la situazione, servirsene al livello elementare. Ma inconsciamente e inevitabilmente, conoscere la scena o quello che succede in seguito influisce sulla recitazione. Dall’altra parte, c’erano molte persone. Nonostante tutti mi avessero accordato fiducia, vedevo che in alcuni momenti il cast si poneva delle domande. Sono, dunque, dovuto velocemente diventare il garante della coerenza globale dell’interpretazione, compito che fa parte del lavoro dello sceneggiatore. Coerenza tanto più difficile visto che alcuni attori non sapevano come recitavano gli altri (nel senso che non sapevano fino a che punto arrivava l’altro nell’interpretazione dell’inganno) non avendo scene in comune e avendo girato senza seguire un ordine temporale.
È stata una scommessa e una grande opportunità che mi ha permesso di sapere dove ogni personaggio, ogni attore stava andando. Girare il finale e sapere che funzionava mi ha rassicurato. Mi piacerebbe affermare che è stato machiavellico e che avevo previsto tutto, ma in realtà è stata la conseguenza degli imperativi del piano di lavoro.

Come dirige i suoi attori, che sono tutti dei veri talenti?

Più gli attori sono dotati, più sono facili da dirigere. Non ho mai avuto dei problemi con loro. Il fatto che siano dei talenti non crea problemi, al contrario. Ho avuto la fortuna che tutti mi abbiano dato fiducia. Non ho dovuto forzare delle porte. A volte non eravamo subito d’accordo e abbiamo dovuto discutere ma in maniera costruttiva, mai conflittuale.
Jean Dujardin è un gran professionista. C’è sempre e lavora moltissimo. Con lui avevo un duplice dubbio. Ha costruito la sua carriera su un tipo di recitazione basata sulle maschere, con parrucche, artifici, e spesso sostiene da solo un film. All’improvviso, si è trovato a recitare in un film con dieci personaggi con cui volevo frenare il suo potere comico. Volevo renderlo sensuale, farne un’icona di eleganza e intelligenza, un eroe. Doveva rendersi conto di essere un eroe. Per lui cercavo una sorta di machismo ed eleganza.
Ho desiderato che Jean Reno avesse il pizzetto e degli occhiali da sole, sempre con l’idea di creare un personaggio più glamour. Mi ha seguito nella definizione di questo profilo. Valeria Golino ha accettato di modificare un elemento importante della sua identità fisica: la sua lunga capigliatura ondulata. È stato un grande impegno da parte sua. Caroline Proust ha fatto la stessa cosa, e non è una cosa da niente. Grazie signore mie!
Tutti i personaggi di questa storia sono degli eroi. È stato il mio partito preso. Il paradosso, che non avevo previsto è che per un attore spesso è difficile essere un eroe. In Francia, Melville, Verneuil hanno realizzato un cinema di eroi, ma oggi non ne facciamo più molti. Volevo provare a tornarci, senza caricature, senza falsità, senza fare “alla maniera di”.

Ha aiutato i suoi interpreti a nutrire i loro personaggi?

Ogni attore ha il suo metodo. È affascinante! Alcuni non vogliono sapere niente di più che la sceneggiatura, ad altri bisogna dire tutto. È il segreto di ognuno. Ognuno si prepara a modo suo. Alcuni tra una ripresa e l’altra vanno nel loro caravan, altri restano per tutto il tempo sul set. Alcuni non riescono a sorridere, altri si divertono sempre. Nessuno ha ragione, nessuno ha torto, se lo stato d’animo è quello giusto.
Prima di girare, abbiamo fatto qualche lettura con gli attori, tenendo conto dei loro impegni di lavoro e abbiamo cercato di avvicinarci ad ogni scena. Siamo riusciti a riunire i cinque attori principali e sono state fatte interessanti osservazioni.
Uno degli esempi tipici dell’interazione attore/sceneggiatore, riguarda il personaggio di Valeria che inizialmente era piuttosto critico rispetto a quello di Alice. Attraverso un abile lavoro, Valeria è riuscita a farmi attenuare tutti i dettagli di rivalità tra le due donne. Aveva ragione! La cosa rende il suo personaggio più intelligente!

Come ha lavorato allo stile del film, indiscutibilmente elegante e lussuoso?

Volevo fare un film “champagne”, tra bollicine e tintinnio del cristallo. Tutti erano stati avvisati. Credo di essere rimasto nei limiti in termini di produzione. Le mie sole esigenze marcate riguardavano la scelta degli scenari e ne avevo discusso con il produttore. Il lusso dell’allestimento scenico doveva essere avvertito. La dinamica è un’altra componente della messa in scena del film. La telecamera è spesso mobile, a volte le scene si associano a questo slancio, come nella cena in barca. Questo elemento dinamico, costantemente presente, dona ritmo al film. Il lusso non doveva essere ostentato, non è che la cornice della storia. Ci tenevo, per esempio, che le auto di lusso passassero in secondo piano. Non volevo soffermarmi su di esse ma dovevano essere belle.
Uno degli elementi dell’identità visuale del film è l’utilizzo dello schermo diviso, lo spilt screen. È un procedimento che introduco molto presto in modo da preparare la sequenza di presentazione del furto ideale. Ma quando dico split screen non voglio dire due immagini affiancate. Con il montatore, abbiamo avuto l’idea di uno split screen dinamico con delle immagini che si muovono. Questo permette di trattare la “perfezione” di quello che è tenuto ad essere un furto perfetto, senza perdersi nel serioso e senza cadere nell’ostentazione.

Che differenza c’è tra il piacere che ottiene dalla scrittura e quello che ottiene con la telecamera?

Il film dello sceneggiatore è più lungo e più complicato di quello che avete visto. Ma il lavoro del regista è anche quello di assicurare un certo ritmo al film e di non perdere il filo conduttore.
Capita spesso di dover tagliare delle scene che ti hanno dato molto piacere quando venivano scritte, perché tolgono equilibrio alla parte recitata. Possono essere pericolose, spesso contengono delle note d’autore e in un film dinamico, non è sempre una buona idea. In quanto sceneggiatore, la gestione degli oggetti mi ossessiona. Alcuni sono collocati e inseriti sin dall’inizio e non servono che alla fine. È uno dei miei piaceri, ma sono il solo a vederlo. E ad oggi la maggior parte di queste astuzie sono al loro posto… nel cestino!
Al contrario, in quanto sceneggiatore mi sono permesso di creare un personaggio completamente nuovo. Una coccinella di Gotlib! Una comparsa ricorrente in tutti gli scenari da truffatore. È la prova che, qualunque sia il suo genio, Cash stesso è umano e fallibile.

È stato ingannato vedendo interpretare alcune scene?

La sequenza dell’inquadratura finale è un elemento chiave. Mentre scrivevo, non avevo immaginato un’inquadratura, perché mi sentivo di mettere in scena scrivendo. Quando è stata fatta, avevo il film! Voglio dire che avevo reso l’emozione che cercavo. La famosa sensazione che avevo avuto da ragazzino vedendo certi film, era in questa scena. All’improvviso, avevo concretamente il livello del film, il suo colore, la sua densità. Tutto aveva dato corpo al mio piccolo sogno.

Come sono andate le riprese?

Le riprese sono durate undici settimane. Abbiamo soprattutto girato a Parigi, ma anche due settimane tra Nizza e Monaco. C’erano molti imperativi dovuti agli impegni di lavoro degli attori, ma avevo un assistente d’oro. Dovevamo destreggiarci tra gli impegni di ognuno e le disponibilità degli hotel di lusso in cui giravamo nel periodo di alta stagione. Malgrado questo, tutto è andato bene. Abbiamo avuto comunque molta fortuna con il meteo perché la primavera è stata disastrosa e quindi, abbiamo girato sotto la pioggia. A volte, pioveva durante le riprese o a qualche chilometro di distanza! L’ambiente delle riprese era perfetto. Abbiamo cominciato con due settimane in alcuni hotel di lusso delle Costa Azzurra ed è stato un regalo per tutti. C’è stato qualche momento surrealista perché i primi giorni, gli attori più noti facevano le comparse. Quando si comincia per far venire Jean Reno e farlo camminare per più giorni di seguito in dei corridoi senza che dica una parola o si domanda a Jean Dujardin di fare dei passaggi sul fondo della scena, risulta piuttosto particolare come inizio di collaborazione. Ma tutti hanno interpretato la loro parte con buona volontà. Anche se le riprese erano complesse, è il cinema che fa sognare, compresi quelli che lo fanno. Eravamo con delle star in dei posti magnifici. Occuparsi dell’inquadratura di due motoscafi che sfrecciano verso il largo passando davanti alla telecamera, è un piacere per tutti!

La musica gioca un ruolo molto importante nel creare l’ambiente del film…

Avevo due desideri molto consolidati. Un colore musicale ereditato da Lalo Schifrin e Quincy Jones, e uno strumento leader: l’organo Hammond. Uno strumento divenuto piuttosto raro ma tipico di una certa epoca. Di Jean-Michel Bernard conoscevo solo la musica dei film di Michel Gondry. Anche se mi rendevo conto che non corrispondeva a quello che cercavo, l’ho incontrato e.. miracolo! Ho scoperto che non è solo uno specialista dell’organo Hammond ma che, tra gli altri, ha lavorato con Lalo Schifrin,ed in più è stato l’orchestratore di Ray Charles. Parlavamo dunque della stessa cosa. Il nostro lavoro è stato straordinariamente piacevole e interattivo. Per esempio, adoro la musica dell’inseguimento con un flauto traverso che prende il volo. Allo stesso modo, per il finale volevo una voce alla James Brown, molto sensuale. Ma non credevo che l’avremmo potuta trovare. Ho assistito alle registrazioni e sono stato ingannato! Una bella avventura.

Oggi, cosa rappresenta questo film per lei?

Dell’energia positiva. È quello che sento dall’inizio di questa avventura e che sto cercando di trasmettere. È da un po’ che aspetto di rifare un film, mi hanno lasciato fare questo. Ecco cosa rappresenta prima di tutto, un ritorno alla regia.

Cosa volete dare al pubblico?

Il sorriso e prestargli una certa intelligenza. Il divertimento non implica la stupidità o la volgarità. Ho voluto che tutti nel film fossero intelligenti, dai due lati dello schermo. Come spettatore, adoro avere l’impressine di capire, per rendermi in seguito conto di essere stato coinvolto dalla mia stessa rappresentazione. Quello che mi interessa è il lato ludico, dell’astuzia, dell’euforia, la commedia frizzante. Sono cresciuto con i film di Philippe de Broca. Gli eroi hanno sempre l’occhio che brilla. Spero di inserirmi in questa tradizione. È un film ludico, che gioca con lo spettatore.

Oggi si sente sceneggiatore, regista?

La scrittura ce l’ho nel cuore. Non è una scelta, è una patologia! Ogni giorno mi sveglio e scrivo. Sono stato uno sceneggiatore per dieci anni, ma scrivevo già prima di andare in ufficio. Per me scrivere è necessario, è un modo per distorcere la realtà. Continuerò a scrivere perché questo mi permette di continuare quella ricerca di sensazioni di cui parlavo poco fa. Cercare di ritrovarle e di trasmetterle, è il mio modo di dialogare con il cinema della mia infanzia. Un cinema ideale perché idealizzato. Questo vuol dire che continuerò a scrivere per gli altri. Innanzitutto perché, anche se mi lasciano fare la regia di alcuni film, non potrei mai smaltire il volume dei miei scritti. Poi perché adoro lavorare con altri registi. Ho avuto pochissime brutte esperienze e molti incontri piacevoli. Persone così diverse le une dalle altre, universi totalmente differenti. È appassionante passare da Matthieu Kassovitz a Brigitte Rouan, o da Louis Leterrier a Thomas Vincent. Cercare di capire cosa li anima, conoscerli per proporgli cose che gli corrispondano. Per esempio ho scritto tre sceneggiature con Nicolas Boukhrief (solo una divenuta un film ad oggi)… e sono pronto a scriverne altre dieci! Uno sceneggiatore che ha la fortuna di lavorare e di scegliere è in una posizione magnifica. Si dibatte in un mondo ideale. Un universo cinefilo. Una volta detto questo, la vera sfida è la messa in scena, visto che, effettivamente, l’universo non è ideale ma fatto di restrizioni e scontri. I rischi sono molto più grandi, ma la sensazione di vita è fantastica. Ogni fase genera una moltitudine di ostacoli e di rapporti umani. Ora le persone non hanno niente a che vedere le une con le altre, un finanziere non ha niente in comune con un artista, un mixatore non a niente a che fare con un tecnico che lavora sul set. Cercare di comprenderne ognuno è una cosa appassionante. In altre parole, ho un grande desiderio di ritrovare tutto questo, di metterlo in scena. Delle cose le ho già scritte, le conservo nel caso in cui mi diano di nuovo fiducia, ed altre sono in fase di sviluppo.

Le resta un ricordo particolare?

Farsi carico della realizzazione di un film è come gestire una sorta di dispersione progressiva. Si comincia con l’ideale della pagina bianca, poi si comincia a riempire con l’inchiostro, e già le cose vanno meno bene. Questa è la differenza tra l’ideale e il reale. Avere da solo il controllo su questo processo di dispersione, essere colui che spinge sul freno, che si ingegna, è magico. Trasformare questa dispersione naturale in punti di forza, cercare di avere il massimo da ognuno ed, a volte, avere delle belle sorprese è una cosa straordinaria, e le sorprese arrivano da ogni parte. Una delle cose più sconvolgenti è l’interpretazione. Ho realizzato solo due lunghi metraggi ma, ogni volta, ho avuto la fortuna di incontrare degli attori che mi hanno permesso di ricordarmi quello che cerco nella messa in scena, un incontro. Anche se non dura che un attimo, lui o lei si offrono completamente. È un regalo. È quel genere di momenti che hai voglia di rivivere. Un momento di fiducia, tutto è questione di fiducia ed il film parla anche di questo.

CA$H INTERPRETATO DA JEAN DUJARDIN:
Conosco Eric Besnard da LE CONVOYEUR, dov’era co-sceneggiatore. Quando mi ha dato questa sceneggiatura, come prima cosa mi sono detto che CA$H era un titolo eccellente. Da sfogo all’immaginazione e ti fa venir voglia di leggere. Ho iniziato a leggere il copione in Venezuela, dove stavo finendo di girare 99 FRANCS, l’ho letto tutto d’un fiato. Mi sono lasciato prendere, facendomi imbrogliare ogni dieci pagine! Leggo sempre le sceneggiature dal punto di vista dello spettatore, senza pensare che interpreterò il film. Quando si sente che è un buon racconto sin dalle prime pagine spero solo che sarà così sino alla fine, e questo lo è ! Tutto si lega bene, la storia e l’uomo, Eric Besnard. È importante partire con un regista che sa quello che vuole, che tiene il suo film, Eric lo fa con un’eleganza flemmatica molto british.

CA$H è un genere raro in Francia, molto ambizioso. L’idea di fare un film champagne, affascinante senza violenza era molto interessante. Avevo anche voglia di non interpretare un ruolo solo per dare importanza al film, volevo dividere il cartellone con dei colleghi, e sono stato ampiamente ascoltato: Jean, Valeria, Alice e tutti i altri…Solo degli attori cha amo!

Questo ruolo è nuovo per me, perché per la prima volta interpretavo un personaggio non fondato sull’ironia ma sul fascino immediato. Accettare di essere il “bello” per me è stato molto difficile. Prima, bisogna lasciare la scena svilupparsi, sapere quello che si vuole e parlare in modo tale che lo spettatore entri nella sceneggiatura, in seguito lavorare sull’astuzia, sullo sguardo, i dettagli, impegnarsi, guardarsi, comprendersi. Quando si fa questo lavoro, il pubblico ti dà un’immagine di te stesso, uno se ne serve ed è in seguito una questione di grado. Comunque, uno o due anni fa avrei difficilmente interpretato un ruolo come quello di Cash. Credo anche che il successo rafforzi il fascino, ad ogni modo, questo è quello che mi suggerisce il mio pudore.

Visto che questo ruolo era tutto tranne un numero di finzione, bisognava trovare un buon dosaggio. Eric ha anche del fascino. Trasmette qualcosa di molto maschile, allo stesso tempo dolce e virile. C’è spesso un rapporto tra lo sceneggiatore – e il regista – e il personaggio che ha costruito.

Interpretando Cash per ingannare contemporaneamente gli altri personaggi del film e lo spettatore dovevo dimenticare chi fosse realmente e quali fossero i suoi segreti. Tra attori, ci domandiamo spesso come posizionarci. Che cosa interpretiamo? Chi siamo in questo momento? Era molto più interessante tanto più che avevamo lo scenografo sul set.

Per Cash non ho lavorato come per gli altri ruoli che ho interpretato. Dovevo giusto esserci per raccontare la storia. Se prendevo troppo spazio, se facevo troppo, non soltanto non avrei recitato con i miei colleghi, ma non avrei saputo interpretare la storia. È il genere di ruolo in cui bisogna fare il meno possibile e conformarsi a quello che vuole il regista. Il primo passo è nella recitazione ma ci sono dei momenti di pausa, di riposo, di imperfezione e d’amore. Ci si rende conto subito che tutto è un imbroglio, anche se non si sa in quale senso. Penso ad esempio alla scena della cena con Alice sui tetti di Parigi, quando mi dice che suo padre aveva voglia di conoscermi. Non è solo un doppio gioco. Lì si rappresenta una storia d’amore, una domanda di matrimonio, potenzialmente è lei la sciocca, o lei può essere semplicemente il passaporto che permette al mio personaggio di avvicinarsi a quello di Jean Reno. Tutto è possibile! Non bisognava dimostrarsi troppo innamorati, ma neanche troppo truffatori… bisognava fare l’anguilla, lasciando spazio ai dubbi dello spettatore.

Prima delle riprese abbiamo fatto delle letture con gli attori. L’obiettivo era assimilare e comprendere le parole di Eric e i suoi punti di riferimento. Si trattava di individuare la sensazione. Cercavamo prima di cogliere il suo modo di scrivere la sceneggiatura che la sceneggiatura stessa. Lavoravamo per la storia ma anche per lui. Ho cercato di avvicinarmi a lui, come lui cercava di avvicinarsi a me. Dovevamo fare un cammino insieme per poi trovarci d’accordo sul personaggio. Questo passa per la scelta dei vestiti, il suo modo di guardarmi, il timbro di voce che dovevo utilizzare, i comportamenti, l’ironia, la finezza. Mi piace offrire delle sfumature tra le quali il regista può scegliere. Eric ha molto talento ed è bravo in quello che spesso manca ai film: la sceneggiatura. Ha esperienza e si percepisce, non sottovaluta mai il pubblico.

Tra una settimana e l’altra, avevo due, tre giorni di riprese. Incontravo i miei colleghi ed Eric era il direttore d’orchestra. Non sono in tutte le scene e questo mi ha permesso di scoprire e di apprezzare il lavoro dei miei compagni di lavoro. Eravamo veramente tutti dipendenti gli uni dagli altri. Jean Reno è molto semplice ed ha molta classe. Non ti fa mai sentire che è una star internazionale, non arriva con le sue medaglie.

Valeria Golino è piena di fascino, passionale e con una forte personalità. Coniuga la sensualità italiana ad un vero senso dell’umorismo. È molto piacevole, e questo rende il set gioioso e ci avvicina nelle scene. È stato un incontro molto bello. Conoscevo Alice Taglioni, la bellissima fidanzata di Jocelyn. Che la corteggiassi era veramente surrealista! Avevo già girato con François Berleand in LE CONVOYEUR ed è un eccellente compagno. Ero anche felice di incontrare Caroline Proust e Roger Dumas… un personaggio.

Ancora non ho una grande carriera e voglio esplorare più generi possibili, sapere se posso essere un buon poliziotto, un buon agente segreto, un buon cow-boy… questo è il mio lavoro. Non seguo dei “registri”. Cerco di far capire questo mio tipo di libertà da due anni, ed ho l’impressione che cominci ad essere compreso e accettato.

Trovo riduttivo paragonare questo film a OCEAN’S ELEVEN perché prima di tutto questa è una sceneggiatura, una storia. Mi viene prima da pensare a film come LA CASSE di Verneuil, ma con uno stile molto attuale, un cinema curato come non si fa più molto in Francia. CA$H ha una reale dimensione umana. Tutti i personaggi esistono ed ognuno di loro potrebbe quasi essere il centro del film, ed anche se sono molto luminosi, ognuno ha delle debolezze.

Nella vita non avrei potuto essere un truffatore, ho una grande difficoltà a imbrogliare le persone, non sono un bugiardo e sono anche incapace di prendermi gioco di qualcuno. Mentire mi turba. Non amo i giochi di società e non riesco neppure ad associare il denaro al gioco. Sono come un bambino a tavola, ho bisogno di alzarmi. Posso recitare solo nel mio mestiere. Prendere un personaggio e recitare, si! Sono un attore all’esterno. Posso imbarcarmi in qualunque cosa, correre, saltare, giocare, come nella scena del canale Saint-Martin. Correre sull’argine Valmy mi ha fatto impazzire perché sono tornato veramente all’infanzia, della serie “facciamo che io sono il poliziotto e ti inseguo”. Mi piace molto sognare e spesso sono in quel tipo di stato d’animo, anche nella vita. È così che viaggio e mi diverto.

Avevo giusto voglia che questo film esistesse e che potessi contribuire, sperando di sorprendere le persone, come lo sono stato io. Ecco cosa mi interessa. La vera gioia è quando si guarda il film, il resto sono solo i preliminari. Sono un piccolo soldato che arriva, posa la sua pietra, costruisce cercando di andare nel senso del regista, di recitare con gli altri attori, pensando soprattutto all’oggetto finito.

Eric ha lavorato così tanto per tutti che sarei veramente contento per lui, e per noi, che il film vada bene.

MAXIME INTERPRETATO DA JEAN RENO:
Mi succede sempre la stessa cosa, ci sono dei progetti ma prima devo capire con chi ho a che fare. Da una parte, avevo questa fedeltà con Patrice Ledoux, il produttore, poi ho incontrato Eric Besnard e si è creato un buon feeling. È il contrario delle sue sceneggiature, un uomo discreto, che non parla molto mentre le sue storie sono estremamente ricche, abbondanti, frizzanti. Mi sono anche reso conto che instaura un vero rapporto con coloro con cui lavora. L’amicizia è qualcosa che conta per lui; è amico di François Berleand, ha un legame con Jean Dujardin, con Valeria, Clovis, e gli piacciono Alice e Jocelyn. Associa un lato giovane ad una vera saggezza. È qualcuno che ama gli attori e ti fa venire voglia di seguirlo.

Leggendo la sceneggiatura, mi sono detto che il termine “intrigo” era stato coniato per questo tipo di storia perché si resta veramente intrigati. Viene voglia di sapere, di capire. Era già appassionante sulla carta, ma è stato cominciando ad interpretarlo con i miei compagni che ne ho compreso tutta l’ampiezza e l’astuzia. Eric ha tessuto una storia precisa, dice solo le cose necessarie affinché lo spettatore si senta interessato, coinvolto. Scoprendo il film, ho trovato ancora un’altra dimensione, tutta la parte riguardante il ritmo e la preparazione che aveva messo Eric, e mi è piaciuta moltissimo. In genere ho il timore di vedere il film completo, perché ho paura che non sia all’altezza delle promesse. Quando apprezzo qualcuno, non voglio dovergli dire che sono stato deluso, in questo caso tutto è andato bene. Ho anche visto il film, cosa che non succede molto spesso nelle pellicole in cui recito, perché mi metto molto in discussione guardandomi. Il film mi è piaciuto così tanto che ho avuto molti meno dubbi rispetto al solito. CA$H esprime buono umore, energia, cose belle da vedere e coinvolge lo spettatore nella meccanica. È un piacere per gli occhi e lo spirito.

Alcuni ruoli costituiscono l’occasione per ridefinire un attore, poiché integrano il tempo che passa e i film interpretati in passato. Si arriva ogni volta con la propria storia, la propria immagine, forse una maturità, un distacco. In un film come questo, è difficile definire il mio personaggio unicamente rapportandolo a se stesso perché per molti versi esiste grazie al suo rapporto con gli altri. Maxime è un po’ una leggenda nell’ambiente dei truffatori. È un maestro, ispira. Ha cominciato da giovane ed ha messo del denaro da parte in tutti i paradisi fiscali, con l’obiettivo di poter ballare tutti i lunedì il tango a Buenos Aires. Sa di poter finire in prigione, corre il rischio ma non sa fare altro e credo che ami lo spirito di quello che fa, quell’insieme di gioco, di pericolo e di assenza di violenza. È un esteta della truffa.

Maxime sembra un po’ più solido, un po’ più misterioso rispetto agli altri perché le sue storie d’amore non vengono sottolineate. Una storia d’amore umanizza e rende deboli. Non si sa niente della sua vita affettiva e questo lo colloca un po’ al lato.

Se il cinema è un’arte, è comunque un’arte di gruppo. A volte si hanno quasi tutte le melodie da suonare, ed a volte siamo nell’orchestra solo grazie a tre colpi di triangolo. In questo caso, adoravo la musica che si suonava ed avrei detto si anche solo per tre giorni di riprese.

Il fatto di avere solo una parte da interpretare non semplifica il gioco. Quello che devi esprimere deve essere in linea con quello che esprimono gli altri, ogni pezzo deve essere al suo posto nel puzzle. Maxime è sempre intento a manipolare. Per non mentire, bisogna recitare senza tenere conto di quello che sarà il finale. Di azione in azione, da replica in replica, il personaggio avanza nell’intrigo e bisogna passare da una tappa all’altra, cercando di dimenticare la totalità del cammino. È il solo modo per interpretare veramente fino in fondo il film, costruendo una menzogna.

La storia si sviluppa in un ambiente in cui le persone spesso agiscono in gruppo senza mai costituirne uno. Non siamo nella Mafia. Tutti i protagonisti sono soci per questo colpo ma non lavorano sempre insieme. Il fatto che il lato individuale e quello di gruppo siano interpretati nello stesso modo, confonde ancora di più le carte.

Si ignorano i legami personali che esistono tra di loro, non si sa nulla delle loro vere motivazioni. Questo si rileva via via e la scoperta accelera e frena ogni volta la storia.

Per definire il profilo di Maxime, abbiamo sicuramente lavorato sugli abiti, il pizzetto, gli occhiali, ma Eric mi ha anche chiesto di pensare a Robert De Niro, sapendo che lo conosco bene. Ho, quindi, integrato questa pista con il personaggio scritto. Anche il fatto di recitare in degli scenari meravigliosi, con delle auto da sogno, di fronte a persone eleganti ti ispira. Il personaggio nasce allo stesso tempo da quello che dice lo scenografo e dalla riflessione che genera la sceneggiatura. Si pensa ed esiste una sorta di alchimia che lo scenografo affina in base all’insieme della sua visione. Uno dei miei primi atti di riflessione era di immaginare il rapporto con la “vittima” della truffa. Non si deve svilire la storia, ma questo rapporto condiziona molte cose. Come accostarsi? C’era qualcosa di selvaggio. Come spesso succede nei film, le persone si valutano, si sentono, non si sa sempre chi sarà la preda e chi il predatore.

Questo film è stato anche l’occasione per interpretare qualcosa di nuovo per me. Credo che sia la prima volta che ho una scena di seduzione di questo tipo.  L’allestimento scenico era stupefacente, ero con Valeria Golino su un bateaumouche che scivola con lo sfondo di una Parigi illuminata, magnifico. È stata una parte sottile da interpretare. Un vero incanto.

Una delle soddisfazioni di questo film in quanto attore, e spero, anche in quanto spettatore è dato dalla varietà dei confronti e degli incontri.

Nessuna scena è insignificante, tutte contengono una chiave e si basano su delle situazioni forti da interpretare. Trovarmi di fronte a Jean Dujardin è stato un piacere. Per le scene di golf, per esempio, abbiamo giocato molto l’uno con l’altro. C’era voglia e furbizia nel gioco. È un secchione. Per quanto sia in alto oggi, non ha finito di salire, la sua traiettoria è magnifica.

Una delle qualità del film è anche di mettere insieme molti attori famosi, ma non soltanto per rendere attraente il cartellone, siamo lì perché serviamo alla storia.

Questo film è un’eccellente esperienza, è anche una tappa in più nella mia relazione con Patrice Ledoux. È arrivato con questo film come con un bouquet di fiori! So che per lui è un film importante e lo è ancor più per me. Amo il cinema che oltrepassa le frontiere, i generi. Sono felice di recitare in questo tipo di film, qui o negli Stati Uniti.

Sono impaziente di rivedere CA$H, per apprezzare, conoscendone la causa, i magnifici giochi di prestigio con cui Eric coinvolge il pubblico.

JULIA INTERPRETATA DA VALERIA GOLINO:
Circa tre anni fa, Eric Besnard mi aveva proposto il soggetto di un film che, purtroppo, non ha terminato. Così avevo  già potuto apprezzare il suo modo di pensare e quando è tornato con CA$H, ci conoscevamo già. È stata la prima volta che mi proponevano una sceneggiatura di questo tipo. Tutto era originale, c’era ritmo e la storia era particolarmente avvincente. Per me era anche l’occasione per interpretare un ruolo di un nuovo genere. Il mio personaggio è ambiguo, allo stesso tempo seducente e pericoloso. Spesso interpreto ruoli di donna più dolce, perbene, ingenua. Julia, il mio personaggio, è più dura, solitaria come un lupo. È ispettrice dell’Europol, una struttura di polizia europea dove lei lavora fianco a fianco con inglesi e tedeschi che sono a caccia di truffatori internazionali. Lei segue le sue regole. Intelligente, è ammirata ma anche temuta nel suo ambiente lavoro. Non esita mai, per lei il fine giustifica i mezzi. Come tutti i protagonisti, ha un complesso di superiorità. Italiana, originaria dell’alta borghesia, ha bisogno di conquista. Secondo Julia la seduzione è un gioco d’intelligenza, ed utilizza bene la sua femminilità.

Dando sempre la caccia ai truffatori, Maxime in particolare, è finita per avvicinarsi a quella sottile linea rossa che separa i due universi, quando si affrontano ad un livello così alto.

La più grande difficoltà per me è stato parlare un francese colto, sofisticato. Ho lavorato molto con la mia insegnante Arnelle, una donna molto capace. Mi sono dovuta sforzare per dare un tono naturale a quello che dicevo. Eric stesso aveva dei dubbi. Mi voleva nel film, ma allo stesso tempo aveva paura di sbagliarsi. Il primo provino non è andato bene. Forse non ero abbastanza preparata. Sono tornata in Italia convinta che non sarei stata scelta. Qualche giorno dopo mi ha richiamata chiedendomi di tornare a Parigi il giorno stesso per parlarmi.

Abbiamo cenato insieme e parlato molto. Desiderava veramente fare il film con me. Due giorni dopo, ho cominciato a lavorare con la mia insegnante. Tutto si è chiarito. Lavorando e girando con Eric, l’ho scoperto molto sensibile, capace di avere rapporti incredibili con gli attori.

Solitamente mi impegno il più possibile nella definizione visuale del mio personaggio, ma è il regista che decide. È stato Eric a proporre questa pettinatura così inusuale per me. Questo taglio mi indurisce, ma collima bene con il personaggio. Ho lavorato sul mio comportamento e sul mio atteggiamento con lui e con Arnelle. Abbiamo parlato molto. Durante le riprese, ho anche scoperto dei compagni di lavoro eccezionali, molto umani. I due Jean mi fanno pensare a quei grandi attori americani che Hitchcock sceglieva per i suoi film più sottili. Hanno qualcosa di LA MAIN AU COLLET o de LA MORT AUX TROUSSES. Alice, François, Clovis, Jocelyn e tutti gli altri sono stati fantastici. Si conoscevano già ed io ero l’unica straniera, ma mi hanno accolta a braccia aperte e ci siamo molto divertiti. Eravamo una vera trouppe, la sera cenavamo insieme.

La mia prima scena si svolge nel corridoio di un hotel, si tratta di un confronto con François Berléand. È stato perfetto perché non avevo molte battute ma la scena era piuttosto fisica. Ero da subito calata nel lato più estremo del mio personaggio.

Prima di cominciare a girare, ho riflettuto sul posto che occupava Julia nella storia, ma non l’ho fatto durante le riprese. Non bisognava farlo. Mentre recito, sono Julia, sono quindi io che ho ragione e non posso più giudicare il mio personaggio da un punto di vista morale. Julia ha sempre il controllo della situazione e spesso, domina gli altri. A volte, comunque, lei svela delle altre sfaccettature, come nella scena con Jean Reno sul bateaumouche o quando si rende conto che Cash si è fatto ingannare al party in giardino. Effettivamente è travolta, ma già in fase di apprendimento. Come un animale, analizza la situazione e sa determinare dove si trova il potere per avvicinarsi.

Nella scena con Alice Taglioni, le due donne sono contemporaneamente rivali e complici. Jean Dujardin arriva e modifica l’equilibrio del loro rapporto. È stato molto sottile da interpretare ed altrettanto appassionante. Questa scena è un emblema dell’universo del film, dell’equilibrio mutevole che lega i protagonisti. Nel gioco dei nostri personaggi, Jean Dujardin si comporta come se fossimo fratello e sorella. Con Jean Reno, siamo molto di più in un rapporto di seduzione. Dato che il potere è un elemento fondamentale per Julia, è più affascinata da Maxime che da Cash. Questo influenza la nostra interpretazione. Jean Dujardin ed io eravamo più a nostro agio, più liberi quando i nostri personaggi si confrontavano. Mentre con Jean Reno, c’era più distanza, un lato più formale. Ogni personaggio si serve del registro e dell’immagine di colui che lo incarna, ed Eric ha saputo giocarci su con molta abilità.

Per me, questo film resterà come un’esperienza di lavoro intensa ed un periodo di tensione creativa. Non è stato facile perché mi sono messa una vera pressione. Assolutamente non avevamo il diritto di sbagliare questi personaggi. Ma è stato un buon periodo, in dei posti fantastici, con degli amici. Credo che Eric abbia fatto un lavoro straordinario e vedendo il film finito, l’ho adorato. Di solito, sono la prima a trovare quello che non va e non sono sempre tenera ma CA$H mi ha dato un grandissimo piacere, non ci si annoia mai, tutto è bello, malizioso. Questo film è una festa. Tutto vi contribuisce, la musica, lo scenario, i costumi, i movimenti della telecamera ed anche noi credo! Per me fa parte di quei film rari che mi sono piaciuti dalla prima volta che li ho visti – senza riserve né restrizioni!

GARANCE INTERPRETATA DA ALICE TAGLIONI:
Sono stata da subito attratta dalla sceneggiatura e sono rimasta legata al progetto durante tutta la sua evoluzione. Era il ruolo di Garnace che mi interessava di più e, in un certo senso, l’ho scelto. Non avevo mai interpretato un personaggio come questa ragazza di buona famiglia, pura ed innocente, a cui si darebbe la benedizione senza fargli fare confessione. Avevo voglia di interpretare un ruolo da giovane. Comunque, nonostante la sua freschezza, è anche un personaggio a scomparti che nasconde alcuni segreti.

La sceneggiatura era scritta in modo molto chiaro e vivace. La sua meccanica sottile conduceva verso questo finale sorprendente con un lato di giubilo che dava subito voglia di rituffarsi nelle prime pagine. Dopo averlo scoperto, ho avuto voglia di rileggerlo, come adesso ho voglia di rivedere il film. Quello che mi piace è che tutto è coerente. Le soluzioni non sono nascoste, bisogna solo saperle vedere! Garance mi faceva paura perché è molto presente ma non parla spesso. Avevo appena archiviato NOTRE UNIVERS IMPITOYABLE dove tutto passa attraverso la parola, con lunghissimi dialoghi scritti e personaggi molto loquaci. Lo scritto risulta un supporto al quale attaccarsi. Le scene mute, che fanno appello all’espressione, sono forse le parti più difficili da interpretare. In più, Garance non è doppia ma tripla, ed anche di più! Quindi, non dovevo assolutamente sbagliarmi. Sono anche andata a più riprese a parlare con Eric per chiedergli di precisarmi il percorso di Garance. Voleva che lei si avvicinasse a Cash in modo molto felino, che la loro coreografia fosse animale, che si toccassero, si sfiorassero, si guardassero come delle bestie che si affrontano. Allo stesso modo voleva che ci fosse quel rapporto di gioco che vediamo tra di loro all’inizio quando lui le offre dei fiori. Tutto doveva essere leggero, ma non dovevamo perdere di vista che c’era la loro vita in gioco. Ad esempio, quando lo bacio sul letto di prima mattina, era importante che andassi con l’idea che ci stavamo dirigendo verso un avvenire che poteva essere formidabile ma anche catastrofico. Questa angoscia con cui vivono i truffatori doveva essere sempre percepibile. Eric voleva conservare questo lato di banda felice costantemente legata all’idea del pericolo.

Con il mio personaggio ho un tratto in comune. Adoro il gioco, adoro giocare a poker e, sapendolo, Eric mi ha chiesto di animare il tavolo durante la partita. Ho dunque ripetuto i gesti e le manipolazioni con un mago, non ho una controfigura. Mi piace così tanto, che avevo voglia di farlo per il film. Quello che mi seduce del poker, è la dimensione umana, il fatto che delle persone che non si conoscono si trovano attorno ad un tavolo per imparare a conoscersi e lo fanno con una rara intensità. C’è il bluff, l’esperienza, molte componenti che possiamo anche trovare nel mestiere dell’attore.

Il primo giorno di riprese, Jean ed io dovevamo camminare nel corridoio di un hotel di lusso. Il giorno precedente e quello successivo, ero sul set di NOTRE UNIVERS IMPITOYABLE. Passare da un piccolo gruppo di lavoro ad un set con un’equipe di settanta persone e delle star come colleghi, è stato veramente come evolvere in due universi diversi. Ero come una bambina con una paura mostruosa, ci ho messo un po’ per adattarmi. Ho lavorato con molti registi ma conservo sempre un po’ il mio sguardo da ragazzina. Sono ancora un po’ stupita di essere dove sono, attorniata da attori del genere.

Ho cominciato a recitare con Jean Dujardin che aveva appena girato un film con Jocelyn Quivrin e si trovano così bene insieme che conoscevo l’uno grazie all’altro. Avevo già lavorato con Jean Reno nel film di Danièle Thompson DECALAGE HORAIRE. Era stato adorabile. Valeria fa parte degli incantevoli incontri, emana qualcosa di magnetico. Abbiamo parlato molto, ed eravamo felici di ridere insieme anche se non avevamo molte scene in comune. Ha fatto un ottimo lavoro. Tanto parla poco Garance, tanto Julia/Valeria parla spesso ed è molto più difficile per una persona per cui il francese non è la propria lingua natale.

Eric non ci ha fatto mai sentire che si trattava una grossa macchina. Il montaggio, tutte le costrizioni tecniche che contribuivano al lusso della realizzazione, noi attori non li abbiamo sentiti. Ogni volta ci veniva a trovare per riposizionare il nostro personaggio in base alla scena da interpretare. A volte esitavamo un po’ sul nostro ruolo, ed il fatto che attori come Jean Reno e Jean Dujardin avessero i miei stessi dubbi mi ha rassicurata. Volevamo fare qualcosa di buono partendo da una sceneggiatura così bella.

Senza mai perdere il filo del suo racconto, Eric ci porta in molti generi diversi. Io amo particolarmente la sequenza in cui si spiega quello che dovrebbe essere il furto ideale. Adoro la scena della colazione in cui Julia e Garance si scambiano il posto rispetto a Cash. Gli schiaffi piovono! È improvvisazione, burlesco e possiamo abbandonarci. Nonostante questo, non perdiamo di vista neanche per un attimo la trama. Amo anche la parte in cui partiamo tutti sui due motoscafi ultra rapidi. C’erano molte cose ludiche da interpretare. Abbiamo girato in dei posti bellissimi e fare parte di un progetto così è stato molto piacevole.

Le riprese sono state piuttosto dense. La relazione con tutta l’equipe, l’incontro con i due Jean e con Valeria, sono anch’esse cose memorabili. Non riesco a dimenticare quella scena di notte a lume di candela sulla terrazza che sovrasta Parigi. Avevo un vestito leggero, dovevamo fingere di essere in estate e scambiarci delle parole tenere, quando in realtà la temperatura era ben sotto gli zero gradi! È stato orribile!

Ero impaziente di vedere il film finito. Dato lo scenario, il montaggio, gli effetti speciali e la musica sono così importanti che non sapevo proprio cosa avrei visto. È stato un vero choc. Al di là del fatto che quando vedo il film per la prima volta mi studio sempre un po’, in questo caso sono stata spettatrice.

Che abbiano potuto pensare a me per un film con un budget così importante, interpretato da star del calibro di Jean Reno e Jean Dujardin mi consente di costatare che non sono più agli inizi. È una tappa importante.

Sentire che posso interessare per questo genere di grandi progetti è estremamente lusinghiero. Credo anche che nel paesaggio cinematografico francese, CA$H si collochi ad un alto livello.

Mi piace che la promessa del casting, con le sue star nella locandina, sia mantenuta sullo schermo. Tutti erano molto coinvolti dal proprio personaggio. La relazione che avevo con Jean Dujardin è molto bella e funziona molto bene. Anche la coppia Jean Dujadin/Valeria funziona bene. Jean Reno è impressionante, ha prestanza, è bello, ha la sua voce grave, il suo senso dell’umorismo, una leggerezza, un perpetuo sorrisetto in un angolo. Ha l’aria di uno che si diverte, è una persona piacevole. François Berléand è grandioso, mi fa troppo ridere. Adoro le apparizioni di Jocelyn, sono tutte divertenti. Credo che questo film sia una bella unione di molte cose, di tutto ciò che serve per fare un buon cinema!

FRANCOIS INTERPRETATO DA FRANCOIS BERLEAND:
Conosco Eric dal suo debutto nella regia. Aveva prodotto un corto metraggio di Laurent Heyneman al quale avevo partecipato. Mi ha parlato di CA$H ancor prima che la sceneggiatura fosse stata scritta. La sua idea di base mi interessava e quando qualche mese più tardi ho letto lo scritto completo, l’ho trovato formidabile. Impossibile fermarsi, si vuole andare alla pagina successiva per sapere cosa succede. Mi tornano le immagini di molti classici, L’ARNAQUE, anche USUAL SUSPECTS o OCEAN’S ELEVEN ma CA$H aveva per me una dimensione in più: l’umanità e qualcosa di autentico.

Non ci si accontenta di ammirare i protagonisti, si vive la storia con loro. Nonostante conoscessi la trama, il film finito mi ha nuovamente procurato un’eccellente sorpresa. Si è di fronte ad un bell’oggetto, tutto è curato, la musica, la cornice, lo scenario, i costumi. Tutto è di alta gamma con ritmo, brio. Jean Dujardin ha qualcosa di Belmondo come eroe virile, simpatico, positivo.

È difficile parlare di questo film senza svelare tutto e sarebbe veramente un peccato per il pubblico. Ogni elemento trova il suo posto solo alla fine e comunque non c’è nessuna menzogna durante il film. È la lettura dei fatti che si modifica sul filo delle informazioni. Eric ci mostrava tutto ma ci ha imbrogliato lo stesso!

Il mio personaggio, François, è una specie di maestro artigiano, un falsario. Mi fa pensare a quei personaggi degli anni cinquanta impersonati da Jean Gabin o Paul Frankeur, con qualcosa di parigino, di concreto, a loro agio in atelier con gli occhiali sulla punta del naso. In effetti, molti personaggi del film hanno questo lato parigino nel senso classico del termine.

La sceneggiatura è costruita attorno ad una banda di furbetti con un profumo di Ménilmontant o di ragazzini di Montmartre. Insieme a Roger Dumas sono il più anziano, e anche lui ha quel lato da monello parigino. Nel film ho l’accento di Parigi, lasciando a Jean Reno il lato internazionale della banda. Il film è euforico. Vedendolo, sono rimasto sbalordito dall’interpretazione di tutti gli attori, che sono tutti al massimo della loro forma. Il ruolo di François non era semplice perché era l’unico personaggio ad avere dei momenti di verità. A volte, lui non è più nella manipolazione. È l’unico a voler veramente fermare la truffa, abbandonarla. Questo atteggiamento portava un altro colore al film ma non era facile da interpretare visto l’ambiente globale. È il personaggio che porta dei momenti di panico e di pericolo. Dà allo spettatore un senso di autenticità.

L’altro tratto che lo caratterizza è che l’ho sempre immaginato lagnarsi. Ne abbiamo parlato con Eric sin dall’inizio. François si lamenta perennemente! È sicuramente faticoso per i suoi compari ma piuttosto gioioso per lo spettatore!

Per quanto riguarda l’aspetto fisico non sono assolutamente rigido. La mia sola esigenza era che fossi rasato, il resto mi sono messo nelle mani del gusto della costumista. Ha fatto un lavoro ammirevole – ho fatto bene a non metterci del mio.

Amo le scene nella sala da biliardo. Le trovo belle e rimandano ad un immaginario di cinema che ricorda un buon numero di classici. C’è una bella atmosfera. Anche lì, Eric ha saputo giocare con l’idea che abbiamo delle cose per meglio coinvolgerci. Certe scene, come quella in cui faccio il miliardario in un albergo di lusso pedalando sulla mia cyclette con il mio personal trainer, erano molto divertenti da girare. Le riprese sono state idilliache. Lavorare con Eric e tutti questi attori con una vera complicità è stato del puro piacere. Eric ha saputo, grazie alla sua calma olimpionica, il suo sangue freddo assolutamente straordinario, creare un ambiente sul set in cui tutti erano distesi, simpatici. Credo che fossimo tutti felici di far fare questo bel giro agli spettatori. Sapevamo quale fosse il piacere di scoprire la storia e credo che questo ci abbia motivato nel nostro ruolo di attori. Il fatto è che pur conoscendo la storia, sono stato veramente ingannato da questo film. È piacevole e ti dà l’impressione di avere qualche neurone in più! È stata una bella esperienza.

Trailer italiano:


Per consultare le uscite dell’ultimo week-end andate allo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema visitate lo spazio “Cinema Festival”.

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