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Scrivo anch’io! – Cronache dal RomaFictionFest, 10 luglio 2009 11/07/2009

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Festival, Scrivo anch'io!, TV ITA.
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Scrivo anch’io!Per lo spazio “Scrivo anch’io!” (leggete qui tutte le istruzioni per partecipare anche voi), vi propongo RomaFictionFestoggi un altro doppio articolo scritto da Gwendolyn e Mario Magini, che fanno un resoconto in parallelo della loro giornata trascorsa insieme ieri, venerdì 10 luglio 2009, al RomaFictionFest, terza edizione della manifestazione dedicata alla fiction italiana e straniera che si svolge da lunedì scorso tra l’Auditorium della Conciliazione e la Multisala Adriano (ne ho parlato in questo post). Il loro primo doppio resoconto (relativo a martedì 7 luglio) è presente in questo post.

Cronache dal RomaFictionFest, 10 luglio 2009

Pink Cachemire

Venerdì 10 luglio 2009. Mario torna tardi da lavoro oggi, ma io non posso perdere la conferenze stampa con Kenneth Branagh, uno perché è la mia prima seria conferenza stampa, secondo perché è Kenneth Branagh, caspita!!! Alle 13:30 arriva il taxi, dopo mezz’ora di urli e corna da parte del tassista verso altri guidatori e la scoperta che mio marito conosce le strade di Roma meglio di un tassista, arrivo all’Adriano. Sono le 14 e c’è già la fila per prendere i biglietti per la serata di House M.D ., che infatti finiranno poco dopo l’apertura della biglietteria.

branagh

Ok, arrivo in sala 2. Sono le 15. Il tempo di sentire la voce di un buffo ometto vestito di bianco che dice “Accendi che arriva”, e mi vedo passare a 30cm di distanza Kenneth Branagh. Non mi delude, è un bell’uomo, elegante, gentile, affabile, dotato del tipico humour inglese (anche se lui è irlandese) di cui ti immagini debba essere dotato un attore shakespeariano. Con lui a rispondere alle domande dei giornalisti c’è anche Andy Harries, il produttore della serie Wallander, serie interpretata da Branagh e per cui quella sera riceverà un premio. Wallander è un commissario di polizia svedese creato dallo scrittore Henning Mankell, protagonista dei libri gialli a cui è ispirata la serie. Devo essere sincera, non ho ancora visto le puntate della BBC, ma dato l’enorme successo che stanno riscuotendo, non me le farò mancare.

Torniamo a Branagh. Per chi non lo conoscesse, e mi auguro siate in pochi, Kenneth Branagh è un produttore, regista, ma soprattutto attore, di teatro, cinema e fiction. Praticamente ha fatto tutto, e tutto meravigliosamente bene. Mettetevi nei miei panni, ho visto per la prima volta un suo film quando avevo 12 anni, era Much ado about nothing (Molto rumore per nulla), da lì è iniziata un’ammirazione sconfinata e vederlo è stata un’emozione grandissima. Sentirlo poi parlare proprio di quel film, in seguito alla domanda “Che differenza di linguaggio c’è tra il teatro e il cinema?”, sentirgli dire che per rendere cinematograficamente l’ attesa delle donne che aspettano il ritorno degli uomini dalla guerra, ha deciso che la cosa migliore era mettere Denzel Washington (e Keanu Reeves e se stesso, aggiungo io) che cavalca a rallentatore in un attillato paio di pantaloni di pelle blu, in modo che le donne avessero davvero un motivo per aspettare il ritorno degli uomini… bè… se non avete mai visto un suo film, cominciate da questo.

Ma Branagh non è solo Shakespeare, anzi, l’anno prossimo inizierà le riprese come regista di Thor, uno dei prossimi blockbuster della Marvel, rivelandoci che nella parte di Loki ha scelto Tom Hiddleston, con cui ha già lavorato sia a teatro che in Wallander, e che non ha progetti riguardo l’inserimento di una parte per sé. Ci spiega che non c’è contrasto intellettuale fra il girare un film “impegnato” e un blockbuster come può essere il rifacimento su schermo di un fumetto, in quanto alla base di due approcci apparentemente così diversi c’è sempre la qualità dell’ esperienza creativa, che lui cerca di mettere in ogni sua produzione.

Alla fine ci racconta del suo primo viaggio in Italia, aveva 22 anni e venne a Roma per 4 giorni, da solo, per riprendersi da una delusione d’amore. La cosa che lo colpì, oltre all’incredibile ricchezza storica e culturale, furono i suoi coetanei italiani, vestiti in modo così provocante, soprattutto un ragazzo che con disinvoltura indossava del cachemire rosa. Si promette che la prossima volta che girerà un film in Italia (insieme a  Harries sono venuti in Italia anche per cercare delle collaborazioni per la fiction), realizzerà il suo sogno di indossare anche lui un maglione di cachemire rosa.

Fine della conferenza stampa, si esce per le foto. Io ho provato a fargliene una decente, ma davvero non sono stata capace, vuoi per la mia inettitudine, vuoi per la mia poca prestanza fisica a spingermi in avanti, vuoi perché alla fine lo hanno spinto dentro l’auto per non fargli perdere tempo. Però nell’attesa e speranza di poterlo immortalare da vicino, scopro due cose: una ragazza ha fatto una foto insieme a lui prima, mi dice che è molto gentile e non si rifiuta ai fan (non come certi yankee di qualche giorno fa); seconda scoperta, di cui purtroppo avevo già avuto avvisaglie in passato, la cultura dei film di Branagh non trova un campo molto fertile qui in Italia, infatti un uomo ci si avvicina e ci chiede chi c’è di famoso, aspettandosi forse di sentirsi dire Massimo Boldi o Lino Banfi, per cui alla risposta mia e della ragazza di prima, ci dice “E chi è questo qui?”, da cui parte un disperato tentativo di fargli capire chi è, elencandogli una decina di film abbastanza famosi (Hamlet, Frankenstein…). Niente da fare, un perfetto sconosciuto. Mi rincuora la fan fortunata, che andrà a Londra a vedere il suo Amleto con Jude Law.

Toltami la soddisfazione di aver visto Kenneth Branagh a meno di un metro di distanza e senza il filtro di uno schermo, sono le 16:40, arriva Mario trafelato, che mi racconta del traffico sul lungotevere.

Sarà che siamo degli abitudinari, ma se non si è ancora capito preferiamo davvero i prodotti esteri rispetto a quelli italiani, quindi anche oggi torniamo a vedere un altro episodio di The Wrong Door e due episodi di The Seven Ages of Rock, di cui lascio la descrizione al mio rockettaro preferito nel suo articolo parallelo. Vi basti sapere che dall’entusiasmo ci è mancato poco che Mario non si alzasse in mezzo alla sala e non facesse dell’ air guitar strappandosi la maglietta.

fictionfest-house

Sono le 20:15, non abbiamo i biglietti per la proiezione di House, ma decidiamo di aspettare Lisa Edelstein, aka Lisa Cuddy. All’entrata, manco a dirlo, non c’è uno spazio libero, si sono assiepati tutti lì, decidiamo di salire al primo piano e sistemarci lungo la ringhiera, di sicuro la vedremo bene da lì. L’evento sarebbe dovuto iniziare alle 20:45, ma la Edelstein arriva alle 21:15, complice molto probabilmente il traffico sul lungotevere a causa degli sbarramenti della polizia in centro, per il G8. Prima del suo arrivo gli addetti alla sicurezza pregano i fan di non chiedere autografi, per risparmiare tempo. Quando fa il suo ingresso sull’ Orange Carpet dell’Adriano, la dott.essa Cuddy viene accolta dai flash e dai richiami dei fan, è una donna bellissima nella sua semplicità, i suoi luminosissimi occhi di ghiaccio riusciamo a vederli perfino noi che siamo in alto. Sorride, si mette in posa, incede divertita e leggera (non come qualche altro attore di nostra conoscenza). La spingono verso l’ascensore, i fan accorrono su per le scale. Si chiude il sipario.

Andiamo via, stanchi ma contentissimi, ci meritiamo un gelato per concludere la settimana.

Abbiamo partecipato solo 2 giorni a questo Fiction Fest, ma è stato ugualmente esaltante e ci ha fatto un po’ riscoprire il piacere della tv di qualità, anche se sembra che purtroppo ci toccherà cercarcela su SKY, più che sulle reti RAI e Mediaset.

Qui si conclude il resoconto per quest’anno. Attendiamo le prossime fiction, i prossimi attori, le prossime emozioni.

Gwendolyn Magini

fictionfest1

KENNETH, KURT & CUDDY (special guest: Capitan Metano)

Ero bloccato nel traffico. Sul Lungo Tevere c’era un ingorgo a croce uncinata ritorta. Le macchine ferme. L’aria condizionata del mio veicolo rotta. Bollivo. Esalavo respiri. Deliravo.
Deliravo di aver fatto in tempo a raggiungere il cinema Adriano e di esser riuscito a rimediare un pass – Stampa. Deliravo di essere seduto comodo, al fresco in sala e rivolgere a Kenneth Branagh una domanda: A quale personaggio shakespiriano, Mr. Branagh, è stato maggiormente affezionato sino ad oggi nella sua gloriosa carriera?
E, nel delirio, Kenneth Branagh – giustamente – mi risponde con cortesia ed aplomb inglese: Mr. Magini….la ringrazio per la sua sagace domanda ma non posso risponderle visto che lei è bloccato in macchina sul lungotevere Flaminio…..altre domande?
Come avrete capito non ho avuto modo di vedere Kenneth Branagh al Roma Fiction Fest.
Saltiamo questa dolorosa evenienza. Andiamo oltre.
Ore 16:40, riesco a trovare posto auto miracolosamente vicino il cinema Adriano.
Ho quasi messo sotto un cinese piccolo piccolo, ho schivato un cane randagio con istinti suicidi ed ho lisciato di 2 cm una vecchina trascinata da una risoluta badante grossa quanto un toro strafatto di testosterone. Ma, alla fine, il posto era mio.
Spengo il motore. Riprendo fiato.

fictionfest2

Raggiungo la mia signora. Baci, abbracci e ci infiliamo nella sala 9 per la proiezione di The Wrong Door (fiction inglese prodotta dalla BBC).
Dietro di noi, in sala, prima della proiezione un gruppo di ragazzi che non sapeva come fossero finiti in sala 9 e non sapevano cosa si stesse per proiettare.
Accanto a noi una simpatica anziana signora in compagnia di due turiste inglesi. La signora mi ha spesso chiesto informazioni riguardo The Wrong Door e mi chiedeva di leggere per lei sul programma le note scritte in piccolo, poiché ella poco vedeva di suo. Che bravo boyscout mancato, che sono.
Niente nani, niente ballerine, niente gente famosa in sala.
Proiezione.
The Wrong Door
, come ho già precedentemente scritto, è puro delirio di humor inglese.
In questa ulteriore proiezione spiccavano, in una unica puntata, vari episodi al limite del grottesco e dell’osceno.
Tra cui: Bondo, un clown agente segreto al servizio di Sua Maestà Britannica; un gigantesco robot stile transformers perennemente fatto ed ubriaco che passeggia sconvolto per l’ Inghilterra ruttando e smadonnando e, dulcis in fundo, un super eroe paralitico di nome Capitan Metano che sfruttando i suoi gas intestinali riesce a volare ed a sconfiggere il male ovunque esso sia.
Apprezzo il delirante umorismo britannico ma ne ignoro l’ origine, forse dipende dalla loro pessima cucina oppure dipende dal clima avaro di sole e galvanizzato da una sempiterna pioggiolina stolida o forse, ancora, dipende dal fatto che gli inglesi hanno una Monarchia alquanto bizzarra con una regina che è sopravvissuta a tutto ed a tutti compreso il nazismo e il movimento punk.
Fine della programmazione.
Usciamo. Acqua. Pizza. Sigarette ovvero: per me le tre determinanti fondamentali della mia sopravvivenza quotidiana.
A passi trafelati torniamo nel cinema Adriano. Mi catapulto nella sala 7, proiezione di due episodi in lingua originale del documentario BBC (che verrà mandato in onda su History Channel) The Seven Ages Of Rock ( Le sette vite del rock, in italiano ).
Finalmente a casa, direbbe qualcuno.
Due puntate eccezionali. La prima sulla nascita del  Movimento Punk tra NY e Londra (titolo: Blank Generation ) e l’altra sul rock indipendente e il grunge rock (titolo: Left of the Dial).
Blank. Vuoto, in inglese. Vuoto nel senso di svuotato, incapace di trattenere qualcosa.
Il punk è nato e si è sviluppato, come genere musicale e filosofia di vita, esattamente così: vuoto di ogni precedente esperienza, legato solo alla insoddisfazione ed alla rabbia personale e sociale.
Un rigurgito, feroce, verso tutto e tutti. Punk è come vomitare avendo lo stomaco vuoto.
Il documentario ha centrato esattamente tutto questo. Ramones. Patti Smith. Sex Pistols. Damned. The Clash. J. Rotten, voce e leader dei Sex Pistols, nelle interviste era allucinato esattamente come 30 anni fa. Anarchy in U.K., cantava fissando feroce il pubblico che gli sputava addosso. God Save the Queen, strillava innanzi al Tamigi con Sid Vicious accanto che suona il basso.
Poi citazioni del punk americano. Henry Rollins e i Black Flag. Vegetariani. Astemi. Contrari alle droghe. Eppure odiavano tutto e tutti e i loro concerti erano risse continue sopra e sotto il palco. Patti Smith, assoluta poetessa di versi dolcissimi come feroci e vertiginosi, quasi decadenti il tutto sostenuto da tre accordi e una ritmica quadrata e secca come un pugno in pieno stomaco.
Secondo documentario di Seven Ages of Rock. L’era del rock indipendente e della scena grounge di Seattle.
Due poli opposti: R.E.M. e Nirvana. I primi nati in una città universitaria e sostenuti da fans devotissimi, passati a manetta dalle radio dei college. I secondi perfetti alchimisti di violenza e melodia, creatività e sapiente miscela di influenze tratte dai Pixies e dagli stessi R.E.M. .
Il documentario, neanche a farlo apposta, diviene un tributo – inevitabile – a Kurt Kobain. Ai suoi occhi azzurrissimi e tristi. Al suo genio musicale. Alla sua ascesa e caduta nell’olimpo del rock. Michael Stipe, dei R.E.M. , ne parla con commozione e da amico. Era in programma, dice, una collaborazione tra lui e Kobain. Cosa ne sarebbe nato? Cosa avrebbero udito le nostre orecchie nella musica e nei testi? Kobain muore suicida. I hate myself and I wanna die, scrisse. Lo scrisse e lo fece.
Alla fine del documentario applausi, da tutta la platea.
Forse applausi, certamente, ad History Channel. Applausi, immancabili, alla BBC. Ma, di sicuro, applausi a Kurt che sul finire del documentario, nell’ Umplugged di MTV, conclude le ultime immagini con una straziante canzone voce e chitarra dove l’urlo finale è il canto del cigno e poi più nulla. Niente più musica. Niente più parole. Nulla. Solo quello che resta dallo stereo quando lo ascolti. E sarà per sempre.
Quando tentò il suicidio, a Roma, io e un gruppo di altri matti andammo all’American Hospital, sulla via Prenestina, a portargli dei fiori ed un biglietto semplice semplice: Get well soon.
Aspettammo 2 ore e passa. Via vai di gente pazzesco. Polizia. Televisione nazionale e CNN. Non so che fine abbiano fatto i fiori e il bigliettino ma sapevamo di stare rendendo omaggio ad un genio.
Fine dei documentari.

fictionfest3

Vengo trascinato dalla mia gentile metà – e controparte – verso l’ ingresso del cinema.
Tra poco arriva lei. Lisa Edelstein alias Dott.ssa Cuddy.
Gente assiepata, fremente. Lo spazio è angusto.
Attendiamo.
A me ancora non è andato giù che non ho potuto vedere Kenneth Branagh.
E pensare che un giorno, in un noto negozio di audio e video della capitale, una volta chiedemmo se avevano qualcosa di Kenneth Branagh. Il commesso, gentilmente, al pc delle ricerche ci chiese: avete un titolo in particolare di Kenneth Branagh da chiedere? Qualche disco che ha fatto recente o in passato?
Basiti non dicemmo nulla. O meglio, io avrei voluto dire.
Avrei voluto dire, anzi chiedere, al commesso: si…..cercavo….uhmmm…..di Kenneth Branagh un suo disco dal titolo….aspetti che ci penso….uhmmmm……ah, si…. “ Molto rumore per nulla”….che è un album di canzoni che parlano di un petomane impotente irlandese che vive in Italia e si innamora di una ricca ereditiera meridionale………ce l’avete per caso?
Ma poi non l’ho chiesto. Perché infierire? Eh si, a volte sono proprio lungimirante, lo ammetto.
Insomma, mentre rimuginavo, arriva lei. La Cuddy.

fictionfest4

La vediamo dall’alto, dall’atrio aperto del primo piano, visto che sotto è il delirio di fans e fotografi.
Bella donna. Begli occhi. Portamento suadente quanto dotato di straordinaria semplicità.
A dirla tutta non porta i segni di una che si subisce da svariate stagioni Gregory House, le sue diagnosi scavezzacollo e le esorbitanti richieste di Vicodin, anzi… .
Decidiamo di tornare a casa.
Io venivo da una giornata di lavoro massacrante. Ero passato per il traffico romano ed ambedue avevamo fame. Gelato da Marinari, zona quartiere Trieste Africano, caldamente consigliato.
Due bei giorni al Roma Fiction Fest.
Ho visto una miriade di cose. Starlette della tv, aspiranti attrici, attori aspirati, gli sceneggiatori di Lost, ho quasi veduto un attore di Lost, mi sono perso Kenneth Branagh, ho riso come un matto con l’umorismo inglese, mi sono sollazzato e goduto il rock sia americano che anglosassone, ho visto  ed ascoltato da una distanza di 4 m Enrico Ruggeri ed ho pure veduto (dall’alto)  la Cuddy.
Un gelato alla soia di cioccolato, ananas e fragole (con panna) me lo meritavo per finire in bellezza.
Bella la manifestazione. Belle le persone che ho conosciuto lì, che ho incrociato ed intravisto lì.
Stanotte sognerò di Kenneth Branagh che, vestito da vigile del traffico, mi declama l’Amleto mentre a notte fonda sono ancora bloccato nel traffico del lungotevere.
O, forse, sognerò di essere intubato in pronto soccorso col Dr. House che mi mazzola di bastonate mentre la Cuddy lo redarguisce.
Oppure sognerò di concerti rock con le glorie passate e sopravvissute delle ere mitiche della musica.
Non lo so, cosa sognerò.
Un sogno sarebbe, di sicuro, poter tornare ancora alla prossima edizione del Fiction Fest.
Magari, l’anno prossimo, potrò stringere la mano a qualcuno del cast di Battlestar Galactica.
Magari, chissà, l’anno prossimo faccio un provino e finisco come vittima nella incombente serie di Dexter.
Magari…..magari davvero.
Io ho sonno, ora.
Vado.
Un saluto a tutti.
A tutti coloro che hanno creato, promosso, organizzato e sostenuto il Roma Fiction Fest.
A tutti i fans che sono venuti a questa edizione.
A chi ho conosciuto.
A chi ho incrociato.
A chi ci sarà alla prossima edizione.
Un saluto grande grande, non per finta, dal Roma Fiction Fest.
Ciao.

Mario Magini

Commenti»

1. Gwen - 11/07/2009

ty :)


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