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Cinema futuro (722): “Chéri” 26/08/2009

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Chéri”

Uscita in Italia: venerdì 28 agosto 2009
Distribuzione: 01 Distribution

cheriTitolo originale: “Chéri”
Genere: drammatico
Regia: Stephen Frears
Sceneggiatura: Christopher Hampton (basato sui romanzi “Chéri” e “The Last of Chéri” di Colette)
Musiche: Alexandre Desplat
Uscita in Gran Bretagna: 8 maggio 2009
Sito web ufficiale (G.B.): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): nessuno
Cast: Michelle Pfeiffer, Rupert Friend, Kathy Bates, Stephen Frears, Felicity Jones, Frances Tomelty, Gaye Brown, Nichola McAuliffe, Iben Hjejle, Bette Bourne, Joe Sheridan

La trama in breve…
Ambientato nel sontuoso mondo delle cocotte d’alto bordo della Parigi Pre-Prima Guerra Mondiale, Chéri racconta la storia della relazione d’amore tra la bellissima e raffinata cortigiana Léa de Lonval (Michelle Pfeiffer) e Chéri (Rupert Friend), il figlio della sua vecchia collega e rivale Madame Peloux (Kathy Bates).
Léa introduce il viziato e inesperto ragazzo all’arte dell’amore ma, dopo sei anni, la madre, Madame Peloux, pianifica segretamente il matrimonio di Chéri con Edmée (Felicity Jones) la figlia di un’altra ricca cortigiana, Marie-Laure (Iben Hjejle).
Con l’avvicinarsi della inevitabile separazione, Léa e Chéri cercano di affrontare la difficile situazione nel migliore dei modi. Tuttavia, più il tempo passa e maggiore è la consapevolezza che il loro amore ha delle radici profonde tali da fargli comprendere quanto l’uno sia importante per l’altro.

NOTE SULLA PRODUZIONE

Christopher Hampton, lo sceneggiatore premiato con l’Oscar per Le Relazioni Pericolose, stava lavorando alla stesura di una sceneggiatura sull’illustre autrice francese Colette, pseudonimo di Sidonie Gabrielle Colette (1873-1954) quando decise di fare un adattamento del suo romanzo più famoso Chéri. Scritto nel 1920, racconta la storia dell’infelice relazione d’amore tra Léa de Lonval, una delle più famose cortigiane di tutti i tempi, e Chéri, figlio di una vecchia collega e rivale.

“Colette è sempre stata una delle mie scrittrici preferite e sono rimasto molto coinvolto nel realizzare un lavoro sulla sua vita. Era sposata con un uomo molto più vecchio di lei, che per via del suo atteggiamento tirannico, la portò a fuggire di casa e a vivere come un’artista e un’attrice di music-hall,” dice Hampton. “La figura di Colette è amata e ammirata perché scriveva in un modo individuale e personale, parlando delle donne in maniera sensibile. Con alcuni scrittori non occorre approfondire la ricerca, ma con Colette non ho potuto fare a meno di leggere tutti i suoi lavori, ne sono rimasto completamente affascinato”.

La storia d’amore di Chéri ha esercitato un’irresistibile attrazione per Hampton. “È la storia di due persone che non comprendono la forza della loro relazione, di quanto si amino,” dice Hampton dei protagonisti del film. “Léa è convinta di educare il giovane all’amore e di renderlo un uomo; dal canto suo Chéri crede che la bellissima cortigiana si prenderà cura di lui finché non arriverà il suo momento. Sono ben consapevoli che esista una fine della loro relazione. Tuttavia quando questa arriva, non posso fare a meno di sentirsi affranti e tristi, perché nel loro cuore sanno quanto dolorosa sarà  la loro separazione. Solo il nobile  e generoso gesto di Léa alla fine della storia libera Chéri e lo lascia andare per la sua strada. Un addio che la distrugge dentro. Si capisce bene che, come lei, anche lui soffrirà sempre per questo infelice epilogo”.

Naturalmente il 1900, il periodo storico in cui è ambientato il film, è stato un altro fattore che ha attirato l’attenzione dello sceneggiatore. “È un periodo storico molto affascinante che raggiunse il suo apice alla fine del diciannovesimo secolo e si stava incamminando verso il suo declino al tempo in cui la storia prende atto,” dice Hampton. “Le cortigiane sono state una classe della società che ha saputo arricchirsi e godere di buona salute. Molto unite tra loro, visto come venivano considerate e trattare dal resto della società, avevano vite molto interessanti, in quanto erano donne raffinate e colte, diverse da qualsiasi altro gruppo contemporaneo a cui si può pensare. Molto moderne in quanto rappresentavano l’avanguardia della donna emancipata”.

Sebbene la traduzione dall’originale testo francese abbia dato ad Hampton una certa libertà sulla scelta di quale dialoghi utilizzare, il fatto che il romanzo non fosse il classico racconto tradizionale ha rappresentato una sfida creativa molto più allettante. “Colette era un impressionista, nel romanzo sono presenti scoppi di dialoghi e figure retoriche,” spiega Hampton, “è capace di usare venti pagine per descrivere una singola scena, ma tre mesi possono volare in un singolo paragrafo. All’inizio ho realizzato un abbozzo di sceneggiatura che superava in lunghezza il romanzo stesso. Così ho dovuto spietatamente potare”.

Dopo alcuni tentativi di avviare la produzione del film, Hampton scopre che Bill Kenwright, uno dei più importanti impresari teatrali inglesi, ha un’opzione sui diritti del film; questo proprio mentre lo stesso Kenwright è in procinto di contattare Hampton per parlare del lungo percorso che l’adattamento del romanzo sta richiedendo.

“Ho subito pensato a Christopher Hampton per sviluppare un adattamento del romanzo,” dice Kenwright. “La sua prima stesura era fantastica ma rimane sempre difficile capire come verrà sullo schermo un film del genere. In fin dei conti è un film in costume che parla di una storia semplice e ben curata nello stile, ma con un finale tragico e soprattutto, a mio parere, che descrive un mondo, quello delle cortigiane, a cui sicuramente il pubblico contemporaneo è estraneo”.

Alla fine è stato il coinvolgimento di Stephen Frears a far partire il progetto alla fine del 2007. Il regista stava cavalcando l’onda del successo grazie al film The Queen, il quale, non solo si è aggiudicato l’Oscar per la miglior attrice protagonista Helen Mirren, ma è inoltre diventato un successo mondiale per la Miramax. Frears venne contattato da Kenwright, il regista accettò di far parte del progetto non appena finì di leggere la sceneggiatura lo stesso giorno che gli venne consegnata.

Frears era attirato dal progetto in parte per l’evocativa sceneggiatura di Hampton, ma anche perché era un’occasione per esplorare un periodo storico che era distante cento anni dal film The Queen.

“La sceneggiatura di Chistopher era magnifica, così come Colette è una scrittrice brillante. La storia a mio avviso mi è sembrata molto fresca,” racconta il regista. “È una storia bella, vecchio stile, frivola ma anche tragica e malinconica, carica di grande significato. Questo perché Colette era una scrittrice superba. Un’impressionista. La storia è una serie di impressioni e sensazioni, unirle in un filo unico è una bella sfida. È il film più estremo che abbia mai fatto e la storia più originale su due personaggi che vivono in un sogno. Queste donne erano molto potenti e avevano moltissima influenza, ma vivevano in una società chiusa che le sopportava forzatamente. Non a caso Léa dice a Madame Peloux che solo tra di loro si possono capire e aiutare. Naturalmente sono anche ben consapevoli della loro fine una volta che la loro bellezza sarà sfiorita”.

Per un regista che dice di trovare grandi difficoltà nel fare film, si è guadagnato l’ammirazione di tutto il cast, sia tecnico che artistico.

Hampton dice: “Adoro tantissimo lavorare con lui. Ho imparato molto presto che è inusuale per un regista avere lo sceneggiatore lì sul set; è troppo rischioso avere un saccente noioso che ogni volta trova qualcosa da aggiungere o contraddire, ma con Stephen è stato diverso. C’è una grande intensità e generosità nel suo modo di collaborare.

Quando una scena non funziona o è troppo lunga, lui tende ad assumere un approccio molto sottile e ingegnoso. Ho imparato a fidarmi di questi istinti. Molto spesso ricerco ciò che mi aiuta a completare l’armonia di una scena nelle parole e nella semplicità, ma soprattutto nell’atmosfera che si viene a creare. In questo senso lui è molto intuitivo”.

Frears si è inoltre dimostrato all’altezza di tutte le aspettative di Kenwright. “Ero un grande fan di Stephen. Due dei miei film preferiti sono Rischiose Abitudini e Hi-Lo Country, quindi potete ben capire come fossi emozionato all’idea di lavorare con lui. Sei incredibilmente fortunato quando trovi qualcuno come Stephen; sapevo con certezza che poteva far funzionare il film. È fantastico con gli attori; fa un sacco di riprese per permettere loro di tirare fuori il meglio. Sapeva benissimo come il film doveva essere fin dall’inizio. È scrupoloso e molto concentrato, pignolo al massimo su ciò che deve trasparire dal film. È veramente un grande maestro”.

Con Frears alla guida, Kenwright è stato capace di assicurare il supporto di due partner chiave, Pathé e Miramax Films. Ma il segreto per rendere il film un successo era trovare gli attori adatti a recitare i ruoli di Léa de Lonval e Chéri.

LA RICERCA DEGLI ATTORI

La ricerca dell’attrice che avrebbe interpretato il ruolo di Léa de Lonval è stata una vera e propria sfida. I produttori sapevano benissimo che erano molto poche le attrici in possesso delle doti necessarie a recitare la parte di una donna alla soglia dei 40 anni che fosse ancora bella e dotata di un grande carisma erotico. D’altra parte, un solo nome racchiudeva queste qualità, in più aveva già lavorato con Frears e Hampton, Michelle Pfeiffer, la cui evocativa interpretazione in Le Relazioni Pericolose le era valsa la sua prima candidatura all’Oscar nel 1989 e che le recenti partecipazioni a Hairspray – Grasso È Bello e Stardust hanno riportato all’attenzione internazionale con grande consenso del pubblico e della critica mondiale.

“La Pfeiffer” dice Frears con un caratteristico acume, “ti sconvolge. È stata magnifica in Le Relazioni Pericolose. L’ho compreso dal primo momento che ci siamo conosciuti, e anche in questo film, riesce a provocare un grande turbamento emotivo. È inquietante tanto quanto l’essere così bella porti con sé una sua tragicità”.

Non è stata solo la sua grande presenza scenica e il suo aspetto a renderla perfetta per la parte. La sua interpretazione cattura all’istante lo spirito del romanzo di Colette. Come dice il produttore Kenwright, “Michelle si è messa in gioco con questo ruolo. Il personaggio di Léa poteva essere interpretato in molti modi, ma l’eleganza e la vulnerabilità di Michelle sono da togliere il fiato”.

Per la sua partecipazione al progetto, Michelle Pfeiffer non ha avanzato molte pretese. “È stata la possibilità di lavorare nuovamente con Stephen e Christopher che mi ha spinto in primo luogo,” confessa la Pfeiffer. “In realtà, avrei fatto qualsiasi cosa con Stephen e quando ho letto il copione e il romanzo, ero davvero emozionata all’idea di poter far parte del progetto”.

“Ciò che adoro degli scritti di Colette è che Léa non è la caricatura di come una cortigiana avrebbe vissuto e agito a quel tempo,” continua Pfeiffer. “Lei è intelligente, ha un grande senso dell’umorismo ed è di animo gentile. È una donna di classe e molto elegante, una donna d’animo nobile, cosa davvero inaspettata. È molto felice della sua vita. Le cortigiane del calibro di Léa erano molto emancipate e indipendenti, donne abilissime negli affari e sempre in viaggio con la nobile aristocrazia. Ma poi ecco che arriva nella sua vita questo acerbo e bellissimo ragazzo, Chéri e lei perde la prospettiva della sua razionalità e cade preda del suo cuore per la prima volta nella sua vita. Credo che lei rimpianga il fatto di non essersi mai lasciata andare all’amore, ma lo ha sempre giustificato come una conseguenza delle scelte che ha fatto nel corso della sua vita. Forse sente che questa potrebbe essere la sua ultima possibilità. Dopotutto sta affrontando quella fase della vita in cui una donna deve fare i conti con il trascorre del tempo, ha superato la soglia dei quaranta. Con la fine della sua relazione non può negare che sta invecchiando, ma lo accetta e continua dritta per la sua strada”.

Anche la possibilità di lavorare con Christopher Hampton ha esercitato una forte attrazione al progetto per la Pfeiffer. “Il modo di scrivere di Christopher è davvero eccezionale e incredibilmente stimolante, soprattutto per gli americani. Noi abbiamo un modo di parlare monotono e piatto, al contrario i testi di Christopher sono complessi e densi con un ritmo molto particolare. Ho notato che la suddivisione in versi giambici mi ha molto aiutato a trovare il ritmo e la cadenza esatta per il mio ruolo.  La presenza di Christopher sul set mi è stata di grande aiuto, gli scritti di Colette possono spesso essere interpretati in diversi modi, ecco perché è stata una benedizione poterne discuterne con lui sul luogo.

Un’altra grande sfida per me è stata poter di nuovo lavorare con Frears. Non abbiamo fatto molte prove a parte il giorno delle riprese. È stato davvero un processo molto duro, ma questo è il modo di lavorare di Stephen. Diventava molto difficile quando la sceneggiatura veniva cambiata all’ultimo minuto. Ho trascorso molto tempo a imparare le battute e il ritmo di questi versi e poi all’improvviso doverne imparare di nuovi proprio mentre eravamo sul set. Alla fine delle riprese, ho iniziato a inviargli dei messaggi che dicevano “Si, capisco che devi riscrivere la sceneggiatura per renderla perfetta, ma perlomeno potremmo avere un po’ più di preavviso!”. Lavorare con Stephen è sempre una grande sfida. È una persona fantastica, si aggira sul set con fare scorbutico ma nel profondo è un uomo molto divertente e intelligente ed è stata una grande gioia poter lavorare con un regista del suo calibro”.

La ricerca dell’attore che avrebbe interpretato Chéri è stata un’altra grande sfida. I produttori volevano un attore che potesse recitare in modo convincente la parte di un diciannovenne all’inizio del film e che fosse in grado di far suo il ruolo di un viziato e egoista giovane uomo verso cui il pubblico poteva provare simpatia.

Frears fece l’audizione a diversi attori americani ma è stato il neofita inglese Rupert Friend che lo ha convinto nella parte del ragazzo virile ma sensibile, presuntuoso ma vulnerabile; un ragazzo acerbo che gradualmente matura in un uomo e che si rende conto di quanto conti per lui il suo amore per Léa.  Ecco che  il ragazzo entra nella schiera di quei giovani attori in erba su cui Frears ha scommesso e che sicuramente diventerà una grande celebrità, così com’è stato per Chiwetel Ejiofor (Piccoli Affari Sporchi), Michael Sheen (The Deal), Jack Black (Alta Fedeltà) e Daniel Day-Lewis (My Beautiful Laundrette).

“Chèri è un diciannovenne quando inizia la storia,” dice Frears, “spensierato, presuntuoso e senza problemi. È un ragazzo immaturo e la madre sa che ha bisogno di imparare le qualità che lo aiuteranno per il futuro, raffinatezza, salotto e galateo. Léa ha molti anni di esperienza in questo campo e può insegnargli molto. Ma la loro relazione cambierà dopo sei anni, quando Léa viene a sapere del matrimonio combinato con Edmée. Si sente tradita quando lo scopre. E Chéri non sa cosa fare, se rimanere con Lèa o fare il marito in un’unione convenzionale ma che gli garantirebbe la rispettabilità”.

Trovare la chiave per recitare il ruolo di Chéri è stato impegnativo per il giovane Friend. “C’è qualcosa di molto elusivo riguardo al personaggio di Chéri,” ci confessa l’attore, “e anche un senso di profonda apatia, è completamente inerte. Questo rende davvero difficile comprendere il personaggio. Cercare di capire ciò che spinge ad andare avanti qualcuno e avere la certezza che la risposta è praticamente nulla. È arduo far propria la parte, ma d’altro canto quando ci sei riuscito la soddisfazione è doppia”.

Per trovare nuova ispirazione Friend rileggeva il romanzo originale di Colette. “È una grandissima scrittrice,” dice Friend, “riesce a trasmetterti un’emozione anche con una singola frase, mettendo in evidenza quell’unico dettaglio che ti fa avvicinare al personaggio o avere il quadro completo della scena”.

Per quanto riguarda l’opportunità di poter lavorare con così tanti talenti Friend dice: “Mentirei se dicessi che non ho provato un senso di soggezione e paura a lavorare con Michelle Pfeiffer e Kathy Bates, ma, una volta che abbiamo iniziato a lavorare, loro sono diventate Madame Peloux e Léa de Lonval. Dovevo pensare a loro in questi termini altrimenti non mi sarei mai potuto alzare ogni mattina dal letto tranquillo. Bisogna dire che nonostante la paura, lavorare con attori di questo calibro è sempre stimolante e entusiasmante. Sono stati così professionali e generose con me”.

Se fosse impaurito o meno dalle due grandi attrici, Friend non lo ha fatto trasparire. “Rupert è così giovane ma già molto capace,” dice la Pfeiffer. “È stato un vero gentiluomo durante tutto il corso delle riprese, specialmente durante le scene più impegnative. Se si è sentito nervoso lo ha nascosto davvero bene”.

“Poter lavorare con Stephen Frears è stata una grande soddisfazione per me,” dice Friend, “Stephen è perfetto per realizzare la trasposizione del romanzo di Colette, in quanto entrambi hanno un incredibile arguzia e un amore per l’umorismo senza eccessi. Sono entrambi alla ricerca di una prospettiva ironica. Il mondo che stiamo rappresentando è carico di giochi di parole e in cui le cose cambiano all’improvviso; è decisamente volubile e in questo lo è anche Stephen”.

Per il ruolo della madre di Chèri i produttori hanno contattato Kathy Bates. La vincitrice dell’Oscar si è subito fatta coinvolgere dalla possibilità di recitare nella parte della esagerata Madame Peloux, che è diventata una donna di mezza età acida, ma comica, a causa della sua cattiveria gratuita.

Il regista commenta: “Non appena il nome di Kathy è saltato fuori, ero certo che avesse lo humour adatto per riuscire nel ruolo. Fare un film significa mettere insieme un gruppo di persone che possono mescolarsi insieme, riuscire a trovare il meglio per realizzare il film, così ché tutti vadano nella medesima direzione. Sapevo benissimo che Kathy sarebbe stata perfetta”.

Non è stata solo la possibilità di recitare il ruolo di Madame Peloux e l’opportunità di far parte di un periodo storico che esercita una grande attrattiva per la Bates, ma soprattutto lavorare con Stephen Frears.

“Queste cortigiane sono diventate molto potenti, influenti e ricche,” racconta la Bates, “la storia è ambientata durante la fine del loro periodo d’oro e, come molte sue colleghe, Madame Peloux non esercita più e di conseguenza è molto attenta al denaro che spende. Sa benissimo che non ha altro modo di continuare a vivere se non quello di essere abile nel gestire i suoi averi. Questo l’ha resa una manipolatrice, usa tutto e tutti per il suo personale tornaconto. Usa Léa, con cui ha sempre avuto una feroce rivalità e il suo stesso figlio per ottenere quello che vuole, altro denaro”.

Come spiega Michelle Pfeiffer, la relazione tra Léa e Madame Peloux è nata in base alla necessità piuttosto che sull’affetto sincero. “Per quanto queste donne fossero indipendenti, rimanevano pur sempre isolate e giudicate dal resto della società. Quindi ecco perché c’è una relazione tra Léa e Madame Peloux. Come in ogni professione, solo quelli del settore possono davvero simpatizzare tra di loro. Tuttavia c’è anche un limite alla loro relazione oltre il quale entra in gioco la competizione, probabilmente nel passato a causa di diversi uomini e ora per via di Chéri.

Madame Peloux potrebbe aver manipolato tutto. Voleva qualcuno che si occupasse del figlio fuori controllo e si è fatta carico del suo mantenimento, ma sospetto che ci fosse una grande rivalità nei suoi confronti tra le due donne. Madame Peloux non era una madre perfetta. Le cortigiane in generale non prendono in considerazione quest’idea perché è come se marcasse la loro età. Molto spesso sono in viaggio per uno o due anni in compagnia di un arciduca o un principe e i loro figli vengono lasciati alla cura di amici o domestici. Quindi è facile capire che l’infanzia di Chéri sia stata molto solitaria e priva di ricordi felici. È andato alla deriva per molto tempo, non ha avuto degli esempi su cui basarsi e non ha mai saputo chi fosse suo padre. A mio avviso è un ragazzo un po’ selvaggio che non ha legami con nessuno. Ha la sua libertà ma non sa che farci con essa. Madame Peloux è preoccupata per lui, perché è giovane e spreca tutto il suo tempo bevendo e scialacquando il suo prezioso denaro. Così decide di accordarsi con Léa sulla sua istruzione e sul suo mantenimento. Lei lo terrà lontano dai guai e lo preparerà al matrimonio conferendogli così un senso di rispettabilità. Naturalmente la sua sistemazione significa una dote. Madame Peloux potrebbe aver fatto capire a Léa la volontà di voler dei nipoti ma in conclusione tutto gira intorno al denaro in modo che lei possa vivere serenamente la sua vecchiaia, senza preoccupazioni sapendo il figlio sposato, rispettabile, innamorato e ricco; tutte cose che le sono state negate durante la sua giovinezza per via della sua professione”.

Al contrario di Léa de Lonval, che ha saputo adattarsi alle mutazioni che la cultura e la società francese stavano attraversando, Madame Peloux è rimasta fermamente ancorata nel passato. Incapace di accettare lo scorrere del tempo, la donna si circonda di oggetti pacchiani per ostentare il suo benessere. “La sua casa è un museo di tutti i regali che ha raccolto negli anni, tra cui i trofei dei suoi tanti amanti,” ci spiega la Bates.

“Ero al settimo cielo quando ho saputo che Stephen avrebbe diretto il film,” dice la Bates. “Non ho fatto le prove per questo film. Il giorno che sono arrivata sul set ho fatto la prova costume e il giorno seguente stavamo già filmando. Mi sono davvero messa in gioco. Preferisco fare la prova generale e la preparazione, ma in questo film non sapevo niente di ciò che mi circondava o come muovermi in quegli abiti. Così mi sono dovuta fidare di Stephen per farmi dire se avevo il giusto tono. È sempre stato presente, proprio sotto la telecamera, come un conduttore. È una persona umile, molto dolce, divertente, unica e sempre pronto a mettersi in discussione. Ha portato al  film quel senso di classe, intelletto, quell’umorismo beffardo e asciutto che contraddistingue gli inglesi. È stato cosi divertente lavorare con lui”.

A rifinire il cast di grandi attori troviamo Felicity Jones nel ruolo di Edmée, la giovane moglie di Chéri che è decisa a far funzionare nel migliore dei modi il suo matrimonio e trova in Chéri qualcuno che comprende il suo passato. L’attrice Iben Hjejle riveste il ruolo di Marie-Laure, cortigiana dal cuore di ghiaccio e madre di Edmée, mentre Anita Pallenberg nel ruolo di una cortigiana ritiratasi dall’attività ma che gestisce una fumeria d’oppio.

Con il cast ormai completo e con il sostegno finanziario da parte dell’Aramid Entertainment, Germany’s NRW Filmstiftung e UK Film Council Premiere Fund, il film ha iniziato le riprese ad aprile a Parigi e a Biarritz prima di trasferirsi negli studi in Germania del Council’s Premiere Fund per le riprese degli interni. Oltre al sostegno come produttori di Tracey Seaward e Andras Hamori, del gruppo tecnico fanno parte il direttore della fotografia Darius Khondji (Funny Games, Seven), il compositore Alexandre Desplat (The Queen, Lussuria – Seduzione E Tradimento, Syriana), lo scenografo Alan MacDonald (The Queen, Kinky Boots – Decisamente Diversi), la costumista Consolata Boyle (The Queen), il responsabile del trucco e hair-style Daniel Phillips (The Queen, The Edge Of Love) e il direttore del montaggio Lucia Zucchetti (The Queen).

RICREARE IL PERIODO STORICO

Considerato uno dei registi più generosi quando si tratta di collaborare con i responsabili del suo gruppo creativo, Stephen Frears insiste sul grande contributo che la fotografia, la scenografia e i costumi hanno dato alla riuscita del film. Quelli che hanno lavorato con lui sanno peraltro quanto cruciale sia stato l’input che ha dato alla riuscita del film. Il compositore Alexandre Despalt ci racconta: “Dice di non conoscere affatto la musica o il design. Mente spudoratamente. Stephen sapeva benissimo dove il film lo avrebbe condotto e come doveva apparire una volta che tutti i pezzi fossero combaciati. Con la musica, per esempio, non mi ha mai chiesto di cambiare questo accordo o quella nota, ma diceva rendila più sporca o più selvaggia o dagli molto più brio. È completamente preso da quello che fa”.

Chéri rappresenta la prima collaborazione tra il direttore della fotografia Darius Khondji, vincitore di un Oscar e Stephen Frears. “Stephen è un regista con un gran senso visivo,” dice Khondji, “sa quello che è giusto o sbagliato per valorizzare al meglio l’atmosfera del film e al contrario di altri registi non parla di inquadrature o posizioni della telecamera. Con Stephen ciò che conta è quello che il film esprime. Abbiamo parlato molto del periodo storico, dell’atmosfera e dell’aspetto, delle sensazioni che il film doveva far venire fuori. Le nostre discussioni si concentravano sui lavori di Max Ophuls, Jean Renoir e Il Conformista di Bertolucci, così come sui ritratti degli impressionisti, seppure di un periodo diverso. Colette è dopo tutto una scrittrice impressionista anche se singolare. Non ho mai provato a mimare un ritratto, quello che volevo era solo un riferimento subliminale all’arte, un modo per catturare il mood perfetto”.

Il film è ambientato nel 1906, periodo in cui l’Europa stava attraversando un periodo di transizione verso l’inizio dell’era moderna. Su questo punto ha giocato molto Khondji. “Madame Peloux è ancorata al passato, al contrario Léa guarda al futuro. Questo contrasto tra i loro personaggi ha portato all’utilizzo di una diversa illuminazione a seconda di chi delle due padroneggiava la scena. Ad esempio, nella casa di Lèa le riprese sono luminose, soft, mobili. Di riverso, nella casa di Madame Peloux, molto più cupa e oppressiva, colma di costosi ma volgarissimi oggetti le riprese sono statiche e pesanti”.

Lavorare al film ha portato molte soddisfazioni al direttore della fotografia. “Non pensavo di trovare così stimolante girare a Parigi!” dice Khondji. “Forse è dovuto all’ambientazione del film o all’approccio lavorativo di Stephen, ma questo film si è dimostrato molto più coinvolgente di tutti quelli che ho fatto in precedenza”.

Alan MacDonald, con cui Frears ha lavorato alla realizzazione di The Queen, riveste la carica di responsabile dei costumi. MacDonald si è documentato sul periodo in cui il film si svolge e ha trovato l’ispirazione per creare i contrasti che si evincono tra il mondo di Léa e quello di Madame Peloux. “Ho realizzato che stavamo trattando un periodo di grandi innovazioni e cambiamenti,” dice MacDonald. “Siamo soliti pensare a noi come innovatori, ma cento anni fa la società di quel tempo andò incontro a cambiamenti radicali, come ad esempio lo sviluppo della rete ferroviaria, dell’elettricità, della fotografia e infine le macchine e il telefono, solo per citare alcune delle grandi innovazioni che cambiarono per sempre la vita dell’uomo. Madame Peloux non accetta il cambiamento e lo rifiuta. Invece Léa, donna eclettica e risoluta, ne comprende la forza e lo accoglie di buon grado”.

MacDonald crea i due look più importanti del film sulla base di un fortissimo contrasto tra le due primedonne, la fotografia e gli impressionisti come referente per la casa di Léa, i post-impressionisti e la pittura simbolica come referenti per la casa di Madame Peloux. Dove la casa dell’avida Madame Peloux è un inno al diciannovesimo secolo, in cui si fatica anche a respirare, quella di Léa è elegante e riflette il suo squisito gusto per l’arte e il design moderno.

Le riprese dell’interno della casa di Madame Peloux, che sono state filmate in uno chateau distante venti chilometri da Parigi, è piena di ornamenti provenienti da negozi di antiquariato e trovarobe parigini, tra cui uccelli e teste di animali impagliati, drappeggi di velluto, candelabri e vasi dorati, orologi eccessivamente ornati, tavoli in marmo, tappeti e coperte decorate e caraffe di cristallo pesante. Tutto stava a dimostrare qualcuno con molto denaro ma con nessun senso del gusto.

“C’è anche un ritratto che raffigura una giovane Madame Peloux,” dice MacDonald, “a dimostrazione della sua bellezza passata. Il quadro non è altro che un altare alla sua giovinezza e un monito, rivolto al pubblico, del potere che la sua bellezza ha rappresentato”.

La casa di Léa è completamente diversa. MacDonald e il suo team sono stati molto fortunati ad utilizzare come set principale la villa progettata e appartenuta a Hector Guimard. Famosissimo architetto, Guimard è stato il più grande esponente dell’Art Nouveau, progettò tra l’altro l’entrata della stazione della Metro di Parigi, diventata oramai un’icona emblematica nell’immaginario collettivo.

“Léa ha seguito la corrente nuova,” spiega MacDonald, “ha completamente abbracciato i concetti e le idee della modernità e dell’art nouveau. Mentre la casa di Madame Peloux appare immensa dall’esterno ma ha stanze molto piccole, quelle di Léa sono al contrario molto grandi e spaziose. La maison dell’architetto Guimard è stata una delle prime case con riscaldamento centralizzato, così non sono presenti caminetti, che permettono agli architetti di aprire le stanze e danno possibilità alla luce di diffondersi nelle stanze vicine attraverso il gioco delle porte francesi”.

L’arredamento delle stanze di Léa riflette il suo grande senso estetico rivolto al progresso che è in atto. Piuttosto che adornare i muri con ritratti, MacDonald usa la carta da parati, una vera riproduzione dall’originale design contemporaneo in tinte pastello che vanno dal lilla al grigio, con un tocco di blu. Occasionalmente usa anche delle raffinate decorazioni a muro. Dato che Léa è libera dalle costrizioni che comporta l’uso di corsetti stretti e bustini, questa sua leggerezza si riflette sul suo arredo che risulta più rilassato e di forme semplici e linee eleganti. MacDonald tende ad usare anche molto verde, quindi piante e fiori per decorare gli interni della villa di Léa, in netto contrasto con gli animali morti della casa di Madame Peloux.

Il salotto di Léa, dove la maggior parte delle scene del film sono girate, è stato ricreato presso gli MMC Coloneum Studios in Germania, dove MacDonald ha progettato il meraviglioso letto in base ai canoni stilistici dell’art nouveau.

Tra gli altri esterni ricordiamo l’Hotel du Palais a Biarritz, dove Lèa si rifugia e l’Hotel Regina a Parigi, Sain Etienne du Mont, la chiesa dove Chéri ed Edmée si sposano e il leggendario ristorante Maxim funge da base per il Restaurant Dragon Bleu, dove Chéri trascorre i suoi pomeriggi con il suo migliore amico Vicomte Desmond.

La costumista Consolata Boyle ha contribuito anche lei a rifinire il contrasto tra le due protagoniste femminili del film. “L’aspetto di Lèa è molto semplice,” dice la costumista, “e il fatto che nella sua casa siano presenti spazi aperti e molto minimal dimostra la sua confidenza e sicurezza. È una donna dal gusto eccezionale, che non ama soffocarsi con troppi oggetti inutili. Ha tutto quello che occorre ma non per questo lo deve ostentare. Madame Peloux, invece vede le cose come una dimostrazione del suo successo e stato sociale”.

Anche Boyle ha tratto ispirazione dalla pittura impressionista per realizzare tutti i costumi dei personaggi principali. Mentre i vestiti di Madame Peloux sono molto pesanti, di colore scuro e eccessivamente decorati, coordinati con cappelli grandi e appariscenti, lo stile di Léa è molto sobrio ed elegante, tutto rivolto a esaltare la bellezza delle sua silhouette.

La costumista Boyle ha lavorato a stretto contatto con il responsabile del trucco e del hair-style Daniel Phillips, il quale ha condotto molte ricerche sul largo utilizzo dei cappelli nella moda del tempo. Le morbide acconciature di quel periodo sono state rese più elaborate per il personaggio di Madame Peloux, mentre Phillips ha mantenuto uno stile molto più regale e sommesso per quello di Léa, traendo spunto dalla pittura di Gustav Klimt.

Per quanto riguarda il personaggio di Chéri, Boyle ha preso la sua ispirazione non soltanto dalla sua bellezza fisica ma anche dal mondo del balletto, della musica, del teatro e della cultura a cui Lèa lo espone una volta che lo prende sotto la sua guida. “In quel periodo i giovani uomini di Parigi erano ossessionati con i vestiti, soprattutto le rifiniture e i tessuti, erano molto sofisticati. In pratica lui era un vero dandy”.

L’elemento conclusivo alla riuscita del film è stato aggiunto dal compositore Alexandre Desplat, la cui colonna sonora per il film The Queen gli ha permesso di vincere un Oscar.  Traendo spunto dalla musica presente in Francia nei primi anni del ventesimo secolo e da artisti come Sain-Saëns, Debussy e Ravel, così come dalle contaminazioni delle correnti orientaliste e mistiche con cui l’arte e la cultura del tempo vennero a contatto, Desplat ha creato una colonna sonora che combina la raffinatezza della grande composizione francese con l’esotismo dei violini cinesi.

“La miglior colonna sonora riesce a esprimere le emozioni che ovviamente non si vedono dallo schermo,” spiega Desplat. “Il personaggio di Chéri è molto malinconico, sensibile e chiuso, non conosce la vita, tende a seguire la corrente e non è molto intraprendente se non in campo sessuale. La musica deve far uscir fuori la sensualità del film, dopotutto è la storia di un ragazzo diciannovenne che sa poco della vita, ma che ha una grande carica sessuale e di una donna alla soglia dei quaranta che è una maestra nell’arte dell’amore”.

“È un film molto intimo,” continua dicendo Desplat, “così l’orchestra non può essere troppo forte e intrusiva. Ho usato un’orchestra molto piccola, di 50-70 musicisti e metà della colonna sonora è solo archi. Ho usato un trio di archi con la viola come parte principale suonando secondo un registro più alto che desse come risultato un tonalità sonora molto più cupa”.

Non è stato soltanto la sceneggiatura a inspirare Desplat, ma soprattutto l’intenso e sofferto rapporto nato tra i due protagonisti del film. “Michelle Pfeiffer e Rupert Friend hanno una grandissima affinità,” dice il compositore, “e non sarei riuscito a realizzare la colonna sonora senza la finezza e la forza emotiva della loro recitazione”.

LE CORTIGIANE – CENNI STORICI

Alla fine del diciannovesimo secolo le cortigiane erano le donne più alla moda di Parigi. Rinomate in tutto il mondo per la loro bellezza, arguzia e vivace ingegno, queste donne demi-mondaine erano il centro della vita politica e sociale parigina. Intrattenevano potenti uomini di governo, reali e artisti, tuttavia rimanevano tagliate fuori dalla società e relegate in un loro mondo esclusivo.

Hanno influenzato la moda, vivendo con stili di vita sempre al limite che hanno dimostrato quanto potenti fossero i loro amanti e quanto veementemente venivano richieste dalla ricca aristocrazia europea, che non esitava a competere tra loro pur di assicurarsi i loro favori.

Tra le più famose cortigiane del tempo ricordiamo Apollonie Sabatier il cui salotto accoglieva grandi intellettuali tra cui Baudelaire e Flaubert, Marie Duplessis che venne immortalata nel film di Alexandre Dumas La Dame Aux Camélias, Esther Pauline Lachmann che prese il soprannome di La Paiya e sposò il Conte Henckel von Donnersmark e infine Cora Pearl, di origine inglese, tra i cui amanti annovero il principe Napoleone.

Trailer italiano:


Per consultare le uscite dell’ultimo week-end andate allo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema visitate lo spazio “Cinema Festival”.

Commenti»

1. 2012, un trailer da record per il film di Emmerich | DaringToDo.com - 26/08/2009

[…] dei Maya (21 dicembre 2012) per elaborare un’apocalittica storia. Nel cast: John Cusack, Chiwetel Ejiofor, Thandie Newton e Amanda Peet, eroici sopravvissuti a quella che sembra proprio la fine del mondo. […]


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