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Edicola – “Wired” #7, settembre 2009: “Io, genio in sette giorni!” 28/08/2009

Posted by Antonio Genna in Comunicati, Wired.
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WiredE’ in vendita da qualche giorno il numero 7 – Settembre 2009 dell’edizione italiana del mensile “Wired”, che parla di innovazione e nuove tecnologie in modo originale e divulgativo. La rivista è edita da Condé Nast e disponibile in tutte le edicole al prezzo di 4 €. Vi presento di seguito qualche anticipazione: uno scorcio della copertina, il principale servizio del nuovo numero e l’editoriale del direttore Riccardo Luna.

wired-09-2009

Adesso un estratto del servizio di copertina.

Smart Drug
di Gianluca Morozzi

Io non so chi sta scrivendo questo pezzo. Siete avvisati. Cioè: in teoria lo sto scrivendo io, Gianluca Morozzi, scrittore bolognese di anni: trentotto, altezza: un metro e ottantatré, peso: settantotto chili, capelli in testa: pochi, romanzi pubblicati: dodici, ma è un Gianluca Morozzi nuovo e diverso, forse, che sta scrivendo l’articolo in questione. Perché io ho accettato di sottopormi a un delicato esperimento. Sperimentare su me stesso gli effetti del (rullano i tamburi) misterioso (rullano i tamburi) composto (come sopra) chiamato (pausa drammatica) Ritalin. E documentare gli effetti di questo misterioso Ritalin sul mio cervello. Che è quell’organo che, in quanto scrittore, mi dà di che vivere. Che, quindi, sarebbe il caso di non rovinare troppo. Tuttavia, non è mai successo che io mi sia tirato indietro di fronte al rischio.
E allora vediamo di provarlo, questo Ritalin.

Cosa mi succederà, assumendo il Ritalin? Diventerò superintelligente? Diventerò un mutante?
Perché, bisogna dirlo, io sono stato bombardato di messaggi molto chiari fin da piccolo. Che bambino intelligente!, mi dicevano le maestre d’asilo quando spiegavo il Big Bang alla mia classe di piccoli subumani, in una pioggia di sbadigli e palle di carta. Mai avuto un allievo così intelligente!, esultava il mio maestro delle elementari dopo aver letto in tutte le classi il mio tema sulla droga. Uno così intelligente farà di certo lo scienziato!, blaterava la professoressa d’italiano delle medie esibendo come prova il mio compito in classe sul futurismo.

Solo (e scusate se mi dilungo con questa noiosa premessa, ma è per illustrarvi meglio le condizioni dell’esperimento), la mia evoluzione intellettiva non aveva seguito un percorso lineare. Dopo quest’esplosione di genio, dopo tredici anni di sinapsi che si collegavano a sorprendente velocità in un festoso crepitare di neuroni, ecco, all’inizio dell’adolescenza mi ero spento. Ero diventato stupido. Davvero. Avevo passato cinque anni di liceo scientifi co in una nebbia cerebrale desolante, senza capire niente di niente. Sul serio. Ero andato in cortocircuito, non supportato – bisogna dirlo – dalla brillante conversazione dei miei illuminati compagni di classe, conversazione che fondamentalmente s’incentrava sul mettere lo zucchero nel serbatoio della prof di latino e su come invitare fuori la bella e sfuggente Elettra Tugnoli di quinta B, né tantomeno supportato dal fervido intelletto delle mie prime fidanzatine, la cui circonferenza toracica era in genere due volte superiore al quoziente intellettivo.

Per fortuna, a metà degli anni Novanta le sinapsi bruciate si erano poco alla volta autoriparate. Oggi, raggiunti i trentotto anni di età e i nove anni di carriera da scrittore, posso ricollegarmi alla premessa e dire che grazie al mio cervello – l’organo in cui nascono i romanzi che mi danno da vivere – io mi mantengo. Per cui, ecco, ci tengo un po’, al mio cervello. Se Beckham ha fatto assicurare i suoi piedi, che gli danno da vivere, se un noto tenore ha fatto assicurare le sue corde vocali, che gli danno da vivere, io dovrei assicurare il mio cervello. Solo, mi sembra un po’ pretenzioso. Ho una naturale forma di umiltà.
Cominciamo a irrorare il cervello in questione con il principio attivo del Ritalin, dunque. E vediamo cosa ne viene fuori.  […]

A seguire, l’editoriale del direttore Riccardo Luna.

Noi siamo quelli che sognano di cambiare il mondo.
E qualche volta ci incontriamo per farci compagnia. I più fortunati si vedono una o due volte l’anno sotto una strana bandiera che si chiama TED. La sigla vuol dire Technology Entertainment Design ma in italiano io la tradurrei così: Tanta Energia Disponibile.

A luglio quella bandiera si è posata a Oxford, tra castelli, prati scintillanti e teatri shakespeariani. Ottocento persone o giù di lì, in un turbinare di idee. Qualcuno ha scritto un tweet: «Le idee sono il nuovo rock’n’roll e questa è la nuova Woodstock».
C’era l’inventore di una bottiglia che rende potabile l’acqua di fogna, il ragazzo del Malawi che ha costruito mulini a vento con i rifiuti, il ricercatore che sta sperimentando la corrente elettrica senza fili. E poi il premier che ha scoperto che internet porta la pace (maddai?), il professore che pensa di trasformare Guantanamo in una nuova Hong Kong, il giovane geek che sta lavorando perché i computer siano davvero facili e per tutti. C’era un altro mondo, sembrava un universo parallelo, dove tutto è possibile, difficile sicuramente, ma possibile.

Quando è salito sul palco un giovane rapper, qualcuno ha pensato: che c’entra l’hip hop? E allora lui ce l’ha spiegato, ci ha raccontato che si chiama Emanuel Jal, ma tutti lo conoscono come War Child, perché era uno dei bambini di guerra del Sudan. La guerra gli ha portato via madre, fratelli, sorelle e a otto anni lui era già un soldato e voleva ammazzare tutti. Finché un giorno ha incontrato Emma McCune, una volontaria che ha salvato lui e altri 150 war children. Sono passati 15 anni, Emma è morta mentre Emanuel gira il mondo con la sua musica per raccogliere fondi per costruire una scuola in Sudan da dedicare a lei. «Sono disposto a morire per l’educazione dei bambini africani». Non era una battuta, è quasi un anno che Emanuel vive mangiando solo a cena, come fanno in Sudan, e dona la sua colazione e il suo pranzo alla scuola che verrà.

Allora, come nell’Attimo fuggente, uno si è alzato: «Io ci metto 10mila euro». E poi un altro: «Io faccio strumenti musicali, ve li dono». E un altro: «Noi facciamo telefonini, sono vostri». E la superstar del design ha aggiunto: «Io faccio sedie, le farò per voi». E allora tutti, ma proprio tutti, hanno ballato sulle note rap di Emanuel, mentre qualcuno ha pianto di gioia.

Noi siamo quelli che sognano di cambiare il mondo e godiamo quando qualcuno ci riesce perché sì, a volte, qualcuno ce la fa.

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