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Edicola – “Wired” #10, dicembre 2009: “Internet Nobel per la pace 2010” 23/11/2009

Posted by Antonio Genna in Comunicati, Web, Wired.
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E’ in vendita da sabato scorso il numero 10 – Dicembre 2009 dell’edizione italiana del mensile “Wired”, che parla di innovazione e nuove tecnologie in modo originale e divulgativo. La rivista è edita da Condé Nast e disponibile in tutte le edicole al prezzo di 4 €. Vi presento di seguito qualche anticipazione: la copertina, l’editoriale del direttore Riccardo Luna ed un estratto del principale servizio del nuovo numero: con il supporto del premio Nobel per la pace Shirin Ebadi, di Giorgio Armani e di Umberto Veronesi, “Wired Italia” ha candidato il web per l’assegnazione del premio Nobel per la pace del prossimo anno.

Adesso l’editoriale del direttore Riccardo Luna.

Oggi proviamo a volare per spingerci dove nessuno è arrivato mai. Oggi candidiamo internet al prossimo Nobel per la Pace.

Internet e Pace, lo sentite? Stanno così bene assieme che verrebbe voglia di non spiegare nulla. È già tutto lì. Come una parola sola. Questa cosa o la capisci subito o non la accetterai mai, mi ha detto una volta BJ Fogg, che non è un dj, né un folle artista, ma un docente di Stanford, l’università dove questa storia, la storia di una rete di computer che è in realtà una rete di persone, è iniziata, esattamente quaranta anni fa. BJ è importante per questa storia.

Nel 2003 a Stanford ha aperto un laboratorio per dimostrare come internet porti dentro di sé una cultura di pace. Automaticamente, inesorabilmente. Accade in ogni istante, in rete. Anche se qualcuno la usa male, anche se tanti ancora non lo sanno. Internet è nata così, aperta, democratica, partecipativa. E lo è oggi ancora più di prima, nonostante i continui tentativi di imbrigliarla.Oggi che ha raggiunto ogni angolo del mondo è la più grande piattaforma di comunicazione che l’umanità abbia mai avuto. E la comunicazione non sono più solo i governi, le aziende, le lobby. Ma siamo noi, noi che in rete ci conosciamo, condividiamo conoscenza, facciamo progetti, alimentiamo ricerche, creiamo ricchezza. Costruiamo ponti invece di muri. Internet non è come il telegrafo o il frigorifero, come dice chi non ha capito nulla. Internet è una cosa che non c’è mai stata prima. La prima arma di costruzione di massa. Tocca a noi usarla per il bene. E tanti lo fanno ogni giorno.

Il Nobel è per loro. Nel manifesto che lancia ufficialmente questa candidatura c’è la nostra passione per la rete, la fede nella gente, lo stupore per i muri che cadono ogni volta che due persone si parlano. Il senso profondo di internet e la voglia di dirlo a tutti. Give Peace a Web!

Aggiungi la tua firma su www.internetforpeace.org

Infine, un estratto del servizio di copertina.

Internet for Peace: Shirin Ebadi

di Raffaele Oriani

Shirin Ebadi e l’Iran: l’avvocato dei diritti umani che da decenni sfrutta i codici per scalfire l’arroganza dei mullah, e l’onda di popolo che dal 12 giugno scorso cerca il mare aperto seguendo la corrente di internet. Incontriamo il premio Nobel a Palazzo Ducale, dove approfitta del World Venice Forum 2009 per ribadire le ragioni della tecno-rivolta di inizio estate. Nessuna retorica, poche parole, una firma convinta sul manifesto con cui Wired candida internet al Nobel per la pace 2010. Non che le sfuggano i limiti dell’aspirante “collega”: «Internet può essere usata anche per favorire guerra e terrorismo, come dimostra l’opera di proselitismo dei talebani». Ma il passaparola della sollevazione di Teheran – che ha viaggiato anche al ritmo di 220mila tweet all’ora – è stato troppo impetuoso per lasciare anche il minimo dubbio sul fatto che «senza la Rete non sarebbe stato possibile. Non è un caso che ai primi processi contro i dimostranti il procuratore generale abbia accusato Google, Facebook e Twitter di complottare contro l’ordine costituito».

Shirin ebadi si considera una militante dei diritti umani. Non vuole parlare di politica, non è iscritta ad alcun partito, arriva a dire che le è indifferente chi sia il presidente del suo paese. Sembra accomodante, quasi deludente, ma siamo noi a essere duri di comprendonio. Perché senza cambiare tono di voce Ebadi affila i pensieri e ci dice che «a essere inaccettabile è la violenza sul popolo. Dopo le elezioni, un milione di persone ha sfilato a Teheran senza rompere un vetro. Ma mentre se ne tornavano a casa, il potere ha cominciato a sparare dai tetti». Il risultato è il rotolo di nomi che Ebadi porta sottobraccio, e dispiega con cura per dare un’identità ai cinquecento ragazzi arrestati, torturati, ammazzati o dispersi dall’inizio della rivolta: «Quando sono esplosi i disordini io ero in Spagna per un convegno. Come tutti mi sono collegata a internet, ho cominciato a telefonare, a mandare mail, a consultare compulsivamente il sito di Bbc world». Da Teheran gli amici le chiedevano di andare all’Onu. «Ed è quello che ho fatto: dopo pochi giorni ero a Ginevra a implorare l’Alto commissario per i diritti umani di richiamare all’ordine le autorità del mio paese». Con poca fortuna: il Segretario genera le dell’Onu Ban Ki Moon, invitato ufficialmente da Shirin a recarsi in Iran, preferisce non muoversi, e a Teheran restano solo centinaia di migliaia di ragazzi armati di banda larga e cellulare.

La rivoluzione del web ha permesso a migliaia di rancori solitari di diventare un’unica protesta corale: «Per noi Facebook è quello che erano le moschee per i rivoluzionari di trent’anni fa», sintetizza un ragazzo su Twitter. Certo, a qualche mese dai primi cortei la dittatura è ancora lì. Ma l’Iran sembra un altro paese. Agile, tenace, moderno: «I nostri giovani sono all’avanguardia da tempo», ci dice Shirin Ebadi con orgoglio venato di delusione. «In Occidente avete pregiudizi che fanno soffrire, perché scambiate il potere per il popolo, e l’aggressività di pochi per la voglia di pace, modernità e democrazia della maggioranza della gente». Il web demolisce lo stereotipo del popolo appiattito sul fanatismo dei leader: «La Rete restituisce all’Iran l’immagine che merita nel mondo. Ce n’è bisogno, perché mentre i giovani di Teheran si ingegnano contro le censure del regime, a Parigi o Londra capita ancora di sentirmi chiedere se sono l’unica avvocato donna del mio paese». Per la cronaca: in Iran sono donne il 70 per cento degli studenti di legge.

Mezz’ora con Shirin Ebadi insegna che la pace è un lavoro, la giustizia una disciplina, e la lotta per affermarle un’agenda fitta di impegni e povera di soddisfazioni eclatanti. Tocca girare il mondo, smussare i luoghi comuni e offrire il proprio volto a una folla che ormai non nasconde più solo i capelli: «Il mese scorso all’aeroporto di Teheran hanno fermato una ragazza in arrivo da Parigi», racconta un’iraniana che studia a Ca’ Foscari. «Le hanno chiesto se avesse una pagina Facebook, lei ha negato ma controllando hanno trovato sia lei sia tutti i suoi amici. Da allora ritocchiamo le foto e sui social network ci firmiamo tutti “Iranì”». Shirin Ebadi invece un nome ce l’ha. È scomodo, ingombrante e l’accompagnerà quando fra un paio di mesi tornerà in Iran: «Ma non ho paura, cosa potrebbero contestare a un avvocato che chiede solo il rispetto dei diritti?». Non parla dei rischi che corre, ma le fa rabbia che grandi gruppi occidentali aiutino il regime: «Anche le aziende dovrebbero rispettare i diritti umani. E allora perché Nokia ha fornito la tecnologia per identificare chi parla a un cellulare o manda una mail?». La vicenda è nota e sottolinea ancora una volta la duplicità della tecnologia. Sollecitato anche da numerosi articoli e da forti proteste (in Iran, oltre 12mila mail), il colosso finlandese ha confermato di aver fornito a Teheran – in joint venture con Siemens – il sistema Monitoring Center che permette di intercettare comunicazioni vocali da telefono cellulare o fisso.

Questa, per l’azienda, è la prassi internazionale: «Se vendi un network, vendi anche la possibilità di intercettarlo. Neppure i governi occidentali consentono di costruire reti sprovviste di questa funzionalità. E senza rete, in Iran non ci sarebbero stati i tweet». Nokia Siemens ha venduto il Monitoring Center in 150 paesi. Shirin Ebadi registra la precisazione ma ribatte che «non si può trattare allo stesso modo una democrazia e un sistema autoritario». Sono categorie commercialmente scorrette. Ma naturali per questa donna che a chi le chiede cosa sia la felicità risponde: «La democrazia». La raggiungerà mai il suo popolo? «Il popolo raggiunge sempre quello che vuole». Shirin ci deve lasciare. In piazza San Marco la attendono le donne in nero che ricordano le vittime della rivolta. A loro sarà dedicato il suo prossimo tweet: stessa lotta, ancora internet. Anche per questo c’è la sua firma alla candidatura del web al Nobel per la pace del 2010.

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