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Cinema futuro (894): “Il profeta” 18/03/2010

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Il profeta”

Uscita in Italia: venerdì 19 marzo 2010
Distribuzione: BIM

Titolo originale: “Un prophète”
Genere: drammatico
Regia: Jacques Audiard
Sceneggiatura: Thomas Bidegain e Jacques Audiard (soggetto di Abdel Raouf Dafri e Nicolas Peufaillit)
Musiche:
Alexandre Desplat
Uscita in Francia: 26 agosto 2009
Sito web ufficiale (Francia): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast:
Tahar Rahim, Adel Bencherif, Niels Arestrup, Hichem Yacoubi, Reda Kateb, Slimane Dazi, Jean-Philippe Ricci, Antoine Basler

La trama in breve…
Condannato a sei anni di carcere, il diciannovenne Malik El Djebena non sa né leggere né scrivere. In prigione, Malik sembra più giovane e fragile rispetto agli altri detenuti. Preso di mira dal leader della gang corsa che spadroneggia nel carcere, Malik è costretto a svolgere numerose “missioni”, che però lo fortificheranno e gli meriteranno la fiducia del boss. Ma Malik è coraggioso e impara alla svelta, e non esiterà a mettere a punto un suo piano segreto.

INTERVISTA CON JACQUES AUDIARD

Durante la conferenza stampa a Cannes, Lei ha accennato all’ironia presente nel titolo di IL PROFETA.

L’ironia è un elemento concreto anche se non evidente. Ad esempio il film avrebbe potuto anche chiamarsi LITTLE BIG MAN. Il titolo è un’allusione, costringe a capire qualcosa che non viene necessariamente sviluppata nel film, e cioè che il nostro protagonista è un piccolo profeta, un nuovo prototipo di uomo.

Inizialmente volevo trovare l’equivalente francese di una canzone di Bob Dylan intitolata “You Gotta Serve Somebody”, secondo la quale tutti noi siamo sempre al servizio di qualcun altro. Mi piaceva il fatalismo e la dimensione morale di questo titolo ma non sono riuscito a trovare una traduzione soddisfacente e quindi il film è rimasto IL PROFETA.

Come mai ha scelto di raccontare questa storia?

Io e Thomas Bidegain, con cui ho scritto il film, eravamo interessati a sviluppare il soggetto di Abdel Raouf Dafri e Nicolas Peufaillit in una storia cinematografica. Volevamo trovare il modo di rendere Il Profeta contemporaneo, creando eroi che nessuno conosce, scritturando attori che non fossero già icone del grande schermo, come gli arabi ad esempio. In Francia si tende a rappresentarli sempre in modo realistico o sociologico. Noi invece volevamo creare un film puramente di genere, un po’ alla maniera di un western che racconta le gesta eroiche di persone comuni.

Cosa l’ha spinta a scritturare Tahar Rahim con la sua faccia d’angelo nel ruolo di Malik El Djebena ?

Sono sempre stato attratto da prototipi maschili non necessariamente caratterizzati dal testosterone.

Potrei tracciare un parallelo fra Matthieu Kassovitz, con cui ho lavorato diverse volte, e Tahar Rahim. Non perché l’uno mi ricordi per forza l’altro, ma perché entrambi sono due tipi di uomo che colpiscono la mia attenzione.

E’ stato anche un modo per consentire allo spettatore di identificarsi con il personaggio?

Ho dei problemi a proiettare l’identificazione al di fuori di me, ma certamente, c’era anche questo desiderio. L’ho trovato più adatto, rispetto al solito cliché del film ambientato in prigione, popolato da uomini super virili. I detenuti del mio film non hanno muscoli, non sono neanche granché adatti a quell’ambiente ma paradossalmente riescono a sviluppare quelle qualità che permettono loro di emergere e dominare sugli altri.

Attraverso il personaggio di Malik, il film trasmette l’idea che la conoscenza e il know-how siano un modo per conquistare il potere.

Si, ed è proprio questo, secondo me, l’elemento più interessante. Malik rompe gli schemi, non è il solito hooligan. Il film segue soprattutto il suo percorso mentale, una mente che lavora e che mostra una straordinaria capacità di adattamento, che il personaggio sfrutterà in ogni modo: all’inizio per salvarsi la pelle, poi per sopravvivere e migliorare la sua condizione e infine per raggiungere un livello superiore di potere.

Questa dimensione del film ricorda un altro dei Suoi personaggi, Dehousse in UN HÉROS TRÈS DISCRET.

Infatti. Si potrebbe dire che questi personaggi sono il frutto di un certo tipo di background.

L’idea è quella di presentare queste persone nella condizione peggiore in cui un essere umano possa trovarsi, e poi di offrire loro una possibilità, l’occasione di costruirsi una personalità eroica. La storia di Il Profeta racconta come qualcuno riesca a raggiungere una posizione di potere che non avrebbe mai ottenuto se non fosse andato in prigione. E qui sta il paradosso.

In che modo ha trasformato Malik in un eroe?

In parte ho attinto all’immagine dell’arabo al cinema, che viene rappresentato come uno stupido – e in questo caso spesso è anche un terrorista – o semplicemente come la vittima di un contesto sociale rappresentato realisticamente. Partendo da questi stereotipi, mi sono posto il problema della scelta degli attori. Per il ruolo di Malik avevo bisogno di una persona estremamente versatile che incarnasse perfettamente il tema dell’identità presente nel film. Un uomo giovane, senza storia, che però ne scriverà una davanti ai nostri occhi. Fin dall’inizio sapevamo che questo ruolo non poteva essere recitato da un attore conosciuto, proprio perché è la storia di qualcuno che sale al potere, e che gradualmente acquista visibilità.

C’è anche un Suo desiderio di svincolarsi dalle categorie create dal cinema francese?

Va da sé con il progetto. Non vanto una lunga filmografia, ho diretto solo cinque film. Ho lavorato con Matthieu Kassovitz, Vincent Cassel, Romain Duris, e altri attori dal talento formidabile ma dopo DE BATTRE MON COEUR S’EST ARRETE’ (Tutti i battiti del mio cuore), volevo collaborare con attori sconosciuti. Quest’idea riflette la mia convinzione che il cinema debba avere un forte connotato sociale e che la sua funzione sia quella di raccontare il mondo reale. La mia non è una polemica, bensì il mio modo di creare finzione con una parvenza di realtà.

Penso che in Francia oggigiorno il cinema sia troppo limitato da questo punto di vista. Non so di quale realtà parli il cinema francese.  Abbiamo cercato di stravolgere la comune idea di casting, anche per riflettere i grandi cambiamenti che hanno luogo nel mondo, che necessita di nuove figure eroiche. E’ necessario costruire nuove mitologie con nuovi volti e nuovi percorsi.

Malik sembra aver sviluppato un rapporto distaccato e opportunistico con la sua identità.

I corsi lo considerano un arabo e gli arabi un corso. E’ diviso fra due mondi, anche se tende naturalmente verso la sua comunità, dove scopre ciò che ignorava. Perché in realtà non appartiene a niente e a nessuno.

Può parlarci del fantasma che accompagna Malik e che ispira le sue visioni mistiche?

Il film ha dei momenti di fantasia ma non ha alcuna intenzione di essere mistico. Il fantasma di Reyeb è funzionale agli sceneggiatori perché offre delle possibilità,  conducendo lo spettatore verso un altro livello di immaginazione, che lo aiuta a liberarsi da ciò che è stato appena raccontato. Attraverso il fantasma evochiamo le idee dei sufi e dei dervisci e la sceneggiatura acquista un’altra dimensione.

Il cinema d’oggi tende verso eroi più oscuri, esistenze danneggiate.  Anche in IL PROFETA la personalità ‘maledetta’ viene condotta verso una sorta di redenzione.

Si, con strumenti che generalmente non sono raccomandabili. Anche per gli anti-eroi esistono gli stereotipi. Ma questi metodi non mi interessano granché. Per quanto mi riguarda, voglio che il mio eroe impari qualcosa e la metta a frutto. Trovo che il cinema abbia questa funzione: guardare al reale per insegnare a vivere. Forse la lezione che Malik dovrà imparare è paradossale ma è proprio questo che mi interessa.

In ogni caso bisogna imparare qualcosa…

Bisogna imparare, prestare attenzione, non aprire mai bocca, essere riservati e soprattutto non ripetere lo stesso errore due volte perché potrebbe essere fatale.

Secondo Lei IL PROFETA è un film morale?

Si, sarebbe stato immorale creare un personaggio senza coscienza. Tuttavia il protagonista conosce sia il bene che il male perché di male ne ha subito parecchio.

Come spiega l’indecifrabile sorriso di Mailk al momento della sparatoria?

Malik improvvisamente ha la sensazione di trovarsi in un film e questo lo fa sentire invulnerabile come un personaggio fittizio, mentre gli altri a un certo punto giungono a un punto morto. Malik è una persona che, al posto di restare schiacciato dal peso delle sue vicissitudini, diventa sempre più leggero e gradualmente riuscirà a diventare libero.

La prigione è una metafora?

E’ evidente che i film di genere si presentano sempre come una metafora. Il personaggio viene incarcerato per servire una lunga pena, e in prigione capirà ciò che gli servirà dopo, all’esterno, arrivando pertanto a tracciare una liaison fra i due universi.

Lei definisce il personaggio di Cesar – interpretato da Niels Arestrup – come un “re senza distrazioni”.

Mi riferisco al personaggio di Giono. Un re, un orco che alla fine della sua strada regnerà su una tribù di ragni.

Il personaggio di Cesar ricorda un archetipo quasi mitico.

E’ vero ma non volevamo essere troppo letterari. Niels Arestrup nel ruolo di un padrino corso è alquanto improbabile ed è proprio per questo che il film diventa così interessante.

Come caratterizzerebbe il suo particolare rapporto con Malik?

Nello scrivere il copione volevamo sottolineare l’idea di padre e figlio per riflettere il rapporto fra padrone e schiavo. Cesar non è il padre di Malik ma lo tiene in suo potere, è duro con lui e non mostra alcuna tenerezza paterna nei suoi confronti. Non c’è sentimento di amicizia o di affetto fra loro, si tratta unicamente di un rapporto di controllo.

Gli altri Suoi film sono grandi storie d’amore mentre IL PROFETA ne è privo in modo quasi brutale. Perché?

Il tutto è legato a Malik, a ciò che gli facciamo fare. Malik è una persona che arriva dal nulla, non c’è tempo per costruire una storia d’amore. E’ per questa ragione che alla fine del film, suggeriamo un suo legame con Djamila. Dato che la sua vita è stata ‘amputata’ dal periodo che ha trascorso in prigione, Malik prende la vita di qualcun altro che gli corrisponde. In fondo, restare accanto a Djamila è il suo più grande desiderio. E’ una decisione che gli regala pace e serenità e probabilmente sarà un ottimo padre.

La fine del film suggerisce che ci potrebbe essere un sequel.

E’ vero. Il finale ci induce a farci domande sul destino di Malik con questa donna, questo bambino e la vita che lo aspetta. Specialmente dal momento che Malik è un hooligan che odia gli hooligan, perché li trova inaffidabili, stupidi e pericolosi. Il suo  punto di vista è molto critico. Non tollera accessori vistosi o evidenti manifestazioni di vandalismo.

Se ci fosse un sequel, di cosa parlerebbe?

Mi piacerebbe vedere Malik che continua a sviluppare le sue qualità e osservarlo mentre impara. Un po’ come in DE BATTRE MON COEUR S’EST ARRETE’ (Tutti i battiti del mio cuore), in cui il protagonista vuole diventare un pianista. E’ come Malik, lo lasciamo con l’impressione che lo attenda un futuro interessante …

Abbiamo la sensazione che una delle Sue qualità come regista sia quella di creare le condizioni ideali per fare un film: si occupa della scrittura, del casting, e delle riprese.

Questa affermazione presuppone che io sia presuntuoso in qualche modo, ma in realtà non è così.  Solo le società di produzione come Why Not riescono a far coincidere l’oggetto con lo strumento. Altrove sarebbe complicato per me. Dirigere un film è difficile, è un lavoro pesante, ma è l’unico mestiere che conosco. Credo che la gente veda in me delle qualità che non necessariamente possiedo. Chi mi circonda ha fiducia in me e mi incoraggia ad andare avanti. Ho impiegato molto tempo a scrivere, a metabolizzare la mia storia, mettendola in discussione, addirittura dubitando del soggetto stesso, svolgendo ricerche e immergendomi in un vero progetto cinematografico, con una lunga fase preparatoria; tutto questo mi ha fatto entrare completamente nel film. Subito dopo però bisogna riuscire a trasmettere agli altri il mondo in cui il film è ambientato e questa è una fase molto importante. Il cinema è un processo collettivo in cui tante persone insieme realizzano un progetto creativo. L’unica cosa che so è ciò di cui un film ha bisogno per brillare. Qualche volta il lavoro d’equipe non funziona e può generare momenti di solitudine e di dubbio. Ci sono momenti in cui non si sa più cosa ha senso o meno. E’ per questa ragione che sono felice e grato per il sostegno ricevuto dalle persone che hanno lavorato con me.

In questo film si è sentito costretto in qualche modo dal budget?

Ho sentito la pressione a vari livelli, in questo film! Con una sceneggiatura così densa, sapevamo che sarebbe stato un lavoro lungo e faticoso, infatti il film dura ben 2 ore e trenta minuti. Inoltre era impossibile girare nei luoghi naturali quindi abbiamo dovuto costruire una prigione, una decisione forzata che ci ha distanziato un po’ dal realismo. Poi abbiamo dovuto popolare la prigione, farla vivere, e questo comporta un considerevole numero di persone da gestire quotidianamente sul set. A quel punto la prigione stessa era diventata un personaggio, con un ruolo importante da interpretare. Come regista devi lavorare anche a ritroso e creare un background per gli attori. Soprattutto in questo ho avvertito la costrizione di dover girare in un tale ambiente.

Lei è consapevole che IL PROFETA è un film ancorato nella cultura popolare?

Si, era questa la mia intenzione. Il nostro obiettivo era fare un anti SCARFACE. Secondo me i nevrotici sono dei cretini e non possono diventare oggetti di identificazione.

L’ascesa al potere di una persona assolutamente folle non mi interessa affatto.

D’altro canto, un film come L’HAINE (L’odio) di Matthieu Kassovitz, tocca delle corde a cui sono molto sensibile. Non è un caso che Il Profeta occasionalmente tratti gli stessi temi. Questi due film sono simili nel denunciare che nel cinema manca qualcosa.

Lei è generalmente considerato un regista molto bravo nel dirigere gli attori. Come ha affrontato questo aspetto del suo lavoro?

Insieme agli attori ho cercato di esplorare profondamente i loro personaggi, ma se gli comunichi le tue paure e le tue preoccupazioni, gli attori non riescono più a esprimere pienamente il loro talento. Bisogna stargli vicino, sperimentare con loro la sorpresa, il dubbio e lo spavento… ma se le cose diventano scontate allora è come dormire.

Cosa si aspetta Lei da un attore?

Quello che cerco in un attore è proprio la sorpresa. Che sia capace di creare qualcosa che non mi aspettavo. Anche gli attori desiderano lo stesso, e cioè essere condotti, da me, verso luoghi che non conoscono.

Rispetto ai Suoi primi film, il Suo cinema sembra essersi liberato delle costrizioni di una inquadratura più tradizionale.

Sicuramente prima ricorrevo a un metodo di lavoro più geometrico e meccanico. Pensavo sempre all’aspetto tecnico prima di iniziare le riprese. Ma dopo SUR MES LEVRES (Sulle mie labbra) ho iniziato a fare il contrario. Nonostante l’importanza dell’aspetto tecnico, ciò che conta soprattutto è l’attore.

In tutti i Suoi film c’è un punto in cui l’immagine è totalmente oscurata per far risaltare un unico dettaglio.

Si, è un piccolo effetto che chiamo ‘La Mano Negra’, che ho iniziato ad utilizzare nei miei primi film in super 8 e che ora uso su larga scala; è un effetto speciale piuttosto costoso. Infatti, spesso trovo che ci siano troppe immagini, troppe luci, troppo ‘campo’, che l’inquadratura sia troppo aperta e che abbia bisogno di essere ridotta. Si tratta di un rapporto assolutamente feticista che ho con le immagini. Sono sempre affascinato dai film muti che ci arrivano dopo generazioni di immagini inter-positive e inter-negative. Sembrano emergere da un mondo lontanissimo.

La considera una sorta di firma personale?

No e smetterei di ricorrere a questo metodo se diventasse tale. Secondo me bisogna interrompere il legame tra film e strumenti chimici. E’ un rapporto troppo feticista che può risultare limitante. Non credo che sia un buon metodo per osservare il mondo.

E’ qualcosa che possiamo solo immaginare in cinemascope.

Ho provato molti metodi diversi per questo film. HD, 16mm, cineprese ultraleggere e tante altre cose che però non mi hanno convinto. Certamente ho pensato al cinemascope ma non ho abbracciato l’idea perché ‘scope’ presuppone una eccessiva definizione. Ho pensato che dopo due settimane mi sarei stancato perché la storia e la scenografia stavano creando dei veri anticorpi in me …  Ho anche provato altri ‘stili’ ma mi sono reso conto che non avrebbero mai funzionato. Alla fine è stato il film a dettare la sua estetica, un’estetica molto ben definita.

Vorrebbe girare più spesso?

Si. Quando va tutto bene faccio un film ogni 3-4 anni. Vorrei girare di più perché questo risolverebbe molti problemi, in particolar modo la paura. Sono troppo apprensivo, impiego troppo a scrivere. Ci abbiamo messo tre anni per scrivere questo copione, troppo tempo.

Non vuole scrivere più?

No, ne sono certo, non posso più farlo. Ci sono tanti temi che mi interessano ma che poi non riesco a mettere a fuoco. Sul set, il copione alla fine mi annoia, ho l’impressione di conoscerlo a memoria e inizio a dubitare di me stesso. Voglio che la prossima volta le cose vadano diversamente. Una sera durante le riprese, la segretaria di edizione e mi ha detto ‘Devi smettere di dubitare del copione’, implicando che stavo perdendo solo tempo. Sono certo che se non fossi così coinvolto in ogni fase del copione, e se girassi più spesso, mi sentirei molto più libero.

Trailer italiano:


Per consultare le uscite dell’ultimo week-end andate allo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema visitate lo spazio “Cinema Festival”.

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