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Edicola – “Le Scienze” n°500, aprile 2010: “Dossier Terra 3.0” 02/04/2010

Posted by Antonio Genna in Le Scienze, Scienza e tecnologia.
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Di seguito propongo copertina, principali contenuti ed allegati facoltativi del numero 500 – Aprile 2010 del mensile “Le Scienze”, edizione italiana di “Scientific American”, in edicola da martedì scorso.
La rivista è pubblicata dal Gruppo Editoriale L’Espresso ed in vendita al prezzo di 3,90 €.

I principali contenuti di questo numero:

Nel numero di «Le Scienze» di aprile 2010:

Soluzioni per un futuro sostenibile
Riscaldamento globale, consumo eccessivo di acqua dolce, perdita di biodiversità, uso sempre più intenso ed esteso del suolo… L’umanità ha profondamente alterato il pianeta e secondo alcuni scienziati dobbiamo cambiare modo di pensare e di agire, se vogliamo evitare l’autodistruzione. In occasione della Giornata mondiale della Terra celebrata il 22 aprile, «Le Scienze», che con la pubblicazione di aprile festeggia il suo numero 500, ospita un dossier di quattro articoli dedicati all’analisi dei problemi ambientali più urgenti e alle soluzioni da mettere subito in atto per incamminarci sulla strada di un futuro realmente sostenibile.

Inoltre, sul numero di aprile di «Le Scienze»:

Vedere colori «impossibili». In condizioni opportune vediamo i colori proibiti dalla teoria della percezione cromatica. Queste allucinazioni ci aiutano a capire ancora meglio il funzionamento del sistema visivo.

Nuvoloso, con probabilità di stelle. Gli astronomi hanno osservato come dall’interazione tra nubi interstellari e stelle massicce possono formarsi nuovi astri.

La nuda verità. Recenti scoperte suggeriscono che la perdita del pelo nella nostra specie fu un fattore cruciale per l’apparizione di altre caratteristiche.

L’arte della guerra dei batteri. Nuove ricerche ci aiutano a capire le strategie con cui i batteri si impadroniscono delle nostre cellule e ingannano il sistema immunitario, e come combatterli con le loro stesse armi.

Inoltre, con Le Scienze di aprile, a richiesta e a pagamento:

– il 2° DVD della serie in 6 dischi “La conquista dello spazio”, intitolato “Dalla Terra alla Luna”, che racconta gli anni d’oro della corsa allo spazio.

1967-1971: gli anni d’oro della corsa allo spazio
Il successo delle missioni Gemini apre la strada al programma Apollo: l’obiettivo fissato dal presidente Kennedy è mandare un equipaggio umano sulla Luna. Con uno sforzo straordinario, che coinvolge oltre 300.000 persone, la NASA costruisce il gigantesco razzo Saturn V, la capsula Apollo per il viaggio e un modulo lunare, il LEM, per l’allunaggio e il successivo rientro nella capsula. Il 21 dicembre1968 l’Apollo 8, con tre uomini a bordo, entra nell’orbita lunare; sette mesi dopo Armstrong e Aldrin sbarcano sulla Luna. Seguiranno altre sei missioni, tra cui lo sfortunato e drammatico tentativo dell’Apollo 13, che porteranno sulla Luna 12 astronauti.

– il 35° volume della collana “Biblioteca delle Scienze”, “Vedere e rivedere” di Susan Barry, un libro inedito in Italia, viaggio di una neurobiologa nella visione tridimensionale.

Questo libro avrebbe potuto scriverlo Oliver Sachs. Che, non a caso, è l’autore della prefazione. E per primo, nel giugno 2006, ha raccontato la storia di Susan Barry in un articolo, Stereo Sue, pubblicato sul «New Yorker». E negli anni è diventato buon amico e consigliere dell’autrice.
Tecnicamente, Vedere e rivedere. Viaggio di un neuroscienziato nella visione in 3D è un’autobiografia. Ma non solo. Docente di biologia e ricercatrice nel campo della plasticità neuronale al Mount Holyoke College di South Hadley, in Massachusetts, Susan Barry ha sviluppato una grave forma di strabismo nella primissima infanzia, ad appena tre mesi di età. Da bambina, è stata sottoposta a tre interventi chirurgici ai muscoli oculari per correggere l’allineamento degli occhi. Le operazioni erano perfettamente riuscite, ma ciò non era bastato a farle recuperare la complessa capacità della visione tridimensionale.
Dato che l’aspetto esteriore dei suoi occhi era apparentemente normale, Susan era convinta di vederci benissimo. Finché non apprese, durante gli studi universitari, che alcuni esperimenti su gatti affetti da strabismo avevano dimostrato che anche dopo la correzione del difetto non avrebbero potuto recuperare la visione stereoscopica, una facoltà che si sviluppa solo durante un periodo critico, all’inizio della vita. «E ciò che si pensava fosse vero per i gatti – scrive – si credeva valesse anche per gli esseri umani. Fu una vera mazzata».
Uno strabico, infatti, non è in grado di percepire la profondità. «Poiché i suoi occhi non mirano allo stesso punto nello spazio, la differenza tra la visione dell’occhio destro e dell’occhio sinistro è troppo grande perché il cervello le combini in un’unica immagine. Questa persona si troverà dunque ad affrontare un grave problema percettivo: dovrà in qualche modo creare un’unica e coerente visione del mondo da segnali conflittuali provenienti dai due occhi. Per risolvere il problema, molte persone strabiche sopprimono l’informazione di un occhio e guardano con l’altro. Alcune di esse usano sempre lo stesso occhio; altre invece passano continuamente da uno all’altro».
Il caso di Susan Barry era il primo. Lo strabismo era insorto in età così precoce che il suo cervello, per mascherare la differenza tra le immagini in arrivo dai due occhi, ne aveva scelto uno solo, cancellando completamente il segnale in ingresso dall’altro. Così, da quella lezione all’università, ha iniziato da una parte a interessarsi della visione tridimensionale nei suoi studi accademici, e dall’altra a frequentare studi di optometristi prima per verificare se effettivamente avesse carenze nella visione stereoscopica e poi per tentare di correggere, contro la convinzione scientifica dominante, quella vista difettosa di cui tuttavia si era sempre fidata.
Quella di Susan è una storia a lieto fine, che racconta con passione suffragata da una documentazione scientifica impressionante. Perché mentre parla di sé illumina il lettore rivelandogli i segreti della visione, esponendo in uno splendido stile narrativo come funziona il sistema visivo, da quando la luce colpisce gli occhi a quando il cervello integra l’informazione, e spiegandoci perché la vista è il più potente mezzo che sfruttiamo per esplorare il mondo. Note autobiografiche, biologia e neuroscienze si intrecciano in un’avventura affascinante, fino alla scoperta che la plasticità del cervello è così formidabile che la visione tridimensionale può essere recuperata anche in età adulta. A cinquant’anni, infine, Susan Barry è riuscita a riconquistare la terza dimensione, grazie a pazienti esercizi che le hanno permesso di recuperare l’informazione soppressa dell’occhio debole modulando il segnale prodotto dall’occhio dominante.
«Casi come questo – chiosa Sachs nella prefazione – offrono speranze a persone un tempo considerate incorreggibilmente cieche per la visione stereoscopica. Vedere e rivedere è fonte di ispirazione per chiunque si trovi in questa condizione, ma anche un’esplorazione della straordinaria capacità del cervello di modificarsi e di adattarsi all’incanto e alla meraviglia del mondo visivo, anche di quelle sue parti che molti di noi considerano scontate».

Infine, l’editoriale del direttore responsabile Marco Cattaneo.

E siamo a metà di mille

Ebbene sì, quello che state sfogliando è il numero 500 di «Le Scienze». Un traguardo importante, che in un paese come l’Italia ha però un sapore vagamente agrodolce. Siamo fieri di esserci arrivati, e di esserci arrivati in salute, con l’apprezzamento dei tanti lettori che ogni mese ci accompagnano in questa avventura. D’altro canto è un’occasione per guardarci alle spalle, e registrare che in tutti questi anni il cammino della cultura scientifica nel paese non è stato facile. Che mai come oggi la scienza ha avuto tanti appassionati, e al tempo stesso non è mai stata così trascurata dalle classi dirigenti. Né mai come oggi, d’altronde, il ruolo della scienza è stato decisivo per le sorti dell’economia, dello sviluppo e, in una parola, del futuro del pianeta.
Nei prossimi giorni, e precisamente il 22 aprile, si celebra anche un altro anniversario, il 40° Earth Day. Ed è per questo che abbiamo voluto dedicare un dossier alla salute della Terra. Si chiama Terra 3.0 perché descrive una possibile nuova fase della nostra civiltà. Fino a oggi la presenza degli esseri umani sul pianeta ha attraversato due fasi. La prima, Terra 1.0, è durata fino al Neolitico, ed è stata contrassegnata dagli immani sforzi di un primate bipede e senza pelo (a proposito, leggetevi l’articolo La nuda verità, a p. 68) per adattarsi al maggior numero di habitat possibili sfruttando le risorse messe a disposizione dall’ambiente. Nella seconda, Terra 2.0, l’uomo ha modellato il mondo che lo circondava per dominare l’ambiente, e piegarlo alle necessità di una civiltà che andava via via diventando più articolata ed esigente.
Questo processo, durato quasi 10.000 anni, ha subito una brusca accelerazione negli ultimi due secoli e mezzo, con la Rivoluzione industriale. Ed è diventato vertiginoso nel Novecento, alimentato da un’impetuosa crescita demografica, dall’aumento della speranza di vita, da una diffusione del benessere senza precedenti (anche se non per tutti), che ha comportato un formidabile incremento dei consumi.
Oggi – guardando in prospettiva ai nove miliardi di abitanti che la Terra ospiterà intorno a metà di questo secolo – una crescita indiscriminata come quella del Novecento non è più possibile. Come chiarisce Jonathan Foley nel suo articolo I limiti per un pianeta sano (a p. 46), il XX secolo ha infatti spinto molti processi ambientali vicino al punto di non ritorno (quando non oltre).
Terra 3.0, allora, è un progetto, una visione per un pianeta nuovo. Un tentativo di conciliare le esigenze dello sviluppo con un ambiente a cui non possiamo chiedere risorse illimitate. Non è un caso, forse, che questo dossier sia ispirato a un libro, il Rapporto sui limiti dello sviluppo, che fece riflettere molti all’inizio degli anni settanta per poi cadere quasi nel dimenticatoio. Era stato commissionato al Massachusetts Institute of Technology dal Club di Roma, fondato – in un intreccio quasi perverso di ricorrenze – lo stesso anno in cui vide la luce il primo numero di «Le Scienze». E non è un caso nemmeno che Felice Ippolito ne custodisse gelosamente una copia in un cassetto della sua scrivania.
È a lui, e alla visione che ebbe pubblicando «Le Scienze», che va oggi il nostro ricordo. Augurandoci, e augurandovi, altri 500 di questi numeri.

Commenti»

1. Rigitans - 04/04/2010

Io l’ho comprato, sia per leggere quel che hanno da dire su Le Scienze, sia come gesto “politico”, bisogna saperne di più di queste cose, e finalmente la scienza sta dando veridicità alle tesi degli ecologisti, che non sono dei pazzi furiosi, ma gente responsabile nei confronti del pianeta e delle future generazioni.

http://blog.libero.it/rigitans

2. Silvio Rapaglià - 09/04/2010

Il problema di fondo in italia è che la scienza ufficiale “nasconde” la possibilità agli strabici di poter finalmente “vedere” o di averne comunque la possibilità.
Infatti l’ortottista assistente in oftalmologia, l’unica professione per ora ufficializzata per la parte rieducativa, non ha la conoscenza teorica e pratica del visual training e così tutto qui… tace…
Buon lavoro ragazzi

Rapaglia Silvio
Optometrista


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