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Cinema futuro (934): “Vendicami” 28/04/2010

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Vendicami”

Uscita in Italia: venerdì 30 aprile 2010
Distribuzione: Fandango

Titolo originale: “Fuk sau”
Genere: azione / thriller
Regia: Johnnie To
Sceneggiatura: Ka-Fai Wai
Musiche: Tayu Lo
Uscita ad Hong Kong: 20 agosto 2009
Sito web ufficiale (H.K.): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast:
Johnny Hallyday, Sylvie Testud, Anthony Wong Chau-Sang, Ka Tung Lam, Suet Lam, Maggie Siu, Simon Yam

La trama in breve…
Un uomo sbarca ad Hong Kong dalla Francia per vendicare sua figlia, a cui è stata uccisa la famiglia da dei gangster. Ufficialmente, l’uomo è un cuoco; ma vent’anni fa, era un killer professionista.

La realizzazione

Johnnie To ha un’unica passione: fare film. E un unico hobby: mangiare bene. Tutte le decisioni importanti le prende attorno alla tavola apparecchiata. La storia è disseminata di ristoranti…

Immaginate un piccolo porto mezz’ora a nord di Hong Kong. Il villaggio di Sai Kung, abitato soprattutto da pescatori e da qualche star del cinema. Immaginate di entrare in un ristorante di pesce che sembra identico a tutti gli altri ristoranti attorno al molo. Entrare in cucina e sedervi a un tavolo, preparato apposta lì in cucina.  Nel caso ve lo stiate ancora chiedendo, date un’occhiata alla credenza piena di vini francesi e cognac d’annata. Ebbene sì, siete al tavolo prenotato da Johnnie To, che abita dietro l’angolo.  Ha già ordinato, una pletora di piatti che assaggia soltanto. Sarà una notte lunga…

Tutto è cominciato durante quella prima cena a Sai Kung, nel marzo 2006. Ci avevamo pensato a lungo, dopo aver distribuito in Francia molti dei suoi film. Ma quella notte, il vino ci ha sciolto la lingua e finalmente ci siamo chiesti: “E se facessimo un film insieme e ci occupassimo noi della produzione? E se lo girassimo in inglese? E se lo girassimo con un attore francese?” Giacché siamo in Asia, il primo nome che viene in mente è quello di Alain Delon.

Maggio 2006: al ritorno da Cannes, per la presentazione di Election 2, Johnnie To e sua moglie Paulina incontrano l’ idolo di quando erano ragazzini. Una vera cena francese in un giardino ovattato di un hotel parigino a 5 stelle. L’atmosfera è artificiosa. Delon fa il finto tonto. La signora si lascia baciare le mani, mentre il consorte si fa scattare foto. Parliamo del progetto e ci promettiamo di rincontrarci appena il trattamento è pronto.

Marzo 2007: Johnnie To è di nuovo a Parigi per una retrospettiva alla Cinémathèque. Un’altra cena con Alain Delon, un altro hotel di lusso. Johnnie To ha cominciato a lavorare e vuole parlare delle sue idee, ma Delon pare non volerne sapere: “Le storie sembrano sempre belle quando vengono raccontate e poi leggendole, si rimane delusi… Quindi non dirmi niente!”

Giugno 2007: Riceviamo una ventina di pagine illustranti la bozza di quello che hanno in mente Johnnie To e lo sceneggiatore. Nome in codice: Gunfight. Siamo piacevolmente impressionati da quello che leggiamo. Ma Delon la pensa diversamente. Niente più cene. Si tira fuori dal progetto che adesso sembra non avere futuro.

Luglio 2007: Un amico che lavora in banca ci chiede di leggere una sceneggiatura offerta a Johnny Hallyday, suo caro amico. “Johnny vorrebbe un parere professionale. Non è convinto della sceneggiatura, ma muore dalla voglia di fare un film…”
L’abbiamo letto e siamo stati chiari. Abbiamo detto al banchiere, chiaro e tondo: “Non è al suo livello. Meglio non recitare piuttosto che accettare una parte in film che sfruttano la sua celebrità invece del suo talento.”
Due settimane dopo ci chiama il banchiere: “Gli ho riferito la vostra reazione e vorrebbe incontrarvi.”

Ottobre 2007: Cena italiana a casa del banchiere. Dieci persone al tavolo. La conversazione si sofferma poco sulla musica, ma moltissimo sul cinema. Johnny ci racconta dell’amicizia con Melville, delle scene girate con Godard. Parla dei film americani che adora e del cinema asiatico che conosce molto bene. Cita i suoi film preferiti, i registi che ammira, i ruoli che sogna di avere. C’è qualcosa di tremendamente sincero in lui. Semplice, come solo una vera star può essere. Commovente e un po’ triste. Una specie di Clint Eastwood francese. Stessa modestia, stesso stile, stesso carisma.
Quando, alle due del mattino, ci rimettiamo in macchina, Laurent è estasiato:
“Dobbiamo presentarlo a Johnnie To! È lui! È l’eroe di Gunfight!  Ovviamente ha ragione, Johnny sarebbe perfetto per la parte, al 100% anzi al 1000%. C’è solo un problema: Johnnie To non ha mai sentito parlare di Johnny Hallyday.

Febbraio 2008: pranzo nel ristorante alla moda ma discreto di un nuovo albergo nei pressi di Postdammer Platz, a Berlino, dove Johnnie To presenta Sparrow, film in gara. Ho nella borsa L’uomo del Treno di Patrice Leconte e gli ultimi due concerti “Live” di Johnny.  Le due ore di frugale “cucina internazionale” alla moda, potrebbero aver lasciato Johnny To affamato, ma ci hanno permesso di spiegare le nostre nuove idee per il casting, certo sorprendenti, ma allo stesso tempo interessanti.

Marzo 2008: Johnnie To ha visto i DVD e fa un salto a Parigi. Il film gli è piaciuto, ma è rimasto affascinato soprattutto dai concerti. È pronto per un incontro. Che avviene presso gli Champs-Elysées una domenica sera, in un ristorante di cui Johnny è comproprietario. Una cena memorabile: dopo l’antipasto di sushi, Johnny offre a Johnnie una specie di grand tour della cucina francese: foie gras, escargots, andouillette, bistecca di filetto, confit d’anatra, gratin di patate e asparagi verdi.
Alla fine del lauto pasto, Johnnie To confessa il suo amore per il rock e i due improvvisano un medley a cappella rivisitando di tutto: da Elvis ai Rolling Stones, passando per Chuck Berry e Jerry Lee Lewis… Johnny fa vedere a Johnnie la foto di Jade sul cellulare. La cena è un sogno. Non abbiamo parlato di nulla, abbiamo solo cominciato a conoscerci.
Il giorno dopo, Johnnie To ci confessa quanto sia rimasto incantato, ma anche che un problema di date menzionato la notte precedente, lascia tutto un po’ sospeso. Comincia presto a girare il remake de I Senza Nome e non potrà cominciare a lavorare al nostro progetto fino ad Aprile 2009, quando Johnny sarà in tournée. Sembra che il progetto non potrà prendere forma prima del 2010… cioè mai!.

Giugno 2008: Vari colloqui con Shan, indispensabile interprete, assistente e consulente di Johnnie To, ci fanno capire che I Senza Nome si protrarrà oltre i tempi inizialmente programmati.

Luglio 2008: Un venerdì mattina, il computer emette un bip, segno che abbiamo ricevuto una mail. Da Shan: “Alla fine I Senza Nome è saltato, rimandato all’anno prossimo quindi, se Johnny Hallyday è ancora libero, potremmo cominciare a girare in autunno, che ne dite?” Nella nostra residenza estiva sono le nove, le 4 del pomeriggio a Hong Kong. E a Saint-Barth? Il cellulare squilla. Johnny risponde:
“Se fossi ancora interessato, saresti disponibile a girare il film di Johnnie To a novembre?”
“Affare fatto”.
Nonostante tutto, Johnny non si smentisce mai. Non parlava con Johnnie To dalla sera della cena. Avrebbe potuto leggere il copione finito soltanto una volta arrivato sul posto. E prima di allora non avrebbe avuto modo di incontrare gli altri attori. Era in partenza per un Paese in cui non aveva mai messo piede prima, ma tutto ciò non importava: “Affare fatto”.

Johnny si prepara guardando tutti i film di Johnnie To. Nel frattempo concede interviste e apparizioni in TV per promuovere il nuovo album. Fa pressioni per anticipare la data di uscita dell’album, così da potersi concentrare completamente sul film da fine ottobre. Quando gli chiediamo se è disposto ad anticipare la partenza di una settimana, non ci fa neppure finire di parlare: “Ma sì, andiamo! Non vedo l’ora di essere là!”

5 novembre 2008: Il mondo si sveglia dopo la storica vittoria di Barack Obama. Il volo della Cathay Pacific per Hong Kong decolla alle 13:05. A bordo ci sono Johnny, il suo allenatore e i suoi due produttori.

7 novembre 2008: Johnny e Johnnie si incontrano per la seconda volta nel ristorante di pesce sull’isola di Sai Kong. Johnnie To ha invitato anche altri tre attori principali: Anthony Wong, Lam Ka Tung e Lam Suet. La serata finisce con Johnny che suona la chitarra, Anthony Wong che canta e Johnnie To e Pauline che ballano.

15 novembre 2008: Alle 2 del pomeriggio, sotto un sole afoso, cast e troupe si danno appuntamento sul tetto del Milkyway, lo studio di produzione di Johnnie To, nel quartiere vecchio di Kwun Tong. La cerimonia dura un’ora, tutti accendono un bastoncino d’incenso e gettano fiori, poi il monaco Buddista, venuto a benedire il film, pronuncia la formula. Alle 4 del pomeriggio si gira. Quella sera, la cena si terrà ad un tavolo improvvisato, apparecchiato all’angolo della strada.  Il menù prevede: pollo alla griglia, salsiccia, riso bianco e verdure… Quando giriamo all’aperto, di sera, Johnnie To organizza sempre una cena: a volte pesce, a volte un barbecue, a seconda del posto.

Sabato 31 gennaio 2008: Ultimo giorno di riprese, ultima cena per tutto il cast e l’intera troupe in una stanza privata del ristorante vicino al Milkyway, a Kowloon. Un pasto delizioso. La specialità della casa è il granchio. Atmosfera di festa grazie anche all’estrazione a premi organizzata dalla troupe.  Al momento dei brindisi, Johnnie To regala a Laurent una pistola finta, come quella usata dal personaggio principale. E a Johnny un vero ciak. Fine dell’avventura. Un ultimo brindisi: “Viva Vengeance!” E beviamo alla possibilità di un altra cena… a Cannes.

Michèle Halberstadt
Intervista con Johnnie To

Cosa l’ha affascinata di Johnny Hallyday?
I miei produttori mi hanno dato dei DVD di alcuni suoi film e concerti. Ho notato subito che aveva qualcosa di davvero mascolino. Dai concerti avevo capito che è molto famoso, ma non immaginavo fosse un vero idolo. È stato solo quando l’ho incontrato che ho capito che avremmo potuto lavorare insieme. Dovevo vederlo di persona per coglierne la magia unica. Il suo stile, la sua figura, il suo volto, i suoi incredibili occhi… sono segni di un passato molto intenso. È subito scattato qualcosa tra noi, nonostante la barriera posta della lingua. Ci siamo piaciuti subito a livello umano. Avvertivo una comprensione reciproca, una certa fiducia tra noi. È stato allora che ho capito che avremmo potuto fare un film insieme.

Non è stato complicato isolarlo a Hong Kong per tre mesi?
Temevo che non si adattasse al nostro modo di lavorare. Siamo distanti anni luce dal sistema americano con trailer privati e sciami di assistenti… Ma lui si è subito integrato. Sembrava che ci incoraggiasse a continuare a lavorare come abbiamo sempre fatto. Non voleva che cambiassimo le nostre abitudini. Anzi, voleva adattarsi lui a queste. Ha accettato tutto senza neppure il minimo segno di protesta: la pioggia finta sotto cui doveva girare sera dopo sera, le strade sporche… ovviamente, l’intera troupe l’ha subito adottato, rispettato, è piaciuto a tutti. Uno così famoso che sa essere talmente semplice, talmente alla mano: è insperabile! Abbiamo lavorato bene insieme.

Cosa pensa di lui come attore?
Quando è arrivato era molto concentrato, pronto a lavorare. Ha fatto poche domande. Voleva solo sapere se la sua idea di scena e la mia coincidevano. È molto preciso nella recitazione, nei gesti. Lasciava trapelare la sua sincerità. Siamo portati a credere in lui. È reale. E non ha fatto altro che dedicarsi al film, il che è meraviglioso se pensi che a Hong Kong, gli attori girano generalmente due o tre film contemporaneamente. Ci ha veramente dato tutto se stesso e tutto il suo tempo.

È stato un grande cambiamento per lei girare soprattutto in inglese?
Non per me, no. Ma lo è stato per gli attori di Hong Kong! Il vero cambiamento per me è stato girare il film con una sceneggiatura scritta. Di solito ho un copione mentale e lo sceneggiatore scrive mentre giriamo. Questa volta i produttori hanno voluto che trama e dialoghi fossero già scritti. Devo ammettere che non è stato male.  Mi ha permesso di prendere in considerazione le idee di chi legge, e quindi di arricchire la sceneggiatura. Ma girare un film è sempre la stessa storia, con o senza sceneggiatura scritta.  All’inizio sei tu il capo, il filo conduttore. Dopo qualche giorno è il film stesso che prende vita e comincia a imporsi, a decidere da solo. Quindi ci sono parti della sceneggiatura che evolvono durante le riprese. Ma a parte Johnny Hallyday, nessun altro attore l’ha letta!

Perché ha insistito affinché nessuno conoscesse la storia?
Per fare in modo che gli attori fossero naturali e spontanei. Per non dargli il tempo di creare qualcosa. In questo modo la situazione gli viene presentata direttamente e loro devo recitare di conseguenza. L’unica persona con cui ho parlato della storia è stato Anthony Wong. Nel film fa la parte di un killer esperto, che mantiene una certa distanza. Un samurai errante che non mette mai radici. Sa che con Big Mama, Costello è al sicuro. Forse gli sarebbe piaciuto finire come Costello…

Ci parli di Costello
È un uomo che ha vissuto intensamente e forse anche sofferto intensamente. C’è una specie di dolore in lui. I suo occhi raccontano storie che la sua mente ha dimenticato. È questo che mi interessa. Ogni cosa che ha vissuto è dimenticata. I suoi occhi sono l’unica traccia rimasta. Johnny ha dato a Costello molta umanità, lo ha reso davvero commovente.

Sylvie Testud è stata sul set per qualche giorno…
Ha acconsentito a venire a girare una piccola parte, ma essenziale perché è quella che dà inizio alla storia. Che attrice! Ha molta esperienza professionale. Sa subito come reciterà una certa scena. Il suo istinto è sempre azzeccato. Ha sfruttato ogni aspetto del suo ruolo, per quanto breve. L’ha basato sul fatto che, prima di tutto, è una madre. Cucina come una madre, protegge i suoi bambini come una madre. E quando l’ho vista sul mio monitor nella scena con Johnny Hallyday, non capivo cosa stesse dicendo, in francese, ma riuscivo a leggere le emozioni sul suo viso.

A lei piace mangiare e mangiare è una parte importante dei suoi film, soprattutto in questo.
Riprendere un pasto è il modo più semplice e concreto di mettere in risalto i legami tra le persone. Mangiare è una forma di scambio, un’azione semplice, ma fondamentale. Mangiare è segno di vita…

Intervista con Johnny Hallyday

Conosceva i film di Johnny To?
Sì, certo, conoscevo i suoi film e la sua reputazione, l’aura che lo circonda. Quando apprezzi il suo lavoro, è difficile non sognare di girare con lui un giorno. Inoltre, ho incontrato molti attori che avevano saputo del film e mi dicevano tutti: “Che fortuna girare con Johnnie To!” Avevano ragione ed ero consapevole della mia fortuna. Essere diretti da Johnnie To è un bel biglietto da visita per un attore, un vero privilegio. Ho accettato immediatamente, anche se avevo letto soltanto 40 pagine del trattamento. Ma è stato sufficiente. Il soggetto della storia era già ben delineato. E l’ho trovato potente e originale.

Come è stato girare a Hong Kong per tre mesi?
È stato il mio primo viaggio in Asia, e anche questo è stato perfetto per il mio personaggio, solo e sperduto a Hong Kong. E io come lui. Anche se la mia famiglia è venuta a trovarmi, anche se il mio produttore mi ha tenuto compagnia per tutto il tempo delle riprese, è una sensazione strana quella di trovarsi in una città straniera dove non conosci nessuno. Sei dall’altra parte del mondo. Hai difficoltà a comunicare, per prendere un taxi e andare al ristorante, qualcuno deve scriverti l’indirizzo su un pezzo di carta. È impossibile cercare il posto da soli, perché la gente non parla inglese per le strade. Mi sono sentito spaesato, esattamente come Costello nel film. In questo caso quindi, la realtà è tornata utile alla fiction. Si dice che per recitare una parte devi reinterpretare il tuo passato. Per questo film invece io ho usato il presente: ogni esperienza, ogni sensazione provate a Hong Kong sono entrate a far parte del mio personaggio.

Come comunicavate con Johnnie To sul set?
Johnnie parla un inglese piuttosto elementare. Spiegava tutto a William, il suo eccellente assistente bilingue, che mi ha salvato molte volte dalla depressione! Era il mio legame diretto con Johnnie To. Ma riuscivamo a comunicare soprattutto con gli occhi, senza bisogno di parole.

Come lavora?
Sa esattamente cosa vuole e tutto fluisce perfettamente quando comincia a girare. Riconosci immediatamente l’eleganza e la precisione della sua regia, e anche il suo perfezionismo. È ossessionato dai dettagli. Ha per esempio un’idea specifica di come devi impugnare la pistola…
Ha un modo davvero originale di dirigere il set. Le riprese sono lunghe, possono durare due, tre minuti, il che è divertente per l’attore. Al contrario di quello che succede in televisione! Quello che più mi ha colpito è stata la sua capacità di posizionare la telecamera dove meno te l’aspetti. In genere, è la telecamera a spostarsi in varie zone del set, ma lui è capace di muover il set senza spostare la telecamera. È meraviglioso e davvero sorprendente. Ti dà una prospettiva inaspettata su quello che stai girando. Sa esattamente cosa vuole ma non si oppone mai a un’idea. Di solito dice di no, ma è sempre disposto a tentare: “Prova! Potrebbe essere una buona idea…”

Come l’ha diretta?
Ha molto rispetto per gli attori e tratta tutti come suoi pari. Ci fa sentire benvoluti e rispettati. Riesci ad avvertire questo spirito, nonostante la barriera linguistica. Pensa solo al lavoro e lavora sempre, si sveglia presto e non ha una vera vita privata. Ha anche frequenti sbalzi d’umore. Un giorno è amabile e quello successivo neppure saluta, semplicemente perché è intento a pensare dietro al suo monitor e non ti ha neanche visto. Non che sia scortese, è semplicemente molto concentrato. Quando è felice lo fa vedere, il che è raro per un cinese. Proviamo ogni scena fin nei minimi particolari, giriamo due o tre volte, cinque al massimo, quando è davvero tecnicamente difficile. Ma ho avuto l’impressione che usasse quasi sempre la prima ripresa.

È riuscito a comunicare con gli altri attori?
Nonostante la barriera linguistica, si è instaurato tra noi un rapporto di fratellanza. Soltanto Anthony Wong parlava un buon inglese, gli altri hanno imparato foneticamente le battute. Sono bravi attori, professionali, lavorano sodo. È sorprendente il modo in cui recitano, è diverso da come recitiamo noi. I gesti sono stilizzati, molto visivi, molto precisi. Mi è piaciuto il modo in cui apportavano un certo humour alle scene violente. La loro recitazione è insolita, ma allo stesso tempo molto modesta. Trattengono le proprie emozioni, finché cominciano a bere.  L’ho capito alla prima cena, iniziata in un ristorante e finita con qualche drink e una chitarra. …

Ha trascorso tre mesi con gente che non conosceva…
Sapevano che ero famoso altrove, ma lì, nel loro Paese, nessuno sapeva chi fossi. Non mi hanno mai visto sul palco, in concerto, non conoscono l’Hallyday cantante. Quindi nessuno aveva preconcetti su di me. Ero stato scritturato come attore. Ed è stato uno degli aspetti più positivi del progetto. Fare un film senza tutto quel fardello che mi sono trascinato per anni, cioè la mia carriera da musicista. Durante quei tre mesi, mi sono completamente dimenticato di Johnny Hallyday.

Trailer italiano:


Per consultare le uscite dell’ultimo week-end andate allo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema visitate lo spazio “Cinema Festival”.

Commenti»

1. Cinema futuro (934): “Vendicami” | Politica Italiana - 28/04/2010

[…] via https://antoniogenna.wordpress.com/2010/04/28/cinema-futuro-934-vendicami/ Posted by admin on aprile 28th, 2010 Tags: America, Estero Share | […]


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