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Edicola – “Rolling Stone” #79, maggio 2010: “Speciale Fai da te” 06/05/2010

Posted by Antonio Genna in Musica, Rolling Stone.
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Rolling StoneDi seguito ecco la copertina ed un estratto di un servizio del numero 79 – Maggio 2010 del mensile di musica, spettacolo ed attualità “Rolling Stone”, edito da Editrice Quadratum, in vendita in edicola da qualche giorno al prezzo di 3,20 €.

A seguire, un estratto da uno dei servizi di questo numero.

Matthew Herbert è in cerca di suoni

Da circa 15 anni l’ossessione e la missione di Matthew Herbert è registrare i rumori del mondo e rirocessarli sotto forma di musica popolare.
Nel nome di una specie di neo-naturalismo acustico (mooolto concettuale), e un po’ come provocazione situazionista. Con un messaggio: che la salvezza del pianeta dalla catastrofe passa pure per l’ecologia sonora

Di Luca Ballarini

Ascoltare la sua musica ti culla, ma parlare con Matthew Herbert può essere folgorante. Ha le idee molto chiare e sa che un’intervista è sempre un’opportunità di far sapere al maggior numero di persone quali sono le sue priorità di uomo oltre che di musicista, ovviamente nella speranza di essere ascoltato.
Me lo ripete anche oggi, che è la quarta volta che lo intervisto (ma la prima per Rolling Stone), dunque credo sia necessario partire da qua, da questo flusso di coscienza a cui Matthew si abbandona dopo mezzora. “Credo che la mia musica sia in fondo un modo per ricreare e riorganizzare la realtà, dando la precedenza a ciò che è originale rispetto a ciò che è familiare, alla complessità rispetto alla semplicità, alla collaborazione rispetto all’essere dittatori, alla ricerca e all’apertura rispetto alla ristrettezza delle proprie visioni”. Fa una pausa. Io non dico nulla, ascolto. “È come se la musica fosse da sempre innamorata del passato, una nostalgia che la attanaglia e le impedisce di essere autentica. Odio la musica ‘conservatrice’, e troppo spesso la musica è disposta a esserlo. La rende simile all’autocompiacimento del Partito Repubblicano, sempre intento a difendere i propri confini impermeabili, fino alla morte”. Altra pausa. In un attimo penso al contrasto col verso pasoliniano che fa da sottotitolo all’ultimo libro che ho letto, Manifesto della Destra Divina (Camillo Langone, ed. Vallecchi): Difendi, conserva, prega! Ma Matthew riprende: “So anche che invecchiando, e essendo sempre più esplicito politicamente, forse diventerò più calcolatore, come musicista. Ma tutto sommato questo è il solo prezzo che dovrò pagare. L’unico vero limite è la mia immaginazione. So di essere una delle persone più fortunate al mondo, perché ho una libertà totale. E ho la responsabilità di usare questa libertà in modo saggio”.
Volete aggiungere qualcosa? Io no.

AVERE UNA FAMIGLIA E VIVERE LONTANO DALLA CITTÀ La prima volta che l’ho chiamato per questa intervista mi sono accorto che il mio registratore non si era caricato. Il pomeriggio era il compleanno di suo figlio (tre anni), poi c’era il fine settimana, quindi ci siamo dati appuntamento al lunedì mattina. Quando l’ho richiamato era a letto con l’influenza. Al terzo appuntamento mi ha dato il numero di cellulare perché stava uscendo, ci siamo parlati giusto cinque minuti, poi mi ha detto —colpo di scena— che stava arrivando all’ospedale dove due giorni prima era nato il suo secondo figlio.
“Congratulazioni, Matthew! Che bello!”. Risponde con un yeaah, è molto emozionato. “Nessun problema, ci sentiamo”. La quarta volta ce l’abbiamo fatta, era un tranquillo sabato mattina. Registrare questa intervista è stato quasi complicato come registrare uno dei suoni per i suoi dischi. Be’, non esageriamo. Di sicuro registrare una batteria su una mongolfiera o diecimila persone che contemporaneamente mordono una mela deve essere stato più complesso. Ovviamente riprendo da dove eravamo rimasti. Come sta il neonato? “Molto bene, è bello grosso… Sono molto contento di avere la mia famiglia adesso; all’ospedale una delle infermiere mi diceva che suo padre aveva venti fratelli. Troppi, direi. Io non sono cattolico, credo che mi fermerò qua! Tu ne vuoi fare un altro?” Segue conversazione tra due genitori, che vi risparmio.
Ma la mia prima domanda è ancora legata al suo stile di vita. Qualche anno fa Herbert ha scelto di lasciare Londra e andare a vivere in un paese sul mare. “È stato più facile di quanto credessi. Lasciando la città puoi comprarti una casa quattro volte più grande: guadagni spazio, stanze, aria fresca e molti più stimoli dal mondo naturale che hai intorno, se possiamo chiamarlo così. La cosa più importante per me era la tranquillità. Viaggio molto, quando torno a casa mi piace trovare la mia quiete. Poi il mio lavoro è legato al suono: qua devo lottare meno rispetto ai rumori che ci circondano in città. La cosa più difficile è stata lasciare gli amici e la vita culturale; in luoghi come quello in cui vivo non c’è molta varietà da quel punto di vista”.
Per Herbert la casa è un argomento importante: ha spesso giocato sul doppio senso tra casa e house, come la musica, appunto. Il suo album Around the House, con la voce dell’allora compagna Dani Siciliano, era un confortevole incantesimo domestico, in cui ogni suono era creato e compreso tra le quattro mura di casa. Una volta gli chiesi se non considerasse un limite che i suoi suoni, per essere completamente compresi, avessero bisogno del supporto della descrizione di ciò che sono in realtà; un po’ come se un romanziere per rendere credibili i suoi personaggi ci chiedesse di guardare delle foto. Mi rispose che il lato concettuale serve più a lui, è il suo punto di partenza; ma l’ascoltatore può anche non sapere nulla, lasciarsi andare e immaginare di entrare in una casa in cui non è mai stato prima: entri, procedi lentamente, apri una porta, osservi, procedi, qualcosa colpisce il tuo sguardo, apri un’altra porta, poi sali una scala… Basta lasciarsi trasportare dall’immaginazione, e il suono ci farà provare un’esperienza nuova.
Arrivo a un’altra domanda obbligata: ci descrivi brevemente casa tua? “È un ‘seaside cottage’ degli anni Trenta, si sviluppa su tre piani, con esterni in legno bianco, ha un piccolo giardino sul retro e davanti. Non c’è nulla tra il fronte di casa mia e il mare. Cammini dritto e sei in spiaggia. D’estate è fantastico”.
Riuscite a immaginarvelo? Io sì.

THE MAKING OF

Lo scorso 30 settembre stavo per andare a Francoforte per partecipare alla session di creazione dei suoni con cui poi Matthew Herbert avrebbe composto l’album One Club, che insieme a One One e One Pig fa parte della nuova trilogia. Alla fine qualche casino dell’ultima ora mi impedì di partire. Peccato. Quattro anni fa invece riuscii a contribuire al suo album Scale. L’anta scorrevole del mobile di fianco alla mia scrivania arrivava a fine corsa con un suono metallico particolare e unico, come quelli che cerca lui. Chiamai il numero che era sulla newsletter, partì la segreteria e io feci partire l’anta: klung! Che soddisfazione. (Mi piace pensare che il “mio” suono sia finito nella canzone intitolata Harmonise, ma non ne avrò mai la certezza). Anni prima lasciai cadere la guida del telefono di Torino sul pavimento del mio studio e registrai quel suono, come Herbert aveva chiesto a un po’ di amici sparsi qua e là nel mondo, ma glielo spedii in ritardo e mancai la selezione per Goodbye Swingtime.
È difficile non rispondere agli appelli di Herbert dopo che l’hai visto manipolare il suono in diretta, durante i suoi concerti. La magia che vivi in quel momento è percepibile in modo travolgente, diventa l’Esperienza Sonora, e ti rendi conto di dove il suono può portare la nostra immaginazione e viceversa.
La prima volta è stato al Sónar de día, dieci anni fa. Herbert campionava suoni dalle cannucce e lattine che la gente gli dava e dopo qualche secondo quei suoni erano diventati house vellutata e sognante. Poi l’ho sentito campionare suoni mentre prendeva a martellate un televisore, strappava giornali, o mentre chiedeva al pubblico di cantare un la all’unisono.
La registrazione dei suoni per un nuovo disco per Herbert è sempre un’impresa grandiosa, spesso divertente, a volte snervante. Per questo è entusiasmante l’idea di potergli dare una mano, di poter contribuire anche minimamente alle sue alchimie, alla sua sperimentazione, alla sua ricerca.

IL CANTO DI PROTESTA

Due cose spiccano in One One, il nuovo disco di Matthew Herbert, ed è come se una bilanciasse l’altra. La prima è che Matthew oltre a suonare tutto ciò che c’è sul disco (“una parte dell’esercizio era proprio creare una musica in cui avevo il controllo di tutto”) canta anche. Tutte le canzoni, da solo. La seconda è che sembra essere il suo disco più “normale” e contemporaneo, proprio per gli strumenti usati: chitarre, basso, batteria, tastiere e voce. “La mia musica è talmente ossessionata dal suono, dal contesto e dalle questioni politiche, che è molto difficile ricondurla a qualche genere. Ma questo disco è di sicuro il più convenzionale e tradizionale che abbia mai fatto. Cantare è forse il modo in cui mi sono assunto qualche rischio, perché sapevo che era una cosa su cui mi sentivo poco sicuro. Sul mio cellulare ho il numero del miglior cantante inglese, avrei potuto chiamarlo e chiedergli di cantare, ma ho voluto farlo io. È stato più difficile, ma almeno è più onesto”.
L’onestà intellettuale e musicale non è mai stata in discussione, con Herbert. Ma questo era il tassello mancante. La potenza emotiva e l’immediatezza del canto. Per ogni folksinger, come Herbert spesso risulta leggendo i suoi testi, il canto convoglia il proprio sentire, unico, inimitabile. E per Herbert, proprio come all’epoca dei folksinger (penso al Phil Ochs di All the News that’s Fit to Sing), è dalla consapevolezza della realtà fasulla che scaturisce il bisogno di esprimere ciò che si prova, ed è così che la musica diventa una forma di protesta. “È difficile tornare a essere di nuovo ingenui, come bambini innocenti, quando hai scoperto cosa c’è dietro. Ciò che va cambiato è il sistema, perché non è sostenibile. Continuiamo a consumare di più di quanto dovremmo e a consumare le cose sbagliate. Il sistema è progettato per replicarsi da solo e si basa su una sorta di trucco poetico: farci sentire insoddisfatti della nostra vita e allo stesso tempo illuderci di fare delle scelte autentiche e personali. La forma di capitalismo che regna è molto violenta e non funziona. C’è bisogno di un sistema nuovo, basato sulle risorse, un sistema che riveli il costo reale di ogni cosa. Bisogna cambiare. Se non cambieremo noi, lo farà il mondo”.

IL SUONO È IL LUOGO INESPLORATO

Nel 2000 Herbert scrisse il suo Personal Contract for the Composition of Music “con l’obiettivo, la necessità e il desiderio di essere tutte le volte originale”. Da allora è sempre rimasto fedele a questo contratto con sé stesso. La prima regola la dice lunga: “L’uso di suoni che già esistono non è consentito”. E poi: vietato campionare la musica degli altri (e ci mancherebbe), vietato replicare gli strumenti acustici se esiste la possibilità economica e fisica di usare quelli veri, vietato azzerare i livelli del mixer prima di registrare una nuova traccia, vietato troncare la fine dei campionamenti, perché proprio in essi sta l’unicità del campione. Al contrario, componendo va data priorità massima non solo a ciò che viene comunemente considerato rumore, ma anche agli “incidenti”, ovvero a tutto ciò che si manifesta in modo inaspettato durante la registrazione. (Kundera direbbe al “caso”, per dividerlo poi in varie sfumature di significato, a seconda di come questo delinea gli episodi della nostra vita). Non è un caso, allora, che la sua etichetta discografica si chiami Accidental Records.
Anche in questo nuovo disco c’è stato qualcosa di inaspettato che ha avuto un ruolo decisivo. “Quando mi sento in un vicolo cieco, cerco qualcosa che possa rompere gli schemi e farmi andare avanti. È una cosa che faccio sempre, in studio. Vado a mettermi un vestito elegante, oppure spalanco la finestra, accendo l’incenso, registro alle tre di mattina… In questo caso è stato cambiare microfono. Ho scelto un enorme microfono russo a valvole, grande come una bottiglia di vino, lo dovevo tenere con due mani. Usarlo ha cambiato tutto”.
Per anni il lavoro di Herbert si è concentrato sul “found sound”: suoni trovati, inaspettati, prima nascosti e poi rivelati dalla magia del comporre e dagli incidenti di percorso. “Ora questo concetto non è più appropriato. Il mio lavoro non consiste più nel ‘cercare’ suoni, ma nel registrare suoni specifici. Non mi interessa più il suono di una qualsiasi porta che si chiude. Mi interessa il suono della porta al numero 10 di Downing Street”.

In una recente intervista al Guardian, Herbert ha dichiarato: “Sento che il suono è il luogo veramente inesplorato. Questo è un po’ il brief che do a me stesso”. Allora gli chiedo: se hai un brief devi avere anche una mission. Matthew ride, ci pensa su, esita a rispondere. Forse all’ultima domanda l’ho colto impreparato. Incalzo: se il suono è messo in moto dall’immaginazione verso luoghi in cui nessuno si è mai spinto, qual è in sostanza la missione definitiva di Matthew Herbert? “Credo che la missione sia cambiare la nostra comprensione del suono, la nostra relazione con esso. Di conseguenza cambiare ciò che pensiamo della musica, e grazie a questo, si spera, cambiare il mondo”. Ride di nuovo, quasi imbarazzato, come se sentisse l’ingenuità della sua affermazione ma anche il peso di questo fardello. “Nel mio lavoro, grazie al suono ho potuto arrivare a nuovi livelli di coscienza, a livelli differenti di percezione. Sono ancora lontano dall’aver raggiunto il mio obiettivo, ma sono sicuro che la mia missione sia spingere in questa direzione e infrangere tutti i pregiudizi che abbiamo sul suono”. Per questo noi ti seguiamo, caro Matthew.

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