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Edicola – “Rolling Stone” #80, giugno 2010: “Iggy Pop” 01/06/2010

Posted by Antonio Genna in Musica, Rolling Stone.
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Rolling StoneDi seguito ecco la copertina ed un estratto di un servizio del numero 80 – Giugno 2010 del mensile di musica, spettacolo ed attualità “Rolling Stone”, edito da Editrice Quadratum, in vendita in edicola da qualche giorno al prezzo di 3,20 €.

Nel numero 80 di Rolling Stone in edicola la copertina è dedicata all’Iguana più famosa del rock, tettuta, bionda e dai capelli lunghi, quell’Iggy Pop che ha attraversato tutte le esperienze possibili rimanendo intatto. O quasi. Iggy torna con gli Stooges e rifà  dal vivo Raw Power (anche in Italia), 37 anni dopo la sua pubblicazione. «Mai sentito meglio», dice lui. E c’è da credergli.

A seguire, un estratto da uno dei servizi di questo numero.

Joanna Newsom: Il genio tenero

Suona l’arpa e sfida il pubblico con canzoni complicate. Con la sua musica, la cantautrice dall’hinterland californiano sovverte tutte le leggi del pop. E con lo stravagante nuovo album è diventata una star

Di Maik Brüggemeyer

È mezzanotte passata quando Joanna Newsom scende dal palco del Paramount Theatre a Wellington, Nuova Zelanda. Ha suonato quindici brani, quasi tutti sedendo dietro ad un’enorme, pesante arpa. Brani lunghi dieci minuti se non di più, con infiniti cambi di ritmo e tonalità, sui quali canta testi che a trascriverli richiederebbero due fitte pagine A4. Non è proprio normalissimo pop. Eppure il pubblico saluta pezzi come i dodici minuti di Emily, scritto dalla cantautrice ventottenne su sua sorella che fa l’astrofisico, con lo stesso tipo di esplosivo applauso a scena aperta che ci si aspetterebbe quando Robbie Williams intona Feel in mezzo a un’orda di signore non giovanissime. Un fenomeno degno di nota in un’era in cui l’attention span delle persone diminuisce sempre di più, cade a livelli da sms. E comunque, no: non esiste una spiegazione concentrabile in 160 righe.
Hanno detto di Joanna Newsom che è un elfo o una fata, l’hanno paragonata a cantautrici quasi dimenticate come Judee Sill o Karen Dalton. A quanto pare non esistono paragoni nel presente. Al giorno d’oggi, se su un palco c’è una cosa alta un metro e ottanta e che pesa quaranta chili, è una top model, non certo un’arpa dietro la quale si siede una dolce fanciulla bionda hippy, che racconta storie in versi di creature celesti, scimmiotte e orsetti. E che succede alle persone di Wellington? Che succede alle persone di Tokyo, Londra, New York o Monaco, che hanno la stessa reazione quando Joanna tocca le corde?
“Oh, il pubblico di stasera è stato molto caldo, proprio carini”, dice Newsom per tentare di minimizzare l’entusiasmo nei suoi confronti. “Ma forse anch’io proietto il mio umore personale sulla sala”. Indubbiamente Joanna Newsom è, per dirlo come direbbe lei, molto dolce e molto tenera a concederci un’intervista a quest’ora di notte. Non ha neanche avuto ancora il tempo di togliersi il vestitino estivo verde che aveva sul palco per indossare qualcosa di più adatto al freddo e alla pioggia neozelandesi. Non sembra né snervata né stanca dopo le due lunghe ore sotto i riflettori. Forse perché è più sollevata dell’accoglienza che hanno ricevuto i tanti brani nuovi che ha suonato questa sera. “Naturalmente si sente come l’energia della sala aumenti molto quando suono le canzoni più note. Ma considerando che il disco non è neanche uscito, dire che anche le cose nuove li hanno piuttosto… incantati”.
Ride a voce alta di tutta l’entusiasmo, poi diventa silenziosa, sussurra in modo confidenziale, come nell’ultima canzone della serata, un dialogo con una neonata chiamata Esmè, che deve averle fatto ricordare J.D. Salinger (scomparso pochi giorni prima) e il suo racconto For Esmé. With Love And Squalor. Sono racconti che da teenager ha divorato, ma anche oggi sono un’influenza notevole. “A causa dei miei testi la gente mi crede esperta di poesia contemporanea, ma non è così. A dire il vero è anche un po’ imbarazzante. La prosa è più nelle mie corde, racconti e romanzi. Se si guardano in dettaglio i miei testi si vede come le singole righe sono composte in prosa, non in poesia”. Ma non è soddisfattissima di questa risposta, e prosegue: “L’unica poesia nella quale mi riconosco un po’ è quella antica: i sonetti di Shakespeare, Petrarca, storie scritte per bambini o almeno dirette a loro. A casa avevamo un grosso volume di poesia edito dalla Random House e mio padre me le leggeva quando ero piccola”. Dice di avere imparato a memoria la sua prima poesia a tre o quattro anni: “I have eaten/ the plums/ that were in/ the icebox// And which/ you were probably/ saving for breakfast// Forgive me/ they were delicious/ so sweet/ and so cold … Bella vero? È di William Carlos Williams. Più tardi ho letto tutto ciò che ha scritto”.

Non fatichiamo a crederlo. Già nel primo album The Milk-Eyed Mender del 2004 si ritrova un debole eco di quei versi, e non mancano altri paralleli tra il lavoro del grande WCW e l’opera ancora agli inizi della Newsom. Negli anni Cinquanta Williams pubblica un poema in cinque volumi nel quale allaccia urbanità e identità: ha il nome di una città, Paterson. L’ultimo album di Joanna Newsom, nella quale inserisce esperienze che hanno inciso sulla sua vita in cinque epici poemi cantati, ha anch’esso il nome di una città: Ys, la mitica città sommersa della costa bretone.
Williams era ormai vecchio e malato quando creò Paterson a coronazione del suo lavoro. Newsom è invece all’inizio della carriera quando pubblica Ys del 2006, a soli 24 anni, un’età fantastica per fare del pop: Brian Wilson aveva 24 anni all’epoca di Pet Sounds, Paul McCartney li aveva quando è uscito Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e Kurt Cobain ha pubblicato Nevermind a 24 anni. Ys fa parte di questi grandi dischi? Di sicuro per quanto riguarda ambizione, coraggio e originalità. La fabbrica dei sogni per uomini che è il pop continua ancora oggi a fare resistenza quando una donna viene sospettata di genialità. Ys è un album molto femminile e sensibile: niente rock, niente roll, niente autocommiserazione.
I cinque brani cantati con accompagnamento di arpa poliritmica sono disseminati di referenze letterarie, gli arrangiamenti sono di Van Dyke Parks (collaboratore dei Beach Boys ed eroe dell’idiosincrasia all-American), che ha anche diretto l’orchestra da 29 elementi. Hanno partecipato alle registrazioni anche il produttore Steve Albini (che negli anni Novanta ha deciso quasi da solo il suono dell’America alternativa), l’avanguardista pop Jim O’Rourke e l’ex compagno della Newsom, il cantautore Bill Callahan alias Smog. Tutti uomini per i quali si è spesso sentito l’aggettivo “geniale”.
Non male per un’arpista relativamente sconosciuta che viene dall’interno della California. La cantante con l’ingenuo stupore nella voce, lo sguardo sognante e la risata da bambina sapeva esattamente cosa voleva e non si è tirata indietro neanche quando si è trattato di criticare il lavoro dei suoi celebri collaboratori. Il che è notevole almeno quanto il suo insolito aspetto. È arrivata dal niente, ha conquistato tutti quegli artisti che vengono celebrati come eroi in riviste come questa che state leggendo, e ha seguito ostinatamente le sue visioni – apparentemente immuni dallo Zeitgeist, dalle grandi leggi del pop o da problemi eminentemente pratici come il budget limitato di una piccola etichetta per le registrazioni di un album decisamente troppo stravagante per poter vendere molto. Ma chi l’ha seguita nel suo percorso, chi si è lasciato affascinare da queste complicate immagini in musica, è stato ricompensato con splendide immagini, storie affascinanti e questo momento pop che appare a un certo punto e ci rende in qualche modo misterioso quasi dipendenti dalle cinque canzoni e dalle dozzine di melodie di Ys. “I confini e i limiti non mi interessano se ho una storia da raccontare”, afferma convinta la Newsom.

È stata on tour per un anno portando le canzoni di Ys in tutto il mondo. Quando finalmente è tornata a casa nella Grass Valley californiana del Nevada, c’era una domanda ad aspettarla: e adesso? Le aspettative di fan e critici erano enormi, ma ancora più pesanti erano le aspettative che lei stessa si creava come artista.
Diventa pensierosa, quando parla di questo periodo, e si rannuvola: “Ho sentito una notevole pressione, ma non da parte di persone precise: era più una pressione fisica. Veniva dal lavoro che avevo appena finito. Era come se l’ossigeno creativo fosse stato succhiato via dall’aria intorno a me. Non ho trovato un filo da poter seguire, e quando in qualche modo l’ho trovato, mi ci è voluto abbastanza tempo per districarlo. Non so ancora con certezza perché ho inciampato tanto mentre scrivevo questo disco. Non so quali oscuri poteri mi ostacolassero dal fare il mio lavoro”.
Ha scritto canzone su canzone senza sapere esattamente come organizzare tutto il materiale. Qual era il tema che riuniva questi pezzi? La struttura? La forma? “Non ero neanche sicura se fosse un album, o due, o persino tre”, racconta. “Fino all’inizio delle registrazioni ho cambiato continuamente la sequenza dei brani, e quando finalmente ho trovato un arco narrativo, tutto ha improvvisamente acquistato un significato. Non poteva che essere un album triplo”.
L’ambizione di certo non le manca. Tutto il mondo parla della fine dell’oggetto “album”, e lei ne fa uno triplo. Nessun artista è mai riuscito a convincere così sulle lunghe distanze: persino il classico All Things Must Pass di George Harrison avrebbe potuto essere un disco in meno senza perderci molto, per non parlare poi di Sandinista! dei Clash. L’album triplo di Joanna Newsom Have One On Me non ha invece una parola o una nota di troppo. Tutto ha il suo posto in questa grande storia.
L’album inizia con due innamorati a letto, intimamente abbracciati, con un mondo ostile a minacciarli dall’esterno. Come un fil rouge iniziano quindi a susseguirsi opposti come dentro/fuori, insieme/soli, nascita/morte, Oriente/Occidente ed altri, che nel corso dei testi dell’album passano da un estremo all’altro. Due ore dopo, Have One On Me finisce con un letto vuoto, la coppia si è divisa, lei è andata via. “And everywhere I tried to love you/ Is yours again/ And only yours”.
Accanto a questo arco narrativo l’album possiede anche una finissima struttura musicale. Ciascuno dei tre dischi ha un proprio colore musicale, le canzoni sul lato A e sul lato B sono ordinate secondo una propria logica interna. La cosa che più colpisce non è però la forma audace, alla quale hanno contribuito ampiamente anche l’arrangiatore Ryan Francesconi e i produttori Noah Georgeson e Jim O’Rourke, o la fitta narrativa, ma la voce della Newsom. In The Milk-Eyed Mender è ancora un infantile squittio tremolante, intollerabile all’orecchio di molti, ma è più varia e controllata in Ys, nel quale ha controllo sulle ombre e gli umori che ci fanno tremare e ci rendono stonati dall’incanto e dalle emozioni e lasciano con gli occhi lucidi.
“Mi sono semplicemente esercitata sul palco”, spiega la Newsom, e ride come ha cantato fino a poco fa: senza preoccupazione alcuna per i timpani di chi ascolta. “Parlando seriamente: di sicuro mi hanno aiutata i tanti concerti. Il corpo sa come proteggersi, e una buona tecnica di canto protegge la voce. Dopo l’ultima lunga tournèe mi sono venuti dei nodi alle corde vocali e ho dovuto fare due mesi di pausa, ricominciando poi quasi da zero. Per la prima volta ho trattato la mia voce con il rispetto che merita”. Ci riflette un attimo. “Proprio strano, vero? Non mi avvicinerei mai alla mia arpa strimpellando senza un ragionevole livello tecnico: ci si può seriamente fare male. Eppure non mi sono preoccupata assolutamente della voce. Non ho mai studiato canto e mi sono avvicinata al cantare in modo inconscio e istintivo, ma ora sono cosciente della mia voce e sento come vive nella mia gola e in tutto il torace. Il canto ha acquistato per me una dimensione corporea che prima non possedeva”.
Sembra quasi che il controllo sulla voce recentemente acquisito l’abbia liberata come cantautrice. L’opulenza di Ys ha dato spazio a una funzionalità musicale, l’esoterismo e la mistica dei primi album sono stati sostituiti da una lingua chiara e diretta. Invece di ricoprire la musica di una fitta tessitura lirica di simboli e allusioni, lascia spazio alle mezze tinte e affida il canto alle sfumature e ai fraseggi. “Direi che le canzoni sono molto più fisiche di prima”, tenta di spiegare. “Sono meno astratte, meno cerebrali, hanno più presa sul mondo materiale. Quindi era logico che dovessi adattare il mio modo di cantare a questi temi”.
Quello che Newsom chiama “fisico” si potrebbe anche definire con una certa cognizione di causa “autobiografico”. Perché sono gli eventi personali degli ultimi anni, vissuti sulla pelle e nella mente, a ritornare nei brani dell’album: i lunghi viaggi, la mancanza di una vera casa, la stanchezza dopo il tour, le relazioni con Bill Callahan e con l’attore del Saturday Night Live Andy Samberg e non ultimo il suo ruolo di musicista donna in un mondo pop dominato dagli uomini.
I temi non sono così lontani da Joni Mitchell e dai suoi album degli anni Settanta incentrati sul femminismo e sul prezzo della fama. Non può essere una coincidenza che Newsom abbia registrato le canzoni di Have One On Me a Laurel Canyon, la colonia di artisti californiana della quale Joni Mitchell è stata una famosa residente in mezzo a tantissime rockstar di sesso maschile. “Quel posto ha un’aura speciale”, ci spiega. “Per l’atmosfera dell’album è stato molto utile sedermi lì a Laurel Canyon e guardare il paesaggio attraverso le enormi finestre. Naturalmente ero cosciente della vicinanza fisica e tematica a Joni Mitchell, anche se a dire il vero l’album presenta anche altre grandi figure femminili”.
Ad esempio la danzatrice e femme fatale irlandese Lola Montez, dai fianchi sinuosi che nel diciannovesimo secolo fecero perdere la testa al re Ludovico I di Baviera, al compositore Franz Liszt e a tutti e due gli Alexandre Dumas, vecchio e giovane. Newsom le dedica la canzone che dà il titolo all’album. “Già da bambina ho sempre sentito un legame con lei, perché ha vissuto qualche anno nella cittadina dove sono cresciuta. Mentre scrivevo mi sono accorta che molti temi e atmosfere del nuovo disco sembrano orbitare intorno alle domande centrali della sua vita, ad esempio l’idea di quanto cambi il concetto di casa per qualcuno che è eternamente in viaggio, in particolare per una donna. Mi interessava il modo in cui queste domande si riallacciavano all’immagine pubblica di Lola Montez: tentatrice, amata, dominatrice… le sue storie d’amore mi hanno sempre interessata, o meglio, le storie dei suoi amori, quella triste parata di amanti. Ci sono paralleli con molti brani dell’album”.
È questa la dialettica di Have One On Me. Da una parte racconta la storia di un’artista infaticabile e motivata, ma allo stesso tempo evoca l’idilliaca California che ha il significato di “casa” sia per la Newsom sia per la Montez. Una delle canzoni chiave dell’album è la complessa dichiarazione d’amore alla tua terra, In California, ricchissima di riferimenti musicali a compositori classici dei western americani come Henry Cowell, Harry Partch, il jazzista della West Coast Jimmy Giuffre e più di tutti Aaron Copland, che pur essendo cresciuto a Brooklyn scriveva musica in onore al selvaggio West, ai saloon messicani e ai rodeo. “Queste composizioni rappresentano per me l’idea della topografia del West”, spiega la Newsom. “Non solo all’epoca dei pionieri, delle carovane che vanno a Ovest, quelle immagini di conquista dell’ultima frontiera che sono quasi propagandistiche. Sono riferimenti che si ascoltano in alcuni brani dell’album”. Seguendo la struttura dialettica dell’album, in alcuni punti la musica del selvaggio West ha collegamenti con quella che sembra musica pentatonica asiatica. Perché niente è mai fermo in Have One On Me.
Anche Joanna Newsom domani deve proseguire, va ad Auckland, dopo ha un tour in Giappone. Nel frattempo il bicchiere di vino rosso che ama bere dopo lo show se il giorno dopo non deve lavorare è vuoto. È l’una passata, ora di andare a letto. Dall’altra parte del mondo, nella Grass Valley che dorme, tra poco albeggerà il mattino del giorno che qui è appena finito.

Commenti»

1. vivacruz - 03/06/2010

non ci vuole molto a suonare Raw Power meglio del disco (l’edizione Legacy ha un suono orripilante, Iggy ha rovinato un disco storico..)


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