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Edicola – “Rolling Stone” #81, luglio 2010: “Pearl Jam” 01/07/2010

Posted by Antonio Genna in Musica, Rolling Stone.
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Rolling StoneDi seguito ecco la copertina ed un estratto di due servizi del numero 81 – Luglio 2010 del mensile di musica, spettacolo ed attualità “Rolling Stone”, edito da Editrice Quadratum, in vendita in edicola da qualche giorno al prezzo di 3,20 €.

A seguire, un estratto da uno dei servizi di questo numero.

Polvere bianca, marea nera

Festini a base di cocaina e sesso, mazzette, false certificazioni: dietro alla catastrofe ambientale del Golfo c’è una storia di corruzione. Protagonista l’agenzia federale Mms. E Obama? Non esattamente senza macchia

Di Tim Dickinson

A più di un mese dal peggiore disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti, il 27 maggio Barack Obama ha tenuto una conferenza stampa alla Casa Bianca. L’amministrazione aveva sostenuto per settimane che la responsabilità della catastrofica fuoriuscita di petrolio nel Golfo e dei fallimentari tentativi per arrestarla era soltanto della BP.
“Hanno le competenze tecniche per tappare il buco”, aveva detto solo sei giorni prima il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs. “È loro la responsabilità”. Il presidente, aveva aggiunto Gibbs, non ha l’autorità per svolgere un ruolo diverso da quello di supervisore – una argomentazione curiosa da parte di una amministrazione che si è riservata il diritto di uccidere cittadini americani all’estero e ha nazionalizzato gran parte della industria automobilistica.
“Se la BP non fosse in grado di assolvere al compito potrebbe assumerselo l’autorità federale?”, ha chiesto un giornalista. “No”, ha risposto Gibbs.
Adesso, però, il presidente prendeva d’improvviso il comando delle operazioni per affrontare il disastro petrolifero.
“Nel caso vi chiediate chi sia il responsabile, sono io. È mio compito assicurarmi che sia fatta ogni cosa per chiudere questa falla”. Contrito, riconosceva che la sua amministrazione non era riuscita a riformare adeguatamente il Minerals management service (Mms), la corrotta agenzia federale che per anni ha consentito all’industria del petrolio di autoregolarsi.
Obama ammetteva di avere concesso eccessiva fiducia ai giganti del petrolio: “Mi sbagliavo quando credevo che le compagnie petrolifere avrebbero collaborato in caso di emergenza”.
Ha nominato una commissione presidenziale per indagare sul disastro, ha chiesto e ottenuto le dimissioni del capo del Mms e prorogato una moratoria sulle nuove perforazioni in acque profonde.
“Sono il presidente e la responsabilità finale è mia”, ha ribadito Obama il giorno dopo sulla costa della Louisiana ormai raggiunta dalla marea nera. Poi, rivolgendosi alla popolazione ha detto: “Non verrete abbandonati, non vi lasceremo soli”.
Come gli attacchi di Al-Qaeda, anche il disastro del Golfo è stato preceduto da molti segnali ignorati dall’amministrazione. Invece di imprimere un giro di vite al Mms, come aveva promesso in campagna elettorale, Obama ha lasciato al loro posto molti dei funzionari responsabili della corruzione che regna nell’agenzia. Ha consentito che approvassero le pericolose operazioni di perforazione della BP – la compagnia petrolifera con il record negativo di misure di sicurezza – praticamente senza alcuna misura di salvaguardia ambientale, sfruttando regolamenti a favore dell’industria approvati negli anni dell’amministrazione Bush.
È forte la tentazione di credere che la fuoriuscita di petrolio nel Golfo, come tanti disastri ereditati da Obama, sia colpa del petroliere del Texas che lo ha preceduto alla Casa Bianca. Ma sebbene George W. Bush abbia favorito la catastrofe, è stato Obama a dare il via libera alle trivellazioni della BP.
“La responsabilità del disastro è di Bush”, dice Darrell Issa, un repubblicano della California. “Ma dopo più di un anno di lavoro, anche del segretario agli Interni di Obama, Ken Salazar “.
Duranti gli anni dell’amministrazione Bush, il Minerals management service, l’agenzia del dipartimento degli Interni incaricata di sorvegliare le trivellazioni in mare aperto, si è trasformata in una vera e propria organizzazione criminale. Secondo quanto riferito dall’ispettore generale degli Interni, lo staff della Mms andava letteralmente e metaforicamente a letto con l’industria petrolifera. I membri dello staff dell’agenzia non soltanto partecipavano negli chalet aziendali a festini a base di coca assieme a dipendenti dell’industria ma avevano anche rapporti sessuali con funzionari delle compagnie petrolifere. E a farne le spese in questo caso erano i contribuenti americani e l’ambiente. In cambio di ricompense in denaro i manager della Mms mettevano la firma su rischiosi contratti di locazione in mare aperto, i revisori non indagavano e gli addetti alla sicurezza consentivano alle compagnie petrolifere di compilare da sé i rapporti d’ispezione.
“In questi anni sono state le compagnie petrolifere a gestire il Minerals management service”, ha dichiarato l’anno scorso a Rolling Stone Bobby Maxwell, ex revisore dei conti dell’agenzia. “Ottenevano tutto quello che volevano”.
Lo stesso Salazar si è impegnato a promuovere l’idea che la colpa della catastrofe fosse della “precedente amministrazione”. In realtà, l’amministrazione Obama era fin dall’inizio pienamente consapevole della necessità di arrestare la decadenza del Minerals management service, la causa principale del disastro nel Golfo. Obama aveva infatti espressamente incaricato Salazar – il suo “grande” e “caro” amico – di “dare una rinfrescata”. Per troppo tempo, aveva dichiarato Obama, il dipartimento degli Interni “è stato considerato una appendice di interessi commerciali”, invece che una istituzione al servizio del popolo. “Con Ken Salazar le cose cambieranno”.
Salazar, entrato in carica nel gennaio 2009 promettendo di ripristinare il “rispetto per l’integrità scientifica del dipartimento”, si era immediatamente recato presso il quartier generale del Mms, a Denver, rifilando una strigliata allo staff per il “palese e criminale conflitto di interessi e la violazione delle norme” che rappresentavano “uno dei peggiori esempi di corruzione e di abuso governativi”. E promettendo di “introdurre riforme”, Salazar aveva dichiarato: “Il Minerals management service diventerà il difensore del contribuente. Voi farete rispettare le regole del gioco”. In divisa d’ordinanza, cappello stetson, stivali di pelle e il laccio “bolo” con borchia d’argento al collo, aveva audacemente proclamato: “C’è un nuovo sceriffo in città”.

Le prime mosse di Salazar hanno certamente dato l’impressione che credesse a quello che aveva detto. A pochi giorni dal suo insediamento ha ricusato il piano dell’amministrazione Bush di allargamento delle trivellazioni in mare aperto– in Alaska, nel Golfo, e lungo la costa atlantica e pacifica. La proposta del segretario agli Interni era stata pubblicata nel Federal Register alla mezzanotte del giorno in cui Bush aveva lasciato la Casa Bianca. Salazar denunciava il piano dell’ex presidente definendolo “una precipitosa corsa della peggior specie” e dicendo che avrebbe scatenato “un processo truccato per forzare decisioni affrettate sulla base di pessime informazioni”.
Salazar si è tuttavia dimostrato di gran lunga meno aggressivo quando si è trattato di mantenere la promessa di sistemare le cose alla Mms. Nonostante abbia criticato l’azione di “alcune mele marce” nell’agenzia, ha lasciato in carica i vecchi lacchè al servizio dell’industria petrolifera.
“Le persone eticamente compromesse sono i manager in carriera, quelle cresciute all’interno”, dice un biologo marino che ha lasciato l’agenzia a causa delle manomissioni alla scienza operate dagli alti funzionari. “Se volevi far carriera al Minerals management service dovevi investire nella cultura dello sviluppo petrolifero”.
Uno dei manager dell’era Bush lasciato in carica da Salazar è John Goll, il direttore dell’agenzia per l’Alaska. Poco dopo che il segretario agli Interni aveva annunciato una riorganizzazione dell’agenzia in seguito al disastro del Golfo, Goll ha convocato una riunione del personale e servito una torta decorata con la scritta: “drill, baby, drill”, una citazione dell’esortazione di Sarah Palin a togliere i freni alla trivella. Salazar non era nemmeno riuscito a scacciare Chris Oyne, il funzionario del Mms protagonista di uno scandalo multimiliardario che l’ispettore generale agli Interni aveva definito “uno sbalorditivo esempio di pastrocchio burocratico”.
Il disastro della Horizon è, in sostanza, il racconto di due mancate prevenzioni: una meccanica, una regolamentale. Quella regolamentale aveva fallito molto tempo prima che la BP cominciasse le trivellazioni dal momento che Salazar aveva lasciato in vigore le linee guida ambientali volute dalla amministrazione Bush per favorire l’industria petrolifera.
Il Minerals management service aveva previsto gli scenari peggiori da oltre un decennio. Nel maggio 2000, una preveggente valutazione ambientale avvertiva che la trivellazione in acque profonde nel Golfo ” potrebbe essere complicata dalla possibilità di fuoriuscite di magnitudine elevata”.
Lo stesso mese, un documento di ricerca della Mms sviluppato assieme alle compagnie incaricate delle trivellazioni in acque profonde – tra cui la società allora conosciuta come BP Amoco – avvertiva che una tale fuoriuscita avrebbe potuto significare la fine delle operazioni offshore. L’industria “potrebbe non potersi permettere una eruzione in acque profonde”, avvertiva il documento, aggiungendo che “nessuna compagnia ha la soluzione” in caso di catastrofe simile. “Il vero test avverrà se e quando si verificherà una eruzione”.
Ma invece di prendere in considerazione questi avvertimenti, il Minerals management service ha semplicemente dato per scontato che una tale fuoriuscita non avrebbe potuto verificarsi.
L’assurda politica della Bp è più che mai evidente nella domanda per le operazioni di trivellazione del pozzo della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, depositata solo due mesi dopo l’elezione di Obama. In quel documento la BP sostiene che una fuoriuscita è “improbabile” e afferma che non è previsto “nessun impatto negativo” per la fauna selvatica in via di estinzione o per la pesca. In caso di fuoriuscita, si dichiara, le spiagge della regione e le zone umide della costa non correranno nessun rischio. La società, dal momento che nella domanda non era richiesto, non presenta nessuno scenario di possibile eruzione e nessun piano specifico per rispondere a un eventuale sversamento. Cita invece un piano di intervento per l’intera regione del Golfo in caso di fuoriuscita di petrolio. Tra le specie sensibili di cui la BP ha previsto un piano di protezione nel clima subtropicale del Golfo ci sono “trichechi” e altri mammiferi d’acqua fredda, tra cui la lontra marina e l’otaria. L’errore sembra il risultato di uno scrupoloso lavoro di taglia e incolla dal piano di trivellazione della BP per l’Artico. Ancora peggio: Tra i “fornitori di primo equipaggiamento” per il “rapido dispiegamento di risorse antiversamento” la BP prevede inspiegabilmente l’indirizzo Web di uno home shopping network giapponese. I madornali errori dimostrano che il “piano” di 582 pagine è una scartoffia.
“Era chiaro che nessuno lo aveva letto”, ha detto Jeff Ruch, del gruppo civico Public employees for environmental responsibility.
“Questo piano di intervento non vale la carta su cui è scritto”, ha ribadito Rick Steiner, professore emerito di scienze marine dell’università dell’Alaska e veterano della battaglia contro il petrolio della Exxon Valdez. “Incredibilmente, questo voluminoso documento non illustra una sola volta come fermare una eruzione in acque profonde”.
Scienziati come Steiner hanno cercato di avvisare urgentemente Obama del marciume che regnava nel Minerals management service . “Ho parlato con il team di transizione”, dice Steiner. “Ho detto loro che il Mms era un disastro e aveva bisogno di essere seriamente riformata”.
Una ristrutturazione da cima a fondo del Minerals management service sarebbe toccata a Ken Salazar.
“Aveva pieni poteri per cambiare tutto quello che voleva”, dice il repubblicano Darrell Issa, critico di lunga data del Mms. “Non li ha usati”.
Nonostante Salazar sapesse che i rischi ambientali di trivellazione in mare aperto erano stati occultati dalla amministrazione Bush, non ha ordinato nuove valutazioni.
“Avrebbero potuto dire, “Non possiamo concludere che non ci saranno significativi impatti in caso di trivellazione fin quando non effettueremo un riesame””, ha dichiarato Brendan Cummings, del Centro per la diversità biologica. “Ma l’industria petrolifera avrebbe gridato allo scandalo. E quando l’industria petrolifera alza la voce Salazar mette la coda tra le gambe”.
Il 6 aprile dell’anno scorso, meno di un mese dopo la presentazione della domanda da parte della BP, il Minerals management service ha dato al gigante petrolifero il via libera per le trivellazioni nel Golfo senza effettuare una esauriente analisi ambientale. Il testo di approvazione non imponeva restrizioni alla compagnia limitandosi a dare un blando suggerimento che si sarebbe rivelato profetico: “Prestare attenzione durante la trivellazione a causa della presenza di gas in superficie”.
Ma la BP era l’ultima compagnia petrolifera al mondo a cui Salazar e il Mms avrebbero dovuto consentire di autoregolarsi. L’azienda era stata coinvolta nei peggiori disastri petroliferi nella storia americana, a cominciare nel 1989 dalla Exxon Valdez. All’epoca la BP dirigeva il consorzio industriale che era goffamente intervenuto nelle operazioni di pulitura e di copertura del pozzo durante le prime ore fatidiche della fuoriuscita quando si era verificato il danno peggiore. La Exxon aveva rapidamente riconosciuto quello che sembra ancora sfuggire all’amministrazione Obama, rinunciando rapidamente ai servizi della BP e assumendo il controllo della marea.
Nel marzo 2006 la BP è stata responsabile della rottura del gasdotto Alaska e della dispersione del greggio nella Prudhoe Bay – all’epoca si trattava del secondo sversamento per grandezza dopo il disastro della Valdez. I ricercatori avevano stabilito che la BP aveva ripetutamente ignorato gli avvertimenti di corrosione dovuti a un taglio draconiano dei costi. La compagnia se l’era cavata a buon mercato: mentre la Environmental protection agency (Epa) raccomandava di punire l’azienda con oltre 672 milioni dollari in multa, l’amministrazione Bush si accontentava di appena 20 milioni. E la BP prendeva scorciatoie anche a scapito dei propri lavoratori. Le indagini successive all’incidente del 2005 in cui erano morti 15 operai e 170 erano rimasti feriti a causa dell’esplosione di una cisterna di benzina in una raffineria in Texas avevano riscontrato una grave violazione delle procedure di sicurezza da parte della società.
E mentre la BP prendeva scorciatoie, l’amministrazione Obama progettava la più grande espansione delle trivellazioni in mare aperto da mezzo secolo a questa parte. Nonostante in campagna elettorale Obama avesse sottolineato che le perforazioni offshore “non cambieranno di una virgola il prezzo del gas né serviranno a farci vincere la sfida a lungo termine della indipendenza energetica”, una volta in carica si è inchinato alla politica del “drill, baby, drill”.
Nella speranza di usare il petrolio come merce di scambio per ottenere voti al Congresso a favore della legislazione sul clima, Obama ha sostenuto nuove trivellazioni in mare aperto nell’Artico, nella costa sudorientale e nelle acque del Golfo, più che mai vicine alla Florida, ignorando le indicazioni degli esperti della sua amministrazione che ritenevano il piano pericoloso in quanto sottovalutava drammaticamente il rischio di una fuoriuscita di petrolio. Alcuni scienziati avevano fatto pervenire a Salazar una petizione in cui si chiedeva di esentare l’Artico da trivellazioni fin quando non fossero stati condotti nuovi studi scientifici.
Imperterriti, Obama e Salazar si sono presentati assieme il 31 marzo alla base dell’aeronautica militare degli Stati Uniti di Andrews per presentare il piano. La tecnica teatrale nel suo patriottismo militarista technicolor era degna di Karl Rove. Il podio del presidente era collocato di fronte alla cabina di pilotaggio di un F-18, affiancato da una enorme bandiera americana.
“Non siamo qui per fare ciò che è facile”, dichiarava Salazar, “ma ciò che è giusto”, insistendo che le sue riforme al Minerals management service cominciavano a dare i primi frutti: “stiamo prendendo decisioni basate su informazioni attendibili e validi fondamenti scientifici”.
Il presidente, dal canto suo, aveva lodato Salazar definendolo “uno dei migliori segretari degli Interni che abbiamo mai avuto” sottolineando che la sua amministrazione aveva studiato il piano di perforazione per più di un anno. “Questa non è una decisione che ho preso alla leggera”, aveva detto. E due giorni dopo offriva una ulteriore garanzia. “Ho saputo che oggi le piattaforme petrolifere sono tecnologicamente molto avanzate e non causano perdite”.
Diciotto giorni dopo, alla vigilia del 40° anniversario della Giornata della terra, la Deepwater Horizon esplodeva come una bomba riducendo in cenere undici operai. E c’è voluta un’intera settimana prima che il governo si mobilitasse – un ritardo che ha consentito alla crisi di avvolgersi a spirale. Invece di prendere in mano le redini della situazione l’amministrazione Obama si è ritagliata un ruolo di sostegno insistendo sul fatto che toccasse alla BP riparare al danno.
“Quando dice che è loro la responsabilità e che al governo spetta il ruolo di supervisore”, aveva chiesto il giornalista a Gibbs, “significa che in ultima analisi il governo è responsabile delle operazioni di pulitura?”.
“No, il responsabile è la BP”, aveva risposto senza esitazioni Gibbs.
Ma il National oil and hazardous substances pollution contingency plan, il piano federale che stabilisce le responsabilità di comando e controllo in caso di sversamento di petrolio, prescrive chiaramente che in caso di disastro grave l’incarico di porvi rimedio non può essere lasciato a una compagnia petrolifera. Il piano afferma chiaramente che il governo deve “dirigere tutte le iniziative federali, statali o private”, di pulitura “quando gli scarichi o la minaccia di scarichi metta a rischio la salute o il benessere dei cittadini”.
“Il governo deve essere responsabile”, spiega William Funk, professore di diritto ambientale e amministrativo al Lewis and Clark College e consulente del dipartimento di Giustizia.
Lasciare la responsabilità di tappare il pozzo alla BP, dice uno scienziato che ha collaborato con il governo, “è stato come chiedere a un ubriaco che ha causato un incidente di aiutare la polizia nell’indagine”.
L’amministrazione ha lasciato tranquillamente il destino del Golfo nelle mani di una organizzazione criminale recidiva dimostrandosi poco interessata ai crimini commessi a cominciare dalla esplosione della piattaforma. Il dipartimento di Giustizia ha impiegato oltre 40 giorni dalla morte degli undici lavoratori prima di annunciare che avrebbe aperto una indagine penale.
Saranno le coste del Golfo a pagare per decenni l’incapacità dell’amministrazione Obama di reprimere duramente la BP e di affrontare la crisi mettendo in campo la forza del governo federale. Il petrolio continua a ricoprire le coste di Louisiana, Alabama, Mississippi e Florida. Gli uccelli sono in pericolo, le loro uova e i nidi imbevuto di petrolio. L’industria della pesca della regione – una delle più importanti al mondo – è ferma. Le spiagge sono vuote e le città turistiche stanno morendo. I funzionari dell’amministrazione ora ammettono che il petrolio potrebbe continuare a sgorgare nel Golfo fino ad agosto, quando sarà ultimato lo scavo dei due pozzi di servizio che intercetteranno quello danneggiato facendone abbassare la pressione interna.
Il 14 maggio, due giorni dopo la diffusione del primo video del pozzo petrolifero, il governo ha permesso alla BP di usare un disperdente tossico vietato in Inghilterra – una pratica senza precedenti in mare aperto.
“Lo sforzo dovrebbe consistere in operazioni di recupero del petrolio e non nel renderle più difficili disperdendolo”, dice Sylvia Earle, una famoso oceanografo ed ex responsabile scientifico del National oceanic and atmospheric administration (Noaa), l’agenzia federale statunitense con cui ha collaborato ad affrontare la peggiore marea nera in assoluto, quella nel Golfo Persico dopo la prima guerra in Iraq.
In questo caso, dice, l’attacco chimico sembrava orientato “a salvare le apparenze piuttosto che a risolvere il problema”.
I critici del piano di perforazione dell’amministrazione temono che la decisione del presidente di rinviare la trivellazione nell’Artico e nominare una commissione di indagine sulla fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma della BP sia una tattica dilatoria il cui scopo è quello di contenere la rabbia della popolazione.
Il presidente Obama ha appoggiato l’allargamento delle perforazioni in mare aperto in parte per conquistare voti in favore della legislazione sul clima, bloccata al Senato. Il calcolo politico è comprensibile – il rischio di una fuoriuscita di petrolio contro la minaccia molto più grande del riscaldamento globale – ma alla fine il risultato ottenuto è un aggravamento della catastrofe ambientale.
Anche se il disegno di legge sul clima fosse infine approvato, il disastro nel Golfo sarà un ricordo durevole e orribile del prezzo che paghiamo per la nostra dipendenza dal petrolio. “È stato un patto con il diavolo”, dice Steiner. “E ora il diavolo gongola”.

A seguire, un’altra anticipazione del nuovo numero.

30 canzoni rock per salvare il pianeta

In 30 titoli, garantiti 100% bio, la play list ideale dell’I-Pod dei veri rockettari ecologici

Ecology Song

Stephen Stills – 1970
Una delle prime, se non addirittura la prima, canzone ad avere la parola ecologia nel titolo. Magnifica e visionaria, Stephen Stills denuncia il potere del denaro causa della rovina del pianeta.
Frase chiave: All of this crying/While the earth is dying/It’s a shock they won’t stop because of the money.

Mercy, Mercy Me (The Ecology Song)

Marvin Gaye – 1971
Suntuoso manifesto pacifista ed ecologista contenuto in What’s Going On, inno alla contrizione e grido d’allarme.
Frase chiave: Radiation under the ground and in the sky.

Last Great American Whale

Lou Reed – 1989
Potrebbe sembrare surreale che il cantore del wild side della vita abbia una spiccata coscienza ecologica. Ed invece arriva questa canzone anti-americana in omaggio all’ultima balena, il colmo per chi ama vivere a New York.
Frase chiave:Americans don’t care too much of anything/Land and water at least.

Song for a Dying Planet

Joe Walsh – 1992
Il chitarrista degli Eagles ha dedicato tutto un disco alla sopravvivenza del mondo azzurro, in cui si dice che chi non fa nulla è responsabile dei danni provocati alla Terra.
Frase chiave: We are living on a dying planet/Were killing everything that’s alive.

Kyoto Now!

Bad Religion – 2008
Un grido d’allarme che denuncia l’inerzia della più grande potenza del mondo che non aveva ancora ratificato il protocollo di Kyoto. Non sarà certo il recente fiasco di Copenaghen che aiuterà a cambiare la triste attualità di questo brano.
Frase chiave: We can’t do anything and think someone will make it right.

Nature’s Disappearing

John Mayall & The Bluesbreakers – 1970
Ecologista della prima ora John Mayall negli Anni Settanta denuncia ogni forma di distruzione del pianeta in un periodo in cui tutto, dai rasoi alle penne a sfera diventa usa & getta. Visionario.
Frase chiave: Aluminium, glass or plastic/Eternal waste that’s no destructible.

Il ragazzo della Via Gluck

Adriano Celentano – 1966
Presentata al Festival di Sannremo in coppia con Il Trio del Clan si classifica agli ultimi posti, non riuscendo a qualificarsi per la serata finale, diventando però un clamoroso successo di vendite. Una delle prime canzoni pop italiane ad affrontare il tema dell’ecologia e della speculazione edilizia, da qui in poi uno degli argomenti cardine del cantante.
Frase chiave: Solo case su case catrame e cemento/là dove c’era l’erba ora c’e una città/e quella casa in mezzo al verde ormai dove sarà/non so perché continuano a costruire le case e non lasciano l’erba.

Don’t Go Near The Water

The Beach Boys – 1971
Altra canzone d’avanguardia che mette in guardia contro ogni forma d’inquinamento delle acque. Ai ragazzi della spiaggia non piace surfare su onde saponose e ci tengono a farlo sapere.
Frase chiave: Toothpaste and soap will make our oceans a bubble bath/So let’s avoid an ecologic aftermath.

Eskimo Blue Day

Jefferson Airplane – 1969
Raccontando la vita degli Eschimesi nel loro paradiso immacolato questa canzone degli Airplane lancia un avviso del problema, molto prima della moda ecologica, del riscaldamento globale e dello scioglimento dei ghiacci, ed evoca i problemi fondamentali causati dall’inquinamento.
Frase chiave: But the human crowd/Doesn’t means a shit to a tree.

Earth Anthem

The Turtles – 1968
Non importa in quale stupida pubblicità sia usata Happy Together, la più celebre hit del gruppo, perché bisogna ricordarsi che i Turtles hanno scritto un inno al nostro pianeta nel 1968. Un divertente brano, in chiave verde.
Frase chiave: And we are but an island in an ocean/This is our home, third from the sun.

Don’t Go Near The Water

Johnny Cash – 1973
Anche l’uomo in nero, tra manciate d’anfetamine e show televisivi, mette in guardia le nuove generazioni contro l’inquinamento delle acque e del pericolo delle maree nere di tutti i generi, dimostrando così che l’ecologia non ha colore politico.
Frase chiave: Don’t go near the water children/See the fish all dead upon the shore.

Traffic Jam

James Taylor – 1977
Ecologica fin nel midollo questa canzone a capella di James Taylor – molto coinvolto in Rain Forest di Sting – stigmatizza gli sprechi dell’american way of life. Un tocco di swing e tanto virtuosismo vocale.
Frase chiave: Now I used to think that I was cool/Running around on fossil fuel/Until I saw what I was doing/was driving down the road to ruin.

A Hard Rain’s A–Gonna Fall

Bob Dylan – 1963
Considerata, giustamente, come una delle prime canzoni ecologiche, A Hard Rain’s propone un Dylan alla chitara acustica che denuncia, in una lunga litania, il pericolo nucleare che minaccia il pianeta.
Frase chiave: Where the pellets of poison are flooding their waters.

Before The Deluge

Jackson Browne – 1974
Precursore della coscienza ecologica planetaria attraverso il progetto No Nukes, Jackson Browne denuncia vigorosamente il pericolo della nostra civiltà distruttrice, predicendo un diluvio imminente.
Frase chiave: And when the sand was gone and the time arrived/In the naked dawn only a few survived.

Oh Mother Eart

Neil Young – 1990
Co-fondatore dell’organizzazione Farm Aid, celebre per i concerti benefici con Willie Nelson e John Mellecamp e l’appoggio di Bob Dylan, Neil Young – The Loner – non perde mai l’occasione per evocare gli innumerevoli problemi ecologici.
Frase chiave: Respect Mother Earth and hear healing ways.

Mother Earth

Eric Burden & War – 1970
Con i War il cantante urlatore degli Animals ha scritto e cantato varie canzoni dai contenuti simbolici, umanisti ed ecologici come Mother Earth, brano estratto dall’indispensabile Declares War. Un manifesto senza appello.
Frase chiave: Mother earth is waitin’ for you/For the dept you got to pay.

To The Last Whale

Crosby, Still & Nash – 1975
Grandi specialisti dell’ecologia pacifista – Clear Blue Sky, Wooden Ship, etc. – David Crosby, Stephen Still e Graham Nash scrivono una bellissima ode alle balene uccise per fabbricare prodotti cosmetici o per nutrire i nostri animali domestici.
Frase chiave: Over the years you’ve been hunted/By the men who threw harpoons.

Shapes Of Things

The Yairbirds – 1966
Si parla del periodo Jeff Beck, naturalmente. Gli Yairbirds sono il solo gruppo uscito dal boom del British Blues ad avere una coscienza ecologica. La canzone sarà ripresa anni dopo dal Jeff Beck Group con Rod Stewart alla voce. Frase chiave: Please don’t destroy these lands/don’t make them desert sands.

Nattura

Björk & Thom Yorke – 2008
Yorke è un attivista ecologico di primo piano. Per lui la sopravvivenza del pianeta è una lotta contro il tempo. Dopo Après The Clock ha partecipato a questo singolo ecologico cantato da Björk in islandese.
Frase chiave: All that we enforce/All that we enforce/stregthens my nature.(Adattamento)

Idioteque

Radiohead – 2000
Canzone del mitico Kid A, è la descrizione elettro-metaforica di un mondo post catastrofe ecologica. Il ritmo è a scatti, la batteria furiosa e le parole angoscianti. Sconvolgente, ma diabolicamente efficace! Dopo Idioteque ci si pensa due volte a buttare le carte per terra!
Frase chiave: We’re not scaremongering/This is really happenìning.

The Landscape Is Changing

Depeche Mode – 1983
In piena New Wave i ragazzi fanno uscire Construction Time Again e constatano che il paesaggio cambia costantemente. L’estetica tutta sovietica e il suono synth rafforzano il messaggio di presa di coscienza del gruppo inglese.
Frase chiave: The landscape is changing, the landscape is crying/Thousand of acres of forest are dying.

Il vecchio e il bambino

Francesco Guccini – 1972
Il quarto album del cantautore di Modena, Radici, è dedicato alla riscoperta del proprio passato e ai valori della civiltà contadina. Tra le canzoni, c’è l’apocalittica Il vecchio e il bambino, che racconta del desolante viaggio dei due protagonisti, rappresentati due diverse età della vita, attraversano una pianura desolata, in un ipotetico futuro, dopo un disastro nucleare.
Frase chiave: Un vecchio e un bambino si preser per mano/e andarono insieme incontro alla sera/la polvere rossa si alzava lontano/e il sole brillava di luce non vera…/L’immensa pianura sembrava arrivare fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare/e tutto d’intorno non c’era nessuno: solo il tetro contorno di torri di fumo…

When You Gonna Learn

Jamiroquai – 1993
Di Jay Kay, leader dei Jamiroquai, si conoscono solo i cappelli originali e il funk. Pochi conoscono il suo impegno per Green Peace. Per questo per il suo When You Gonna Learn Jay Kay ha voluto un video choc in cui erano mostrate scene di caccia alle balene, di vivisezione e di nazisti furtivi. La versione originale non sarà mai trasmessa da MTV.
Frase chiave: Greedy Men been killing all the life there ever was/And you better play it nature’s way/Or she will take it all away.

River Runs Red

Midnight Oil – 1990
Chi ha creduto nel potere del rock impegnato sono i Midnight Oil. In Beds Are Burning il gruppo propone di rendere agli Aborigeni la loro terra mentre in River Runs Red descrive l’impatto negativo dell’uomo sulla natura, facendo un punto d’onore l’uso della musica per svegliare le coscienze.
Frase chiave: River run red/Black rain falls/On my bleeding land.

London Calling

The Clash – 1979
Critica apocalittica dell’Inghilterra tatcheriana. London Calling è anche, contemporaneamente, un testo ecologista. Strummer s’ispira alla catastrofe nucleare americana di Three Mile Island, evitata per un soffio e ci ricorda che Londra vive sotto la minaccia costante dell’alzamento del livello delle acque del Tamigi. No future.
Frase chiave: The ice is coming, the sun’s zooming in/Engine stop running, the wheat is growing thin/A nuclear error, but I have no fear/’Cause London is drowing and I, I live by the river.

Earth Song

Michael Jackson – 1995 Sensibilizzato da alcuni amici riguardo all’inquinamento Michael Jackson sceglie di denunciarne i pericoli e lo fa attraverso Earth Song che diventa un ragionamento che riguarda tutto il mondo. Un grand’uso d’effetti speciali e un video – quasi un breve documentario – illustrano la catastrofe che ci attende se non si prenderanno delle serie misure a protezione dell’ambiente. Frase chiave: Did you ever stop to notice the crying Earth the weeping shores?

Ci vuole un fiore

Sergio Endrigo – 1974
Dall’album omonimo una poesia scritta da Gianni Rodari che diventa una canzone, un inno alla semplicità della Natura e ai suoi cicli. Dedicata ai bambini di tutte l’età.
Frase chiave: Per fare un tavolo ci vuole il legno/per fare il legno ci vuole l’albero/per fare l’albero ci vuole il seme/per fare il seme ci vuole il frutto/per fare il frutto ci vuole il fiore/ci vuole il fiore/per fare tutto ci vuole un fiore.

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