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Cinema futuro (1.049): “The American” 09/09/2010

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“The American”

Uscita in Italia: venerdì 10 settembre 2010
Distribuzione: Universal Pictures Italy

Titolo originale: “The American”
Genere: drammatico / thriller
Regia: Anton Corbijn
Sceneggiatura: Rowan Joffe (basato sul romanzo di Martin Booth)
Musiche: Herbert Grönemeyer
Uscita negli USA: 1° settembre 2010
Sito web ufficiale (USA): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: George Clooney, Violante Placido, Thekla Reuten, Paolo Bonacelli, Filippo Timi, Johan Leysen, Irina Björklund, Anna Foglietta

La trama in breve…
Thriller di grande suspense, The American  è interpretato da George Clooney, vincitore del premio Oscar, nel ruolo principale, ed è diretto da Anton Corbijn (Control). La sceneggiatura, firmata da Rowan Joffe, è un adattamento del romanzo di Martin Booth A Very Private Gentleman, del 1990.
Essendo un assassino, Jack (interpretato da George Clooney) si sposta di continuo ed è sempre solo. Quando un lavoro in Svezia si conclude piuttosto male rispetto al previsto, Jack si ritira in campagna, in Italia. Si gode l’opportunità di per un po’ lontano dalla morte e decide di sistemarsi in un paesetto medievale dell’Italia centrale. Lì Jack accetta l’incarico di costruire un’arma misteriosa per un contatto misterioso, Mathilde (Thekla Reuten).
Assaporando la tranquillità e la pace trovata tra le montagne d’Abruzzo, Jack accetta l’amicizia di un prete del posto, Padre Benedetto (Paolo Bonacelli) e ha una torrida relazione con Clara (Violante Placido), una bellissima donna che risiede nel paesino. A poco a poco il rapporto tra Jack e Clara si trasforma in una vera storia d’amore, apparentemente priva di pericoli  ma, accettando di uscire dall’ombra, Jack sfida il suo destino.

La Produzione

Dopo il successo del suo primo lungometraggio, il pluripremiato Control, il regista Anton Corbijn desiderava realizzare un film il più diverso possibile dal primo. “Ho cominciato a leggere varie sceneggiature di thriller”, spiega il regista. “Mi interessava molto il tema centrale di The American, un solitario in cerca di redenzione dai delitti commessi – e mi ha colpito anche la tensione che c’è nella storia d’amore del romanzo. Generava suspense, ma offriva anche l’occasione di riflettere.

“Per oltre 35 anni ho fatto il fotografo ritrattista; il cinema è per me una nuova avventura. Sto ancora cercando un mio stile. Ritengo che The American si avvicini a Control nell’idea del tentativo di cambiare la propria vita; come puoi provare a fare del bene dopo aver fatto del male? Potrai superare alcune cose che hai dentro di te e che ti definiscono?”

La musica – che è sia accompagnamento che soggetto in Control – è stata una grande fonte di ispirazione per Corbijn negli anni della sua formazione. E altrettanto dicasi per un certo genere di film; come lui stesso ricorda. “Non ho visto poi così tanti film in vita mia, ma i western mi hanno definitivamente lasciato un qualcosa dentro, a partire da – quando ero bambino – Rawhide [la serie televisiva degli anni Sessanta con Clint Eastwood]. Il look, le storie, la morale dei film western mi hanno sempre attratto. Sebbene The American non sia affatto un film western, è strutturato come se lo fosse: uno straniero arriva in un piccolo paese e crea dei legami con un paio di persone locali, poi, però, il suo passato viene a galla.”

Il produttore Anne Carey ne conviene, facendo notare che in The American, proprio come in un western, “c’è un uomo che vive della sua pistola, e la violenza del suo passato minaccia di infettare la pace che ha provato a cercare in un posto dove pensa di potersi rifare una vita.

“Ho letto il romanzo di Martin Booth A Very Private Gentleman più di dieci anni fa, ed ho subito pensato che si potesse tradurre in un film sexy e coinvolgente, con un ruolo da protagonista complesso ed intrigante. Ann Wingate e Jill Green, i produttori, stavano entrambi cercando di acquisirne I diritti. Allora abbiamo pensato che, piuttosto che competere gli uni contro gli altri, sarebbe stato meglio unire le nostre forze e realizzare insieme il film”.

Ricorda la Wingate, “Avevo cominciato a lavorare per fare un film dal libro gia’ negli anni Novanta, con la BBC Films. Ma la casa di produzione aveva lasciato cadere il progetto e, quando più tardi io e Jill abbiamo cominciato a lavorare insieme, ho suggerito di riprenderlo in mano. Ho sempre amato I film dove il protagonista ha una storia d’amore, e qui c’è un uomo che, nonostante sia stanco di sfuggire alla propria vita, vuole ancora sfuggire a se stesso”.

Spiega la Green, “Quello che inoltre ci ha colpito del libro, è stata l’analisi del personaggio principale in quanto figura solitaria che vuole redimersi e trovare l’amore, nonostante il suo crescente tormento interiore. L’avere un personaggio principale che è sia un costruttore d’armi che un assassino mi ha fatto tornare in mente Il giorno dello sciacallo, anch’esso tratto da un romanzo. All’epoca, Martin Booth era ancora vivo e desiderava che i produttori del film fossero inglesi/europei. E quindi io ed Anne andavamo bene.

“Ma Anne Carey teneva talmente tanto a questo progetto che ci siamo dette ‘Perché no?’ e così abbiamo celebrato questa felice unione e trascorso circa sei o sette anni a preparare la sceneggiatura”

La Carey aggiunge, “C’è voluto un po’ per trovare il regista e l’interprete giusti”.

Fa notare la Green, “Quando abbiamo incontrato Anton per la prima volta, la sua idea per questo film era molto vicina a quella del romanzo di Martin, e ci piaceva il suo senso del materiale così articolato”.
La Wingate aggiunge, “Inevitabilmente, dopo tutti questi anni, il materiale doveva essere aggiornato. Abbiamo dovuto rimetterci le mani più di una volta. Il risultato è stato che il film si avvicina di più allo stile del romanzo, è più asciutto e, di conseguenza, più potente”.

Alla fine del decennio, spiega la Carey, “Anton era diventato la chiave di volta, il collante del progetto. Dalle nostre conversazioni risultava che la sua idea era di un film classico nella struttura e contemporaneo nello stile”.

Il produttore Grant Heslov, che è entrato nel progetto nel 2008, fa notare che “Poiché Anton viene dal mondo della fotografia, possiede uno straordinario senso per le inquadrature – qualcosa che molti registi conquistano solo dopo molti anni. “Ma riesce anche a mantenere una prospettiva in cui le cose non sono girate in maniera ovvia; tutto appare in un angolatura particolare, e questo è un gran vantaggio”.

Lo sceneggiatore Rowan Joffe ha affrontato e organizzato il materiale secondo vari punti di vista. “Quando Anton, Anne, e Grant mi hanno chiesto di scrivere The American”, spiega, “Mi sono subito entusiasmato all’idea di adattare un romanzo così moralmente ricco, visivamente interessante e nel complesso decisamente fuori dal comune. Sebbene esistessero varie versioni precedenti della sceneggiatura, ho deciso di ricominciare dal nulla, ispirato dall’idea di Anton di raccontare la storia come se si trattasse di un western contemporaneo.

“Partendo da questo concetto, ho legato insieme le parti del libro che preferivo, semplificando la struttura del romanzo fino ad ottenere un thriller centrato su un personaggio con una trama lineare, basato sul tema della redenzione, con pochi dialoghi e il paesaggio selvaggio della campagna italiana che diventa un personaggio a se, imponendo la sua bellezza manipolatrice e melanconica sul nostro eroe, accompagnandolo nel suo viaggio alla ricerca di redenzione. L’interesse espresso da George Clooney nella prima versione della sceneggiatura mi ha consentito di lavorare alle stesure successive avendo in mente lui come protagonista; è stata una cosa che ha contribuito molto a dare un’impronta particolare alla sceneggiatura, offrendomi al tempo stesso la rara opportunità di scrivere una parte per uno dei nostri attori contemporanei di maggiore talento”.

Per Corbijn, il problema di girare il film – come indicato nella sceneggiatura – in Italia, era cruciale per la pre-produzione del progetto. Spiega infatti il regista, “Il paesaggio doveva essere un vero protagonista. Avevo un’idea molto precisa di come dovesse essere, e volevo utilizzare vere città e veri paesi per lo sfondo della vicenda”.

Il titolo del film, tuttavia, è cambiato; Corbijn lo aveva chiamato Il Americano prima che diventasse definitivamente The American.

In termini di location puramente italiane, tutti erano rimasti molto affascinati dall’Abruzzo, regione montuosa ad est di Roma che si estende dalla base della catena degli Appennini fino al Mar Adriatico. Remota e maestosa, la regione è  “ricca di zone selvagge, un paesaggio genuino che raramente si vede nei film”, spiega Corbijn.

Nell’inverno del 2008, I realizzatori avevano deciso per l’Abruzzo dopo una serie di sopralluoghi compiuti da Corbijn e Joffe e, prima ancora, dalla Carey. Poi, il 6 aprile del 2009, in Abruzzo c’è stato un violento terremoto che ha causato più di 300 morti e lasciato oltre 60.000 persone senza casa e ha distrutto gran parte della città de L’Aquila.

E proprio quel 6 aprile Corbijn si era incontrato con Clooney per finalizzare la sua partecipazione al film. Ricorda Corbijn, “Entrambi speravamo che girare The American in Abruzzo avrebbe contribuito a risollevare le sorti economiche della regione, sia grazie al denaro speso in loco durante la produzione ma favorendo anche il turismo in futuro”.

Il produttore esecutivo Enzo Sisti aggiunge, “Ho cominciato la produzione ad aprile. Tutti – Anton, George, la Focus Features – dicevano, ‘Dobbiamo girare in Abruzzo. Hanno bisogno di un film come questo, e il nostro film ha bisogno di una regione magnifica come questa”.

La Wingate fa notare che “L’atmosfera conferisce alla storia una diversa prospettiva e un senso particolare; non è la bella Toscana o l’Umbria che siamo abituati a vedere, non sono ne la Firenze ne la Roma di così tanti film”.

Corbijn aggiunge, “La terra è impervia e rocciosa; non è quella generalmente frequentata dai turisti; è una zona meravigliosa che deve essere protetta. Oltre al terremoto, il suo magnifico paesaggio è minacciato dalle trivellazioni petrolifere”.

Riassumendo la scelta della produzione di girare in Abruzzo, Heslov spiega che “non è solo un’Italia che non abbiamo mai visto, ma è un’Italia filmata come non si è mai vista, grazie all’estro di Anton”.

I realizzatori si sono immediatamente avvalsi della legge italiana sugli incentivi finanziari che, dopo dieci anni di discussioni, è stata approvata poco prima del terremoto; The American è stato il primo film ad avvalersene prima dell’inizio delle riprese. Spiega la Carey, “Il grosso vantaggio è che ottieni i fondi durante la produzione, a differenza di quello che accade invece con gli sgravi fiscali che devi aspettare 1 o 2 anni”.

Clooney si è recato in visita a L’aquila insieme all’attore Bill Murray il 9 luglio per aiutare le vittime del terremoto che vivevano nelle tende e per inaugurare un cinema realizzato sotto ad una tenda a San Demetrio. In quell’occasione ha promesso che le riprese del film avrebbero avuto inizio a settembre.

Mentre la produzione confermava il suo impegno con la regione e si preparava alle riprese dell’autunno successivo, continuava la ricerca degli interpreti. Corbijn sapeva di aver trovato l’attore perfetto per il ruolo di Jack, come lui stesso spiega: “E’ un tipo di ruolo che George non hai mai interpretato prima; ed è sempre interessante quando un attore si misura con qualcosa di diverso. Nei dialoghi è fantastico e in questo film interpreta un uomo di poche parole che si guarda sempre alle spalle e vive in un costante stato di tensione”.

Heslov aggiunge, “Jack è uno che solo adesso trova degli attimi di bellezza nella sua vita. Ma anche se adesso fa le scelte giuste, può darsi che il fato non sia d’accordo con lui.

“George conferisce al personaggio di Jack questa sorta di immobilità, di sospensione, tipiche di uno che trascorre molto tempo in silenzio. E’ una grande sfida per un attore portare sullo schermo la parte interiore del personaggio”.

Spiega la Green, “Il ruolo mi ricorda un po’ quello di George in Michael Clayton, dove riesce a trasmettere così tanto dell’interiorità del personaggio solo attraverso lo sguardo”.

La Carey aggiunge, “Il pubblico ripone istintivamente la sua fiducia in George, cosa fondamentale per il personaggio di Jack”.

La Wingate ne conviene. “Si tratta di un personaggio molto più oscuro per George, tuttavia lo incarna alla perfezione. Siamo stati tutti così felici quando ha accettato la parte”.

Per i ruoli degli italiani che influenzano profondamente la vita di Jack, i realizzatori desideravano degli attori famosi in patria ma non necessariamente noti a livello internazionale.

Paolo Bonacelli è stato scelto per il ruolo del prete, Padre Benedetto. Che si tratti di un ruolo grande o piccolo, Bonacelli ritiene che “ogni scena sia utile per approfondire il ruolo, per conoscere meglio il personaggio. Le ‘piccole scene’ sono importanti – e bisogna studiare, studiare, studiare.

“Padre Benedetto desidera essergli amico, ma Jack è molto cauto. Nei miei confronti, come collega, George Clooney è stato gentile e professionale”.

Per il ruolo della prostituta Clara, la donna che fa capire a Jack che una nuova vita potrebbe profilarsi per lui all’orizzonte, è stata scelta l’attrice italiana Violante Placido. Il regista di lei dice, “Violante è una tipica bellezza italiana, e sa come muoversi davanti alla macchina da presa. Non è mai sopra le righe e la sua gestualità è contenuta, cosa importantissima perché è lei che rappresenta il cuore nel film. E’ molto sensuale sullo schermo, cosa fondamentale per il ruolo che interpreta, ma possiede anche le qualità delle star di altri tempi…

“…la stessa cosa vale per George, naturalmente, cosa che ha favorito un’ottima intesa professionale tra i due attori. E’ stato un grande vantaggio, perché non ero abituato a dirigere scene di intimità. Volevo che dalla loro relazione trapelasse una certa crudezza, vista l’oscurità del personaggio di Jack. Nella loro prima scena insieme ho deliberatamente puntato l’obiettivo su Clara; guardando lei, il pubblico vede quello che Jack vede in lei ed avverte il cambiamento in atto nei personaggio. Volevo che la scena comunicasse tensione e sensualità, senza tagli”.

“Sono scene difficili”, ammette la Placido. “Ma ogni scena può esserlo; in un certo senso, quando reciti sei sempre nudo. George mi ha messo a mio agio; l’ho apprezzato moltissimo perché mi è capitato invece di lavorare in passato con attori insicuri che provavano a farmi sentire come loro”.

La Placido vede Jack e Clara come “due anime che si ritrovano insieme perché hanno condotto delle vite estreme – a causa del loro lavoro – che li ha portati all’isolamento. Prima comunicano solo attraverso il corpo, con un istinto animale, ma a poco a poco diventano sempre più coinvolti intimamente – cosa che li spaventa entrambi.

“Nessuno dei due si fida degli altri per abitudine , ma Clara comunica a Jack il suo desiderio di cambiare vita. Entrambi sentono che la loro identità sta cambiando per come l’altro li vede. Entrambi cercano qualcosa dentro e fuori di loro”.

Nonostante – o meglio, a causa – del suo ottimo inglese, la Placido ha dovuto lavorare con l’insegnante di dizione Dianne Jones. Racconta ridendo l’attrice, “Mi ha aiutato a peggiorare il mio inglese! Visto che Clara viene da una piccola città di provincia, ha senso che il suo inglese sia piuttosto scolastico, e che lo stia ancora imparando; aveva bisogno di un po’ più di italiano nel suo inglese.

“Quando ho fatto il primo provino con Anton, la traduzione dall’inglese all’italiano mi suonava un po’ strana. Così gli ho chiesto se potevo improvvisare utilizzando un po’ di slang e di parolacce in italiano, visto che Clara è un po’ greve. Me lo ha lasciato fare, ed è per quello che penso che mi abbia voluta rivedere – e quando ho avuto la parte, ho letto la sceneggiatura ed ho visto che avevano adattato i dialoghi in quel modo”.

La conoscenza della regione abruzzese della Placido le è stata d’aiuto nell’interpretare Clara. Ricorda l’attrice, “Quando sei lì, è come tornare indietro nel tempo. I miei migliori amici sono abruzzesi. Alcuni anni fa ho inciso un album di musica lì e ci sono rimasta tre mesi; è una grande fonte di ispirazione. La campagna è così bella, con le montagne possenti e il mare cristallino a poca distanza. E nel corso delle riprese di questo film, ho avuto modo di recarmi in alcune zone della regione che non conoscevo.

“Nel mio lavoro mi capita di lavorare con persone straordinarie che trasformano l’intera esperienza della realizzazione del film in un momento di ulteriore arricchimento. In questo film, Anton e George sono stati generosi e concentratissimi”.

Per l’altro ruolo femminile principale, quello della misteriosa cliente di Jack, Mathilde, I realizzatori hanno voluto l’attrice di origine olandese Thekla Reuten. L’attrice parla diverse lingue ed ha recitato in una vasta serie di film internazionali, pertanto vanta una “qualità camaleontica,  molto appropriata per il ruolo che interpreta in questo film”, sottolinea la Carey. “Thekla è in netto contrasto con l’attrice italiana per il suo modo di recitare ed è anche fisicamente molto diversa da Violante, cosa perfetta per il film”.

“Ho visto molte attrici prima di scegliere lei”, racconta Corbijn. “Il ruolo era molto allettante. Ma Thekla era perfetta perché esprimeva al meglio l’ambiguità del personaggio, e così ha ottenuto la parte”.

La Reuten racconta, “Sono per metà italiana, quindi è stato stupendo tornare e lavorare nella mia seconda patria, e poter parlare in italiano con i tecnici”. Era rimasta, come lei stessa spiega, “molto colpita da Control – ed ero orgogliosa di Anton, essendo per metà olandese – e speravo che avrebbe fatto presto un altro film; è un vero regalo al cinema che abbia deciso di passare dalla fotografia alle, come le chiamano gli inglesi, ‘foto in movimento (moving pictures)’”.

L’attrice descrive il suo personaggio come quello di  “una donna che ha le stesse capacità, e probabilmente inizialmente aveva anche l’ambizione di diventare brava come Jack, in un mondo fatto di soldi e di adrenalina. I suoi incontri con Jack sono un avvertimento di ciò che l’aspetta in futuro – in 10 o 20 anni potrebbe diventare come lui.

“Non c’è spazio per i sentimenti nella sua professione, ma lei sceglie deliberatamente di abbassare un po’ la guardia quando è con lui. In ogni caso, le loro scene insieme, anche quando si parlano e basta, sembrano dei duelli”.

Il tempo che la Reuten ha trascorso con Clooney è stato certamente meno intenso di quello che Mathilde trascorre con Jack. Fa notare l’attrice, “Ammiro molto  George per le scelte riguardanti la sua carriera. Sul set ho imparato molto da lui dal punto di vista professionale, sia che stesse scherzando, osservando il lavoro con l’occhio del produttore, o trasmettendoti la solitudine che pervade il freddo animo di Jack”.

Tutti si muovevano sotto lo sguardo esperto del direttore della fotografia Martin Ruhe, che aveva già lavorato con Corbijn in precedenza. Corbijn spiega, “Siamo entrambi orientati verso un approccio semplice, evitando quanto più possibile I movimenti di macchina complicati. Martin rende bello tutto ciò che è normale lavorando sulla luce”.

Spiega Ruhe, “Una volta deciso il luogo in cui avremmo girato The American, sapevamo che non volevamo trasfigurare il luoghi, ma, piuttosto, lasciarci ispirare da essi – ed in particolare dai repentini cambiamenti climatici.

“Con Anton abbiamo pensato di vedere in quale modo l’Abruzzo avrebbe influenzato Jack e le sue scelte. Così abbiamo preparato gli storyboard solo per due sequenze: l’inseguimento notturno, e la tempesta”.

Commenta la Carey, “Anton e Martin lavorano in perfetta simbiosi. Credo che gli occhi di Martin siano direttamente collegati al cervello di Anton. L’uso del widescreen ha conferito a The American una grande eleganza”.

Poiché l’Aquila era stata danneggiata in maniera troppo grave, la produzione ha scelto la città di Sulmona come base. Sulmona, una fiorente città commerciale, è circondata da meravigliose montagne, e possiede una piazza centrale che risale al 17° secolo con un viadotto parallelo. Sulmona è molto conosciuta per la sua produzione di “confetti” – dei dolci particolari (mandorle ricoperte di zucchero) che si regalano agli ospiti in occasione di battesimi e matrimoni.

Il sindaco e la popolazione di Sulmona hanno accolto a braccia aperte gli attori e i tecnici, in grande maggioranza italiani, garantendogli la loro più completa disponibilità. Molti abitanti del luogo appaiono nel film, sono i passanti tra i quali si avventura cautamente Jack quando esce allo scoperto.

Nella scena del mercato, girata nella piazza principale, il ruolo della venditrice di formaggi che serve Jack è interpretato dall’attrice italiana Silvana Bosi. Nel bel mezzo delle riprese, Anton Corbijn è rimasto colpito – non dalla performance della Bosi, ma da una donna anziana che è entrata in scena e ha cominciato a parlare con l’attrice. Questa signora, causa dell’interruzione delle riprese, si è poi rivelata essere la padrona del bancone dei formaggi; la stessa cosa si è ripetuta per altre due volte, poiché l’anziana signora si opponeva al modo in cui venivano effettuate le riprese. Il suo orgoglio professionale l’aveva infatti spinta ad intervenire, visto che la Bosi, apparentemente, non aveva servito a George Clooney l’esatto tipo di parmigiano da lui richiesto.

Clooney ha ricevuto poi qualcosa di ancora più ambito quando nella città di Sulmona si è tenuto il film festival annuale e l’attore è stato premiato con l’Ovidio d’Argento per i successi ottenuti nel corso della sua carriera cinematografica. Il premio Ovidio d’Argento viene assegnato a Sulmona perché la città vanta i natali del poeta latino.

Mentre Sulmona è stata una delle zone chiave per le riprese, varie scene sono state girate a Calascio, Anversa, Castelvecchio, e Pacentro. A causa del terremoto e delle varie zone bloccate, “non siamo mai stati in grado di mettere piede a l’Aquila per poter filmare all’interno della città”, spiega Corbijn.“Avevo trovato li alcuni luoghi adatti già nel gennaio del 2009, ma alla fine non abbiamo potuto utilizzarli”.

Ovunque si spostasse la produzione, Corbijn – data la sua passione di fotografo – si portava dietro la sua Leica per catturare delle immagini che probabilmente non sarebbero mai diventate parte del film. “Lavoro con la luce naturale e non amo il digitale”, spiega. “Le fotografie che ho fatto durante le riprese sono istantanee. Alcuni giorni non ne facevo nessuna; altri, magari ne scattavo cinque”.

Tra gli sfondi più straordinari spiccano quelli del fiume Aterno, nel Parco Nazionale del Gran Sasso. Una curva del fiume è stato il background per due scene cruciali del film, ciascuna delle quali recitata da Clooney e da una delle due protagoniste femminili. Lo scenografo Mark Digby e la sua squadra hanno dovuto apportare alcune modifiche al luogo. Poi, nelle prime ore del mattino del giorno di inizio delle riprese, si è scoperto che qualcuno aveva devastato il set, scalzando le piante attentamente sistemate dagli scenografi. Non erano stati degli adolescenti ribelli, ne degli abitanti del luogo infastiditi, ma un branco di  cinghiali che ovviamente non avevano gradito l’invasione del loro territorio. Questi animali possono essere molto aggressivi se disturbati, e quindi la squadra ha tenuto attentamente d’occhio i dintorni per individuare la possibile presenza di cinghiali. Il set è stato ricostruito velocemente, e delle guardie lo hanno protetto durante la notte dalla possibile invasione dei suini.

Comportamento degli animali a parte, Digby spiega che “è importante, per un film in cui la location è fondamentale come in questo caso, che non si combatta con la natura circostante. Detto questo, la location era di fatto un fiume ma per alcune scene a noi serviva un lago. Pertanto lo abbiamo reso un po’ più selvatico, aggiungendo un sacco di piante fiorite – e, simultaneamente, lo abbiamo fatto sembrare più piccolo”.

Digby e la sua squadra hanno dovuto affrontare un compito completamente diverso nel realizzare l’arma che è stata commissionata a Jack. Spiega, “Sembra una cosa facile – prendi un fucile, gli trovi una custodia –ma non lo è affatto. Il fucile è stato realizzato in Inghilterra, e ci voleva un certo tempo per ottenere i permessi necessari per farlo arrivare in Italia. Abbiamo dovuto organizzarci per fare in modo di accorciare questi tempi. Allo stesso tempo, in Italia, stavamo realizzando una custodia della misura giusta, dello stile giusto e sufficientemente elegante per contenere quel tipo di arma. C’è stato uno scambio di fotografie e di misure, ma c’erano tre o quattro elementi che necessitavano di essere combinati e che non siamo riusciti a far quadrare praticamente fino all’ultimo minuto.

“Per far fronte a qualsiasi tipo di problema, abbiamo realizzato tre custodie diverse, compresa una da utilizzare nei campi lunghi quando Jack se la porta dietro. Alla fine, abbiamo dovuto ridurre la lunghezza della canna e del silenziatore di alcuni centimetri e l’artigiano che ha realizzato per noi la custodia ce ne ha fatta una speciale, con la cerniera, e di una lunghezza diversa dal solito”.

E rimanendo in tema di armi, l’armiere Jonathan Baker ha lavorato  a stretto contatto con i realizzatori, con i tecnici e con gli attori, occupandosi attentamente dei dettagli di tutto, dagli occhiali protettivi a tutte le altre misure di sicurezza. La Reuten ha lavorato sotto il suo stretto controllo per due settimane, preparandosi alle scene in cui Mathilde assembla e/o smonta un’arma. “Ha cominciato lentamente, partendo dalle basi, fino a diventare molto agile e brava, gareggiando costantemente con se stessa per diventare sempre più veloce”, spiega Baker. “George invece vantava già un’ottima destrezza con le armi acquisita nel corso dei suoi film precedenti, e mi ha risparmiato un sacco di lavoro!”

Per trovare il paesino dove Jack mette temporaneamente radici, la produzione ha scelto un luogo abbastanza in alto; Castel del Monte, annidato tra le montagne a 1600 metri circa, è un piccolo paese che spesso sembra galleggiare in un mare di nuvole, mentre il tempo varia al di sotto. All’interno delle antiche mura, poco è cambiato nel corso dei secoli. Inizialmente fu una cittadella dei romani ma venne poi invasa dai Goti. Dal 16° secolo è stata parte dei possedimenti dei Medici che commissionarono molti degli edifici rinascimentali al suo interno. I Borboni, in seguito, la annessero all’Impero di Spagna, e solo nel 19° secolo divenne territorio italiano.

“Castel del Monte è molto popolata durante l’estate”, spiega Corbijn. “Ma fuori stagione, quando arriva l’autunno e la notte fa molto freddo, molte abitazioni rimangono vuote – cosa che ho trovato piuttosto spettrale. Mi sembrava un ambiente perfetto che poteva trasformarsi in un luogo pericoloso, un po’ come era stato per la Venezia del film di A Venezia un dicembre rosso shocking”.

Aggiunge la Wingate, “E’ quasi medievale. Se vivi in un paese in cui da ogni stradina si vedono le montagne, la cosa deve avere un impatto sul tuo modo di vivere e di pensare”.

Heslov spiega, “Alcune parti sono raggiungibili solo a piedi. Ci sono state alcune volte in cui i materiali pesanti che avevamo ordinato arrivavano  e non ce la facevamo a trasportarli”.

Racconta meravigliato Digby, “Il posto è abbastanza piccolo per sapere sempre quello che sta succedendo attorno a te, ma abbastanza grande da far perdere le tue tracce; c’è un labirinto di strade, case ed archi – era perfetto per il nascondiglio di Jack”.

Aggiunge la costumista Suttirat Anne Larlarb, “Jack cerca di non farsi notare, così ho dovuto pensare attentamente ai suoi abiti. Insieme a Mark abbiamo deciso per dei colori tenui, mente con Anton e Martin abbiamo individuato i colori in termini di tonalità.

“Ma eccomi lì, a lavorare con uno degli uomini più eleganti del mondo, costretta a farlo sembrare molto meno curato. Abbiamo scelto dei classici per Jack, niente di appariscente o firmato”.

La Larlarb aggiunge, “Ed abbiamo cercato di stabilire un certo equilibrio, in termini di vestiario, tra Jack e gli altri personaggi; per esempio, Mathilde doveva essere vestita in modo da sembrare una che appartiene al suo stesso ambiente di lavoro ma tenendo sempre presente che non sono degli spietati e anche che forse Jack la guarda con occhio maschile interessato.

“Clara doveva farsi notare e tuttavia mantenere un livello di naturalezza che potesse risultare attraente per Jack. Abbiamo cercato di eliminare il rosso, mantenendolo solo per la sua borsa, che è comunque di un tono molto particolare”.

Spiega Corbijn, “Il colore rosso appare nel film solo alcune volte; e quando si vede, è sempre legato al pericolo o all’amore…o ad entrambi”.

Con l’arrivo in paese degli attori e dei tecnici, la popolazione di Castel del Monte – 129 persone – è raddoppiata in un solo colpo. Quando uno dei tecnici ha avuto bisogno di un dentista, è dovuto andare nella città più vicina, poiché il messaggio della segreteria telefonica del dentista di Castel del Monte spiegava che il medico non era raggiungibile  “perché impegnato a recitare in un film di Hollywood”.

Infatti, quasi tutti gli abitanti di Castel del Monte compaiono in The American, perlopiù nella scena della processione condotta da Padre Benedetto.Nonostante nella sceneggiatura si parlasse della Processione dei Serpenti, che si tiene annualmente nel paese di Colculla, i realizzatori sono stati costretti a cambiarla nella Processione degli Agnelli, poiché gli abitanti di Colculla si erano molto seccati che la loro processione fosse stata “rubata” da un altro paese – anche se solo per un film – e c’è mancato poco che richiedessero l’intervento del vescovo locale.

Gli spettatori più attenti noteranno la presenza di una cane nero in diverse scene girate a Castel del Monte. Wally, questo è il nome del cane, viveva nella piazza ed è stato adottato dai tecnici; ogni volta che il regista gridava “Azione!” lui trotterellava in scena.

Per non essere da meno a Sulmona, Castel del Monte ha messo in bella mostra il suo mercato dei formaggi, dove si vendono deliziosi latticini di produzione locale che non vengono esportati ma sono destinati solo agli abitanti e ai ristoratori della zona. Alla fine del film, si stava ancora lavorando alla realizzazione del “Capra di Clooney,” un formaggio realizzato in ricordo della produzione locale del film.

Sopra a Castel del Monte c’è la piana alpina di Campo Imperatore, parte del Parco Nazionale del Gran Sasso dove sono state girate alcune scene in macchina del film. Fino agli inizi del 21° secolo, questa vasta e magnifica zona era la destinazione estiva per la transumanza, la migrazione annuale dei pastori e di milioni di pecore dai pascoli invernali vicini alla costa. Oggi è una zona dove si pratica lo sci nei mesi invernali mentre in estate vi dimorano ovini, cavalli selvatici, volpi e – apparentemente – anche orsi.

Alla fine delle nove settimane di riprese in Italia, la produzione si è avventurata su un terreno molto più familiare per le riprese di una delle scene iniziali del film, quando Jack arriva a Roma prima di spostarsi in Abruzzo. Ma girare una scena con un attore famoso nella stazione Termini, che è la principale stazione della città ed è sempre affollatissima, e nelle strade circostanti, non era una cosa semplice. Un binario è stato bloccato e messo a disposizione della produzione, ma per le riprese in strada è stato necessario adottare delle tecniche un po’ fuori dal comune. Una macchina da presa è stata infatti nascosta dietro alla vetrina di un bar e George Clooney, vestito da Jack e con in mano la famosa valigetta, è stato fatto scendere da un’auto dall’altro lato della strada. Nessuno si è accorto di nulla, e i realizzatori hanno girato la scena di Clooney che attraversa la strada ed entra nella vettura con la quale Jack se ne va, senza alcun problema. “Non l’abbiamo neanche mai inserita nell’ordine del giorno” spiega la Carey. “Avevamo un piano di riserva, con una controfigura pronta a girare la scena, ma George è stato fantastico e tutto è andato magnificamente.

“Grazie ai buoni rapporti tra la squadra tecnica italiana e le autorità del posto, il lavoro a Roma è stato facile poiché sapevano di quali permessi necessitavamo. E’ andato tutto liscio come l’olio”.

Corbijn è rimasto colpito dalla disponibilità che tutti in Italia hanno dimostrato nei confronti degli attori e dei realizzatori. Ricorda come “La gente dei paesi è onesta e abituata a lavorare sodo, con una mentalità da montagna e non da città.

“In Italia, tra i tecnici non esiste una gerarchia. Sono tutti amici o parenti, e l’atmosfera sul set è quella di una grande famiglia”.

Heslov ne conviene, “E’ proprio la famiglia. Tutto è informale. A volte per un accordo basta una stretta di mano.

“Quando arrivi sul set la mattina, tutti si baciano, prendono il caffè e parlano per almeno mezz’ora prima di cominciare a lavorare. Una cosa fantastica!”

Riguardo alla gente abruzzese, la Carey commenta, “Sono persone orgogliose di avere alle spalle una lunga storia, una grande forza morale, e uno spiccato senso della privacy. Ed abbiamo incorporato tutto questo nei personaggi del luogo”.

Aggiunge la Green, “Oltre ai luoghi scelti come sfondo, Anton ha utilizzato dei paesaggi molto drammatici – montagne lontane, immense vallate. Ovunque andassimo, i tecnici italiani si dimostravano altamente qualificati e siamo stati molto grati della loro presenza.

“Parlando con Anton durante la produzione, ho capito che, oltre all’aspetto visivo, avrebbe utilizzato in maniera interessante anche la musica e il suono”.

Infatti, ancora prima che le riprese venissero completate, la musica stava diventando un elemento portante del film, secondo la concezione di Corbijn; nonostante in The American la musica non sia centrale come in Control, il regista ha voluto un altro dei suoi collaboratori di lunga data, Herbert Grönemeyer, per comporre le musiche del film. Corbijn apprezza particolarmente le composizioni di Grönemeyer perché “convogliano le emozioni in alcuni punti particolari del film. E’ perlopiù pianoforte, ed aggiunge moltissimo alla storia.

“La musica di Herbert ti aiuta anche a capire meglio quello che accade nella testa di Jack, come, ad esempio, quando è completamente solo e sta fabbricando le armi”.

Le riprese principali hanno avuto termine diverse settimane dopo aver lasciato l’Italia, con cinque giorni di riprese ad Ostersund, in Svezia. L’attesa intermedia è stata dettata dal desiderio del regista di catturare il paesaggio scandinavo in tutta la sua bellezza invernale, per creare un netto contrasto con il calore del paesaggio italiano. Come lui stesso spiega, “Abbiamo girato la parte iniziale del film alla fine delle riprese. Nonostante le temperature sotto zero, ci piaceva la Svezia con i suoi magnifici paesaggi invernali”.Clooney si è fatto crescere la barba per contrastare con l’immagine di Jack in Italia.

Di lui Corbijn dice, “Il fatto che George sia sempre sul set, e non sprechi tempo nella sua roulotte… è uno straordinario vantaggio per un regista che, in un certo senso, lo ha così sempre a disposizione. E’ fantastico che non si limiti a pensare al suo ruolo, ma che si interessi al film e agli altri attori. Ha uno straordinario senso della continuità, e ogni volta che ci bloccavamo a causa di un problema, era sempre lì pronto a suggerire una possibile soluzione.

“E’ un attore molto serio ma riesce a far divertire tutti sul set, così sia gli attori che i tecnici si trovano bene con lui, e lui, si vede, ama molto il suo lavoro. Riesce a motivare tutti; mentre l’unica volta che io ho fatto una battuta, nessuno l’ha capita. George sa anche come comportarsi quando è al centro delle attenzioni dei suoi ammiratori, con molta grazia e carisma, cosa fondamentale soprattutto quando giravamo in un piccolo paese”.

Il trailer italiano:


Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
Per consultare le uscite dell’ultimo week-end italiano visitate lo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema andate allo spazio settimanale “Cinema Festival”.

Thriller di grande suspense, The American  è interpretato da George Clooney, vincitore del premio Oscar, nel ruolo principale, ed è diretto da Anton Corbijn (Control). La sceneggiatura, firmata da Rowan Joffe, è un adattamento del romanzo di Martin Booth A Very Private Gentleman, del 1990.

Essendo un assassino, Jack (interpretato da George Clooney) si sposta di continuo ed è sempre solo.
Quando un lavoro in Svezia si conclude piuttosto male rispetto al previsto, Jack si ritira in campagna, in Italia. Si gode l’opportunità di per un po’ lontano dalla morte e decide di sistemarsi in un paesetto medievale dell’Italia centrale. Lì Jack accetta l’incarico di costruire un’arma misteriosa per un contatto misterioso, Mathilde (Thekla Reuten).
Assaporando la tranquillità e la pace trovata tra le montagne d’Abruzzo, Jack accetta l’amicizia di un prete del posto, Padre Benedetto (Paolo Bonacelli) e ha una torrida relazione con Clara (Violante Placido), una bellissima donna che risiede nel paesino. A poco a poco il rapporto tra Jack e Clara si trasforma in una vera storia d’amore, apparentemente priva di pericoli  ma, accettando di uscire dall’ombra, Jack sfida il suo destino.

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