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Edicola – “Storica National Geographic” n°20, ottobre 2010: “Elisabetta I: corpo di regina, cuore di re” 19/09/2010

Posted by Antonio Genna in Storia, Storica NatGeo.
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storicangE’ in vendita in edicola, al prezzo di 3,90 €, il numero 20 – Ottobre 2010 del mensile “Storica National Geographic”, edito da RBA Italia e certificato dal marchio “National Geographic”, autorevole in campo divulgativo storico e geografico.
A seguire, la copertina del numero e l’editoriale del direttore Giorgio Rivieccio.

SOLO LA “PADRONA DI MEZZA ISOLA”

“È solo una donna, solo la padrona di mezza isola. Eppure è riuscita a farsi temere dalla Spagna, dalla Francia, dall’Impero [Sacro Romano – ndr], da tutti”. Così si lamentava papa Sisto V di Elisabetta I. E aveva i suoi buoni motivi: la regina aveva frammentato la Cristianità con l’affermazione dell’anglicanesimo; reso inoffensiva la rivale cattolica Maria Stuart di Scozia, sostenuta dal papato; respinto la Spagna, alleata del trono di Pietro. Il papa però aggiunse: “Se avessimo fatto dei figli insieme, avrebbero governato il mondo intero”. Quindi tanto incapace forse l’isolana non doveva essere…

A seguire, l’editoriale del direttore Giorgio Rivieccio.

La regina che inventò lo Stato sociale

La conosciamo soprattutto per aver creato l’età d’oro dell’Inghilterra, quell’irripetibile era elisabettiana che segnò la fioritura del teatro e della letteratura; per aver vinto l’Invincible Armada spegnendo così sul nascere le mire spagnole sull’Isola; infine perché era vergine e fiera di esserlo. Ma Elisabetta I fece in realtà dell’altro. Specie in campo economico e sociale; aspetti che in genere sono tralasciati dai manuali scolastici, molti dei quali si concentrano su date e guerre senza preoccuparsi troppo di parlare di denaro, come se l’economia fosse un aspetto secondario della vita di una nazione e non il motore di tutto (comprese le stesse guerre). Elisabetta ereditò dal padre Enrico VIII non solo un regno ma anche uno spaventoso debito pubblico. Nel giro di dieci anni, grazie a misure come una drastica riduzione della spesa pubblica, un’accorta politica fiscale che richiamava investitori dall’Europa continentale per la mitezza delle imposte, una serie di incentivi all’artigianato, il debitosi trasformò in un sostanzioso avanzo di cassa. Ancor meglio si comportò in campo sociale. L’Inghilterra era afflitta da un numero crescente di poveri e da un’elevatissima crescita demografica dovuta anche alla sostanziale assenza di guerre. La regina varò allora una serie di leggi, le cosiddette Poor Laws, con le quali per la prima volta nella storia del mondo la povertà fu considerata responsabilità dello Stato. L’accattonaggio fu bandito e severamente punito: ai mendicanti venne data la possibilità di lavorare nell’industria della lana, la principale risorsa economica del regno; fu introdotta una tassa a favore dei poveri con pesanti sanzioni contro chi la evadeva; ogni circoscrizione territoriale ebbe l’obbligo di provvedere alle necessità dei più bisognosi avviandoli gratuitamente alle attività artigianali. Non tutte queste riforme funzionarono ma, secondo gli storici dell’economia, segnaronola nascita del moderno welfare state, cioè dello Stato sociale che si fa carico dei bisogni della popolazione senza più affidarli alla carità privata e al buon cuore dei singoli o dei parroci. Fu una vera e propria rivoluzione, della quale va reso merito a Elisabetta I. Che poi lei fosse davvero vergine, bella o brutta o in che misura butterata dal vaiolo, come il gossip storico tramanda, ci interessa molto meno.

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