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Cinema futuro (1.065): “Una sconfinata giovinezza” 04/10/2010

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Una sconfinata giovinezza”

Uscita in Italia: venerdì 8 ottobre 2010
Distribuzione: 01 Distribution

Titolo originale: “Una sconfinata giovinezza”
Genere: drammatico
Regia: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati
Musiche: Riz Ortolani
Durata: 98 minuti
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Fabrizio Bentivoglio, Francesca Neri, Serena Grandi, Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Manuela Morabito, Erika Blanc, Vincenzo Crocitti, Osvaldo Ruggieri, Brian Fenzi, Marcello Caroli, Riccardo Lucchese, Lucia Gruppioni

La trama in breve…
Lino Settembre e sua moglie Chicca conducono una vita coniugale serena e senza serie difficoltà. Sono entrambi soddisfatti delle loro professioni, lui prima firma alla redazione sportiva del Messaggero e lei docente di Filologia Medievale alla Gregoriana.
L’unico vero dispiacere che ha accompagnato i venticinque anni di matrimonio è la mancanza di figli. Una mancanza che non ha compromesso la loro unione ma l’ha al contrario rinsaldata. L’oggi però, in modo totalmente inatteso, presenta loro una grossa preoccupazione: Lino da qualche tempo accusa problemi di memoria che mano a mano si accentuano andando a compromettere in modo sempre più evidente il quotidiano svolgersi delle sue attività sia nell’ambito professionale che familiare.
Dapprima sia lui che Chicca decidono di riderci sopra ma il disturbo si manifesta sempre più fino a rendere necessari attenti e approfonditi esami.
Inizia così una toccante storia d’amore fra un uomo che si allontana sempre più dal presente, con la mente trascinata in infiniti altrovi, e la sua donna che, rifiutando qualsiasi ipotesi di abbandono e qualsiasi ausilio che la escluda, decide di stargli accanto nel processo “regressivo”…

INTERVISTA A PUPI AVATI

Una sconfinata storia d’amore nella quale si insinua la malattia e la sofferenza:un lavoro anomalo nella filmografia di Pupi Avati.Il segno di una svolta,di una nuova e necessaria maturità?

C’è una sorta di contenzioso aperto fra me e la mia adolescenza. Per molti anni l’ho ritenuto un problema esclusivamente personale. Ritenevo, colpevolizzandomi, di aver vissuto quella stagione della mia vita con troppa precipitosità, nell’ansia di fuggirla diventando finalmente adulto e libero dai condizionamenti che la società di allora (soprattutto la famiglia e la scuola) mi imponevano. Ritenevo insomma che vivere ancora un contenzioso con quella lontana stagione facesse parte di una mia esclusiva e personale patologia.

Nel tempo, l’esperienza che questo mestiere straordinario mi ha permesso di fare, mi ha insegnato che non è così, che in ogni persona che incontro sopravvive quel ragazzetto (o quella ragazzetta) di allora. Si tratta solo di riuscire a  stanarlo, nascosto com’è dietro quell’infinità di occultamenti strategici ai quali l’esperienza di vita l’ha costretto a ricorrere.

E con quel ragazzino molti di noi, in modo consapevole o no, si trovano a fare i conti, essendo il nostro passato e il nostro presente molto più vicini di quanto si creda. Spesso addirittura contigui. Da un certo momento della nostra esistenza (e non si tratta di qualsivoglia forma degenerativa delle cellule celebrali) tendono a convivere. Come se in prossimità di quel ritorno a casa a cui ognuno di noi è destinato, venissimo via via liberati da quel condizionamento mortificante rappresentato dalla ragionevolezza, restituiti ad una libertà di “vedere oltre”, di fantasticare, che è prerogativa della prima adolescenza.

Non vi è più quasi nulla, nessun essere vivente, nessun evento, nessun gesto, che visto attraverso questa lente non sia capace di commuovermi. Il territorio dell’emotività nel trascorrere degli anni si amplia a dismisura, difficile da tenere sotto controllo.

Mi pareva un tema così straordinariamente affascinante da poterlo usare come pretesto per affrontare la prima storia d’amore che io abbia mai narrato.

Il dolore che irrompe nella relazione di una coppia può talvolta rafforzare il rapporto, più di frequente lo logora o lo mette in crisi. Quale condizione ha scelto per i suoi due protagonisti, Lino di Fabrizio Bentivoglio e Chicca di Francesca Neri?

L’intera mia vicenda personale ruota attorno ad una storia d’amore che dura da quarantasei anni, vissuta accanto alla medesima donna. Nel corso di tutti questi anni ho percepito nettamente (e di certo mia moglie con me) il profondo mutamento che la definizione “amore” andava assumendo. Come si sia passati da una forma di attrazione totalizzante e facilmente condivisibile, a declinazioni sempre più profonde in cui l’affetto, la complicità, la trepidazione per l’altro, assumevano un ruolo determinante.

In genere, nelle storie d’amore più comuni, si usa il periodo della conoscenza reciproca, per poter dare di più all’altro, quindi spesso la stessa conoscenza reciproca viene usata per combattersi con maggiore efficacia.

Nel mio film la sofferenza vissuta da Lino e Chicca per non aver potuto avere un loro figlio li ha già resi speciali in un contesto familiare, come quello da cui proviene lei, in cui tutti figliano come conigli. Questo primo rammarico ha già cementato la loro unione in modo tale che l’insorgere della vera tempesta che sconvolgerà la loro vita non potrà che vederli assieme in un mutamento progressivo dei loro ruoli di cui vado (me lo si perdoni) davvero orgoglioso.

I flash back sull’adolescenza del protagonista sono il riflesso negativo della sua memoria incapace di stare al passo con il presente e di certo senza futuro. Ci sono i ricordi, i tempi andati, ma non è la nostalgia del bel tempo che fu, di quell’amarcord avatiano nello stesso tempo amorevole e beffardo,conciliante ed amaro. Cosa è rimasto di quella nostalgia che potremmo indicare come l’ Avati touch?

È rimasto tutto il fulgore di quella stagione remota che trascorsi sull’appennino Bolognese, nelle stesse terre dove transitarono gli studenti di una Gita scolastica o dove si svolse il pranzo di fidanzamento di Storia di Ragazzi e Ragazze e così via…

Fu  a Case Mazzetti, da quegli stessi Leo e Nerio, che appresi il grande mistero del sesso, fu nel garage dello zio Peppino che fu portata la macchina incidentata sulla quale mio padre e mia nonna avevano perso la vita, fu lì che mia zia Amabile, fra quel miliardo di particelle di vetro sbrilluccicanti, riuscì nel miracolo di ritrovare il brillante che mio padre aveva al dito, furono quegli stessi bambini di Case Mazzetti, che in altre mie storie sfidavano alla corsa gli angeli, che qui sanno resuscitare i morti.

È in quella casa che mi fu narrata la storia del prete-donna di La casa dalle finestre che ridono, o del negromante de l’Arcano Incantatore.

La stessa terra, impregnata della stessa magia di cui è impregnato il luogo in cui abbiamo imparato a conoscere il mondo e il mondo, amorevolmente, si è fatto conoscere.

È in quel luogo che Lino Settembre andrà a nascondersi ritrovando quel cane di suo padre che gli conferma di aver ritrovato ormai per sempre la sua giovinezza dalla quale nessuno potrà più sottrarlo.

Anche il lavoro accurato con e sugli attori è sempre stata una sua prerogativa. Qui, oltre ai due protagonisti, ci sono altri nomi, qualcuno più fedele come Cavina ed altri, a parte Capolicchio, poco noti al pubblico cinematografico. Come è stato il casting ?

Ho già detto più volte come assemblare un cast per me e Antonio sia paragonabile al predisporre una lista di invitati per una cena. Li si sceglie in base soprattutto al piacere che ti dà stare con loro per riverificarsi, se si è amici da tempo, o al contrario, per conoscersi.

Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Vincenzo Crocitti, Emanuela Morabito sono nostri complici da anni. Con loro siamo cresciuti imparando a fare insieme quel poco che sappiamo fare. Altri, Erica Blanc, Martine Brochard, Isa Barzizza rappresentano delle novità cooptate anche per il piacere di sentir loro raccontare aneddoti sul cinema che hanno alle spalle che mi incuriosisce sempre tantissimo.

Francesca sta dimostrando una sensibilità straordinaria. Da La cena per farli conoscere a Il papà di Giovanna a questa sua terza prova con noi, le sue qualità di interprete matura e consapevole si vanno via via sempre più evidenziando libera ormai com’è  dall’obbligo di dover essere perennemente la più bella del reame.

L’idea di fare un film con Fabrizio Bentivoglio è di Antonio (come quasi tutte le idee di cast) e il risultato mi sembra che coincida con quella telefonata che Fabrizio mi fece subito dopo aver letto il copione: “vedrai che ti farò un Lino Settembre di cui non ti pentirai “ mi disse con un bel po’ di emozione nella voce.

La storia romantica di un grande amore segnato da momenti drammatici forse non può essere sonorizzata e scandita dallo swing e dal dixieland delle sue ben note passioni jazzistiche. È per questo che ha  voluto accanto a se un classico come Riz Ortolani capace di convogliare la forza dei sentimenti e sottolineare i momenti di vera commozione?

Riz Ortolani collabora con me dal 1980 (Aiutami a Sognare) a parte alcuni film jazzistici in cui siamo ricorsi a collaboratori provenienti da quell’ambito specifico

(da Bix a Ma quando arrivano le ragazze? a Gli amici del Bar Margherita).

La prima richiesta che ho fatto a Riz è stata quella di comporre una ballade, una melodia che evocasse un periodo felice, esposta senza infingimenti, capace di accompagnare i momenti di festa e quelli di struggimento.

Credo che Riz abbia risposto da par suo. Alla fine del controllo del mixage, mi si è precipitato addosso. Per un attimo ho temuto.

Mi ha stretto a sè e piangeva. Non era mai accaduto in così tanti anni.

Intervista a  Fabrizio Bentivoglio

Come è nata questa suo prima esperienza artistica con Pupi Avati?

Pupi sapeva di avere scritto una bellissima storia con un ruolo di protagonista maschile molto delicato e difficile da interpretare e cercava un attore che prendesse su di sé questa responsabilità: il nostro incontro si è radicato su  questa sua convinzione e sulla mia consapevolezza di essere stato incaricato di questa “missione”. Ci conoscevamo solo superficialmente, c’eravamo incontrati occasionalmente in qualche festival ed era strano che in 28 anni non ci fossimo ancora mai incrociati su un set. Lui diceva di non conoscere i miei film, ognuno pensava che l’altro l’avesse sempre un pò evitato, ma poi ci siamo conosciuti e riconosciuti solidali su più di un argomento. Il nostro punto di congiunzione non è altro che il gioco meraviglioso del cinema, il desiderio di configurare mondi, persone, affetti e legami.

Che cosa l’ha colpito del modo di vivere il set da parte di Avati?

Una sapiente artigianalità unita a una grande freschezza di ispirazione. Pupi non ha bisogno di essere autoritario, ha creato da molti anni un gruppo di lavoro compatto in cui se arrivi per la prima volta dall’esterno hai l’impressione di essere accolto in una sorta di famiglia. Lui  inanella un film dietro l’altro, ne gira regolarmente uno ogni 10 mesi, in fondo dovrebbe avere già visto ed ascoltato tutto ma è davvero incredibile scoprire la sua capacità di sorprendersi ancora tanto, è ancora un bambino che gioca con costante entusiasmo. Ognuno di noi è legato alla propria infanzia da un filo sottile che in molti di noi si rompe e che molti vogliono distruggere ma che invece è molto importante tenere comunque vivo. Tutti attingiamo al nostro mondo infantile nutrendoci anche di mondi riflessi e – dato che la storia che raccontiamo in “Una sconfinata giovinezza” è quella di una regressione all’infanzia – per essere più autentico sono a andato a pescare qualcosa anche un pò nella mia memoria personale che condividevo con quella di Pupi: ad esempio prima di una scena in cui il mio personaggio, Lino, coinvolge sua moglie Chicca a giocare con lui su una pista con i tappi di latta, mi sono ricordato di avere fatto in tempo a giocare ancora con quelle cose artigianali che si costruivano in casa prima che arrivassero il subbuteo e le play station.

Che cosa ha pensato leggendo la sceneggiatura e il suo personaggio?

Prima che io leggessi il copione Pupi come è sua abitudine me lo ha raccontato tutto a voce trasmettendomi subito una carica emotiva molto forte: in genere si aspetta di vedere rappresentata sullo schermo la pagina scritta e le belle sceneggiature ti mettono di fronte ad una grande sfida perché hai il compito di dar vita ad un film ancora più bello del copione, ma in questo caso la materia mi è apparsa vibrante da subito. Nonostante che la storia da rappresentare fosse seria e drammatica c’era una costante ambizione di leggerezza – che è frutto di grande precisone  e determinazione nelle cose che fai e non di qualcosa affidata al caso – e c’era da trovare tutti i giorni costantemente la misura e la delicatezza giuste nel trattare persone e sentimenti che la popolavano. Il morbo degnerativo di cui si ammala il mio personaggio, Lino, prevede l’accelerazione di un processo di invecchiamento e al di là del fatto patologico, l’invecchiare, il venir meno a certe prerogrative fisiche e intellettuali è un fenomeno che ci riguarda tutti, in fondo è una metafora della vita. Questa grande storia d’amore si può riassumere così: Lino e Chicca erano due innamorati senza figli; Lino diventò bambino e un giorno Chicca con Lino in braccio credette di poter avere finalmente il bambino che non aveva mai avuto. Ma in entrambi viene alla luce un’intensità di persone adulte e mature con i loro rimpianti che è insieme dolcissima e straziante.

Che cosa ricorda in particolare di questo set?

Soprattutto le scene realizzate in teatro di posa a Cinecittà: in genere i film che ho girato in questi anni erano ambientati dal vivo nella vita reale ma in questa occasione ho capito perché certe produzioni allestite invece nei teatri di posa venivano  fuori sempre così ben strutturate e ben recitate: quando si lavora in studio tutto viene costruito a beneficio del cineasta e lì il “silenzio, si gira!” mette sempre a suo agio sia la scena che l’attore, che può contare sul buio come a teatro o sul proprio camerino per concentrarsi. Quando il set è allestito invece in strada per essere concentrato devi “fare a gomitate” con la vita e fermarti per il rumore di un aereo che passa, un cane che abbaia, una nuvola che cambia la luce.

Che rapporto è nato con Francesca Neri e con  gli altri attori?

Io e Francesca ci conoscevamo da tempo ma non avevamo mai lavorato insieme, tra noi si è creato da subito un bel legame fatto di grande complicità, tenerezza e condivisone. Ma  sono stati molto piacevoli e gratificanti anche gli incontri con gli altri interpreti, sia professionisti che non: Pupi ama sempre mescolare le carte, anche questa è una sfida nella sfida, nella mia esperienza è l’attore che si deve registrare sul non attore e non il contrario.. Devo dire infine che mi ha fatto un certo effetto condividere questo set oltre che con Pupi Avati anche con Lino Capolicchio (che interpreta uno dei miei cognati) e con Gianni Cavina (che recita la parte di un tassista) ricordando l’entusiasmo che aveva provocato in me quando avevo 20 anni, nel 1977, il loro “Jazz band”, lo sceneggiato tv che raccontava una passione sfrenata per la musica in cui mi rispecchiavo condividendola pienamente.

Intervista  a Francesca Neri

Quali sono secondo lei le principali qualità di Pupi Avati e come si è evoluto nel tempo il vostro rapporto?

Credo siano la schiettezza e l’ironia. Tra me  e Pupi è importante l’affetto, ci vogliamo molto bene, gli sono molto riconoscente fin da quando mi ha offerto un personaggio inconsueto e stimolante come quello de La cena per farli conoscere: è stata una bella sfida e l’abbiamo vinta insieme. In seguito ha continuato a darmi fiducia e quando mi ha chiamato per offrirmi un ruolo impegnativo e complesso sia ne Il papà di Giovanna che in Una sconfinata giovinezza ne sono stata sorpresa e onorata, è stato un riconoscimento generoso che non mi aspettavo. E’come se stessimo compiendo un percorso di maturità insieme e questo è bellissimo visto che lui non è giovane come regista né io lo sono come attrice.

Come è nato questo vostro terzo incontro artistico?

Come al solito Pupi ha scritto la sceneggiatura come se fosse un romanzo ma prima di farmela leggere me l’ha raccontata a lungo nei dettagli. Ho capito subito che se Il papà di Giovanna era stato un film difficile e duro, Una sconfinata giovinezza lo sarebbe stato molto di più e che rappresentava qualcosa di diverso anche per il suo autore: è un altro tassello importante del mosaico della vena creativa di Pupi, forse lui storie d’amore così non ne ha mai raccontate. La cosa buffa è che la prima cosa  di cui mi ha avvisato è stata: “non è una commedia”: sapeva che ho da sempre una grande voglia di storie brillanti ben dirette anche se mi sento portata al dramma che, non posso negarlo, penso e sento più familiare ma non è detto sempre che venga fuori meglio.. Poi mi ha aggiunto che in scena avrei dovuto apparire invecchiata  e dimostrare almeno 10 anni  in più rispetto alla realtà. Non ne sono stata preoccupata, l’aspetto fisico per un attore è l’ultimo dei problemi, non importa se un personaggio è più giovane o più anziano, in questo caso poi non si tratta di un invecchiamento ma semmai di un’evoluzione. Da parte mia c’è una fiducia illimitata verso Pupi, so che il suo sguardo non mi permette di sbagliare e questa è una sicurezza che  sarebbe bello avere tutte le volte che fai questo mestiere. Lavorando in un suo film ormai sento di “giocare in casa”, il Club Avati per me è un marchio di garanzia, un modo di vivere il nostro mestiere diverso da tutti gli altri, con Pupi che è un direttore d’orchestra autorevole ma non autoritario: più la storia che raccontiamo è drammatica più lui ci fa ridere prima e dopo ogni scena anche se è molto intensa. I suoi set sembrano davvero una grande famiglia: suo fratello Antonio, che supervisiona con discrezione la produzione dall’alto, sua figlia Mariantonia che controlla la scena come segretaria di edizione e la troupe di fedelissimi che è sempre più o meno la stessa.

Che cosa le è piaciuto del copione?

Non ho  avuto remore, mi faceva piacere molto mettermi in gioco perché, come dicevo, mi sentivo garantita dal contesto in cui avrei dovuto agire. Si tratta di una storia d’amore totalmente romantica e coinvolgente piuttosto insolita per il nostro cinema di oggi: il morbo di Alzheimer è sicuramente conosciuto ma poco trattato nei dettagli – è clinicamente plausibile infatti che si manifesti anche precocemente – ci sono stati bei film americani sull’argomento ma in Italia mai, c’è sempre una sorta di repulsione rispetto alla malattia, a maggior ragione verso questa che è meno “spettacolarizzabile” di altre. Lino e Chicca danno vita ad una coppia borghese apparentemente tranquilla nonostante la mancanza di figli ma mentre lui all’inizio minimizza un suo piccolo malessere e non vuole accettare la verità, si capisce presto che è stato colpito da una malattia seria.

Chi è la donna che lei interpreta?

Chicca è un personaggio che ho amato molto, è una donna d’origine alto borghese che insegna Filologia Medievale all’Università Gregoriana che molla tutto estraneandosi lentamente dal mondo pur di stare vicino comunque al suo uomo malato. Il morbo di Alzheimer nella fase della regressione prevede fasi aggressive e violente e quando Lino inizia a perdere la memoria sia in privato che in pubblico, in un’occasione in cui lui diventa aggressivo, c’è il rischio che lui possa ferirla: non mi è mai capitato di subire nessuna violenza fisica, credo che non sia perdonabile ma nemmeno giudicabile dall’esterno, solo chi vive da vicino un’esperienza di questo tipo restando vicino ad una persona gravemente malata sa se può trovare la forza e la voglia di andare avanti nonostante tutto. Nel nostro film Chicca a un certo punto crolla e lo lascia solo, per salvarsi deve allontanarsi, sa che suo marito verrà comunque assistito. Poi lui le scrive, vuole che lei torni, e – nonostante tutti glielo sconsiglino perché comunque lui può solo peggiorare – Chicca nel momento decisivo sceglie coraggiosamente di tornare al suo fianco: decide di assecondarlo e comincia un nuovo viaggio che non  sappiamo come andrà a finire ma la cosa certa è che anche lei inizierà un percorso di regressione.

Come ha lavorato su un personaggio così intenso?

L’approccio decisivo è stato quello di pensare che in genere chi soffre è ritenuto sempre più importante di chi gli sta vicino ma anche che la sofferenza di chi rimane vicino a lui è ancora più grande: mi piaceva trasmettere questa sensazione e poi anche la possibilità di analizzare da vicino queste due persone che non hanno mai potuto avere figli. Molto spesso quando si trovano in questa situazione le coppie si rompono mentre invece la malattia costituisce un elemento per rafforzare oltremisura anche la dedizione di questa donna che si ritrova riunita ancora di più al suo uomo. Chicca compie questa scelta coraggiosa perchè si rende conto che il suo uomo che regredisce verso l’infanzia finisce col diventare per lei il figlio che non ha mai avuto. Anche se la mancanza di figli ha rappresentato un problema non tanto per loro quanto per la sua famiglia che non ha mai considerato Lino il tipo giusto o alla sua altezza, a partire da sua madre.

Come ha lavorato con Fabrizio Bentivoglio?

Quando Pupi mi ha detto che il ruolo di mio marito sarebbe stato interpretato da Fabrizio ho pensato subito che sarebbe stato perfetto, l’unico attore italiano in grado di poter recitare quel tipo di personaggio in quel modo e senza rischi. Non avevamo mai lavorato insieme anche se ci conosciamo da tanto tempo ed è buffo essere finiti entrambi a dar vita a due personaggi più adulti di noi, cominciando subito con le scene più impegnative. Quando hai vicino a te un attore con un’esperienza tale si semplifica tutto e tra noi è stato tutto subito molto naturale: ci sono stati sicuramente momenti difficili e sequenze molto dure ma è come se io, Fabrizio e Pupi fossimo entrati in una specie di tunnel e poi ne fossimo usciti vedendo la luce insieme. Quello di Bentivoglio era un personaggio a  rischio, come tutti quelli che hanno a che fare con menomazioni o malattie, c’è sempre il rischio di esagerare ma lui – un interprete che interiorizza molto tendendo a recitare sempre “per sottrazione” piuttosto che esteriorizzare e  “strafare” – è stato sempre credibile e  mi ha aiutato moltissimo, non ho mai avuto la sensazione che ci fosse della finzione o che stessimo sbagliando direzione.

Il trailer italiano:

Il backstage:


Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
Per consultare le uscite dell’ultimo week-end italiano visitate lo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema andate allo spazio settimanale “Cinema Festival”.

Brad Peyton

Commenti»

1. VINCENZO - 04/10/2010

NON è COSI’ CARO PUPU AVATI NON è COSI….

VIENI A CASA MIA VIVI CON NOI UNA SETTIMANA E POI FAI IL FILM SULL’ALZHEIMER

2. Annie - 20/10/2010

Gentile Regista e Sceneggiatore,
nel consenso unanime sulla sua ultima opera le scrivo per un particolare per tutti e forse anche per Lei “insignificante”: il nome del cane che compare nella giovinezza del protagonista:”Perchè”.
Sono la moglie del giornalista, scrittore e critico cinematografico Carlo Pistilli. L’ho perso nell’agosto del 2007 in maniera del tutto improvvisa e tragica. Nel mese di luglio 2004 fu pubblicato dal Centro Grafico Francescano un suo breve romanzo:”Perchè” storia estiva di un uomo ed un gatto. Mi chiedo come a distanza di tempo e in contesti completamente diversi possa essere accaduto questo. Il mio amore senza fine mi porta a pensare che sia un Suo messaggio attraverso i sentieri insondabili che uniscono la vita all’al di là. Gradirei da una persona che mio marito stimava profondamente una riflessione o …una spiegazione , se esiste. Grazie


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