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Cinema futuro (1.075): “Buried – Sepolto” 14/10/2010

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Buried – Sepolto”

Uscita in Italia: venerdì 15 ottobre 2010
Distribuzione: Moviemax

Titolo originale: “Buried”
Genere: drammatico / thriller
Regia: Rodrigo Cortés
Sceneggiatura: Chris Sparling
Musiche: Víctor Reyes
Durata: 92 minuti
Uscita in Spagna: 1° ottobre 2010
Sito web ufficiale (internaz.): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Ryan Reynolds, Robert Paterson, José Luis García Pérez, Stephen Tobolowsky, Warner Loughlin, Samantha Mathis, Ivana Miño, Erik Palladino, Kali Rocha

La trama in breve…
Paul (Ryan Reynolds) si ritrova rinchiuso in una cassa di legno a 3 metri sotto terra e con in tasca un cellulare, una matita e un accendino Zippo. Grazie a questi 3 elementi, deve capire come è finito in quella cassa, per quale motivo e come fare a guidare i soccorritori fino a lui per poterlo liberare. Mentre i 90 minuti di aria a disposizione scorrono, mantenere la calma è sempre più difficile.
Interpretato dalla rivelazione Ryan Reynolds (X-Men Le origini: Wolverine e prossimamente The Green Hornet), BURIED – SEPOLTO ha tenuto con il fiato sospeso il Sundance Film Festival.

NOTE DI REGIA

GRANDE E PICCOLO

Ci sono storie grandi e storie piccole lì fuori. La grandezza di una storia non dipende dalla vastità di un paesaggio, dal numero di personaggi o dai cosiddetti production values[1]. IL VECCHIO E IL MARE  è forse una grande storia? Sarebbe stata più grande se Hemingway avesse aggiunto dieci o dodici pescatori e ci avesse messo dentro un paio di pesci spada in più? Le dimensioni di una storia non possono essere misurate in metri quadri o in centimetri, piuttosto dipendono da una cosa soltanto: la storia. Sia che racconti qualcosa di interessante oppure no, sia che catturi l’attenzione dello spettatore e lo mantenga concentrato fino alla fine, sia che ci spinga a voler sapere cosa accadrà successivamente, o – anche meglio – ci faccia sentire il bisogno di saperlo. Sono incuriosito, sono affascinato, il tempo vola senza che neanche me ne renda conto? La storia mi cattura a tal punto che devo darmi un pizzicotto per ricordarmi che quello che accade non sta veramente accadendo a me? Se una storia è capace di produrre un effetto simile, allora quella che abbiamo nelle nostre mani è una grande storia, una storia fantastica. Se non ci affascina in questo modo allora poco importa che ci siano legioni di orchi, una flotta interstellare e l’intera Armata Rossa che combattono per il controllo del pianeta terra, l’effetto sarà deludente: la storia sarà piccola.

Grazie ad una sceneggiatura brillante, scritta da Chris Sparling, “BURIED – Sepolto” è un grande film. E’ una corsa contro il tempo che cattura la nostra attenzione e il nostro interesse per un’ora e mezza, e tutto grazie al suo stile narrativo, e senza la necessità di ricorrere ad elementi aggiuntivi.

LA SFIDA

“BURIED – Sepolto” ha rappresentato una grandissima sfida dal punto di vista tecnico; durante la lavorazione del film c’è stata una sola  parola chiave: Hitchcock. Hitchcock ci ha mostrato come girare un film intero su una barca in mezzo al mare (PRIGIONIERI DELL’OCEANO) o per mezzo di un’unica sequenza girata in tempo reale (NODO ALLA GOLA). Una volta che gli ingranaggi della macchina sono ben oliati e al loro posto il passo successivo è quello di concepire il film nella tua testa, inventando una lista di inquadrature che messe assieme catturino l’interesse dello spettatore e mantengano alta la sua attenzione senza farlo mai distrarre; la narrazione deve variare man mano che la storia si evolve, con ritmi diversi e con una gamma di opzioni espressive volte a mantenere il materiale sempre fresco e gli occhi dello spettatore costantemente incollati allo schermo.

La nostra regola d’oro era NON SALIRE MAI IN SUPERFICIE.

La sceneggiatura era la dimostrazione evidente del fatto che potevamo rimanere sottoterra durante tutta la storia senza che l’interesse dello spettatore scemasse anche per un solo istante, e, anzi, la sceneggiatura provava in modo definitivo che era vero l’esatto opposto: e cioè che ERA OPPORTUNO che rimanessimo sotto terra. Ad esempio, una narrazione divisa tra due storie parallele, che avesse permesso all’ossigeno del mondo esterno di filtrare nel cinema troppo presto, avrebbe costituito un tradimento imperdonabile nei confronti dell’angoscia che vive il nostro personaggio (e che lo spettatore condivide con lui). Se fossimo riemersi nella luce, magari mostrando una solitaria segreteria telefonica nell’ingresso di una casa illuminata dalla luce del mattino, o se ci fossimo concentrati sull’espressione sbalordita di un’operatrice del centralino che, masticando la gomma, tenta di gestire una chiamata alquanto inusuale, saremmo solo riusciti a rendere più piccolo un grande film, o a fare di un film di classe un prodotto scadente, avremmo finito con l’avere più metri quadri e più centimetri, ma molte meno emozioni, trasformando una storia di grande suspense in un brutto film per la TV.

Il pubblico deve poter entrare in connessione con la disperazione solitaria di un uomo che non ha scelta se non quella di riporre la sua fiducia in qualcosa di totalmente astratto: nelle persone lì fuori che potrebbero essere buone o cattive, grasse o magre, che potrebbero essere chi dicono di essere… ma che potrebbero anche non esserlo,  nelle voci che, in sostanza, non sono altro che degli impulsi elettrici trasmessi da un freddo, anonimo satellite lontano. L’unica realtà che il nostro personaggio conosce è la pura angoscia del suo universo ristretto e rettangolare, la minacciosa oscurità che lo avvolge e questa connessione con un mondo esterno sconosciuto: l’unica cosa a cui non può far altro che aggrapparsi disperatamente.

LE RIPRESE DEL FILM

Tutto il resto era piuttosto chiaro in confronto. L’essenziale era dimenticarsi della cassa il più presto possibile, trattare la location come qualsiasi altra location e non sentirci limitati dallo spazio. Il trucco era di muoverci continuamente, per non permettere al film di arrivare a un punto di arresto, rendendo ogni singolo movimento una prodezza, ogni cambio di posizione una chimera in più, ogni decisione un’avventura. Non potevamo permetterci di  sentirci  troppo limitati dalle lezioni di fisica imparate a scuola, Paul Conroy ha dovuto percorrere dei chilometri nei suoi spasmi di dolore. Abbiamo fatto ricorso ai trucchi visivi, che ci hanno permesso di ottenere tutto questo, e non secondo l’ordine A, B, C, ma, piuttosto, secondo le necessità dettate dalla narrazione, mentre il film era occupato in una lotta costante per reinventare se stesso, per non cadere mai nella ripetizione, avanzando costantemente nella sua forza di fuoco visiva, seguendo la più implacabile logica narrativa.

Era necessaria la sequenza della brusca carrellata a mano nella cassa? L’essenziale era riuscire a trovare il giusto modo di realizzarla. Sono state create sette casse diverse a seconda delle nostre diverse necessità. Il film cerca di  prendere in prestito qualcosa dallo Scorsese più vivace, e dalla logica dei film di Spielberg degli anni settanta: niente green screen o cose simili, niente altro che il puro piacere del girare un film; tutto quello che vedete è accaduto davvero, dalle inquadrature in cui la macchina da presa ruota attorno al personaggio in modo incomprensibile, a quelle in cui scende dall’alto sopra ad una gru. La chiave era riuscire a far entrare lo spettatore nella testa confusa e tormentata di Paul Conroy, far sì che lo spettatore avvertisse l’umidità densa del suo sudore, il caldo soffocante, la mancanza di ossigeno, la sabbia che lacera e logora la sua pelle, il legno ruvido e scheggiato, i chiodi ricurvi, arrugginiti e pericolosi…

Il film dovrebbe rappresentare UN VIAGGIO FISICO DEI SENSI, un’ESPERIENZA attiva.

RYAN REYNOLDS

“BURIED – Sepolto” è stato girato molto velocemente ed ha richiesto una grandissima concentrazione, che ha permesso al film stesso di alimentarsi della meticolosa, tesa e rigorosa energia che permeava tutto il set. Ci sono state delle riprese di sei minuti senza tagli che hanno creato le condizioni adeguate affinché Ryan Reynolds potesse conseguire una performance assolutamente organica e  hanno permesso alle sue emozioni di crescere e di fluire, avanzando e riversandosi come un torrente. Gli elementi a nostra disposizione erano, obiettivamente, ridotti al minimo, ma anziché considerare questa cosa come uno svantaggio abbiamo ritenuto la limitazione come la nostra forza maggiore: solo l’essenziale rimaneva. Ogni più piccolo dettaglio drammatico di questo microcosmo è stato manipolato e controllato attentamente, permettendo al dramma vissuto dal nostro personaggio, sepolto sottoterra, di diventare l’oggetto principale della nostra attenzione. Ryan Reynolds è come uno Stradivari. Il migliore che si possa sognare. La narrazione è colma di colpi di scena: angoscia, dolore, panico, disperazione, calma, rassegnazione, violenza, negazione, terrore, speranza, tristezza, sofferenza, black comedy, esasperazione, fatica… Ryan è alla ricerca della verità in ogni singola scena, e il suo senso dei  tempi  drammatici è semplicemente stupefacente. Come ci è riuscito? Come è riuscito a cercare la luce migliore mentre urlava nel telefono cellulare – in un modo che ti fa venire la pelle d’oca – dando comunque l’impressione di mantenere grande risolutezza, ma mai a spese dell’empatia? Come è riuscito ad alterare la sua voce  in modo così sottile, fino a farla collassare, finalmente, ma in modo controllato e mantenendo sempre un perfetto senso dei tempi? O a colpire la torcia con il pugno durante ogni più breve pausa, senza mai coprire il dialogo, girandosi, al tempo stesso, per evitare un’ombra e aiutando così la macchina da presa a muoversi con maggiore fluidità, cambiando la direzione della torcia anche solo lievemente, puntando la luce sul suo petto per illuminare il lato destro del suo volto, quando la sabbia copre la luce per un solo istante? Nessuno sa come sia riuscito a fare tutto ciò, come lo abbia fatto ogni giorno, per tre settimane. Ryan è tornato a Los Angeles fisicamente distrutto; senza alcun dubbio avrà dovuto giustificare agli ufficiali della dogana degli Stati Uniti la sabbia che cadeva sul pavimento ogni volta che sbatteva le palpebre. L’impegno che ha dimostrato è semplicemente straordinario. 17 giorni di riprese, non uno di più. 25 scene al giorno. Qualche volta 30. O anche 35. Come abbiamo fatto? Non lo so neanche io… il ché, credo, significhi solo che non lo abbiamo fatto.


[1] N.d.T. production values: gli elementi tecnici di una produzione cinematografica: l’illuminazione, le scenografie, il suono….

Il trailer italiano:

Making of:


Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
Per consultare le uscite dell’ultimo week-end italiano visitate lo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema andate allo spazio settimanale “Cinema Festival”.

 

Commenti»

1. advanced85 - 14/10/2010

Deve essere proprio un bel film….;)

2. DYD666 - 14/10/2010

non ho ancora visto il film…. ma mi chiedo una cosa… il cellulare come fà a prendere la linea sotto terra ??

3. enry - 14/10/2010

Sembra molto interessante e Reynolds mi piace come attore… vedremo se da claustrofobico quale sono riuscirò a vederlo!

4. Fasbi - 14/10/2010

mi sa di già visto…
uma thurman in Kill Bill, quello di CSI in una puntata…bho chissà

IRapeYourMind - 14/10/2010

Ed altri ventimila casi, il primo esempio lo trovi in un film italiano tra l’altro.

Rotator - 14/10/2010

Anche se manca di originalità non vuol dire che sia brutto. Se non sbaglio la critica la recensito bene…

advanced85 - 14/10/2010

Infatti… dopo 100 anni di Cinema difficile realizzare un produtto del tutto originale…:)

Fasbi - 14/10/2010

no…non intendevo dire che è brutto, non lo ho visto per dirlo. Solo che non è orginale, come è stato detto.
Ma ci sono registi, che anche usando cose trite e ritrite, riescono a realizzare comunque prodotti originali e molto belli.
Non ho un esempio alla mano, ma sono benvenuti… :)


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