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Cinema futuro (1.117): “The Killer Inside Me” 21/11/2010

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“The Killer Inside Me”

Uscita in Italia: venerdì 26 novembre 2010
Distribuzione: BIM

Titolo originale: “The Killer Inside Me”
Genere: drammatico / thriller
Regia: Michael Winterbottom
Sceneggiatura: John Curran (basato sul romanzo “L’assassino che è in me” di Jim Thompson)
Musiche: Joel Cadbury, Melissa Parmenter
Durata: 102 minuti
Uscita negli Stati Uniti: 25 giugno 2010
Sito web ufficiale (USA): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Casey Affleck, Kate Hudson, Jessica Alba, Ned Beatty, Elias Koteas, Tom Bower, Simon Baker, Bill Pullman, Matthew Maher, Liam Aiken

La trama in breve…
Tratto dall’omonimo romanzo del leggendario scrittore pulp Jim Thompson, THE KILLER INSIDE ME è la storia di Lou Ford, bello, affascinante e riservato vicesceriffo di una piccola città.
Lou ha una serie di problemi. Problemi con le donne, problemi a far rispettare la legge, un numero sempre crescente di vittime di omicidio nella sua giurisdizione nel Texas occidentale. E il fatto che è lui stesso un sadico, uno psicopatico e un assassino. I sospetti iniziano a ricadere su di lui e nel giro di poco tempo resterà a corto di alibi. Ma nel selvaggio, feroce e tetro universo di Thompson, che è più nero di un noir, nulla è mai come sembra e gli investigatori che gli stanno dando la caccia potrebbero anch’essi nascondere un segreto.

INTERVISTA A MICHAEL WINTERBOTTOM

Il progetto esisteva da tempo. Come è finito nelle sue mani?

Ho letto il libro e mi è piaciuto moltissimo. Così ho cercato di scoprire chi aveva i diritti e mi sono reso conto che le persone che dovevo contattare erano Chris Hanley di Muse Films e Bradford Schlei. Li ho incontrati a Londra e sono riuscito a convincere Chris ad affidarmi il film.

 

Può brevemente riassumere la storia per coloro che non la conoscono?

Il film è tratto dal romanzo L’ASSASSINO CHE E’ IN ME di Jim Thompson. È un grande libro, piuttosto breve, che si legge in fretta. Dopo le prime dieci pagine, sei già completamente assorto nella storia. Ha la classica atmosfera noir: il vicesceriffo di una piccola città del Texas conosce una donna di cui si invaghisce e la relazione sessuale con lei gli fa riaffiorare vari ricordi della sua infanzia che aveva rimosso. Da quel momento in poi, inizia sostanzialmente un percorso di vendetta e di violenza.

 

Del romanzo Stanley Kubrick disse: “È forse la più agghiacciante e verosimile storia di una perversa mente criminale, raccontata in prima persona, che mi sia mai capitato di leggere”. Il film esamina a fondo la psiche di un assassino dai modi calmi e controllati, malgrado la brutalità che cova dentro di sé. Come ha fatto a immergersi nella mente di questo killer?

La storia può essere psicanalizzata a vari livelli. Verso la metà del romanzo ci sono alcune pagine che spiegano la psicologia del personaggio. Lou è una vittima perché ha subito gli abusi di suo padre e Jim Thompson offre una spiegazione quasi scontata di come il padre lo abbia castrato e di come la violenza e gli abusi perpetrati dal padre si siano in un certo senso tramandati in lui. Secondo me, è giusto fornire queste motivazioni cliniche o psicologiche, ma onestamente non è per questo che mi ha interessato il romanzo, che di fatto è quasi una sorta di tragedia shakespeariana, con le sue passioni straordinarie e la sua trama molto melodrammatica. A metà del libro, c’è una storia nella storia, quando Lou Ford anticipa lo svolgimento del romanzo. Racconta la storia di un uomo felicemente sposato con figli che, a un certo punto, conosce una donna con cui inizia una relazione e di cui si innamora. Un giorno scappano insieme e la polizia scopre che lui ha ucciso tutta la sua famiglia e anche la sua amante. Lou Ford dice cose del tipo: “Come si può capire una storia del genere? La gente fa queste cose, distrugge la propria vita. Come si fa a dare una spiegazione?”. Quindi, per me, l’aspetto interessante del romanzo è più che altro l’idea che Thompson scelga di ritrarre un universo in cui le persone distruggono ogni cosa, senza voler fornire spiegazioni psicologiche. Perché questo è quello che succede, è quello che fa la gente: rovina tutto, distrugge la propria vita. Per qualche strano motivo, gli esseri umani sono distruttivi. Thompson coglie qualcosa di vero della natura umana: non è necessario cercare di spiegarlo, occorre solo mostrare che è così.

 

Lou è un antieroe, ma arriviamo a provare simpatia per lui. Come lo spiega?

Spesso le persone che compiono azioni violente sono interessanti. Lou è sia una vittima che un carnefice, è il prodotto della sua infanzia e di suo padre. Per questo è diventato l’uomo che è diventato. Le semplificazioni sono una scorciatoia crudele. Una spiegazione semplice non basta mai, è solo una formalizzazione. Il fascino del personaggio deriva dal fatto che noi vediamo Lou compiere delle azioni perverse e distruggere le persone che sembrano amarlo e che lui sembra amare e con cui potrebbe essere felice. Ma è proprio questa prospettiva di amore che sembra far scattare in lui il desiderio di ucciderle, di annientarle. Credo che molti di noi possano riconoscere qualcosa di se stessi in questo. Ognuno di noi compie gesti autodistruttivi a vari livelli. Lou è un’incarnazione molto estrema di quello che vediamo attorno a noi nella vita reale.

 

Perché ha scelto Casey Affleck per il ruolo del protagonista?

Il libro è narrato in prima persona, dal punto di vista di Lou Ford, il vicesceriffo che ha l’assassino dentro di sé. Quindi l’intero film è costruito attorno a questo singolo personaggio. Siamo insieme a Lou Ford per tutta la durata del viaggio. È in ogni scena, vediamo quello che fa e vediamo anche la sua prospettiva su quello che fa, vediamo il suo mondo interiore e come lui si comporta nel mondo esterno. Per questa ragione, avevo bisogno di un attore in grado di trasmettere la sensazione che quello che avviene dentro la sua testa non coincide necessariamente con quello che fa nella realtà. Volevo che il pubblico percepisse che il mondo interiore di Lou Ford è in contraddizione con i suoi comportamenti. Lou è un individuo che finge di essere quello che non è e interagisce con le persone come se stesse facendo un gioco, ragionando sulle cose con grande incertezza. Per questo ho cercato un attore capace di rendere la complessità e l’interesse del mondo che esiste dentro la sua testa. Trovo che Casey sia un attore brillante ed è stato disposto ad accettare questa sfida.

 

Jessica Alba è famosa per aver rifiutato ruoli da prostituta e progetti che contemplavano scene di nudo. Come mai a lei ha detto “sì”?

Non ne ho idea! (ride). Ma in realtà nel film non ci sono delle vere e proprie scene di nudo. Joyce è la donna che Lou incontra all’inizio del film e che innesca tutta la storia, facendo riaffiorare i ricordi dell’infanzia che lui aveva rimosso. Lou in un certo senso si innamora di lei e il sesso e la violenza della loro relazione lo trasforma, motivando l’intera vicenda.

 

Perché ha scelto Kate Hudson per il ruolo della ragazza di Lou?

Siamo stati incredibilmente fortunati con tutto il cast, eravamo circondati di persone straordinarie. Kate è una grande attrice e una persona incantevole. Inoltre conosceva già Casey e questo era un vantaggio. In sostanza abbiamo cercato di avere gli attori migliori per ogni ruolo. Il personaggio di Amy ha uno strano ruolo nella storia, perché Lou ha un rapporto profondo con lei, sono cresciuti insieme. È la tipica ragazza della porta accanto e c’è una parte di Lou che la trova incredibilmente fastidiosa e frustrante, perché lei lo conosce troppo bene. Lou proietta su Amy il disprezzo che prova per se stesso. E, quando decide di ucciderla, percepiamo che in qualche modo si rilassa. Ci rendiamo conto che per certi versi è innamorato di Amy e che Amy potrebbe renderlo felice. Quello che mi piace della descrizione che Thompson fa dei rapporti tra uomini e donne nel libro è che, malgrado sia una prostituta, una “cattiva ragazza”, Joyce è sinceramente innamorata di Lou e vuole sposarlo. La stessa cosa vale per Amy, la ragazza della porta accanto, la “brava ragazza”, che è follemente innamorata di Lou e vuole fare sesso con lui, sesso violento. Di fatto sentiamo che i rapporti tra Joyce, Amy e Lou hanno molto in comune e non sono differenziati in base alla tradizionale antitesi “brava ragazza” / “cattiva ragazza”. Entrambe le donne provano desideri complessi e contraddittori, entrambe vogliono davvero avere Lou, entrambe sono innamorate di lui in modo totalizzante.

 

Spesso ha lavorato con attori dilettanti o semiprofessionisti. Com’è stato girare con grandi star come Casey Affleck, Jessica Alba e Kate Hudson?

Uguale. In questo film la differenza non è stata tanto la notorietà o meno degli attori, ma il fatto che la sceneggiatura fosse piuttosto formale. La maggior parte dei dialoghi è stata tratta direttamente dal romanzo e funziona quasi come se fosse un allestimento scenico. La storia si dipana attraverso lunge scene formali di dialogo. In una situazione del genere, hai bisogno di attori in grado di realizzarle e i professionisti come Casey sono straordinari. Ma la differenza è in questo, non nel fatto che Casey sia più o meno famoso.

 

Il libro è stato scritto nel 1952. Nel 1976, il regista Burt Kennedy ne ha tratto un film. In cosa differisce il suo film dalla versione precedente?

Non ho visto quella versione. Quando ho letto il libro la prima volta, non sapevo che ne fosse già stato tratto un film. È stato Chris Hanley a dirmelo e credo che nemmeno lui l’abbia visto. Io volevo adattare il romanzo per il cinema e non fare un remake di un film. Volevo ispirarmi in modo il più possibile diretto al libro, quindi non ho guardato quel film.

 

Il racconto è cupo e contorto, ma è scritto in modo molto spiritoso e divertente. Quali sentimenti vuole suscitare con questa storia?

Non mi piacciono i film che manipolano gli spettatori, spingendoli tutti a provare esattamente la stessa cosa nello stesso momento. Thompson è geniale nel raccontare una storia, nello stabilire un ritmo e nel creare momenti e personaggi piacevoli. Spero che anche il film abbia queste caratteristiche, ma spero anche che abbia una complessità tale da indurre persone diverse a provare sentimenti diversi nei confronti di Lou Ford. Lou è un assassino, ma nonostante questo alcuni personaggi del film gli vogliono bene. Uno degli aspetti straordinari del romanzo è che anche le persone che Lou uccide lo amano, anche quando non si fidano di lui. Nel libro, Lou è un personaggio complesso e interessante e spero di essere riuscito a mostrarlo così anche nel film.

 

Il cinema ha sempre manifestato un notevole interesse per le storie di assassini e psicopatici. Come se lo spiega?

Sono storie drammatiche. Assassini e serial killer sono materia di storie drammatiche e non solo al cinema. Sono storie che mostrano una versione estremizzata del mondo e questa in particolare è dinamica, eccessiva, piena di sesso e di violenza, contiene tutti gli ingredienti di base che attirano le persone a teatro, nella letteratura e al cinema… Persino i giornali sono pieni di racconti del genere. Le persone sono affascinate dalle vite che rappresentano una versione estrema delle loro. Tuttavia, in questo caso, si tratta di una storia complessa a livello emotivo. Quello che proviamo nei confronti di Lou e dei suoi rapporti con Joyce e Amy è una sorta di sentimento contrastante, un senso di perdita perché una possibilità di amore è stata sprecata. È un racconto molto lirico: parla non solo di violenza, ma anche di una bellezza potenziale che viene distrutta.

 

Il film ha il fascino di un thriller psicologico neo-noir. Quale è la sua definizione?

Mi piacciono molto sia i film che i romanzi noir. Trovo che questo romanzo rifletta magistralmente quello che il genere noir consente, offrendoci una grande storia divertente, cupa, sensuale, violenta, estremamente gradevole da leggere e mi auguro anche da guardare. Ma, allo stesso tempo, contiene degli elementi che la collegano a concetti più ambiziosi e articolati sul nostro modo di relazionarci e di confrontarci con il mondo, con noi stessi e con gli altri e su come le persone possono distruggersi o deviarsi a causa dei rapporti con gli altri e della società. In questo senso è un vero e proprio schema, grande e ambizioso, che riflette qualcosa della vita. Credo sia stato questo a stimolarmi: non è solo una storia che parla di donne e di uomini cattivi e violenti, è anche una storia che ti porta a riflettere sul mondo e sulla tua vita.

 

Questa storia vuole essere puro intrattenimento o vuole anche fare della critica sociale?

No, non credo che sia un film di denuncia. Thompson non trasmette messaggi politici o sociali, ma mostra il ventre molle del mondo, in particolare quello dell’America degli anni ’50, la vulnerabilità della vita. È una storia che potresti leggere sul giornale o vedere in televisione in qualsiasi momento, di vite in qualche modo spezzate per mezzo di azioni violente scaturite da un senso di inadeguatezza o di bisogno. Con Lou, Thompson crea un personaggio che disprezza se stesso, che si sente inadeguato, vive molto nell’ombra del padre e vuole fare cose che non è in grado di fare. Lou uccide le persone che gli vogliono bene, che gli sono più vicine, le persone che legano con lui o che creano una possibilità di aiutarlo scatenano in lui il comportamento più distruttivo. In questo senso, Thompson ci mostra il lato oscuro di una esistenza normale. Anche la cittadina descritta nel libro costituisce un contesto molto interessante: è una piccola città squisitamente texana, una tipica città dell’ovest, dove tutti sono in apparenza educati e molto rispettabili. Ma poi arriva il boom dell’industria petrolifera, dove molti convergono, e la logica affaristica inizia a prevalere sugli antichi valori western. La gente lo sa, ma s’illude che non abbia importanza a condizione di mantenere le buone maniere. Ci sono una serie di descrizioni dettagliate di denunce di ipocrisia e corruzione. Ma non penso che fosse questo il vero interesse di Thompson e non è il mio. Mi affascina più che altro la natura singolare e autodistruttiva degli esseri umani, a prescindere dalla società a cui appartengono.

 

È importante che la storia sia ambientata negli anni ’50?

Non lo so. In fondo non è passato molto tempo da allora e non penso che oggi la vita nelle piccole città sia necessariamente molto diversa. Non credo proprio che l’ambientazione negli anni ’50 sia importante. Complica solo le riprese! (ride) Il romanzo è molto narrativo, crea un mondo parallelo al mondo reale, il mondo che c’è nella testa di Lou. Di solito la gente si comporta così? Non è un mondo normale, è un mondo strano. Forse, per certi aspetti, l’ambientazione negli anni ’50 rende più credibile quel mondo. Ma non è stato questo che mi ha attirato nel libro. Mi ha affascinato la storia di questo personaggio e l’atmosfera, ma soprattutto il clima psicologico e il tono della vicenda.

 

Questa è la sua prima produzione americana. È stato uno dei motivi che l’ha attratta in questo progetto?

È stato un caso. Ho realizzato molti film in molti posti diversi e per me è solo un altro film girato all’estero. Mentre mi stavo preparando per fare una specie di film di gangster in Inghilterra, che poi non è andato in porto, ho letto THE KILLER INsIdE ME e ho pensato di adattarlo. L’idea di fare un noir ambientato in America mi divertiva, ma non è stato in alcun modo il punto di partenza.

 

Cosa rende THE KILLER INsIdE ME un progetto così forte?

Leggendo il libro provi un senso di tragedia: percepisci la possibilità di amore, di amicizia, di qualcosa di bello, che viene completamente distrutto da Lou. È perfettamente in grado di permettere alle persone di entrare in contatto con lui, ma è molto isolato e insicuro e prova un profondo senso di inadeguatezza. Eppure, la gente gli vuole bene. I sentimenti che ti suscita la lettura del libro sono quello che mi ha fatto desiderare di farne un film.

INTERVISTA A CASEY AFFLECK

Lou è un antieroe, ma arriviamo a provare simpatia per lui. Come ha affrontato questa dinamica?

Il mio scopo non era suscitare simpatia, ma rendere il personaggio un essere umano, per quanto complesso possa essere un essere umano. Il fatto che uno spettatore provi simpatia dipende dalla sua ampiezza di vedute o dalla sua profondità d’analisi o dalla sua compassione.

 

È stato difficile prendere le distanze dalle scene di violenza alla fine delle riprese?

Non mi hanno segnato molto perché c’erano alcune “circostanze attenuanti”: dopo aver girato una scena di violenza, giravamo una scena in cui alcuni dei sentimenti espressi nella scena precedente in parte si riversavano, poi passavamo a una scena d’amore e in seguito a una scena ancora diversa. Alla fine della giornata, provavo molti sentimenti forti che però erano stati mitigati da altri sentimenti di natura diversa.

 

Secondo lei perché Lou si innamora di Joyce?

Joyce lo lascia essere quello che lui vuole essere. Lou incontra per caso questa donna che gli fa riaffiorare sentimenti che aveva represso molti anni prima. Quando torna a provarli, sta talmente bene che non riesce a stare lontano da lei. Ma sente anche che non può andare oltre e che nessun altro deve sapere. Inizia a rendersi conto che sta per perdere il controllo e quindi ritiene di doverla uccidere.

 

È stato difficile girare le scene violente con Jessica Alba?

No, è stato più facile di quanto pensassi, perché Jessica ha reso tutto molto credibile e si è impegnata moltissimo nelle riprese. Era disposta a fare qualunque per rendere Lou e Joyce credibili e mi ha davvero facilitato le cose.

 

Avete provato molto?

Michael Winterbottom non ama fare molte prove, quindi non ne abbiamo fatte tante. È un regista molto cortese, educato, attento e affronta sempre quegli aspetti di una scena che potrebbero mettere a disagio gli attori. Si assicura che tutti abbiano capito e siano consapevoli della scena che si sta per girare, ma non prova. È andata benissimo così.

 

Michael Winterbottom preferisce lavorare con una troupe molto piccola. A lei piacciono i set intimi?

Dipende dal contesto. Capitano set con tante persone che non sono in alcun modo coinvolte nella scena e la cui presenza fa uno strano effetto, un po’ voyeuristico. Ma se ci sono quaranta persone tutte impegnate, non mi da molto fastidio.

INTERVISTA A JESSICA ALBA

Può brevemente riassumere la storia per coloro che non la conoscono?

È difficile definirla in poche parole, non è una commedia d’azione, né un misterioso giallo drammatico. È la storia molto complessa di alcune persone i cui destini si incrociano. Hanno tutte un lato oscuro che le caratterizza. Il film scava nella natura umana e affronta le più grandi paure e gli aspetti più cupi e sinistri dell’individuo.

 

Perché ha trovato Joyce più interessante?

Quando mi hanno dato il copione, mi hanno proposto il ruolo di Amy, ma a me piaceva di più quello di Joyce. Lo trovavo più interessante, soprattutto perché è sempre divertente interpretare la “ragazza cattiva”. Ma Joyce è un personaggio molto sfaccettato. È proprio per questo che il film è così interessante: nessuno è come sembra. In realtà, io non considero Joyce cattiva, ma triste. Mi è piaciuto l’aspetto tragico di questa storia d’amore, il fatto che sia lei a scatenare la passionalità di Lou e la sua vera natura, che è quella di un assassino. L’ho trovato un modo molto interessante e oscuro di trattare una storia d’amore.

 

Secondo lei che storia ha Joyce alle spalle? Perché è diventata una prostituta?

Negli anni ’50, le donne non avevano molte scelte, soprattutto le donne forti con una mentalità indipendente. In pratica l’unica alternativa era tra sposarsi e vivere per sempre felici e contente o non sposarsi. E se non riuscivi a trovare un uomo che ti accudisse, eri considera una zitella. Probabilmente per Joyce la prostituzione è una via d’uscita e credo che le piaccia lo spirito di avventura e il fatto di non dover rispondere a qualcuno. C’è un grande senso di libertà nel poter passare da una città all’altra e nel decidere della propria vita. Si può dire quello che si vuole della sessualità e di ciò che è giusto e sbagliato, ma ancora oggi ci sono molte donne che usano la sessualità in vari modi per farsi accudire dagli uomini. In un certo senso ammiro il fatto che lei non abbia scelto questo percorso, ma uno molto più difficile.

 

È la prima volta che lavora con Michael Winterbottom. Che esperienza è stata?

La cosa fantastica è che odia tutto quello che odio io! Odia leggere i dialoghi, odia quando una scena sembra costruita o quando in un film si sente la recitazione o la lavorazione. Ho spesso la sensazione che gli attori debbano sempre lottare con i registi o i produttori per rendere un film più reale e più autentico, ma lui sembra intuirlo istintivamente. Rispetta gli attori ed è in grado, come nessun altro regista con cui ho lavorato finora, di individuare le sfumature nei personaggi. Utilizza molto l’improvvisazione: lascia che gli attori recitino una scena e se le battute non gli suonano giuste, li fa improvvisare finché non è soddisfatto. Ha un istinto straordinario e vi si affida. È piuttosto sicuro di sé e anche questo aiuta.

 

Come è stato lavorare con Casey Affleck?

Adoro lavorare con lui e adoro guardarlo sul grande schermo. È molto coinvolgente. Non vedi l’ora di sentire quello che ha da dire, vuoi conoscere il suo parere. Credo che sappia aggiungere mistero e intensità a ciascun ruolo che interpreta. Secondo Michael Winterbottom, l’intensità deriva in parte dalla capacità degli attori di reagire ai luoghi in cui recitano.

 

E che tipo di reazione ha suscitato in lei l’Oklahoma dove è stato girato il film?

Si respira un clima familiare. La gente non ha bisogno di chiudere a chiave la porta di casa, tutti conoscono i propri vicini, tutti sanno i fatti degli altri. C’è un’atmosfera da città piccola che mi piace. La gente è molto cordiale, ti guarda negli occhi, ti saluta e ti chiede come è andata la giornata perché è affettuosa, ci tiene davvero a saperlo. (ride) Vivere in quel tipo di ambiente mi ha indubbiamente aiutata a immergermi nella parte di una prostituta che sente di non aver alcun rapporto con quella società.

 

Annette Bening ha ottenuto una candidatura agli Oscar per aver interpretato una prostituta in RISCHIOSE ABITUDINI, un ruolo che nessuno si aspettava da lei. È importante per lei superare le paure e compiere scelte rischiose per la sua carriera?

Oddio! Da quando ho avuto mia figlia, ho iniziato a rendermi conto che la vita è troppo breve per non affrontare le situazioni che mi spaventano o che costituiscono una sfida e spero che una maggior determinazione mi aiuti a migliorare. Penso che il ruolo di Joyce rappresenti tutto questo. Non riduco il mio personaggio al mestiere con cui si guadagna da vivere e non credo che il suo interesse stia in questo. È paragonabile al ruolo interpretato da Annette Bening in RISCHIOSE ABITUDINI, o a quello di Elisabeth Shue in VIA DA LAS VEGAS, o ancora a quello di Marisa Tomei in THE WRESTLER: donne spesso nude, ma con una dimensione di tristezza e di oscurità, di umanità in fondo. Il pubblico può identificarsi in personaggi così. Ognuno di noi conosce la tristezza, il desiderio di essere amato, il bisogno di sentirsi parte di qualcosa o di qualcuno. L’intensità della rappresentazione di questi sentimenti consente a un attore di esprimersi al meglio e rende interessante un ruolo, da guardare e da interpretare.

 

È stato così anche per THE KILLER INSIDE ME? Cosa rende un progetto così intenso?

Molte storie evitano di trattare i lati oscuri degli esseri umani, mentre questa li mostra completamente. Spesso i film celano la vera natura degli individui, mentre questo ne rivela i segreti più cupi e reconditi. Credo che sia una scelta positiva e che non si faccia abbastanza spesso. La gente ama confezionare tutto con un bel fiocco e fingere di vivere in case di marzapane nel paese dei balocchi e che tutto sia dolce, bello e divertente. Ma questo è solo il 10% della vita. Il 90% è fatto di tentativi per arrivarci, tentativi di raggiungere la felicità e di non lasciarci ossessionare dalla nostra mente, dai nostri pensieri, dalle nostre psicosi.

INTERVISTA A KATE HUDSON

È la prima volta che lavora con Michael Winterbottom. Che esperienza è stata?

Mi è piaciuto il fatto che fosse un set molto chiuso. Durante le riprese, avevamo intorno quattro persone, quando di solito ce ne sono venti. Si è creata una bella atmosfera, molto intima. Michael non usa una segretaria di edizione, che normalmente si assicura che sia tutto in ordine e controlla il copione, quindi sei molto libero in quello che fai. Sembra quasi di lavorare in teatro e questo crea una bella intimità tra i personaggi. Inoltre sa esattamente quello che vuole e sa di cosa ha bisogno per raccontare di una storia, quindi è molto deciso.

 

Cos’ha trovato interessante in questo ruolo?

Il modo in cui percepiamo il personaggio di Amy Stanton: è un’insegnante allegra e felice, una perfetta ragazza della sua epoca, che ha avuto tutto quello che voleva e viene da una buona famiglia, ma sotto sotto è una donna disperata che vuole essere amata da quest’uomo. È piuttosto fragile, professa amore, ma dentro di sé ha anche una propensione per la violenza e ha quindi bisogno anche di quel genere di relazione. Sembra desiderare di non ottenere tutto quello di cui ha bisogno dall’amore e per qualche strano motivo io riuscivo a ritrovarmi in questo.

 

Ha analizzato il personaggio con uno psicologo?

Non ne ho avuto bisogno. È da molti anni che analizzo tutto con uno psicologo! (ride) Parlo sempre dei miei personaggi con uno psicologo. Ritengo interessante trovare dei parallelismi tra loro e la mia vita. Dicono che gli attori vivano molte vite in una e a volte è difficile varcare il confine del luogo in cui il personaggio si infiltra nella vita reale. Inconsciamente ti porti dentro un personaggio più a lungo di quanto desideri. Per questo mi piace sempre comprendere a fondo chi sono queste donne e dove sono le somiglianze con me. Per far sembrare Amy autentica, ho dovuto attingere a cose inquietanti e dolorose. Credo che la definizione perfetta per lei probabilmente sia sadomasochista, penso che abbia questa componente in lei, che abbia bisogno di qualcosa del genere nella sua vita.

 

Lou, il compagno di Amy, è interpretato da Casey Affleck. Aveva già lavorato con lui in 200 CIGARETTES (1999) e DESERT BLUE (1998).

DESERT BLUE è stato il mio secondo film! Avevamo passato un paio di mesi nel Nevada tutti insieme, quindi avevamo avuto modo di conoscerci piuttosto bene. E subito dopo DESERT BLUE abbiamo girato 200 CIGARETTES. È stato un periodo meraviglioso, eravamo tutti agli esordi, erano i nostri primi film, quindi eravamo un gruppo molto affiatato, uscivamo spesso insieme e ci divertivamo. È stato bello ripensare ai bei vecchi tempi in una nuova fase della nostra vita, ora che sia Casey che io siamo diventati genitori. È stranissimo che entrambi siamo ancora attori in carriera undici anni dopo.

 

Com’è stato girare le scene delle provocazioni sessuali con Casey?

Grazie al cielo ci conosciamo da un sacco di tempo. Ero preoccupata all’idea di dover essere letteralmente sculacciata. Ma farlo con Casey in un set chiuso mi ha messa più a mio agio. Per girare scene del genere devi sentire un certo livello di intimità con il partner per poterti rilassare e in questo caso c’era anche un profondo rispetto reciproco e una grande compostezza.

 

Amy Stanton sembra un ruolo molto diverso rispetto a quelli che ha interpretato recentemente. Spera che le vengano proposti altri ruoli drammatici?

Lo spero tanto. Ma, ad ogni modo, questo ruolo è più che drammatico, è melodrammatico. È stato difficilissimo incarnare la relazione tra Amy e Lou. Cercando di capire una scena descritta in sei pagine provi una strana sensazione, ma quando entri in sintonia, ti rendi conto di quanto siano situazioni familiari, magari vissute da amiche alle prese con una relazione violenta o da persone che hanno bisogno di amore e non riescono a riceverlo. Sanno che manca loro qualcosa e sarebbero disposte a tutto pur di soddisfare il loro desiderio di incontrare qualcuno. Ci sono persone che hanno bisogno di lottare per sentirsi vive, fino a morirne ed è proprio il caso di Amy. Questa tematica, questo semplice concetto è del tutto accessibile ed è una vera metafora di tante relazioni difficili. È stato davvero intenso.

Il trailer italiano:

“Fever” – titoli:


Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
Per consultare le uscite dell’ultimo week-end italiano visitate lo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema andate allo spazio settimanale “Cinema Festival”.

 

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