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Cinema futuro (1.137): “In un mondo migliore” 09/12/2010

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“In un mondo migliore”

Uscita in Italia: venerdì 10 dicembre 2010
Distribuzione: Teodora Film

Titolo originale: “Hævnen”
Genere: drammatico
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura: Susanne Bier e Anders Thomas Jensen
Musiche: Johan Söderqvist
Durata: 119 minuti
Uscita in Danimarca: 26 agosto 2010
Sito web ufficiale (USA): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Mikael Persbrandt, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, William Jøhnk Juels Nielsen, Markus Rygaard, Gabriel Muli

La trama in breve…
Accolto trionfalmente all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma, In un mondo migliore ha conquistato il Gran Premio della Giuria e il Premio del Pubblico, due riconoscimenti prestigiosi che vanno ad aggiungersi alla nomina a candidato ufficiale della Danimarca al premio Oscar.
La vicenda del film ha per protagonisti Anton e Marianne, due medici in crisi matrimoniale, e Elias, il figlio adolescente, vittima dei bulli della scuola. L’unico capace di difendere quest’ultimo è Christian, un compagno di classe che trascina Elias in un mondo a lui sconosciuto. Christian vive col padre Claus, da poco rimasto vedovo…
Già venduto in 50 paesi, compresi gli Stati Uniti (alla Sony Pictures Classics), in patria il film ha riscosso un enorme successo di pubblico e rappresenta la quarta collaborazione di Susanne Bier con Teodora, che nelle passate stagioni ha distribuito Non desiderare la donna d’altri, Noi due sconosciuti e Dopo il matrimonio (quest’ultimo finalista agli Oscar del 2007).
Secondo Susanne Bier, «In un mondo migliore esplora la nascita delle reazioni violente nei figli adolescenti e le difficoltà degli adulti che, con l’esempio personale, tentano di indicare la strada del comportamento civile, arrivando a “porgere l’altra guancia”. Il film si chiede se la nostra cultura “avanzata” sia il modello per un mondo migliore o se piuttosto il caos sia in agguato sotto la superficie della civilizzazione».

In un mondo migliore ha la necessità e l’incanto di una parabola etica. Una storia di lacerazioni e incontri che ci spinge a capire quanto siamo soli e quanto non vorremmo esserlo. L’affondo nella violenza e nel dolore del mondo, diventa un luminoso viaggio di riconciliazione. Attraverso un cast di attori indimenticabili che incarnano l’intimità e l’estensione dei sentimenti umani, Susanne Bier indaga la nostra epoca con passione, forza visionaria e coraggio civile.
(motivazione espressa da Sergio Castellitto, presidente della giuria del Festival Internazionale del Film di Roma, nell’assegnazione al film del Gran Premio della Giuria)

SUSANNE BIER

regista

Figlia di Rudy Bier, un ebreo tedesco rifugiatosi in Danimarca durante l’occupazione nazista, e di Henny Bier, danese di origini ebreo russe e sorella minore di due avvocati (uno a Londra, l’altro a Copenhagen), Susanne Bier incarna il modello cosmopolita e moderno della  tradizione europea degli anni d’oro, in cui i registi come Siodmak, Ophuls e Wilder cercavano, per necessità o inquietudine,  ispirazione fuori dai confini nazionali. Susanne si laurea in architettura ma decide  di studiare cinema all’estero, a Londra e Gerusalemme. Sposa un regista (da cui ha un figlio, Gabriel), poi un attore svedese (sua figlia Alice ha la doppia nazionalità ed è bilingue), poi un musicista.

Il suo cinema riflette appieno questa forma di libertà e di spazio a partire da subito, con Family Matters storia di incesto tra fratello e sorella, tra Copenhagen e un paese remoto del Portogallo. La regista si sposta poi in Svezia, per girare Pensionat Oskar, incentrato su una famiglia piccolo borghese in una località di vacanza, in cui i legami iniziano a vacillare quando il padre e marito scopre di essere attratto da un bagnino. In entrambi i film è evidente che l’altrove fisico serve alla regista a cercare un altrove morale e sentimentale, una forma di spostamento dalla normalità.

Il grande successo nazionale arriva con The One and Only, una commedia che non riesce a valicare i confini della Scandinavia, ma attira su Susanne l’attenzione dell’industria nel suo paese. Di nuovo al centro dell’azione troviamo due famiglie, problemi di adozione e una bambina che arriva dal Burkina Faso. La commedia successiva Susanne la gira in Svezia – è la storia di una giovane sfigata che sogna di cantare in Eurovisione – e il titolo la dice lunga: Once in a Lifetime.

È Open Hearts, tuttavia, a segnare la svolta critica internazionale, vincendo il Fipresci al festival di Toronto, riscuotendo un ottimo successo a San Sebastián e lanciando Susanne e il suo protagonista, Mads Mikkelsen,  nel firmamento delle star europee (purtroppo il film ha una pessima distribuzione in Italia, “curata” da E-mik). Si tratta di una storia lacerante, in cui un uomo giovane e bello viene travolto da una macchina e rimane paralizzato a vita. L’incidente cambierà anche le vite degli altri, della sua compagna, dell’automobilista distratta e del medico che lo cura. Per certi aspetti Open Hearts racchiude tutto il lavoro precedente di Susanne e anticipa i film che farà in seguito. Come per Non desiderare la donna d’altri, Dopo il matrimonio, Noi due sconosciuti e In un mondo migliore, sotto la lente d’ingrandimento non c’è mai solo il personaggio- motore della vicenda. Un’azione scatena più reazioni e la traiettoria di un personaggio cambia le traiettorie degli altri. L’infermità fisica di Nicolaj Lee Kaas provoca un’infermità altrettanto grave in Paprika Steen, la donna che lo ha investito.

L’Afghanistan di Non desiderare la donna d’altri è l’altrove che sconvolge la vita del soldato Ulrich Thomsen, di sua moglie Connie Nielsen e di suo fratello Nikolaj Lee Kaas. Quando Thomsen è costretto a ammazzare un suo commilitone  in un campo di prigionia Talebano, si scatena una serie di lutti morali, pubblici e privati. Oltre a essere un  successo critico, il film si afferma anche al botteghino: funziona in patria, in America, Germania, Italia e Spagna, vince il Sundance Festival, vince San Sebastián e una sfilza di premi nazionali. Per l’industria americana, Susanne Bier è una da tenere d’occhio. Il soggetto del film viene opzionato e qualche anno dopo esce un remake diretto da Jim Sheridan con Jake Gyllenhaal e Natalie Portman. Sheridan si sente appoggiato e incoraggiato dalla regista.

La ricerca di un equilibrio interiore, la fuga e la riappacificazione sono centrali in Dopo il Matrimonio, dove Mads Mikkelsen, per dimenticare se stesso, si occupa di orfani in India, un altrove lontano in cui i drammi degli altri nascondono quelli personali. Il film ottiene una candidatura all’Oscar e vale un contratto con la Paramount per Susanne, che girerà con Benicio Del Toro e Halle Berry Noi due sconosciuti, il primo film che non porta la firma tra gli sceneggiatori né di Susanne né di Anders Thomas Jensen, suo stretto collaboratore e amico (nonché regista di culto di Green Butchers e Le mele di Adamo) . La verità è che anche Noi due sconosciuti è un film personalissimo e riconoscibile (non è casuale che Susanne sia affiancata da Pernille Bech Christensen e Morten Soborg, rispettivamente montatrice e direttore della fotografia) ed è di nuovo l’incontro tra due solitudini e due dolori diversi ma vicini.

Tra gli impegni futuri di Susanne Bier è prevista una commedia matrimoniale che, oltre a essere girata in Danimarca, sarà ambientata anche in Italia, paese che lei adora.

Vale inoltre la pena ricordare che tra i suoi registi preferiti ci sono Clint Eastwood e Ingmar Bergman (su cui la regista ha un progetto).

INTERVISTA A SUSANNE BIER
© di Annika Pham – Cineuropa.org

Cosa ha ispirato l’idea del suo nuovo film, In un mondo migliore?

Ho discusso con Anders Thomas Jensen della Danimarca, che viene percepita come una società armoniosa e ideale, mentre nella realtà nulla è perfetto. Abbiamo iniziato a pensare ad una storia nella quale eventi imprevedibili avrebbero avuto effetti drammatici sulle persone e distrutto l’immagine di luogo incantato nel quale vivere. La storia di due ragazzi che diventano amici, ma uno di loro comincia a diventare violento, ha iniziato a svilupparsi. Di solito si crede — o si vuole credere — che i ragazzini siano buoni, creature dell’amore, ma in questo caso un 12enne diventa cattivo, addirittura malvagio, perché arrabbiato.

Di cosa parla il film?

Il film è incentrato sul personaggio di Mikael Persbrandt, che interpreta un medico idealista che lavora per una missione umanitaria in un campo di rifugiati in Africa. Vuole fare la cosa giusta, ma gli eventi lo mettono alla prova e vediamo fino a che punto. La sua storia è intrecciata con quella dei ragazzi. Il medico è un personaggio interessante e intrigante che affronta le proprie ferite ma sogna un mondo migliore.

In Dopo il matrimonio, anche Mads Mikkelsen era impegnato in campo umanitario, ma doveva fare una scelta difficile nella sua vita. Sembra affascinata da questi complessi personaggi maschili, messi alla prova dalla sorte e costretti a prendere decisioni pressoché eroiche.

Semplicemente mi piacciono le persone e sono i loro problemi che le rendono interessanti. Nel film, Mikael Persbrandt è romantico, idealista, ma non certo perfetto. È un vero essere umano con le sue fragilità, i suoi dubbi e le sue incertezze. Da regista e donna, mi sento spinta verso questi personaggi maschili. Gli attori spesso hanno un forte lato femminile, e mi piace trovarlo, come la profondità, segreto nascosto da portare allo scoperto.

Aveva in mente Ulrich Thomsen e Mikael Persbrandt quando ha scritto la sceneggiatura con Jensen?

Di solito non parliamo degli attori all’inizio della scrittura, vogliamo concentrarci sulla storia e sulla drammatizzazione dei personaggi. Poi, dopo la seconda e la terza scrittura, quando abbiamo i nomi, ci pensiamo e riscriviamo parti della storia.

Com’è stato per lei lavorare con Mikael Persbrandt?

È un attore molto dotato, di grande forza. Ha un lato animalesco molto vivo e questo è stato eccezionale per me, come regista.

Nel gennaio scorso ha avuto dei problemi con il Governo sudanese, che ha accusato il film di essere anti-islamico e di dipingere “una situazione inesistente in Darfur”. Cosa ci dice di questo episodio?

Il film non ha nulla a che fare con il Darfur. È stato girato in Kenya, e l’azione si svolge da qualche parte in Africa, non in un luogo specifico. La storia poi non ha nulla a che vedere con la religione: l’accusa era del tutto fuori luogo.

Lei è uno dei filmmaker più “vendibili” di Scandinavia, e i suoi film sono noti in tutto il mondo. È importante per lei questo riconoscimento internazionale?

Il cinema per me non è fare piccoli film d’avanguardia che non vedrà mai nessuno. Mi piace essere connessa al pubblico, perché penso al pubblico quando faccio un film.

Il trailer italiano:


Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
Per consultare le uscite dell’ultimo week-end italiano visitate lo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema andate allo spazio settimanale “Cinema Festival”.

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