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Edicola – “Rolling Stone” #87, gennaio 2011: “Robert Plant from Led Zeppelin to Band of Joy” 01/01/2011

Posted by Antonio Genna in Musica, Rolling Stone.
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Rolling StoneDi seguito ecco la copertina ed un’anticipazione del numero 87 – Gennaio 2011 del mensile di musica, spettacolo ed attualità “Rolling Stone”. La rivista, edizione italiana dello storico omonimo periodico statunitense, è edita da Editrice Quadratum, ed è in vendita in edicola da qualche giorno al prezzo di 3,20 €.

Robert Plant
Rifondare i Led Zeppelin? Non ci pensa neanche. E infatti rifonda la Band of Joy (sì, la formazione in cui militava prima). Certo, sgolandosi un bel po’ di meno. A intervistarlo Stefano Pistolini, un ex giovane che lo vide a Milano nel ’71.

Cristiano Godano: moderiamoci un po’
Abbiamo chiesto alla voce dei Marlene Kuntz una “letterina di buoni propositi per l’anno nuovo”. Lui ci ha consigliato di leggere Todorov e il suo elogio della ponderatezza.

Adulti emergenti
Li hanno chiamati bamboccioni, ma la definizione corretta – dicono i sociologi – è adulti emergenti. Un lungo speciale ripercorre le tribolazioni di una generazioni a cui la gerontocrazia imperante ha tarpato le ali.

Ecco ora un’anticipazione di un servizio di questo mese.

Julian Assange: cowboy del cyberspazio

A nemmeno 40 anni è l’uomo più temuto del mondo.
di Alberto Piccinini

Clicco su Google “immagini relative a Julian Assange” per farmi un’idea più precisa del taglio di capelli dell’uomo dell’anno, l’eroe rock&roll;, l’ultimo cowboy del cyberspazio. La foto spettrale scattata a Copenhagen lo scorso anno – quella con la camicia e la giacchetta luccicante nera, la cravatta rossa stretta a righine bianche, vagamente Kraftwerk e pure un po’ Nick Cave giovane – è la migliore. Lì Assange, 40 anni tra pochi mesi, ha capelli quasi bianchi, lisci, tagliati alla grossolana, senza sfumature, e con una specie di riga a sinistra. È una divisa. Ritroviamo lo stesso look alla conferenza per il giornalismo investigativo a Oslo, marzo 2010. Il primo piano è ravvicinato: lui è più sfatto, ha le occhiaie, la barba di due giorni.
Non è male nemmeno la fotografia scattata 15 anni prima fuori dal tribunale di Melbourne. Julian fu assolto dopo avere aperto in due il sistema informatico di una banca canadese, i computer del Dipartimento della Difesa americano più altre fortezze virtuali, altre zaibatsu del cyberspazio. Anzi, quasi assolto: venne punito con una multa di 2000 dollari o poco più perché – sentenziò il giudice – non aveva procurato danni. Ma del resto in questo Assange seguiva la più pura etica hacker. Veniamo alla foto: giacca, camicia button down stazzonata, cravatta dalla fantasia ingiudicabile, occhiali scuri arrotondati. I capelli biondi raccolti in una coda. Andava di moda? Altri tagli più corti in altre foto, sforbiciate che non sai se sapienti, ingelatinate o del tutto casuali, come si conviene a chi non ha tempo di andare dal barbiere, ma non disdegna la pubblicità rivolta al network diffuso dei propri finanziatori.

Il New Yorker – che nel giugno scorso ha pubblicato uno dei migliori ritratti in circolazione dell’hacker australiano – ha raccontato che, alla fine della lunga session di decrittazione di “Collateral Murder” (il filmato di un massacro casuale di civili e giornalisti girato a bordo di un elicottero americano in Iraq), Assange chiese che qualcuno gli tagliasse i capelli. Era rimasto giorni e notti dentro una casa di Reykjavik ribattezzata il Bunker, con le tende perennemente chiuse, davanti a due computer, con un gruppo di collaboratori di WikiLeaks. Fu una mediattivista e parlamentare islandese, Brigitta Jonsdottir, a impugnare le forbici, riluttante. La stessa che, al suo arrivo, gli aveva portato una maglietta pulita: casualmente, una t-shirt con il logo di WikiLeaks. Subito dopo Assange saltò su un aereo e volò a New York a mostrare il video a un gruppo di giornalisti. Successe un casino. Il primo.

Le conferenze, le apparizioni ufficiali in pubblico sono il rovescio esatto della vita reclusa e notturna dell’hacker che da ragazzino tormentava le tastiere dei Commodore 64 del negozio di elettronica sotto casa. Una specie di sindrome da nerd che finalmente consuma la sua vendetta contro il mondo intero. Forse per questo le conferenze sono il suo tallone d’Achille, come s’è capito dalle bizzare e complicate accuse di stupro che lo hanno portato momentaneamente in galera a Londra: le due ragazze le aveva conosciute in un’occasione del genere. Nomade, radicale, paranoico e (non senza qualche ragione) rompiscatole. Apriscatole. Assange è il preannuncio della nuova specie umana per la quale tutto ciò che è virtuale è reale, e viceversa. Non gira con i calzini spaiati, da caricatura del vecchio scienziato. Un po’, lui, ci tiene.

Una parola a proposito del cowboy del cyberspazio preconizzato da William Gibson quasi 30 anni fa e mai veramente realizzato per mancanza di materia prima, mezzi arretrati specie sul piano delle biotecnologie, poche o niente manie di grandezza, eccesso di democraticismo, cazzeggio su Facebook. Gibson fu troppo buono: rubò i suoi personaggi al noir anni ’50, al romanticismo dei fumetti, all’utopia garage-freak di San Francisco. Non tenne in dovuto conto la perversione del rock anni ’70, l’egotismo, la mania di grandezza, la paranoia diffusa dell’epoca Nixon-Vietnam-eroina. Non come avrebbe dovuto. La sua ripetizione nell’epoca dell’emergenza, del segreto, del post 9/11. “Ho preso il controllo”, scrisse Assange nemmeno 20enne all’administrator del sistema della compagnia di telecomunicazioni canadese Nortel. “Per anni vi ho combattuto nell’ombra, ma adesso finalmente ho visto la luce”. Heavy metal. Nessuna risposta. Assange continua: “È stato bello giocare col vostro sistema. Non abbiamo rotto niente, anzi abbiamo migliorato qualcosa”.

Julian Assange e David Bowie. Nel 1974 Bowie trascorse a Los Angeles il periodo più folle della sua vita. Viveva in una villa dalle tende perennemente chiuse, era spaventosamente scheletrico, anoressico, bianco come un lenzuolo. Dormiva quando capitava, la sua dieta consisteva in latte, sigarette, cocaina. Nella vita paranoico, praticamente criptonazista, i Kraftwerk a tutto volume sulle freeway, Iggy Pop come unico compagno di avventure. L’uomo che cadde sulla terra rischiò di rimanerci. Si trasformò senza fatica in Thomas Gerard Newton, coi capelli rossicci e lisci, gli occhiali da sole. Era l’extraterrestre piovuto sulla terra che voleva farsi costruire una nuova astronave per tornarsene a casa.
Ma anche, Julian Assange e il comandante Straker. Capelli decolorati (sulla tv in bianco e nero ci apparivano così). Ufo, la serie tv inglese di culto anche qui da noi nei primi anni ’70. Leggo una sua breve biografia: “il Comandante della S.H.A.D.O. Ed Straker è la vera e propria mente di tutta l’organizzazione ed è stato uno dei suoi più ferventi promotori. Nato negli Stati Uniti nel 1940, fin da bambino sognava di diventare un astronauta. La sua dedizione e il suo impegno nella lotta contro gli UFO invasori gli sono costati un prezzo molto alto: la vita di suo figlio e la fine del suo matrimonio. Forse anche a causa di queste inguaribili ferite, Straker appare freddo e insensibile, ma è capace di comprendere le esigenze e le difficoltà dei suoi collaboratori da cui pretende sempre il massimo impegno e un’assoluta dedizione”.

La missione di Assange? Non saprai mai quello che si agita dentro di lui, proprio come di tutti i veri radicali. Del fuori, dei capelli decolorati come un cattivo bondiano, delle giacchette da Kraftwerk, da alieno sceso sulla terra, da replicante, sappiamo. Diresti, invece, che Assange non abbia un dentro. «Non fidarti mai di quel che ti raccontano su di me le fonti secondarie», ha detto al giornalista del Guardian che ha faticosamente composto un altro suo bel ritratto pochi mesi fa. Già, le fonti secondarie. Assange i giornalisti li odia. Li considera più o meno dei cazzoni corrotti dalla vicinanza col potere. Vagheggia quel che lui stesso definisce un giornalismo “scientifico”, praticamente la disponibilità universale delle fonti, la caduta di ogni segreto, compreso quello della soffiata e dell’esclusiva. I giornalisti lo assecondano, per il momento. Per convenienza.
La struttura che regola le “esclusive” di WikiLeaks, diffuse a un network di grandi giornali tra cui New York Times, El Pais, Der Spiegel, è ferrea, e fa scrivere editoriali compiacenti con l’hacker che restituisce al “vecchio giornalismo” il suo compito: quello di discernere, spiegare, scegliere. Proteggere i nomi. A lui non sembra fregare granché. La mania di grandezza è anche in questo: come andare alla guerra contro il segreto militare e di Stato, in nome della democrazia e della possibilità di scegliere per deliberare, e ritrovarsi sepolti da tonnellate di documenti, miliardi di bit, Berlusconi, Putin, elicotteri iracheni, malefatte kenyote, Scientology, dittatori kazaki. Un fallout definitivo. Una sceneggiatura impossibile. La più grande opera d’arte degli ultimi anni.

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