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Cinema futuro (1.183): “Il Grinta” 13/02/2011

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Fumetti, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Il Grinta”

Uscita in Italia: venerdì 18 febbraio 2011
Distribuzione: Universal Pictures Italia

Titolo originale: “True Grit”
Genere: western / avventura / drammatico
Regia: Ethan Coen, Joel Coen
Sceneggiatura: Joel Coen e Ethan Coen (basato sul romanzo di Charles Portis)
Musiche: Carter Burwell
Durata: 106 minuti
Uscita negli Stati Uniti: 22 dicembre 2010
Sito web ufficiale (USA): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Matt Damon, Josh Brolin, Barry Pepper, Dakin Matthews, Jarlath Conroy, Paul Rae, Domhnall Gleeson, Elizabeth Marvel, Roy Lee Jones, Ed Corbin

La trama in breve…
Il Grinta è un’avventurosa storia Western di vendetta e coraggio dai premi Oscar Joel ed Ethan Coen nel cui adattamento ritroviamo incontaminati lo schietto umorismo, la narrativa coraggiosa e la bellezza grezza del classico americano di Charles Portis.
Ambientato intorno al 1870, nell’America di frontiera subito dopo la Guerra Civile, è raccontato da Mattie Ross, che a 14 anni si mette in viaggio verso Fort Smith, nell’Arkansas determinata ad ottenere giustizia per la morte del padre, ucciso a sangue freddo. Con un cast stellare che comprende il vincitore del premio Oscar Jeff Bridges (Crazy Heart), il candidato all’Oscar Matt Damon (Invictus- L’invincibile) e Josh Brolin (Milk); Barry Pepper (Salvate il soldato Ryan) e l’emergente Hailee Steinfeld nel ruolo di una delle eroine più intrepide della storia della letteratura, Il Grinta è adattato per il grande schermo e diretto da Joel ed Ethan Coen e prodotto da Scott Rudin, Ethan Coen e Joel Coen.  I produttori esecutivi sono Steven Spielberg, Robert Graf, David Ellison, Paul Schwake e Megan Ellison.

Mattie Ross (STEINFELD) arriva a Fort Smith unica rappresentante della propria famiglia, in cerca del codardo Tom Chaney (BROLIN), che si dice abbia ucciso suo padre in cambio di due pezzi d’oro, prima di fuggire in Territorio Indiano, facendo perdere le sue tracce. Determinata ad inseguire Chaney per vederlo un giorno impiccato, Mattie chiede aiuto ad uno dei più spietati sceriffi della città – l’ubriacone dal grilletto facile Rooster Cogburn (BRIDGES), che, dopo aver rifiutato più volte, alla fine accetta di aiutare Mattie a trovare Chaney. Ma Chaney è già inseguito dal ciarliero Texas Ranger LaBoeuf (DAMON), che da la caccia al killer per riportarlo in Texas e riscuotere la grossa taglia che pende sulla sua testa – circostanza che porta il trio ad incontrarsi lungo la strada.  Determinati e testardi, ciascuno guidato da un suo codice morale particolare, formano un ensamble improbabile che cavalca verso un futuro imprevedibile avvolto nella leggenda e fatto di errori e brutalità, di coraggio e delusioni, accanimento e purissimo amore.

La squadra dei realizzatori tecnici del film è composta da collaboratori dei Coen di vecchia data tra i quali spiccano il direttore della fotografia  candidato all’Oscar Roger Deakins, ASC, BSC (L’uomo che non c’era, Fratello, dove sei?), lo scenografo Jess Gonchor (Truman Capote: a sangue freddo, Non è un paese per vecchi) e la costumista Mary Zophres (Prova a prendermi, Fratello, dove sei?). Il montaggio del film è di Roderick Jaynes e le musiche sono di Carter Burwell.

LA PRODUZIONE

“La gente non riesce a credere che una ragazza possa avventurarsi nel bel mezzo del gelido inverno per vendicare la morte del padre, ma è veramente andata così.”
— IL GRINTA, di Charles Portis

Nel 1968, il Saturday Evening Post pubblicò un romanzo a puntate che appassionò i suoi lettori con una storia che, fu subito chiaro, sarebbe diventata una di quelle leggende americane destinate a durare nel tempo. Si trattava de Il Grinta, di Charles Portis, la storia di una ragazza straordinariamente coraggiosa decisa a vendicare il padre assassinato con l’aiuto di un malandato tutore della legge di frontiera e di un onesto Texas Ranger, con i quali si imbarca in un epico viaggio attraverso il selvaggio Territorio Indiano alla ricerca dell’assassino. Impreziosito da uno humor secchissimo, ricco di personaggi rozzamente individualisti e di tematiche squisitamente americane, il romanzo cominciò a vivere di vita propria.

Proprio come Mattie Ross, anch’esso si recò al di là del fiume, sconfinando nel reame in cui le storie vere si trasformano in racconti leggendari, diventando sia un best seller che un classico della letteratura statunitense, passando da lettore a lettore e da scrittore a scrittore, per decine di anni. Il libro entrò presto a far parte dei programmi scolastici, e nel 1969 divenne un film con John Wayne, mentre il suo titolo entrò a far parte della lingua parlata.

Le parole “true grit” (True Grit è il titolo originale del libro di Portis, pubblicato in Italia nel 1969 col titolo Un uomo vero per Mattie Ross e più di recente come Il Grinta) divennero sinonimo di quell’ostinazione e del coraggio che sorreggono una persona in circostanze complicate – due dei valori alla base del vero spirito americano.  Ma nella storia di Portis c’era molto più del semplice coraggio.  Narrata con crudezza dalla zitella durissima in cui Mattie Ross si trasforma in seguito, è il manifesto dell’irrequietezza del personaggio americano e dell’ eterno conflitto tra il desiderio di avventura e il bisogno di mettere radici, tra la volontà di rimediare ai torti e le conseguenze di tale volontà che si ripercuotono su anima e corpo.  I personaggi di Mattie, Rooster Cogburn e LaBoeuf sono costretti infatti a confrontarsi non solo tra loro e con il ricercato che inseguono, ma con i loro stessi cuori indecisi tra ciò che desiderano e ciò che è giusto.

Ciò che conferisce al romanzo la sua atemporalità e la sua qualità trascendente è soprattutto la voce di Mattie, del tutto singolare in letteratura. Il noto autore George Pelecanos, in un intervista rilasciata nel 1996, spiegò che:  “La voce di Mattie, ironica e sicura, è una delle grandi invenzioni della letteratura contemporanea. Io la colloco proprio accanto a quella di Huck Finn e la mia non è un’esagerazione . . . Ancor più importante, inoltre, è il fatto che essa può essere apprezzata dai lettori di varie generazioni, di diverso livello culturale e di diversa estrazione economica. E’ un opera d’arte egualitaria”.

Portis scrisse cinque romanzi (Il Grinta era il secondo, dopo Norwood), e negli anni, i lettori si sono innamorati della sua miscela alchemica di divertente folklore e di audaci temi archetipici.  Tra gli ammiratori del lavoro di Portis figurano Joel e Ethan Coen, autori di alcuni dei più avvincenti film dei nostri tempi, a partire dal classico del noir Blood Simple-Sangue facile passando poi per Arizona Junior, Miller’s Crossing, Barton Fink, Fargo, premiato con l’Oscar, L’uomo che non c’era, Fratello dove sei?, Non è un paese per vecchi,anch’esso vincitore del premio Oscar e A Serious Man.

“Conoscevamo i romanzi di Charles Portis, e questo ci sembrava particolarmente adatto al grande schermo”, spiega Ethan della loro decisione di adattare Il Grinta.

I fratelli filmaker sono rimasti piacevolmente colpiti dalla coraggiosa decisione di Portis di collocare una ragazza determinata ed inarrestabile al centro di un romanzo denso di brutalità, ironia e crudeli realtà, cosa che ha fatto leva sul loro interesse per il diverso.  La storia di Mattie è certamente ricca di un’umanità schietta e di un’arguzia nera come l’inchiostro che ha spesso trovato posto nella visione cinematografica dei Coen, ma al tempo stesso, Il Grinta è per loro un nuovo inizio, centrato com’è su un tipo di narrativa assolutamente letteraria, emozionante e diretta.

“La storia rientra perfettamente nel genere particolare delle avventure giovanili”, spiega Joel.

“E’ raccontata da questa quattordicenne assolutamente sicura di se”, aggiunge Ethan, “cosa che probabilmente rende questo libro così strano e divertente. Ma è anche un po’ come Alice nel paese delle meraviglie perché questa ragazzina di quattordici anni si ritrova in un ambiente che potremmo tuttora definire quantomeno esotico”.

“Questa è un’altra caratteristica del romanzo”, continua Ethan, “L’ambientazione è molto esotica ma ovviamente Portis conosceva bene il luogo e il periodo. Ha reso i dettagli così vividamente realistici che sono diventati surreali”.

Il romanzo è anche decisamente un Western, un genere con il quale i fratelli Coen volevano cimentarsi per la prima volta in maniera totale. Sebbene alcuni sembrino voler collocare Non è un paese per vecchi in questa categoria, per Joel e Ethan quel film era un thriller contemporaneo.  Il tono dei due film è molto differente. “Non è un paese per vecchi era ambientato in Texas”, spiega Joel, “ma era un film contemporaneo.  Nessuno va a cavallo in quel film fatta eccezione che per recarsi nell’interno del Paese. Non lo abbiamo mai considerato un Western. Per noi era qualcosa di diverso”.

La sceneggiatura è rimasta fedele alla struttura del romanzo di Portis, con Mattie al suo centro e presentata come una vecchia donna dura che cerca Rooster Cogburn in uno scalcinato spettacolo sul Wild West a Memphis.  Rispettando la scelta di Portis, desideravano dare alla voce di Mattie – così semplice, incrollabile e altisonante come una vecchia ballata – pieno risalto sullo schermo, e ritrarre l’altrettanto ipnotico Rooster Cogburn e il Texas Ranger LaBoeuf alla luce del suo riconoscimento –o speranza – che ad unirli sia un comune spirito semplice e onorevole.

Jeff Bridges, al quale è stato affidato il ruolo di Cogburn, spiega che è stata proprio l’idea di mescolare la cadenza originale del romanzo con il tono scanzonato ma commovente del cinema dei Coen a convincerlo a calzare i panni, in maniera originale, dell’iconico personaggio.

“Quando i Coen mi dissero che volevano girare Il Grinta, gli ho detto ‘Gee, ma quel film non l’hanno già fatto?  Perché volete rifarlo?’ e loro mi hanno risposto, ‘Non vogliamo fare un remake del film, faremo una nuova versione del romanzo di Charles Portis.  Allora ho letto il libro ed ho capito subito quello che intendevano.perché si trattava proprio di una storia perfetta per un film dei Coen.  E visto che non avevano mai fatto un vero Western prima, il film sarebbe stato una sorpresa”.

Aggiunge Matt Damon, che interpreta il ruolo di LaBoeuf, “Non avevo letto il libro prima che me lo dessero i Coen, ma è uno straordinario vero romanzo americano che merita di essere riconosciuto come tale. Il loro adattamento è semplicemente fantastico.  Hanno utilizzato così tanto del dialogo originale e colto in pieno la sensibilità di Charles Portis nei confronti del modo in cui la gente si esprimeva realmente. Io ne sono rimasto incantato. E comunque, nel film, senti anche sempre la voce dei Coen, perché sono degli artisti così poderosi”.

Conclude Barry Pepper, che interpreta il ruolo del fuorilegge Lucky Ned, ed ha lavorato per la prima volta con i Coen ne Il Grinta:  “il dialogo nel romanzo è come la poesia cowboy scritta da Shakespeare. I fratelli Coen hanno saputo coglierne perfettamente il ritmo e la musicalità. Ciò che è veramente straordinario nel loro adattamento è quanto sia appropriato e vero il linguaggio. Il modo in cui hanno re-interpretato ed esteso in maniera visiva ciò che Portis aveva fatto nel romanzo è qualcosa di meraviglioso e di molto particolare”.

 

PERSONAGGI E INTERPRETI

Poiché il film è guidato nella stessa misura sia dalla dinamica dei personaggi che dall’azione, la scelta degli interpreti de Il Grinta era fondamentale — e, come nel caso di molti dei film dei fratelli Coen, la sceneggiatura ha attirato una serie di attori di altissimo livello. Tuttavia, il ruolo principale del film è stato affidato ad una attrice emergente:  Hailee Steinfeld, che ha incarnato alla perfezione la incredibile tenacia, la pazienza e l’audacia dell’eroina e voce narrante della storia Mattie Ross, una ragazzina molto speciale che non è disposta a modificare ne le sue opinioni ne le sue intenzioni, per il beneficio di nessuno.

La ricerca dell’attrice per il ruolo di Mattie è stata molto difficile.  Il personaggio è una delle poche eroine veramente coraggiose della letteratura americana classica, e anche tra esse, lei è veramente unica. Per il suo incrollabile individualismo e per il fatto che incarni così perfettamente gli ideali americani, è stata paragonata ad Huck Finn (da Walker Percy, Donna Tartt e George Pelecanos, e da molti altri critici) – tuttavia non è assolutamente maschile.  Intelligente, allegra, dalla lingua tagliente e assolutamente sincera, Mattie è una forza con la quale bisogna fare i conti – e al tempo stesso, è innegabilmente una bambina. Come Dorothy ne Il Mago di Oz, Mattie è molto, molto lontana da casa – ma affinché possa tornarvi, del sangue dovrà essere versato.

La grande sfida per i realizzatori era quella di riuscire a trovare un’attrice in grado di impersonare Mattie in tutta la sua innocenza ed insolenza, che fosse in grado di portarne sul grande schermo sia la profonda tenerezza che l’immensa determinazione. I direttori del casting, Ellen Chenoweth e Rachel Tenner, hanno trascorso mesi setacciando il paese in lungo e in largo, tenendo un’infinita serie di provini ed esaminando migliaia di ragazze.

Alla fine, proprio all’ultimo momento, l’hanno trovata. Quell’ago nel pagliaio era la tredicenne Hailee Steinfeld che ha colpito i realizzatori non solo a causa della sua vivace personalità, ma anche per la sua apparente incoscienza.

“Dopo aver visto ragazze provenienti da ogni parte del paese, per ironia della sorte alla fine abbiamo scelto una ragazza di Los Angeles”, commenta Joel.  “Abbiamo trovato Hailee proprio poco prima di cominciare le riprese, e siamo stati veramente fortunati ad averla trovata”.

“In un certo senso, proprio come il suo personaggio, anche lei è assolutamente imperturbabile e che non si lascia intimidire”, spiega Ethan.

La Steinfeld dichiara di essersi assolutamente innamorata del personaggio.  “Chi potrebbe resistere a Mattie?” domanda.  “E’ una dura, è intelligente ed ha solo quattordici anni, il che è incredibile.  Il suo unico scopo è trovare l’assassino del padre, e dice a se stessa che non potrà andare avanti con la sua vita finché non lo avrà raggiunto – pertanto, si mette in marcia.  E’ questa la cosa che ci rende più simili:  il fatto che non ci fermiamo davanti a nulla pur di raggiungere il nostro obiettivo”.

Hailee desiderava così tanto ottenere la parte che si è presentata all’ultimo provino indossando una gonna di tela ruvida e un costume che le aveva confezionato la madre cucendo insieme dei vecchi abiti acquistati in un negozio dell’Esercito della Salvezza . “Ho fatto un provino insieme a Jeff Bridges e a Barry Pepper e mi sono sentita pronta e giusta per la parte. E’ stata una bella sensazione ”, ricorda la giovane attrice.

Non si è lasciata prendere dall’emozione.  “Ero più affascinata dai Coen che intimidita da loro”, spiega.  “Sia loro che gli altri attori si comportavano in maniera così normale che non mi sono sentita per nulla intimidita. Mi hanno tutti trattato come una di loro”.

Tuttavia, la Steinfeld ha dovuto imparare un sacco di cose, soprattutto per quel che riguardava il cavalcare e l’uso delle armi, visto che Mattie era incredibilmente brava in entrambe le cose.  Hailee sapeva già cavalcare, ma all’inglese.  “Ho preso lezioni di equitazione per imparare a cavalcare in stile Western”, ricorda la Steinfeld.  “E non avevo mai sparato, così mio padre mi ha iscritto al poligono per farmi acquisire una certa pratica. E’ stato molto utile perché ho imparato che cos’è il rinculo.  Non esiste il rinculo quando si spara a salve, ma Mattie invece spara sul serio e quindi in scena è necessario simularlo”.

Per la Steinfeld, una delle sorprese maggiori sono state le performance dei suoi colleghi attori.  “Sai, leggi il libro e ti fai un’idea di come sarà metterlo in scena, ma poi gli attori cominciano a recitare ed è tutto molto diverso da come lo immaginavi e da come ti aspettavi che sarebbe stato.  E’ stata un’esperienza straordinaria perché spero tanto di diventare un’attrice brava come loro”, racconta entusiasta.

La Steinfeld ha interpretato una scena in cui viene solennemente sculacciata da Matt Damon nel ruolo di LaBoeuf, ma anche allora, è stata imperturbabile.  “Alla fine di ogni ciak, Matt mi diceva, ‘oh mio Dio, va tutto bene?  Non ti ho fatto male, vero?  Hai promesso di dirmelo se ti faccio male’,  ma io lo trovavo divertente”, racconta l’attrice.

E conclude:  “Per me era quasi incredibile pensare di stare partecipando ad un film insieme a tutti questi attori straordinari. Ero così contenta e grata di essere lì ad interpretare il mio ruolo”.

La ricerca dei due personaggi maschili principali è stata un po’ meno difficile. Sin dall’inizio i Coen volevano Jeff Bridges per il ruolo di Rooster Cogburn.  Bridges, che aveva appena vinto un Oscar per il ruolo del cantante country nel film Crazy Heart, aveva già lavorato con Joel ed Ethan nel 1998 , contribuendo a creare il personaggio di The Dude nel film Il grande Lebowski.

“Un uomo grasso e con un occhio solo”, secondo la sua stessa descrizione, Cogburn gode di una reputazione di cattivo che piace a Mattie, ma inizialmente non sembra affatto essere competente. Ottenebrato dall’alcol, rude e con uno stile di vita al limite del degenerato che conduce nel retro dell’Emporio del paese, non sembra proprio il salvatore che Mattie spera di trovare quando chiede all’uomo, conosciuto un tempo per le sue capacità di rintracciare i delinquenti in fuga, di aiutarla a catturare l’assassino del padre. Sorprendentemente, invece, lui si dimostra perfettamente all’altezza del ruolo, incantando e deludendo Mattie alternativamente, fino a diventarne il rispettato, instancabile, ed assolutamente devoto partner sul campo.

Bridges ha interpretato il ruolo in maniera nuova, lasciandosi completamente alle spalle la performance di John Wayne, ritenendo che appartenesse ad un diverso modo di fare cinema in un periodo ormai lontano. Ha trasfuso invece nel personaggio tutto il suo grande amore per il genere Western (suo padre Lloyd ne interpretò moltissimi) e anche la sua grande esperienza coi cavalli (cavalcava da bambino ed ha interpretato diversi ruoli in cui si richiedeva di montare), e poi si è concentrato sulle molte sfumature di uno dei personaggi più intensi tra quelli fin’ora interpretati.

“Rooster Cogburn si muove proprio ai limiti della legge, con un piede al suo interno e l’altro all’esterno”, spiega Bridges ironicamente.“Ma Mattie cerca un uomo determinato, e lui lo è.  E’ un tipo che, non importa quali siano i rischi e le difficoltà, se si è preposto un obiettivo e non si fermerà finché non lo avrà raggiunto”.

Per Bridges, gran parte del divertimento nell’interpretare Cogburn consisteva nel poter cavillare, discutere e cavalcare insieme ad Hailee Steinfeld nel ruolo della ragazza che continua a far pressione su Rooster fino ad ottenere ciò che vuole.  “Mattie è il personaggio più complesso del film”, afferma Bridges.  “L’intera sceneggiatura ruota attorno a lei.  All’inizio ero un po’ preoccupato per Hailee perché questo era il suo primo film, ma alla fine del primo giorno di riprese mi sono detto, ‘Oh, Dio, meno male che hanno scelto lei’. Ha una dolcezza profonda che tuttavia riesce ad incapsulare nella forza e nella durezza del personaggio. Se l’è cavata così bene che non ha avuto bisogno di molti consigli”.

Con Bridges nel ruolo di Rooster, i Coen sono passati alla scelta dell’interprete per il ruolo del Texas Ranger LaBoeuf , orientandosi subito su Matt Damon, attore candidato all’Oscar, che ha di recente indossato i panni del giocatore di rugby sudafricano nel film di Clint Eastwood Invictus. Poi i Coen hanno deciso di tornare a lavorare con Josh Brolin, anch’esso candidato all’Oscar, che aveva avuto un ruolo importante nel film Non è un paese per vecchi, nei panni di Tom Chaney, il codardo assassino che scatena l’epica caccia del film.

“Abbiamo pensato che Josh e Matt avrebbero formato un duo interessante”, spiega Joel.  “Spesso quando si scelgono degli attori del loro calibro, tutto si riduce alla speranza che i loro altri impegni di lavoro consentano ad entrambi di partecipare al film”. Ma una volta organizzati tutti gli impegni Damon e Brolin sono finalmente saliti a bordo.

Oltre ad essere entrambi interessati ai loro ruoli, avevano una marcia in più: sapevano cavalcare bene.  “Sapevamo che entrambi erano in grado di cavalcare, ma non è stato un fattore che ha influito sul casting”, spiega Ethan.  “Ma alla fine è stato veramente un bonus. Oh, mio Dio, sarebbe stato impossibile girare il film se non fossero entrambi stati degli ottimi cavalieri”.

Damon desiderava lavorare con i Coen da molto tempo, ma non ne aveva mai avuto l’occasione, finché non gli è stato offerto di interpretare il ruolo di LaBoeuf.  Il ruolo ha subito colpito Damon.  “E’ un Texas Ranger che è un po’ pieno di se ed è un grande oratore, un tipo che sa veramente tenere banco”, osserva l’attore.  “Mi faceva pensare un po’ a Tommy Lee Jones, e anche a Bill Clinton, persone piacevoli da ascoltare e in grado di esporre qualsiasi tipo di argomento. La sua parlantina diventa una sorta di scherzo ricorrente mentre manda lentamente al manicomio Rooster Cogburn, e gli causa anche dei seri problemi quando rischia di staccarsi la lingua con un morso, ma neppure quello riesce a farlo tacere”.  (Nell’ultima parte del film, Damon si è fatto bloccare la lingua arrotolata con un elastico per meglio simulare il suo difetto nel parlare).

Poiché ciascuno insegue Tom Chaney per motivi personali e diversi, Cogburn e LaBoeuf cominciano a discutere, a battibeccare, come rivali costretti a collaborare sotto la guida del loro giovane “capo”.“Quei due sono come l’acqua e l’olio”, spiega Damon.  “Rooster non riesce ad apprezzare LaBoeuf e LaBoeuf è un tipo molto orgoglioso. Sta cercando di fare colpo su Rooster ma è anche irritato dal fatto che Rooster chiaramente non capisca cosa significhi essere un Texas Ranger, cosa che invece per lui è molto importante.  E’ una di queste relazioni divertentissime, con la componente macho che viene fuori ogni volta che i due si trovano uno davanti all’altro, ma poi la loro vera essenza emerge quando non stanno lì a gonfiare le penne”.

Lavorare insieme a Bridges ha fatto emergere la rivalità professionale in maniera molto originale, racconta Damon.  “Jeff è il protagonista americano classico perché è così perfettamente imperfetto”, spiega con ammirazione.  “E’ divertente, è dinamico e mette così tanta gioia nel suo lavoro da essere contagioso”

Damon è rimasto colpito da come Hailee Steinfeld sia riuscita a sopravvivere ai battibecchi.  “Ha recitato in maniera impeccabile, cosa che fa onore a Joel ed Ethan, e al modo in cui hanno saputo dirigerla.  Si rivolgevano a lei come a me e a Jeff, perché sapevano che avrebbe capito perfettamente”, spiega l’attore.

E poi prosegue:  “La dinamica che si stabilisce tra Mattie, Rooster e LaBoeuf è molto interessante.  Lei sta diventando adulta in questo mondo durissimo e i due uomini sono per lei una sorta di padre e di fratello maggiore, cercano entrambi di far colpo su di lei, di dimostrarle che sono loro a comandare, e tuttavia nei suoi confronti si comportano da perfetti gentiluomini”.

Bridges ha ammirato molto Damon nell’interpretazione di questo ruolo.  “E’ uno straordinario Texas Ranger”, commenta l’attore.  “E rende il ruolo denso e divertente, oltre a cavalcare in maniera splendida.  La sua performance è stata stupenda e ogni volta che lavori con un attore che ha così tanto talento, finiscono col migliorare anche il tuo lavoro e quello di tutti gli altri”.

E Barry Pepper, che interpreta il ruolo di Lucky Ned, capo della banda di fuorilegge di Tom Chaney, dice lo stesso del lavoro con Brolin, definendolo un’esperienza rara. “Osservare Josh che creava il suo personaggio è stato molto intrigante perché Tom è questa sorta di malvivente scimmiesco e quando Josh si cala nella parte, del suo io reale non resta assolutamente nulla.  Ha voluto presentare il personaggio così com’era, con le rughe e tutto il resto. Sono rimasto molto, molto colpito da tutto ciò”.

Pepper, l’attore canadese che si è fatto conoscere grazie alla sua magnifica interpretazione in Salvate il sodato Ryan e che più di recente è stato interprete di Casino Jack, è stato aggiunto al cast alla fine.  “Non pensavamo a Barry quando abbiamo cominciato a cercare gli attori del film, ma lui è stato meraviglioso e il suo look è stato assemblato in maniera perfetta”, spiega Joel.  “E’ molto interessante in questa parte”.

Pepper descrive il suo personaggio come “ il capo di una banda di rubagalline, di inetti rapinatori di treni e di banditi. Il suo cammino ha già incrociato quello di Rooster in passato, e dopo essere stato ferito al volto da una pallottola, il suo aspetto è diventato piuttosto estremo.  Comunque è sempre riuscito a scappare, ed ecco da dove gli viene il soprannome”.

Tuttavia, Lucky Ned è molto più di un semplice cattivo.  “Non è uno che uccide a sangue freddo”, sottolinea Pepper.  “E’ una sorta di lupo in un branco di pecore.  Penso che finisca con ammirare veramente Mattie ed essere segretamente colpito dal fatto che lei sia così coraggiosa e non abbia paura di affrontarlo. Lui è fatto di una pasta diversa, rispetto a Tom Chaney, ed ecco perché alla fine ciascuno di loro va per la sua strada, e perché lui restituisce Mattie a Rooster Cogburn. A modo suo, forse Ned mostra un granello di grinta”.

Per simulare i denti rotti e la mascella fratturata di Lucky Ned, Pepper ha indossato un trucco particolare creato per lui da Christien Tinsley.  “Ha realizzato questa maschera che mi veniva applicata sul viso e poi veniva arricchita di baffetti e pizzetto alla Custer.  Quando uscivo dalla roulotte del trucco al mattino, la gente non mi riconosceva.  E la maschera mi aiutava anche con la parlata di Ned”, spiega l’attore.

Completano il cast Mike Watson, Bruce Green nei panni di Harold Parmalee; Elizabeth Marvel in quelli di Mattie Ross da adulta; Domnhall Gleeson e Paul Rae nel ruolo dei banditi Moon e Emmit Quincy; Ed Lee Corbin che interpreta il ruolo del misterioso viaggiatore Bear Grit, e Dakin Matthews nei panni del Colonnello Stonehill, cui Mattie fa visita per discutere dei cavalli del padre.

 

AMBIENTAZIONE E SCENOGRAFIE

Il temi opposti alla base de Il Grinta – giustizia e vendetta, natura selvaggia e  rifugio sicuro, individualismo e lealtà, leggende e vita reale – può essere una cosa del passato, ma la storia si svolge in un’epoca ben precisa ed in un luogo che da tempo popola l’immaginario collettivo americano:  l’ultimo periodo della frontiera West.  La storia ha inizio nel 1878, quando Mattie attraversa il fiume e parte per la sua prima e più straordinaria avventura.  All’epoca, gli Stati Uniti contano solo 38 stati e la città dove è morto il padre di Mattie — Fort Smith, in Arkansas – si trova all’estremo confine ovest del paese, l’ultima città “civilizzata” prima che gli Stati Uniti sconfinino in una natura selvaggia e spaventosa.

Proprio al di là del confine c’è il Territorio Indiano, che allora non faceva parte di nessuno stato (ma che, nel 1907, sarebbe diventato l’Oklahoma), dove la terra era dominio assoluto dei Nativi Americani secondo il trattato “Indian Intercourse Act” del 1834.  Questa “terra-di-nessuno” attirava fuggiaschi, schiavi in fuga e tutti gli altri che speravano di scomparire, e finivano col rifugiarsi nella foresta o nelle Winding Stair Mountains, a circa 70 miglia da Fort Smith. Così, Fort Smith si trasformò in una base chiave per gli sceriffi degli Stati Uniti, un vasto assortimento dei quali veniva lì spedito per riportare indietro criminali in fuga, vivi o morti.

Considerato una sorta di passaggio tra due mondi, secondo un famoso detto dell’epoca Fort Smith all’epoca era “Non c’è legge ad ovest di St. Louis e non c’è Dio ad ovest di Fort Smith”.

Per ricreare la vita da entrambe i lati di questa terra di frontiera simile ad una polveriera prossima ad esplodere, i Coen hanno lavorato con una squadra tecnica di fiducia che comprendeva il direttore della fotografia Roger Deakins e lo scenografo Jess Gonchor, che tempo prima avevano condotto dettagliate ricerche sull’epoca e sul posto, recandosi in luoghi lontanissimi per trovare quelli più adatti a ricreare in maniera autentica il West della fine del Diciannovesimo Secolo, proprio come era quello in cui si addentrano Mattie e Rooster Cogburn. Alla ricerca del luogo più adatto per girarvi scene ambientate in un paesaggio invernale da riprodurre alla fine della primavera, alla fine si sono ritrovati a nord ovest dell’ Arkansas, proseguendo verso il New Mexico e la zona ovest del Texas.

“La storia è stata scritta come se si svolgesse in Arkansas e nella zona dell’ Oklahoma, ma avevamo un paio di problemi, uno dei quali era il fatto che era ambientata in inverno e quindi volevamo che in più scene si vedesse la neve – in terra”, spiega Joel Coen.  “Questo ci ha portato a cercare un po’ più a nord di queste due zone. Abbiamo girato la maggior parte degli esterni nel New Mexico e degli interni e delle scene ambientate nella città di Fort Smith a Granger, in Texas, poco fuori Austin”.

A Roger Deakins, che ha recentemente preso parte alla realizzazione di un film sempre ambientato nel West del 1870, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, di Andrew Dominik, e anche di Non è un paese per vecchi dei Coen – per entrambi i quali è stato candidato all’Oscar per la migliore fotografia nel 2008 – Il Grinta ha offerto l’occasione di servirsi di tutto ciò che aveva imparato nei due film precedenti.

“Per me, questo film mescola insieme l’aspro realismo naturale di Jesse James con il realismo poetico di una storia di Cormac McCarthy”, spiega.  “Sono molto contento di aver lavorato in entrambe i film prima de Il Grinta.”

Deakins spiega che il senso folkloristico del film si è sviluppato in maniera organica durante la collaborazione coi fratelli Coen.  “Ho iniziato col leggere il libro, che è così intenso e profondamente immerso nel periodo storico”, spiega.  “L’idea di questa ragazza che diventa adulta durante un viaggio che intraprende per vendetta è sia forte che malinconica.  Ma poiché l’intera storia è in realtà il ricordo di una ragazzina, ciò gli conferisce una certa qualità favolistica.  Poi ho letto la sceneggiatura, e naturalmente Joel ed Ethan scrivono in maniera straordinariamente visiva.  Nonostante avessero preparato tutta una serie di storyboard, il look del film si è veramente sviluppato un po’ per volta, mentre procedevamo nella sua realizzazione, scena dopo scena.  Per esempio, la scena con l’albero delle impiccagioni è una che abbiamo studiato e ristudiato.  Inizialmente doveva essere in un luogo completamente aperto e deserto in una zona totalmente selvaggia, ma poi abbiamo trovato questo campo di cotone, proprio poco prima che i boccioli si aprissero, e ciò ha influenzato l’intera scena”.

Sebbene tra lui e i Coen si sia negli anni stabilito un certo ritmo di lavoro, Deakins dice che Il Grinta è stato qualcosa di assolutamente nuovo.  “Questo film ha un’atmosfera molto diversa”, riconosce.  “Scorre piacevolmente come se si trattasse di un unico pezzo continuo.  Non c’è nulla di strano o di adorno , e questo era proprio il nostro obiettivo.  Le luci, le inquadrature, il modo in cui la macchina da presa si rapporta con la storia e con i personaggi, tutto è stato perlopiù basato su intuizioni ed interpretazioni personali”.

Il direttore della fotografia continua:  “Le difficoltà maggiori erano quelle legate alla scala delle location e al posizionamento e riposizionamento delle luci di così tante scene notturne. Per i ragazzi era importante riprendere il paesaggio in notturna, ma era un tipo di ambiente veramente difficile in cui girare in condizioni di così poca luce.  Desideravo anche giocare un po’ con il colore nelle riprese notturne, farle un po’ più blu di quanto non sono abituato a fare, giocare con la luce del fuoco nelle scene degli accampamenti, per contrastare la durezza del giorno con la misteriosità della notte”.

Una delle scene preferite di Deakins, tuttavia, è girata di giorno – la scena iniziale nel Tribunale di Ft. Smith quando Rooster Cogburn difende il suo carattere dal grilletto facile, avvolto nell’ombra che proietta su di lui un’enorme finestra che inonda di luce la stanza.  “Adoro quel modo di presentare Rooster, inizialmente solo una scura silhouette che lentamente la luce illumina e così Mattie lo vede per la prima volta”, spiega il direttore della fotografia.  “Naturalmente, una cosa è pensare una scena simile e un po’ più complicato è farla funzionare”.

Anche lo scenografo Jess Gonchor ha lavorato con grande impegno per poter trasformare quello che insieme ad i Coen avevano immaginato, in locations credibili.  Da quando aveva letto il libro di Charles Portis, sapeva che il suo compito maggiore sarebbe stato quello di riuscire a trasportare il pubblico cinematografico all’interno della vita di Fort Smith, in Arkansas, la fiorente cittadina di provincia dove la storia ha il suo inizio con l’arrivo in treno della giovane Mattie, assolutamente determinata, non importa quello che costi, a vendicare la morte di suo padre.

Gonchor ha iniziato quello che si sarebbe trasformato in un intenso e lungo viaggio con una  ricerca personale a Fort Smith, che oggi è la seconda città più grande dell’Arkansas.  Una volta lì, ha cominciato a spulciare l’immenso tesoro fotografico della città “facendomi un’idea abbastanza precisa di come doveva essere il posto all’epoca”.  E’ poi partito per un viaggio che lo ha portato in cinque diversi stati alla ricerca di una città adatta a ricostruirvi una “finta” Fort Smith, assicurandosi che avrebbe potuto sopportare una serie di lavori di costruzione di set.  Alla fine ha trovato quello che cercava a Granger, nel Texas, una tranquilla comunità agricola appena fuori Austin. La piccola città sembrava avere tutte le caratteristiche adatte: edifici in mattoncini rossi di inizio secolo, stradine e vicoletti, e, più importante ancora, vi passa una ferrovia storica, con i binari d’epoca costruiti dalla Union Pacific.

“Granger era la vera città dimenticata dal tempo”, racconta con grande ammirazione Gonchor.  “C’erano degli edifici costruiti subito dopo la Guerra Civile e molti erano simili a quelli che avevo visto nelle foto d’epoca nel corso delle mie ricerche, e c’era un incrocio ferroviario, cosa importantissima perché si ha l’impressione che Fort Smith sia l’ultima fermata sulla linea ferroviaria quando Mattie arriva col treno”.

La città offriva a Gonchor molte possibilità.  “Dovete tenere a mente che Fort Smith era una grande città. Non era un centro minerario o un accampamento di frontiera. Al contrario era una città che aveva il sapore della nuova America, con questi grandi treni a vapore che arrivavano e portavano continuamente gente nuova. Le cime degli edifici di Granger sono bellissime, e anche se non sono accurate al 100% dal punto di vista storico, creavano un fantastico gioco di luci e di ombre. C’erano anche degli angoletti a Granger dove ci è stato possibile ricreare tutto quello che ci serviva, ed io potevo dire, ‘Ecco, qui è dove potrei collocare il Granaio di Stonehill, per esempio. Ricreare la città ha richiesto un sacco di duro lavoro ma il posto ci ha offerto un’enorme serie di possibilità”.

Gonchor alla fine è riuscito a trasformare una piccola città con meno di 1500 abitanti in una cittadina vivace e in espansione alla fine della Guerra Civile. “L’abbiamo leggermente ingrandita servendoci degli effetti speciali, ma non li abbiamo utilizzati molto”, spiega.  “Eravamo costantemente in cerca di sistemi per farla sembrare più grande. Quando abbiamo ricoperto le strade di terra – ci siamo finalmente riusciti. Ha aggiunto il tocco perfetto a tutto quello che c’era e creato le giuste proporzioni.  E’ stato allora che mi sono detto, ‘Ce la faremo’”.

Alla fine, il granaio di Stonehill, uno dei molti interni evocativi di Fort Smith, dove Mattie mercanteggia la restituzione dei cavalli di suo padre, è stato ricreato in uno spazio libero della città dove una volta c’era una grande officina meccanica.  “Hanno tolto le carcasse delle auto e noi ci abbiamo costruito il Granaio di Stonehill”, spiega Gonchor.

Allo stesso modo, l’impresa di pompe funebri era un vecchio edificio vuoto e diroccato, che Gonchor ha riempito con scatole di legno di pino trasformandolo nel primo alloggio di Mattie; e la pensione dove Mattie si trasferisce ritrovandosi a dormire con una vecchietta che russa, è stata ricreata in una delle case vittoriane di Granger.

Un altro dei set preferiti che riproduce Fort Smith è la camera da letto di Rooster Cogburn sul retro dell’Emporio Generale, ricostruita in un teatro di posa vicino a Santa Fe.  “Nonostante fosse un vero set, desideravamo che sembrasse reale”, spiega Gonchor.  “C’è questo tipo che vive su un letto sfondato, nella confusione più totale di tutte le cose che la gente porta lì per metterle da parte. L’idea era che tutto fosse a strati, quindi continuavamo ad aggiungere cose su cose e quando qualcuno le spostava, le lasciavamo lì dov’erano, per ricreare una vera confusione, simile a quella che ci sarebbe stata nella vita reale”

Poi c’è il tribunale, dove Mattie vede per la prima volta Rooster, che abbiamo scoperto a Blanco, nel Texas, nella regione delle colline a 45 miglia a nord di San Antonio.  “Abbiamo trovato questo edificio che veniva utilizzato per metà per le riunioni cittadine ed era un vero gioiellino”, racconta Gonchor.  “Era perfetto per ricostruirvi quello che ara un tribunale molto informale dell’epoca”.

Sebbene gran parte del resto del film è stato girato in esterno, Gonchor fa notare che gli stessi esterni sono stati essenziali per raccontare la storia e che hanno rappresentato una sfida pari a quella rappresentata dagli interni e dai vari edifici storici.  Per esempio, un luogo chiave che contribuisce all’atmosfera della scena in maniera fondamentale è dove avviene l’attraversamento del fiume, dove Mattie schiva un traghettatore e guada il fiume alle calcagna di Cogburn e LaBoeuf. Trovare il posto giusto è stato tutt’altro che facile.  “E’ il primo posto con la natura impervia che incontriamo uscendo dalla città”, fa notare Gonchor.  “Avevamo bisogno di trovare un punto perfetto per l’attraversamento, abbastanza corto affinché un cavallo potesse farcela a nuotare fino dall’altra parte, e dove potessimo contrapporre due aspetti opposti dell’ambiente – quello curato e civilizzato da un lato e quello totalmente selvaggio dall’altro. E la cosa ha richiesto un bel po’ di fatica”.

Uno dei set preferiti di Gonchor è l’Avamposto di Bagby, la capanna dove vengono scambiati i vari beni e, più importante ancora, le informazioni prima che il bosco lasci il posto alle Winding Stair Mountains.  Gonchor la definisce “la cosa più rustica del film”.

“L’adoro perché ti fa capire che non sei veramente più in città”, spiega.  “Abbiamo trovato il posto perfetto per costruirla a Las Vegas, nel New Mexico, e nel disegnarla mi sono ispirato ad una casa che avevo trovato nelle mie ricerche e che aveva un palo al centro. Non avevo mai visto nulla di simile, ed era perfetta per le scene che dovevamo girarci.  Non si vede mai l’interno, proprio come non si vede mai il luogo da cui proviene Mattie, e mi piace il senso di mistero che tutto ciò contribuisce a creare”.

Una capanna un po’ più improvvisata è quella costruita per il rifugio di Greaser Bob, dove  Mattie e Cogburn per poco non rimangono vittime di un’imboscata.  Dopo lunghe ricerche, Gonchor ha trovato un piccolo canyon nel San Cristobal Ranch a Lamy, nel New Mexico che possedeva tutte le giuste caratteristiche.  “Era questo burrone oblungo circondato da rupi rocciose ed abbiamo deciso di nascondere la nostra capanna tra le rocce cadute”, ricorda. “Il posto doveva sembrare un vero nascondiglio, così ho fatto un po’ di ricerche su com’erano quelli dell’epoca. La priorità era sempre un posto che potesse proteggere dal freddo e offrire protezione alla gente al suo interno”.

Durante le riprese al rifugio di Greaser Bob, la fortuna ha voluto che nevicasse, consentendo di girare l’agghiacciante scena con i numerosi corpi appoggiati al muro esterno della capanna e ricoperti di neve.

Rock Ledge dove sono accampati Lucky Ned e della sua banda ed il campo dove avviene la sparatoria tra Rooster e la banda è nel Charles R Ranch fuori Las Vegas, nel New Mexico. La pista  per Santa Fe passa attraverso il ranch e si possono ancora vedere i solchi lasciati dalle carovane tanti tanti anni fa, cosa che contribuisce a creare il senso del passato.

E’ sempre qui che Mattie cade nella maledetta fossa dei serpenti, che Charles Portis basò sulla vera Caverna del Serpente a Sonagli – un luogo storico dove, alla fine dell’Ottocento, il vicesceriffo John Spencer divenne un mito dopo una battaglia epica con un gruppo di serpenti mentre cercava le prove per un processo per omicidio. Mentre per l’esterno della fossa è stata utilizzata una vecchia miniera di turchese, l’interno è stato ricostruito in un teatro di posa ad Austin.  “Avevamo bisogno di un posto solido e sicuro per girare, perché c’erano così tanti primi piani”, sottolinea lo scenografo.  “Così abbiamo costruito un set enorme che era alto circa 18 metri, il set più grande di tutto il film, e intagliato l’intera caverna nel polistirolo. Doveva essere stretta e spaventosa, e consentire alla macchina da presa di catturare la prospettiva di Mattie quando i serpenti cominciano a scivolare fuori dai resti scheletrici nella fossa”.

La scena finale del film ha portato la produzione avanti nel tempo con una Mattie ormai adulta che cerca Rooster Cogburn in uno spettacolo sul Wild West a Memphis.  Gonchor era consapevole di quanto fosse cambiato il mondo in quel quarto di secolo trascorso dal momento in cui Mattie si mette in viaggio per vendicare il padre.

“Anche quando stavamo ricreando Fort Smith, pensavo a Memphis, al contrasto con il futuro, al passaggio di quei venticinque anni”, spiega Gonchor.  “In quella ripresa in cui Mattie arriva col treno, si vedono i nuovi edifici con gli archi, più grandi, e si avverte che la città è più tecnologicamente avanzata.  Poi lei trova lo spettacolo sul Wild West, che le fa ricordare il passato”.

Gonchor ha studiato la ricca storia degli spettacoli sul Wild West, che esaltavano ed esageravano lo stile di vita Western per il pubblico dell’est del paese, proponendo qualcosa a metà tra l’autentico e il fantastico.  “Erano una sorta di versione Western del circo”, spiega.  “La cosa più bella per me è stata poter ricreare tutti quei magnifici poster degli spettacoli e le carovane. Desideravamo proprio ricreare quella sorta di spettacolo polveroso, sbiadito dal sole, e stanco sul Wild West nel quale sarebbe potuto finire uno come Rooster Cogburn, niente di spettacolare, pieno di luci e assolutamente glamour. Tutto sembra consunto dopo dieci anni esposizione al sole e alle intemperie.  Ed è sufficiente per risvegliare in Mattie le sensazioni che Rooster le trasmetteva”.

Alla fine, sono stati proprio questi piccoli dettagli così attentamente studiati nella scenografia a conferire al film il senso della vastità e dell’erraticità della legenda americana.

Riassume Roger Deakins:  “La cosa fantastica di questo film è stata il fatto che, nonostante la fatica del lavoro di giorno o di notte, alla fine eravamo tutti sicuri di aver collaborato a creare qualcosa di molto speciale, e sapevamo che comunque a faticare più di tutti erano stati i Coen”.

 

I COSTUMI

Il fatto che Il Grinta fosse ambientato alla fine dell’Ottocento rappresentava un’emozionante sfida anche per la costumista Mary Zophres, alla sua decima collaborazione con i fratelli Coen.  L’accurata ricerca della Zophres e la sua attenta considerazione dei vari personaggi sono state molto apprezzate dagli attori.

“Avevo lavorato con Mary su Il Grande Lebowski ed ho ammirato molto la sua competenza di costumista anche in questo film”, afferma Jeff Bridges.  “Mi ha prestato un libro fantastico con tutti i tipi di abito  che un tipo come Rooster avrebbe potuto indossare. Poi abbiamo scelto insieme il cappello perfetto,  la giusta benda per l’occhio, e gli stivali più appropriati – gli stivali sono importantissimi – e questi abiti ti riportano indietro a quei tempi”.

“I costumi hanno influito parecchio sulla performance”, aggiunge Hailee Steinfeld.

Barry Pepper era intimidito dai grossi copri-pantaloni di lana bianca che la Zophres ha disegnato per lui.  “All’inizio ero preoccupato per via di questi mostruosi copri-pantaloni ma lei mi ha spiegato che si sarebbero consumati e sbiaditi nello stile realistico dei fratelli Coen”, spiega l’attore.  “Poi abbiamo cominciato a scegliere cappelli, fibbie per cinte e speroni, tutti in linea col personaggio”.

Sebbene la Zophres semplifichi dicendo che sono due le cose che fanno un Western – “i cappelli e gli abiti consunti”, spiega – prima di cominciare il lavoro ne Il Grinta si è gettata a capofitto in una ricerca più meticolosa che mai.

“Il romanzo era meraviglioso – lo abbiamo letto nel mio club di lettura”, spiega la Zophres“. Dopo un breve incontro con i fratelli, ho cominciato subito a fare delle ricerche meticolose sul periodo storico.  Andavo alla biblioteca per le ricerche sul Western  tutti i pomeriggi, e la bibliotecaria mi ha messo anche in contatto con la Ft. Smith Historical Society. Ho studiato attentamente qualsiasi oggetto o fotografia di quel periodo che sono riuscita a trovare”.

Le immagini del periodo sono state utili,  ma la Zophres fa notare che ha dovuto tenere presente l’artificiosità delle fotografie del Diciannovesimo Secolo. “Non ci sono molte foto spontanee di quel periodo. Tutte le immagini sono risultato di pose”, spiega la costumista.“Ho trovato moltissime foto di criminali e di cattivi, ma anche in questo caso, non andavano prese per oro colato.  Quindi, oltre a studiare le foto, ho letto un sacco di roba, dai diari personali ai resoconti storici. Mi sono basata anche su The Calico Chronicle, che è un ottimo riferimento per la moda femminile alla fine del Diciannovesimo Secolo. Mi sono presa un bel po’ di tempo per leggere tutto quello che potevo, poi ho preparato dei bozzetti per i costumi di tutti i personaggi e ne ho discusso con Joel ed Ethan”.

Il Grinta è ambientato in un epoca in cui gli abiti erano perlopiù di natura utilitaria, ideati per durare il più a lungo possibile e per proteggere dal freddo, senza preoccuparsi molto della comodità o del look.  Tuttavia, nel lavoro della Zophres, le personalità altisonanti dei vari personaggio sono espresse dai vari abiti che indossano.  “Avevo in mente un’immagine molto precisa per ciascuno di loro”, commenta.  “Posso spiegarti la ragione e raccontarti la storia di ciascun pezzo di abbigliamento che appare nel film”.

Di Mattie, la Zophres immaginava che avrebbe viaggiato alla volta di Fort Smith con indosso un vestito confezionatole dalla madre.  “Il suo vestito è di lana a pieghe, tipico indumento indossato dai bambini dell’epoca”, spiega.  “Abbiamo realizzato anche delle calze di seta per Hailee, bellissime ma che si rompevano spesso e i miei poveri collaboratori dovevano ripararle di continuo. Quando Mattie si avvia verso la pista delle carovane, indossa il cappotto e i pantaloni del padre e quell’enorme Stetson. Amavo quel cappello, perché per quanto possa essere lontana, sai sempre che quella è Mattie”.

La Zophres sottolinea anche che:  “Mattie indossa un cappello che era noto come lo Stetson’s Boss of the Plains, con una falda più larga e molto diffuso nel Texas. In realtà, non esistevano dei veri ‘cappelli da cowboy’ in quel periodo. Erano tutti cappelli da città che sembravano diversi solo perché erano stati esposti alle intemperie”.

Rooster Cogburn è la perfetta antitesi di un uomo che si preoccupa dell’apparenza, ma ha comunque un aspetto che colpisce.  “Rooster è un ubriacone sciatto che non si preoccupa del suo aspetto e non possiede molti abiti”, spiega la Zophres.  “ha un vestito che indossa quando deve andare in tribunale e lo tiene sulla stampella, tirandolo fuori solo quando deve andare a deporre. Quando parte per il lungo viaggio, indossa un pullover tipico realizzato almeno in almeno 11 milioni di copie e tipico dei militari, e indossa un soprabito che veniva chiamato Ulster Coat o Great Coat, con un lungo spacco sul retro per consentire di cavalcare, ed un cappello che sembra aver preso veramente troppa pioggia.  I suoi stivali sono quelli della cavalleria della Guerra Civile, ma le stringhe ai lati sono troppo lunghe. Non c’è proprio nulla in lui di raffinato. E’ un disastro e il cappello apparteneva veramente a Jeff”.

Uno dei suoi tratti più particolari è la benda sull’occhio, per la quale la Zophres ha offerto a Bridges un’ampia scelta di modelli.“Jeff ha scelto subito quella più grezza – simile ad un pezzo di pelle che poteva aver tinto lui stesso prima di appoggiarsela sul viso”, racconta ridendo la costumista.  “Joel ed Ethan gli hanno poi lasciato decidere quale occhio avesse perso Rooster”.

Aggiunge la Zophres:  “Jeff è uno di quegli attori che amano avere subito il costume e lavorarci sopra. La grande attenzione di Jeff per i costumi ha significato molto per me”.

Il LaBoeuf di Matt Damon è, nello stile, l’esatto opposto di Rooster Cogburn sotto ogni punto di vista.  “E’ l’unico dandy del film, l’unico uomo del film che si preoccupa del suo aspetto”, fa notare la Zophres.  “Ecco perché abbiamo usato il camoscio con le frange per Matt. I Texas Rangers di quel periodo non avevano un’uniforme, le divise sono arrivate in seguito, e quindi potevano indossare ciò che volevano.  Con LaBoeuf, abbiamo concentrato i nostri sforzi affinché nessuno nel film gli assomigliasse in alcun modo.  Persino il cappello è uno strumento per pavoneggiarsi”.

Per il codardo Tom Chaney, dall’altro lato, la Zophres ha pensato che avrebbe “indossato una giacca rubata a qualcun’altro”.  Spiega ancora la stilista:  “Quella giacca gli entra a malapena e gli cambia addirittura la postura.  Non era comoda, ma Josh Brolin ne era entusiasta”.

Una delle sfide maggiori è stata ideare i costumi per Bear Grit, lo straniero enigmatico, che agli occhi di Mattie e Rooster appare come la copia sputata anche se non plausibile di un orso a cavallo.

“Nel romanzo di Charles Portis viene descritto, ed anche Joel ed Ethan lo immaginavano, come un senzatetto del Diciannovesimo Secolo, come un vero vagabondo.  Ed Corbin, che interpreta il ruolo, è un uomo molto alto, e quindi abbiamo dovuto utilizzare ben quattro pelli di orso per coprirlo – cosa che è risultata in una visita di emergenza ad un imbalsamatore di Albuquerque!  In più modi è stato il costume del film più difficile da realizzare perché doveva essere tagliato proprio in modo esatto. Abbiamo persino ingaggiato un artigiano specializzato per inserire unghie e denti nei suoi mocassini, e si tratta di un tipo di manufatto che non puoi ottenere con urgenza o farti spedire col corriere. Per questo tipo di cose ci vuole un altro tipo di tempo”.

“Ma”, aggiunge la stilista, “l’impatto del costume è diverso e divertente. Penso che fosse proprio quello che Joel ed Ethan avessero in mente”.

L’autenticità dei dettagli è stata rispettata anche nei costumi di molti personaggi secondari.  “Ogni personaggio che appare nel film indossa qualcosa che racconta parte di una storia”, spiega la Zophres.  “Persino il traghettatore che tenta di fermare Mattie indossa un costume molto particolare – un soprabito di gomma che la Goodyear ha cominciato a produrre nel Diciannovesimo Secolo e quel cappello da marinaio immortalato sull’etichetta del Sale Morton”.

Persino i dettagli delle armi le armi sono stati studiati in maniera accurata per assicurare il massimo realismo.Il trovarobe Keith Walters, veterano di molti film Western ed esperto di armi da fuoco storiche, è andato alla ricerca di riproduzioni di Colts, Winchesters e Sharps per i vari personaggi. Cogburn, ex combattente sudista, nella sua sella ha due grosse pistole da due chili, vestigia della Guerra Civile—modelli Dagoon del 1847. Cogburn ha anche una calibro 45, la famosa rivoltella Colt Single Action Army, nota come la Peace Maker, che venne adottata come pistola standard dall’esercito alla fine dell’Ottocento. Come tiratore scelto, LaBoeuf ha una carabina Sharp. Le eleganti pistole di Lucky Ned sono state disegnate da Walters appositamente per il personaggio.

Un altro elemento essenziale del film erano le barbe – molte e foltissime.  “In quel periodo il West era tutta una barba”, sottolinea la Zophres.   “Se ce l’avevi, te la lasciavi crescere. Era un segno di virilità. Pertanto, molto prima che iniziassero le riprese, abbiamo detto a tutti gli attori di farsi crescere la barba”.

Riassume la Zophres:  “Per molti versi questo è stato il film più difficile che ho mai fatto con i Coen, ma è stata anche l’esperienza più gratificante dal punto di vista della realizzazione dei costumi”.

 

CONTROFIGURE E CAVALLI

L’avventuroso viaggio di Mattie in Territorio Indiano, insieme a Rooster Cogburn e a LaBoeuf è pieno di imboscate e violenza.  A controllare e ad organizzare i dettagli delle sparatorie e degli inseguimenti a cavallo del film è stato il coordinatore delle controfigure Jery Hewitt, che ha cercato di utilizzare il più possibile i veri attori.

La scena più difficile da coordinare è stata per lui quella della sparatoria tra Rooster e gli uomini di Lucky Ned – quando Rooster cavalca verso la banda di Ned, digrignando i denti e con una sei-pallottole in ciascuna mano – che ha richiesto attrezzature speciali, cavalli meccanici mossi da gru e controfigure per le riprese a tutto campo.  Ma il cuore della scena era Bridges, che cavalcava e sparava senza controfigura.

Tutti gli attori hanno sorpreso la squadra tecnica grazie alle loro abilità di cavarsela nelle scene pericolose, da Hailee Steinfeld, che non aveva mai fatto nulla di simile prima, a Matt Damon, esperto di azione grazie ai film della serie Bourne. E per quel che riguarda Josh Brolin, Hewitt afferma: “Avrebbe definitivamente potuto fare il cascatore. E’ uno dei miei cinque attori preferiti proprio perché capisce perfettamente come si gira una scena pericolosa. E’ un vero atleta”.

E Hewitt prosegue:  “Barry Pepper mi ha sorpreso per le sue capacità di cavaliere e di come è stato bravo in quella scena in cui manovra Hailee al ritorno dalla prima sparatoria con Rooster. Deve afferrarla , gettarla a terra e metterle un piede sul collo.Ha fatto un ottimo lavoro, ed anche Hailee, perché era lei a controllare quel piede.”

E per quel che riguarda Hailee, era sempre disposta e pronta a provare qualsiasi cosa, dall’usare una pistola e saltare nel fiume a cadere nella fossa dei serpenti, e anche ad indossare un’imbracatura e a farsi issare in cima ad un albero con una corda.  “Sono rimasto colpito dal suo talento nel recitare”, afferma Hewitt, “e non era certo da meno quando si trattava di recitare delle scene complesse senza controfigura”.

Una delle scene d’azione più difficili da realizzare, richiedendo un’elaborata preparazione sia per le controfigure che per i cavalli, è stato l’attraversamento del fiume che marca l’inizio del viaggio di Mattie nel territorio delle leggende, quando Mattie e il suo cavallo Little Blackie si fanno un’incredibile nuotata fino dall’altra parte.

I cavalli, si sa, non amano l’acqua.  “Credo che in casi particolari, quando i cavalli nascono e crescono in un luogo che richieda loro di nuotare allora lo fanno – ma non è certo una cosa comune”, spiega ridendo il navigato addestratore Rusty Hendrickson, incaricato della supervisione dei cavalli del film.  “E’ molto pericoloso trovarsi a cavallo quando l’acqua diventa profonda”.

Preoccupati della sicurezza di tecnici e attori, la squadra di subacquei degli effetti speciali ha prima di tutto ispezionato il fiume, per assicurarsi che il fondo fosse privo di pietre, e che l’altezza dell’acqua non variasse. Poi hanno costruito una rampa speciale per la riva opposta, dove il fondale era troppo fangoso perché il cavallo riuscisse ad uscire dall’acqua. In un ranch vicino ad Austin, dove si allenano in acqua i cavalli da corsa, è stato poi insegnato ai cavalli a nuotare.

“Abbiamo cominciato così”, spiega Hendrickson, “e poi abbiamo poco a poco aumentato la distanza che dovevano coprire nuotando ogni giorno. Quando siamo arrivati al punto in cui riuscivano a coprire una distanza pari al doppio di quella del fiume, con la sella in groppa, e trascinandosi dietro il cavaliere, allora abbiamo pensato, okay, siamo pronti”.

Una volta attraversato il fiume, Mattie si ritrova in un mondo che le è del tutto sconosciuto – rozzo, brutale e duro per l’anima, ma anche bello da togliere il respiro, e a volte in grado di sollevare lo spirito.

E’ questa l’essenza di ciò che Portis ha scritto – gli attimi di inaspettata bellezza, l’umanità e persino la tenerezza che improvvisamente si trasforma in un’avventura Western con momenti comici ed altri durissimi  — e che secondo quanto affermano tutti gli attori principali, i Coen sono riusciti a cogliere perfettamente nel loro adattamento.

“Il film ha un look incredibile”, afferma Matt Damon.  “Le location e la composizione ti comunicano questo senso di passaggio in un altro mondo”.

“La luce e i luoghi, tutto era incredibilmente bello”, conclude Jeff Bridges.  “Ogni giorno, i Coen si presentavano con dei cappelli, il che era abbastanza comico, ma c’era anche qualcosa nell’immagine che creava un ambiente meraviglioso, che stabiliva l’atmosfera de Il Grinta”.

# # # # #

ALCUNE NOTIZIE SU CHARLES PORTIS

Tutti e cinque i romanzi scritti da Charles Portis sono dei classici della letteratura del profondo sud degli Stati Uniti, apprezzati per la loro inventiva e le osservazioni comiche sui personaggi e sulla cultura americana.  Mentre quattro dei suoi romanzi sono ambientati in epoca contemporanea, il suo secondo libro, Il Grinta (del 1968) (il titolo originale del libro di Portis è True Grit, ed è stato pubblicato in Italia nel 1969 col titolo Un uomo vero per Mattie Ross e più di recente come Il Grinta), rappresenta un caso a parte. Ambientato nel “Wild West”, nello stato dell’Arkansas della fine dell’Ottocento, è narrato da una zitella ed è la storia di uno straordinario viaggio in cerca di vendetta, e della improbabile amicizia con uno sceriffo ed un Texas Ranger, del quale ella stessa era stata protagonista da ragazzina quando, totalmente inesperta ma motivata da un fortissimo senso del bene e del male, si era avventurata in territorio selvaggio, fuori dal confine degli Stati Uniti. Al tempo stesso la storia di una grande avventura, un romanzo di passaggio all’età, un libro che esce dai generi convenzionali e anche lo studio di uno spirito incrollabile in tutte le sue forme, è considerato il vero capolavoro di Portis che è stato spesso paragonato a Mark Twain per il suo umorismo sottile e diretto, la sua eroina dallo spirito libero, ed i suoi temi così profondamente Americani.

Pubblicato inizialmente a puntate sul Saturday Evening Post, il romanzo è stato poi venduto in milioni di copie in tutto il mondo divenendo parte del programma di letteratura americana nelle scuole.  Nel 1969 è stato adattato per il grande schermo con John Wayne nella parte principale che con tale interpretazione si è aggiudicato un premio Oscar.  Sono molti gli scrittori e gli sceneggiatori, da Walker Percy, a Larry McMurtry e Roy Blount, Jr., da Nora Ephron a Donna Tartt che hanno parlato con ammirazione dell’influenza di Portis sul cinema americano. In un articolo apparso sulla rivista Esquire nel 1998, lo scrittore e giornalista Ron Rosenbaum concludeva che:  “Leggere Portis è uno dei grandi piaceri – sia dal punto di vista cerebrale che viscerale – che la letteratura moderna ti concede”.

Il primo romanzo di Portis si intitola Norwood (1966), e narra la storia di un Marine del Texas che viene raggirato da un lestofante di New York, dal quale è stato tratto un film nel 1970 con Glenn Campbell nel ruolo principale.  I romanzi successivi sono The Dog of the South (1979), che racconta di uno sfortunato uomo dell’ Arkansas che insegue la moglie fuggita in America Centrale; Maestri di Atlantide (1985), il racconto della nascita e della fine di una setta americana inventata; e Gringos (1991) sui solitari, gli eccentrici e i folli romantici che vivono da espatriati americani in Messico.

Ad oggi Portis vive ancora in Arkansas, dove è nato (ad El Dorado) e dove è cresciuto.  Ha prestato servizio militare nel corpo dei Marines durante la Guerra di Corea ed in seguito è diventato un reporter.  Scriveva per il New York Herald-Tribune, nel periodo in cui Tom Wolfe, Lewis Lapham e Jimmy Breslin si stavano facendo le ossa lì, ed è stato poi il responsabile dell’ufficio londinese del giornale. Ha lasciato il giornalismo nel 1964, per tornare in Arkansas e dedicarsi interamente alla scrittura di romanzi.

I fratelli Coen

Cliccate qui per un’infografica o *Coenfografica* (via HelloMuller.com) che illustra l’albero genealogico della “famiglia cinematografica” dei fratelli Coen.

Il fumetto

Paramount Pictures è lieta di presentarvi “Il Grinta – si fa sul serio”, un fumetto ispirato a una delle scene chiave del film: cliccate qui per scaricarlo in versione PDF.
In Italia il fumetto è stato lanciato in collaborazione con Comicus. Alle matite troviamo l’inglese Christian Wildgoose, reclutato dalla Paramount dopo aver postato uno sketch di Jeff Bridges nei panni di Rooster Cogburn sul suo blog.
Nasce così l’idea di un fumetto in linea con le dime novel che sono state molto popolari negli ultimi anni del selvaggio West.
Per i collezionisti e gli appassionati del genere è stata stampata un’edizione limitata del comic (solo 20 copie previste in italiano).

La storia inizia in un’aula di tribunale dove Rooster Cogburn è sotto interrogatorio e deve spiegare le azioni che hanno portato all’assassinio di due fuori legge.
La descrizione illustrata di questo evento brutale ci dà la possibilità di dare un’occhiata nel passato di Cogburn.

Il trailer italiano:


Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
Per consultare le uscite dell’ultimo week-end italiano visitate lo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema andate allo spazio settimanale “Cinema Festival”.

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