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Cinema futuro (1.185): “Un gelido inverno” 15/02/2011

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Un gelido inverno”

Uscita in Italia: venerdì 18 febbraio 2011
Distribuzione: Bolero Film

Titolo originale: “Winter’s Bone”
Genere: drammatico / thriller
Regia: Debra Granik
Sceneggiatura: Debra Granik e Anne Rosellini (basato sul romanzo di Daniel Woodrell)
Musiche: Dickon Hinchliffe
Durata: 97 minuti
Uscita negli Stati Uniti: 11 giugno 2010
Sito web ufficiale (USA): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Jennifer Lawrence, John Hawkes, Lauren Sweetser, Garret Dillahunt, Dale Dickey, Tate Taylor, Ron ‘Stray Dog’ Hall, Shelley Waggener, Kevin Breznahan, Ashlee Thompson, Sheryl Lee

La trama in breve…
E’ la storia di una ragazzina di 17 anni, Ree Dolly, interpretata da Jennifer Lawrence, alla ricerca del padre spacciatore che ha abbandonato la famiglia riducendola sul lastrico. “Winter’s Bone” è una storia di violenza, ma anche di solidarietà sull’ altra America, quella dura e solitaria ambientata sui monti del Missouri, tratta dal romanzo “Un gelido inverno” di Daniel Woodrell, un commovente e poetico racconto di tenacia e determinazione con una straordinaria Jennifer Lawrence.
Ree Dolly ha diciassette anni, è cresciuta troppo in fretta ed è alla disperata ricerca di suo padre, Jessup, che ha ipotecato la casa per pagarsi la cauzione ed uscire di prigione. Ree accudisce i due fratellini e la madre malata: se suo padre non si presenta in tribunale resterà, oltre che senza soldi, senza casa.
Monti Ozark, Missouri, profonda America del Mid-West, povertà e un padre che entra ed esce dalla galera. Malgrado il suo aspetto esile e delicato, sulle spalle di Ree grava il peso di essere l’unica persona “adulta” e responsabile nella sua famiglia e l’assoluta necessità di ritrovare suo padre, per non perdere la casa ed evitare l’adozione dei fratellini che accudisce come una madre amorevole.
Ree inizia a cercare il padre all’interno di una comunità che, protetta dai boschi e dalle montagne, è quasi interamente coinvolta nella produzione di cocaina. Per salvare casa e famiglia affronta violenza e omertà, mostrando la propria determinazione e una incrollabile forza di volontà.
La regista Debra Granik, qui al suo secondo lungometraggio e coautrice della sceneggiatura con Anne Rosellini, ha detto di aver letto tutto d’un fiato il romanzo Un gelido inverno di Daniel Woodrell (in Italia pubblicato da Fanucci Editore) da cui è tratto il film: “Volevo assolutamente sapere come sarebbe sopravvissuta Ree e, come in una fiaba d’altri tempi, facevo il tifo per questo personaggio che sapevo di non poter aiutare”.
Ree è davvero un’eroina d’altri tempi, che difende con coraggio da leonessa quello che è suo. Ma è anche una adolescente smarrita di fronte all’odio e alle scelte sbagliate degli adulti: la sua unica via di salvezza è essere differente.
Come ogni eroe, Ree deve combattere una battaglia epica contro tutti, risvegliando nello spettatore commozione e partecipazione. La giovane interprete Jennifer Lawrence – nel suo passato The Burning Plain di Guillermo Arriaga e il Premio Marcello Mastroianni come migliore attrice emergente a Venezia nel 2008 – mostra la propria bravura nel trasformarsi in una implacabile cercatrice di verità nascoste nella comunità in cui vive, con un crescendo di tensione narrativa che culmina nel durissimo confronto con la morte, prima di cedere il passo alla commozione della scena finale: uno sguardo su un futuro non certo promettente, ma almeno da vivere con i fratelli.
Ambientato e girato interamente nella vera proprietà di una famiglia del Missouri, usando abiti usati – scambiati dalla costumista con indumenti nuovi – per vestire gli attori, Winter’s Bone esplora, attraverso la storia di Ree, la vita dell’America rurale, fatta spesso di isolamento e solitudine, e ha meritatamente vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2010.
Una storia di sopravvivenza all’abbandono e alla disperazione, un racconto – anche – di solidarietà femminile che non cede mai al sentimentalismo, ma regala forti e intense emozioni.

Intervista alla regista Debra Granik

Cosa l’ha spinta ad adattare “Un Gelido Inverno”  – Winter’s Bone e a dirigere il film?
Ho letto il libro tutto d’un fiato, cosa che non mi succedeva da tempo. Volevo vedere come questa ragazza, Ree, riuscisse a sopravvivere. Mi sembrava un racconto vecchio stile, imperniato su un personaggio per cui fare automaticamente il tifo e immerso in un’atmosfera che la mia mente cercava continuamente di evocare. Anche questa era una novità per me, perché non è facile immaginare una vita come quella di Ree, così totalmente diversa dalla mia.

Come ha lavorato con l’autore, Daniel Woodrell, alla realizzazione di questo film?
Per dare il via a questo progetto, la produttrice Anne Rosellini e io abbiamo incontrato Daniel Woodrell nella sua casa a sud del Missouri, per poi iniziare le ricerche con lui. Abbiamo visionato cantine e case di tutti i tipi, fotografando cortili, dimore e boschi. Katie Woodrell, la moglie di Daniel, ha organizzato vari incontri con cantanti, narratori, studiosi del folklore ed esperti della cultura di Ozark, passata e presente. Abbiamo inoltre avuto una lunga e commovente discussione con lo sceriffo del posto, che ci ha parlato del problema della diffusione delle anfetamine negli ultimi due decenni. Dopo quest’ incontro, eravamo veramente soddisfatti e illuminati. Abbiamo capito, che per andare avanti nel nostro progetto, avremmo avuto bisogno di una guida, una persona del posto che potesse introdurci in maniera adeguata alla comunità, per fare in modo che la gente si convincesse a collaborare con noi.

Ci racconti l’esperienza di lavoro con Jennifer Lawrence.
Jen si è calata completamente nella parte e ha lavorato intensamente per entrare nel mondo di Ree. Ha utilizzato tutto quello che aveva a disposizione per riscoprire le sue radici nel Kentucky, e grazie all’aiuto di una famiglia si è allenata con la caccia, il taglio della legna e altre abilità che desiderava acquisire prima delle riprese. Avendola sentita parlare, sapevo che la sua pronuncia era perfetta e aderiva completamente al personaggio di Ree.
Sebbene la sceneggiatura contenesse termini decisamente ostici per noi, Jen ne conosceva già alcuni, avendo sentito espressioni simili quando era ragazzina. Fin dal suo arrivo nel Missouri prima delle riprese, ha lavorato a stretto contatto con i suoi modelli di riferimento, come la famiglia che ci ha permesso di girare all’interno della sua proprietà. Ha imparato rapidamente ad utilizzare i vari attrezzi e ha memorizzato i nomi dei cani e, allo stesso tempo, ha stretto un forte legame con i bambini. Nel film, infatti, interpreta la sorella maggiore di due bambini. Con loro ha adottato un proprio modo di lavorare, cercando di rendere tutto reale. Improvvisava e provava insieme a loro per metterli a proprio agio. Jen è una persona che investe molto nel lavoro con i colleghi e con la troupe e questo è un aspetto di lei che la porta ad imparare sempre qualcosa di nuovo, assorbendo quello che la circonda e mettendosi continuamente alla prova. Mi sento veramente fortunata ad aver avuto la possibilità di realizzare questo film insieme.

Come vede il personaggio di Ree?
Ree si impegna molto per cercare di crescere al meglio i suoi fratelli. E’ pronta a combattere per mantenere la famiglia unita. Io la vedo come una leonessa che cerca di proteggere i suoi cuccioli. Inoltre, è un’adolescente impotente nei confronti degli adulti che la circondano e compiono scelte pericolose e autodistruttive. Non può fare molto per tirar fuori il padre dal tunnel delle anfetamine o aiutare lo zio a superare la sua dipendenza dalle droghe e a combattere il nichilismo che lo tormenta, ma questo non le impedisce di provare sentimenti di affetto nei loro confronti. E’ difficile per una ragazza giovane: l’unica cosa che può fare è tentare di essere diversa da loro.
Come molti eroi cinematografici, Ree deve combattere. Il suo lato adolescenziale è completamente in ombra e non traspare neanche quando si diverte con la sua amica Gail o flirta con i ragazzi. Nel corso della storia ha un solo pensiero in testa. La ricerca di suo padre, consuma tutte le sue energie, anche perché c’è una scadenza da rispettare. Ree non accetta rifiuti o compromessi e io amo i personaggi che non si adeguano perché voglio capire come sono arrivati a questo grado di determinazione. Probabilmente non sappiamo cos’è che in realtà, spinge Ree ad andare avanti, ma amiamo la grande forza che caratterizza il suo ruolo. Questi personaggi sono spesso laconici e credo che il loro comportamento ci porti a pensare “Ma continuerà ad agire così? Perché non si dà una calmata? Da dove nasce questa determinazione?”.

Come è riuscita a capire questi personaggi e cosa ha fatto per creare un ambiente realistico e naturale in cui ambientare  la storia?
Abbiamo iniziato con la ricerca di un luogo che riproducesse un’ atmosfera simile a quella descritta nel libro. Sapevamo che dovevamo trovare una famiglia che ci consentisse di utilizzare la propria casa, i vestiti, gli oggetti, la sala da pranzo, oltre che a mostrarci come cacciava, come si prendeva cura degli animali e come risolveva i problemi della vita quotidiana. Alla fine, abbiamo conosciuto questa famiglia e i loro vicini, tutti disposti a rispondere alle nostre domande e mostrarci la propria quotidianità.
Per ricreare un ambiente che fosse il più naturale possibile, abbiamo girato tutto in una vera residenza familiare. I costumisti della troupe hanno scambiato i vestiti di scena con quelli degli abitanti, disposti a cedere dei vecchi indumenti per riceverne di nuovi. La vita in quella zona è complicata, frugale e polverosa per via del terreno che arriva dal sud del Missouri, quindi abbiamo dovuto lavorare in durissime condizioni ambientali. Inoltre, abbiamo scelto di lavorare con attori locali, in quanto parlavano correttamente il dialetto ed osservavano con attenzione le riprese, assicurandoci così di descrivere questo mondo nella maniera più realistica possibile.

Considerando l’argomento trattato, quali erano le sfide maggiori?
Il fatto stesso di lavorare lontani da casa rappresenta una sfida. Per prima cosa, il modo di comunicare è diverso. Non sempre è possibile arrivare in un posto nuovo e utilizzare il gergo tipico della troupe ed è facile commettere degli errori. Ci sono metodi differenti, modi diversi di fare domande e di rispondere. Avevamo bisogno di creare un legame con gli abitanti del posto e loro di avere qualcuno che li sostenesse, cercando di non trascurare nessun particolare o infastidire le persone. Era necessario un aiuto sotto ogni punto di vista, come accade quando gli abitanti di una metropoli si avventurano in un ambiente rurale.
Chi non vive nelle regioni montane ha un’idea degli abitanti univoca e superficiale. Il termine hillbilly è spesso usato contro la cultura montana e normalmente non presenta grandi sfumature. Mentre svolgevamo le nostre ricerche, ci ponevamo delle domande legate ad alcuni stereotipi indelebili. Come si può definire un hillbilly e quali sono le differenze rispetto a una persona che vive semplicemente in un territorio montuoso? Cosa significa avere dei rottami in cortile? Qual è la ragione e quali aspettative abbiamo nei confronti di una persona che vive in quel modo? Bisogna conoscere la situazione a fondo perché  se lo spettatore non conosce le persone e vede soltanto il loro cortile, continuerà a portare avanti solo l’immagine di un paesaggio pieno di spazzatura. In realtà, dal punto di vista fotografico un cortile pieno di oggetti è molto interessante e possiede un profondità infinita, caratterizzata da colori e forme che lo rendono memorabile. Ma che dire invece di un piccolo cortile elegante che vediamo lungo la strada? Se non li mostriamo entrambi, abbiamo rappresentato ancora una volta la regione come un luogo pieno di spazzatura? Queste erano le domande a cui volevamo rispondere. Conoscere le persone che si celano dietro quel cortile ci ha aiutato molto, perché si tratta di una famiglia che cerca di andare avanti dignitosamente.
Non puoi  osservare una zona dalla storia così ricca e non affrontare i simboli, gli stereotipi e le diverse sensibilità che la popolano. Ed è una sfida continua dar vita a una forma di narrazione che parte dagli stereotipi aggiungendo nuovi dettagli rispetto a quello che è stato già detto.
Winter’s Bone mostra diversi aspetti della vita di Ree, non soltanto le sue doti di sopravvivenza o la sua resistenza, ma anche lati inquietanti. Come accade a tanti adolescenti, anche Ree deve affrontare un mondo di adulti alle prese con le proprie dipendenze. In qualsiasi esistenza contrassegnata da possibilità limitate, l’assunzione di sostanze distruttive come le anfetamine, oltre al clima generale di violenza, inganno e insensibilità, crea una serie di tematiche dolorose all’interno delle famiglie e del contesto sociale difficili da discutere e ancor più complesse da raccontare in un film. Dalla distillazione illegale di whisky, alla marijuana fino ad arrivare alle anfetamine, le economie marginali possono facilmente distruggere una cultura, corrompendola fino a macerarne le fondamenta. Non è semplice affrontare questo discorso.
Un’ulteriore sfida è rappresentata dal fatto che la distillazione di whisky e la produzione di anfetamine rafforzano gli stereotipi legati alla cultura montana.
Trentacinque anni dopo Un tranquillo week-end di paura, anche un banjo può rappresentare un simbolo fortissimo. Ma nel corso dei nostri viaggi nel Missouri meridionale, i banjo continuavano ad emergere in maniera lirica ed affascinante. Alla fine, il banjo è entrato anche nel film, offrendo note di speranza e di tenacia. Ritengo che siamo riusciti a dare nuova vita a questo strumento.

Winter’s Bone e Down to the Bone (Sundance 2004) hanno protagoniste femminili che lottano in  circostanze difficili. Si tratta di una coincidenza o lei è attirata da questo aspetto?
Sono attratta dai personaggi che tentano in ogni modo di far funzionare le loro vite. Questo spesso comporta il dover affrontare tante scelte difficili. Inoltre, amo la comicità. Non quella grossolana, ma l’umorismo che nasce dall’assurdità della vita. Mi piace vedere un personaggio che resiste con tenacia alle difficoltà, ma sempre con una dose di ironia. Ciò che mi stupisce sono le persone che riescono ad andare avanti in circostanze difficili. Io voglio capire come ci riescono; ci sono persone che ottengono grandi risultati senza particolari sforzi, mentre altre che pur avendo la stessa determinazione non riescono a fare grandi progressi. Questo insieme di sforzi, ostacoli, tentativi è esattamente quello che voglio ritrarre.

Perché lei ha scelto di girare questo film con camere RED?
Ho discusso a lungo con i miei collaboratori, Anne Rosellini (cosceneggiatrice e produttrice) e Michael McDonough (direttore della fotografia), per scegliere quali camere utilizzare per il film. Il territorio di Ozark richiedeva un magnifico strumento ad alta risoluzione, che non è semplice da avere se si ha a disposizione un basso budget.
La camera RED è rimasta ai margini del cinema indipendente negli ultimi due anni, ma alla fine abbiamo capito che poteva essere utilizzata. Certo, non è un mezzo spettacolare. Michael, per esempio, non era nelle condizioni ideali per poter rivedere le riprese, ma è talmente bravo come direttore della fotografia che ero certa che sarebbe riuscito a cavarsela. Le Red possono dare risultati bizzarri sul set, ma in generale è andata bene. Grazie anche al lavoro dell’operatore Al Pierce, tutto ha funzionato magnificamente. La RED non ha perso un colpo neanche dopo quattro settimane di riprese in cui è stata utilizzata senza sosta.
A mio avviso, rappresenta la rivoluzione democratica di cui avevamo bisogno, così come lo è stato Final Cut Pro quando è uscito sul mercato, cambiando per sempre l’approccio al montaggio. Per me, l’acronimo FCP significava permettere l’accesso ‘For the Common People’ (‘per la gente comune’), mentre RED potrebbe rappresentare ‘Really Execute Dreams’ (‘riuscire a realizzare i sogni’) o ‘Rogue Encouragement Daily’ (‘incoraggiamento quotidiano per gli outsider’).

Perché ha scelto di girare nel Missouri?
Non abbiamo mai abbandonato questo sogno. La storia era talmente radicata nel Missouri, che cercare di simulare o ricrearla altrove avrebbe solo diminuito la nostra carica di energia. Per l’autore Daniel Woodrell, la regione rappresenta una musa, quindi dovevamo rimanere fedeli ai luoghi. C’era bisogno che gli attori che impersonavano i parenti di Ree fossero del posto, anche per avere degli accenti credibili. All’inizio, nel tentativo di andare incontro alle esigenze della società di produzione, abbiamo pensato di scegliere un luogo in base alle migliori detrazioni fiscali. Woodrell ci aveva dato la sua benedizione per girare nelle regioni collinari a nord di New York, una zona che assomigliava a quella di Ozark.
Inoltre, eravamo interessati ad alcuni luoghi remoti della Pennsylvania e di altri stati, che ci avrebbero permesso di ottenere una fotografia eccellente. Ma il Missouri meridionale continuava a chiamarci. Alla fine, lo Stato del Missouri ci ha offerto degli incentivi molto interessanti, che ci hanno permesso di girare la pellicola in casa, fornendoci l’aiuto concreto di un programma di incentivi fiscali.

Il trailer italiano:


Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
Per consultare le uscite dell’ultimo week-end italiano visitate lo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema andate allo spazio settimanale “Cinema Festival”.

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