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TeleNews #35 – Festival di Sanremo 2011, terza serata: la celebrazione in musica dell’unità d’Italia – Gianni Morandi: amo il Paese di Peppone e Don Camillo – All’Ariston un gigantesco Roberto Benigni – Le pagelle alle canzoni storiche di Mario Luzzato Fegiz – Gramsci sul palco dell’Ariston, ma Mazza preferiva Gobetti – Su La 7 arriva “Il contratto”, il talent show da ufficio 18/02/2011

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Festival, Humour, Interviste, Musica, TeleNews, TV ITA, Video e trailer.
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Lo spazio “TeleNews – Notizie dal mondo della televisione” raccoglie – segnalandone le fonti di provenienza – notizie ed argomenti vari, legati al mondo dello spettacolo e della televisione italiana e straniera, e che finora non hanno trovato posto in altri appuntamenti abituali del blog.
Se avete segnalazioni da fare, lasciate qui il vostro messaggio.

FESTIVAL DI SANREMO 2011, terza serata

In questo spazio speciale esaminiamo quanto accaduto nel corso della serata di ieri del 61° Festival di Sanremo tramite le parole dei principali quotidiani nazionali.

  • La terza serata
    L’Ariston si veste di bianco, rosso e verde, un maxi tricolore sventola davanti al palco e apre la terza serata del Festival, quella dedicata alla celebrazione del 150esimo dell’Unità d’Italia. Iniziativa ampiamente annunciata e benedetta, nel pomeriggio, dall’arrivo in città del ministro della Difesa Ignazio La Russa che ha anche annunciato “buone notizie” in arrivo dal Consiglio dei ministri di domani, che dovrebbe dunque dirimere la questione (e le polemiche) legate al 17 marzo, festa nazionale per un giorno alla quale la Lega continua a opporsi. Celebrazioni sì, ma anche la gara. “Promossi” altri due ragazzi della categoria Giovani, Roberto Amadè e Micaela. Ripescaggio, con il televoto, di due fra i quattro eliminati della categoria Artisti: rientrano in gioco Anna Tatangelo e Al Bano, escono definitivamente Patty Pravo e Anna Oxa.
    Ma quella del Festival è, ovviamente, una celebrazione in musica. Ed è la musica che accompagna il pubblico in un viaggio nella memoria storica del nostro Paese. Sfilano i cantanti che fino a ieri sono saliti sul palco per la gara e interpretano, riarrangiati, alcuni dei brani più famosi di questi 150 anni. Vista l’eccezionalità dell’occasione, canta anche Gianni Morandi. Sceglie Rinascimento, un brano scritto da Gianni Bella (e parole di Mogol, seduto in prima fila) che poi non l’ha mai potuto eseguire perché malato ormai da tempo. “Sono contento di prestargli la voce”, ha detto il cantante. Che alla fine si commuove, davanti alla standing ovation del pubblico.
    Parterre d’eccezione, in prima fila ci sono – fra gli altri – La Russa, Meloni, il direttore generale della Rai Mauro Masi, il presidente della Rai Garimberti. Troppo vicini al palco per sfuggire all’obiettivo di Luca e Paolo. “Guarda, c’è La Russa – dice Luca – ma allora esiste. Pensavo che fosse una parodia… Se è ministro lui, allora vuol dire che c’è speranza per tutti – continua Paolo – la ringraziamo perché ha parlato bene di noi sui giornali, ma se potesse smentire sarebbe meglio perché a casa ci hanno tolto il saluto…”.
    La Tatangelo canta Mamma, al vocione di Al Bano è invece affidato Va’ pensiero, Anna Oxa rende quasi irriconoscibile ‘O sole mio, Patty Pravo rincorre il ritornello di Mille lire al mese. L’attesa è tutta per Roberto Benigni. Il suo momento arriva a metà serata, intorno alle 22.30. Cinquanta minuti straordinari, dedicati all’Inno di Mameli, una lectio fra storia, filologia, attualità.
    L’esibizione di Benigni è il momento centrale e più esplosivo della serata. Il resto scorre tra nostalgia e arrangiamenti arditi sulle note dei quattordici brani storici scelti per l’occasione dagli artisti in gara. Tra i più applauditi La notte dell’addio cantata da Luca Madonia con l’orchestra diretta da Franco Battiato. Applausi anche per Il mio canto libero cantata da Nathalie in una versione molto fedele all’originale. La platea dell’Ariston premia anche Here’s to you, La ballata di Sacco e Vanzetti cantata da Emma e Mamma mia dammi centro lire per la quali si è crata la copia Arisa-Max Pezzali. Nessuno resiste al coro quando Roberto Vecchioni si cimenta con uno dei più noti classici dei classici del repertorio partenopeo, ‘O surdato ‘nnamurato.
    (fonte: Repubblica.it, 18 febbraio 2011 – articolo di Alessandra Vitali)
  • Gli ascolti della terza serata
    Per maggiori informazioni cliccate qui
    Boom di ascolti ieri sera per la serata del Festival dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia che ha ospitato anche il ciclone Roberto Benigni: la prima parte (20:40 – 23:21) ha tenuto davanti alla tv 15 milioni 398 mila spettatori pari ad uno share del 50.23%. La seconda parte della terza serata del Festival (23:26 – 01:09) ha totalizzato invece 7milioni 529 mila spettatori e uno share del 53.21%.
    La media ponderata della serata è stata di 12 milioni 363 mila spettatori pari ad uno share del 50.90%, ben al di sopra della media ponderata della terza serata del Festival 2010 targato Clerici (46%), e del Festival 2009 targato Bonolis (47,17%). Il principale competitor della serata di ieri, Annozero di Michele Santoro, ha totalizzato quattromilioni 250 mila spettatori e uno share del 14,13%. Bisogna risalire al 1999 per avere ascolti più alti di quelli registrati ieri in una terza serata del Festival: allora gli spettatori furono infatti 14 milioni 167mila, con share del 53,94 per cento. Gli ascolti di ieri sono stati quindi eccezionali se si considera il lungo arco di tempo trascorso, e nella rete ammiraglia diretta da Mauro Mazza è più che evidente la soddisfazione per questo risultato. Si prevedeva un scatto in avanti degli ascolti grazie all’attesa performance di Roberto Benigni ma forse non in questa misura. E ormai il festival targato Gianni Morandi sembra avviato verso il successo.
    (fonte: LaStampa.it, 18 febbraio 2011)

  • Gianni Morandi: amo il Paese di Peppone e Don Camillo
    Gianni Morandi mi ripete per scherzo quel gesto che fa sempre, quel gesto per cui Luca e Paolo lo prendono in giro ogni sera. S’incurva un po’, mostra il suo bolognesissimo sorriso e stringe i pugni in avanti come un capitano che incita i compagni di squadra: «Uniti, dobbiamo restare uniti». Mancano poche ore alla gran serata in cui si ricorderà agli italiani che dobbiamo restare uniti. Ci incontriamo in uno dei pochi buchi lasciati da una scaletta massacrante di impegni e di prove: presentare un festival di Sanremo probabilmente porta via qualche anno di vita.
    Lo vedi venirti incontro e ti pare di risentire occhi di ragazza, c’era un ragazzo che come me, e c’è anche un grande prato verde. A volte questo mestiere ti dà la gratificazione di stringere la mano a un monumento. Perché Morandi è un monumento nazionale. Ma un monumento che potrebbe essere un compagno di classe, un cugino, l’amico del bar. Per esempio. Quando si scrive un’intervista bisognerebbe sempre usare il «lei», anche se l’intervistato è una vecchia conoscenza. Ma con Morandi usare il lei sarebbe una falsificazione della realtà perché con Morandi è impossibile non darsi del tu anche al primo incontro.
    Dicono che piace agli italiani perché appare come una persona normale, appare come uno di cui ci si può fidare, appare come uno che sa ascoltare. Ma l’impressione, anche se è solo la prima volta che ci incontriamo a tu per tu, è che non sia un’apparenza. Morandi, vien da dire, è davvero così.Non credi che il tuo festival stia avendo tanto successo anche per questa normalità che entra ogni sera nelle case degli italiani?
    «Il festival sta andando bene perché davvero ho una squadra che sta lavorando al massimo. Poi, io sul palco cerco di essere proprio così, normale, perché cerco di essere me stesso. E forse sì, forse la gente in questo momento ha bisogno di normalità, è stufa di certi eccessi. Vuole percepire che chi gli sta davanti è uno come loro. Io cerco di fare un festival pulito».Veniamo subito al sodo: lo sai che ti abbiamo proposto come premier di un governo di salute pubblica?
    (Morandi ride) «Sono troppo vecchio per mettermi in politica. Sai cosa mi dice sempre mia moglie? Che dovrei stare a casa a Bologna a curare l’orto».

    Mai avuto la tentazione di entrarein politica?
    «Mitentò tanti anni fa il Pci. Erano i tempi di Berlinguer. Mi dissero che avevano già pronto lo slogan da scrivere sui manifesti elettorali: “Morandi, la politica con la faccia pulita”. Ma non era il mio mestiere, il mio ruolo».

    Non è che non ti volevi compromettere con il Pci?
    «Ma dai, lo sanno tutti che io vengo da quel partito lì. Mio padre era comunista».

    Tuo padre, il ciabattino di Monghidoro. Ha avuto un’importanza enorme nella tua formazione.
    «Io ricordo il mio babbo che faceva il diffusore dell’Unità. Hai presente la vendita del giornale porta a porta? Allora facevano così, erano tempi di grandi passioni».

    I tempi di Peppone e don Camillo.
    «Sì, i tempi di Peppone e don Camillo: rivali ma pieni di rispetto l’uno con l’altro. Però erano anche tempi difficili. Sai, vendere l’Unità in un piccolo paese comunque ti esponeva».

    Anche nell’Emilia rossa?
    «Ma sì. Ti capitava magari che il macellaio del paese era stato fascista… Insomma c’era gente che fino a pochi anni prima s’era sparata addosso».

    In che cosa però i rapporti erano migliori rispetto a oggi?
    «T’ho detto: c’era più rispetto. A partire dai parlamentari. Tra comunisti e democristiani si litigava duramente, ma ciascuno vedeva nell’altro uno che aveva comunque una storia, un’idea, una competenza. E anche i militanti avevano la percezione che qualcosa di superiore ci univa».

    L’essere tutti italiani?
    «Sì. Mio padre raccontava che De Gasperi, quando si presentò alle Nazioni Unite al tavolo degli sconfitti, rivendicò dignità per tutti noi. Disse che c’erano 47 milioni di italiani da rispettare. E anche i comunisti si sentirono orgogliosi di De Gasperi che aveva parlato così».

    Eppure erano i tempi in cui i comunisti guardavano all’Unione Sovietica. Speravano in Stalin.
    «Erano i tempi in cui il mondo era diviso in due, ma pian piano partiva un cammino di conoscenza che avrebbe portato a superare tanti pregiudizi. Sai com’è morto mio padre?».

    No.
    «E’ morto di infarto tra una tappa e un’altra di un viaggio che ci doveva portare negli Stati Uniti. Era il 1971. I comunisti vedevano ancora l’America come il nemico: avevamo appunto tante convinzioni che poi avremmo cambiato. Io volevo far vedere l’America al babbo e lui voleva vedere l’America. Non ci è arrivato, è stato male all’aeroporto di Caracas. E’ morto che aveva solo 49 anni».

    Com’è cambiata la politica italiana da quei tempi?
    «Adesso io la politica non la capisco. Troppa litigiosità, troppe risse continue. Anche all’interno degli stessi partiti. E troppa frammentazione».

    Anche l’Italia si sta frammentando?
    «Ah sai, noi italiani siamo sempre stati un popolo di individualisti. Adesso poi spuntano fuori tanti particolarismi. Ma io dico: noi siamo un’insieme di tante meravigliose diversità! Ciascuno di noi è l’insieme di tante ricchezze. Lo stesso patrimonio artistico è l’insieme di tante scuole, di tante epoche, di Nord e Sud… Ma cosa saremmo senza le tante culture diverse che ci hanno plasmato, e che sono di Roma, Milano, Torino, Napoli… Noi siamo il mix di tante particolarità».

    Bologna?
    «Io amo Bologna, lo sai. Noi emiliani abbiamo un certo modo di affrontare le cose. Bologna è stata a lungo il modello di una buona amministrazione. Penso a grandi sindaci come Dozza, Zangheri, Imbeni… Ma lo sai che venivano amministratori locali perfino dagli Stati Uniti, a copiare il modello Bologna? Però non capisco chi sente solo l’appartenenza alla propria piccola patria. Io mi sento molto orgoglioso di essere italiano».

    Eppure noi italiani abbiamo il vizio di parlar male dell’Italia.
    «Sì, siamo maestri nell’autodenigrazione. Dobbiamo recuperare l’orgoglio di essere italiani. Ne parlavo ieri con Benigni. Anche lui sente fortissimo questo senso di appartenenza».

    Ti commuove che sia proprio il tuo festival a celebrare i nostri primi centocinquant’anni?
    «Sì, non mi vergogno a dirlo, e sono sincero. Io mi commuovo per l’Italia. E non sai quanto resti amareggiato quando sento che qualcuno vorrebbe dividerla».

    Com’è che dobbiamo restare, Morandi?
    «Uniti! Dobbiamo restare uniti, dai».
    (fonte: LaStampa.it, 17 febbraio 2011 – intervista di Michele Brambilla)

  • All’Ariston un gigantesco Roberto Benigni
    “Siamo qua per parlare esclusivamente dell’Inno di Mameli. Non ci sono altri argomenti salienti, d’altronde. Anche se tutto il mondo ci sta ridendo dietro per questo fatto di Sanremo con Morandi…”. E’ un Roberto Benigni in forma straordinaria quello che piomba all’Ariston. Terza serata, celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Arriva alla garibaldina: in platea, in sella a un cavallo bianco, con una bandiera tricolore in mano, “avevo paura a venire a cavallo perché in questo periodo ai cavalieri non gli va tanto bene”. Poi al grido di “Viva l’Italia” sale sul palco per un monologo dedicato alla storia dell’Inno di Mameli. Che nelle sue mani si trasforma in un intreccio di storia, filologia e allusioni su Berlusconi, il caso Ruby, l’attualità: “Sono lieto di essere qui con Morandi, persona straordinaria, uno stile memorabile… Lui è lì, con la sua calma. Intorno può accadere di tutto e lui non reagisce. Gli possono fare dei soprusi, e lui non reagisce. Mi piace questo stile. L’anno prossimo il Festival lo facciamo presentare a Bersani”. Cinquanta minuti filati. Che si concludono con l’ovazione del pubblico.
    “Se non ci si ricorda del passato, non si sa dove si va” dice, parlando del Risorgimento. Ed è un continuo intreciare esegesi del testo e riferimenti all’attualità. E’ travolgente. Ripete che “dobbiamo parlare dell’Unità d’Italia, perché se ne celebra il 150esimo, e il 160esimo del Festival di Sanremo, che già c’era da ptrima, fatto da uomini memorabili, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele, Andreotti…”. E ancora: “Cavour, il secondo grande statista della storia d’Italia, ebbe una carriera straordinaria, poi lo beccarono con la nipote di Metternich”. Accenna ai grandi patrioti ma torna subito all’attualità, “Silvio Pellico ha scritto Le mie prigioni, prima di trovare un altro Silvio che scriva un libro così, sai quanto tempo deve passare…”. E a Berlusconi si rivolge direttamente, “una sola, Silvio, fammene dire una sola, se non ti piace cambia canale, metti su due… ah no, c’è Santoro”, “Ruby Rubacuori: ecco l’ho detto. Dice che era la nipote di Mubarak. Ma era facile, bastava andare all’anagrafe in Egitto, vedere se di cognome Mubarak fa Rubacuori…”.
    L’Italia ha 150 anni. “E che sono per una nazione? Niente. E’ una bambina. Una minorenne”. E insiste, “dobbiamo parlare dell’Inno di Mameli, che tutti pensano che Mameli quando l’ha scritto era un vecchio con la barba, invece aveva vent’anni. All’epoca la maggiore età si raggiungeva a ventuno, quindi… era minorenne. Che poi ‘sta cosa delle minorenni è nata proprio qui a Sanremo, ve la ricordate Gigliola Cinquetti? Non ho l’età, non ho l’età… S’era spacciata per la nipote di Claudio Villa”. “Ma io parlerò solo dell’Inno di Mameli. Avete presente, quello che dice Dov’è la vittoria… Sembra scritto dal Pd”. E ancora, “Dov’è la vittoria? / Le porga la chioma / che schiava di Roma / Iddio la creò. Umberto – dice Benigni rivolto idealmente a Bossi – schiava di Roma non è l’Italia, è la vittoria. Umberto, hai capito? Che c’é lì pure tuo figlio Renzo? Questo Paese è talmente libero che ci si può persino permettere di dire che non si vuole festeggiare l’anniversario dell’Unità”.
    Poi comincia l’excursus vero e proprio sul Risorgimento, l’Inno, la bandiera, l’Italia. Una lunga interpretazione filologica del testo, come ci ha abituati con Dante e la Commedia. “Stringiamci a coorte/ Siam pronti alla morte/L’Italia chiamò”, declama e poi sottolinea: “Coorte non è la corte, è la decima parte della legione romana, seicento fanti. Come dire l’unione fa la forza. Come dice Morandi: stiamo uniti”.
    Cita “le donne del Risorgimento, donne che hanno combattuto per noi, la Paolucci, Anita Garibaldi morta incinta per seguire suo marito, le madri che avevano fatto i circoli e si scrivevano, cercavano i figli e i fratelli, erano donne straordinarie e non hanno avuto mai diritti”. Analizza passaggio per passaggio “sei versi in cui fa tutta la storia d’Italia, un volo sopra il nostro Paese, Dall’Alpe a Sicilia / dovunque è Legnano / ogn’uom di Ferruccio / ha il core, ha la mano… Con un romanzo ci vorrebbero venti pagine”, i Comuni liberi “che li abbiamo inventati noi”, la Repubblica Fiorentina assediata dagli spagnoli, Maramaldo il mercenario, “Genova e gli asburgici che violentavano tutti”.
    Al termine di una lectio straordinaria, il finale è nel segno dell’emozione. Benigni canta, o meglio recita a cappella l’Inno stesso, “come lo avrebbe intonato uno di quei ragazzi che andavano a morire per fare la patria”. E ammonisce: “Un Paese che non proclama con forza i propri valori è pronto per l’oppressione”. E la platea dell’Ariston non può che tributargli una standing ovation.
    (fonte: “La Repubblica”, 18 febbraio 2011 – articolo di Alessandra Vitali)
  • L’inno di Roberto al Festival
    Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta. Dal torpore sanremese, dal suo torpore di questi giorni convulsi e insieme tragicomici
    . Tocca a Roberto Benigni, a cavallo di un caval, dare un senso a questa serata di canzoni «storiche», celebrare la messa della giornata più simbolica del Festival, «nata per unire». Ci mancava la sua esegesi dell’inno di Mameli (unico inno al mondo che porta il nome del paroliere e non del musicista), in cui, tra tante citazioni colte e forbiti riferimenti, riesce a infilare Ruby Rubacuori e «Le mie prigioni» di Silvio (pausa) Pellico; ci mancava il suo inno all’Italia per ritrovare un po’ di orgoglio, un po’ di identità nazionale. E allora viva l’Italia, l’Italia liberata, l’Italia del valzer, l’Italia del caffè… Van De Sfroos, sfidando persino le ire leghiste, ha cantato De Gregori perché c’è una sola cosa che unisce indistintamente tutti gli italiani, ed è la canzone, la nostra sola «religione civile».
    Non la bandiera, non il made in Italy, non la moda, non le forze armate, non la Nazionale. Forse Sanremo, in quanto rito, auto-rappresentazione collettiva
    , festa civile finalmente affrancata dai suoi contenuti specifici (questo spiegherebbe, ogni anno, il costante successo di pubblico nonostante la modestia dello show). Per la serata dedicata all’Unità d’Italia—finora la più divertente e la più ispirata di questo Festival— c’era tutto lo stato maggiore della Rai, più vari politici, felici di farsi un po’ sbeffeggiare da Luca & Paolo e poi da Benigni, più il piccolo olimpo dei presenzialisti, pieno di Tinti e Rifatte, il pubblico ideale cui offrire il simpatico kitsch del «Va, pensiero» interpretato da Al Bano (un sudista per la hit della Lega!). Che la serata sanremese ci serva da lezione: le celebrazioni non sono polverose feste della nostalgia o della retorica. Sono invenzione, gioia, canto e incanto, amor proprio e amor di nazione. Se la canzone ci unisce, l’Inno di Mameli, al più presto, ci desti!
    (fonte: “Corriere della Sera”, 18 febbraio 2011, articolo di Aldo Grasso)
  • Benigni, due serate al prezzo di una (grazie a Saviano)
    «Il premio Oscar viene a nobilitare la serata dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia. Un Paese deve manifestare amore per gli artisti che tengono alto il nome dell’Italia nel mondo» . Così Gianmarco Mazzi, direttore artistico del Festival. Tutto giusto, tutto bene. Curioso però che si parli di quello stesso Roberto Benigni che pochi mesi fa sembrava temuto come un terrorista televisivo, un Bin Laden toscano, un Assange della satira. Ora invece viene accolto a braccia aperte.
    Cose che succedono solo in Rai. Osteggiato se vuole andare a Rai 3, benvoluto se si tratta di Rai 1. Perché nel giro di un lampo il reprobo diventa figliol prodigo, il comico eversivo un cantore dell’unità d’Italia. Solo tre mesi fa per poter partecipare a Vieni via con me, la trasmissione di Fazio-Saviano su Raitre, il comico aveva rinunciato al suo compenso. Ora ecco pronti 250 mila euro per averlo. Svelato il mistero, in realtà era già tutto deciso. La Rai conferma che già all’epoca di Vieni via con me si era parlato della possibilità di un coinvolgimento di Benigni al Festival.
    Vista l’impossibilità di bloccare il programma di Raitre, anche grazie al beau geste del comico, alla fine per Viale Mazzini è stato un ottimo affare: due prime serate con il premio Oscar al prezzo di una. Ma c’è chi non è mai contento. Sul compenso la Lega ha comunque da eccepire. L’altro ieri con il senatore Cesarino Monti, ieri con il consigliere in Regione Lombardia Roberto Pedretti che sventola la bandiera populista: «Benigni dica dal palco dell’Ariston, davanti al pubblico qual è il suo compenso» . E aggiunge: «Il presentatore del Festival ha il coraggio di definirlo un bellissimo regalo agli italiani. Per caso Morandi ha deciso di pagarlo di tasca sua?» .
    Questioni di punti di vista. Morandi, fosse per lui, dice che «Benigni dovrebbe essere pagato quattro volte in più di quanto la Rai deciderà di pagarlo» . Il direttore di Rai 1 Mazza fa l’equilibrista: «Il compenso stabilito rientra nel parametro di Benigni in prima serata. La storia di Vieni via con me è tutta particolare, quindi non fa precedente» . Stasera Benigni sarà sul palco per mezz’ora a raccontare a modo suo l’esegesi dell’Inno di Mameli, come ha fatto altre volte con la Divina Commedia di Dante.
    Difficile pensare che si lasci scappare l’occasione di piazzare qualche battuta su S. B., il premier che alle conferenze stampa del Festival viene evocato ma mai citato per nome e cognome. Qualche battuta sul presidente del Consiglio val bene gli ascolti che Benigni porterà: la sua presenza è necessaria a aiutare il Festival in una serata che ripercorrerà in musica i momenti salienti della storia italiana degli ultimi 150 anni (ci sarà anche il capitano mondiale Fabio Cannavaro).
    Morandi, ieri con Mazzi a Bordighera per preparare con il comico la serata di oggi, assicura: «Ho parlato con Benigni e mi ha detto che verrà in una serata sobria e solenne, non si metterà a giocare e fare battute» . Vedremo.
    (fonte: “Corriere della Sera”, 17 febbraio 2011 – articolo di Renato Franco)
  • Oggi la notte dei duetti
    Strano il destino che tiene lontano Morgan dal palcoscenico del Teatro Ariston di Sanremo. Escluso dalla kermesse canora un anno fa, era stato riammesso quest’anno come ospite di Patty Pravo nella serata dei duetti (quella di stasera). Eppure la ragazza del Piper e il suo brano “Il vento e le rose” ieri sera sono stati eliminati definitivamente dalla gara e stasera la cantante insieme all’altra eliminata Anna Oxa, non potranno esibirsi. Il gruppo Marta sui Tubi avrebbe dovuto interpretare con la cantante di origine albanese la canzone “La mia anima d’uomo”.
    E’ il cantautore bresciano Francesco Renga, già vincitore di Sanremo con il brano “Angelo”, a duettare con i Modà ed Emma nella canzone “Arriverà”. La siciliana Carmen Consoli si aggiungerà ai suoi conterranei Luca Madonia e Franco Battiato per cantare il brano “L’Alieno”. Il frontman del gruppo “Le Vibrazioni” Francesco Sarcina duetterà con Giusi Ferreri ne “Il mare immenso”.
    Nina Zilli, reduce dalla scorsa edizione di Sanremo Giovani con il brano “L’uomo che amava le donne”, sarà ospitata dai La Crus per eseguire “Io confesso”. “Tre colori” sarà cantata da Tricarico con il Coro Silaso mentre L’Aura duetta con la vincitrice di “X Factor” Nathalie in “Vivo Sospesa”.
    Michele Placido abbandonerà i panni di attore e regista per cantare “Amanda è libera” insieme al ripescato Al Bano. Il comico Neri Marcorè aprirà con uno sketch comico la performance canora di Luca Barbarossa e Raquel Del Rosario nel brano “Fino in fondo”. La Pfm e Roberto Vecchioni daranno vita a “Chiamami ancora amore”, mentre la ‘ragazza occhi cielo’ Loredana Errore sarà ospitata dalla ripescata Anna Tatangelo per cantare “Bastardo”. Irene Fornaciari canterà con Davide Van De Sfroos “Yanez” e, infine, l’inedito trio composto da Max Pezzali e il duo comico Lillo & Greg interpreterà in chiave swing il brano dell’ex 883 “Il mio secondo tempo”.
    (fonte: “La Stampa”, 18 febbraio 2011)

 

  • Le pagelle alle canzoni storiche di Mario Luzzato Fegiz
    7,5 Al Bano – Va pensiero
    Il celebre coro del Nabucco è da sempre nel repertorio di Carrisi. Per ottenere l’effetto giusto si è fatto supportare da due voci liriche greche (Dimitra Theodossiou e Giannis Ploutarxos) oltre che dal coro stabile del Festival. Trascinante. Qualche riserva sul generoso uso di percussioni e l’accelerazione. Premiato5  Luca Barbarossa e Raquel Del Rosario – Addio mia bella addio
    È una delle canzoni più tristi e meno belle del Risorgimento, scritta da un volontario che combattè a Curtatone. Fio Zanotti ha fatto del suo meglio per renderla attuale e meno ripetitiva nella melodia. Ma il risultato finale è stato modesto anche per via dell’accento spagnolo di Raquel.4 Giusy Ferreri – Il cielo in una stanza
    Certo, il motivo è talmente noto e sfruttato che gli arrangiatori e interpreti si sentono in dovere di infierire con adattamenti jazz, rivoltandolo come un calzino. E accade anche con Giusy Ferreri. Intermezzi jazz, accelerate swing. Il cielo lascia la stanza e diventa il tetto di un luna park.6,5  La Crus – Parlami d’amore Mariù
    Il gusto romantico e la raffinatezza vocale di Ermanno Giovanardi si sono espresse in una rilettura abbastanza letterale del capolavoro del 1932 con testo scritto da Ennio Neri e musica composta da Cesare Andrea Bixio, pensata inizialmente per la voce di Vittorio De Sica.

    8,5  Madonia e Battiato – La notte dell’addio
    Pochi sanno che non si tratta della solita rottura amorosa, ma di quella definitiva. Sulla musica di Memo Remigi, Alberto Testa scrisse quei versi al capezzale della moglie che stava morendo. La spensieratezza della versione Zanicchi scompare grazie all’arrangiamento di Franco Battiato.
    In merito a questa canzone,  una precisazione di Daniela che corregge quanto sopra riportato:
    Il maestro Alberto Testa scrisse questa canzone molti anni prima del Festival del 1966 quando la canzone venne presentata e con altre tre arrivò in finale, e la moglie Dina godeva di perfetta ed ottima salute! La morte della signora arrivò quasi improvvisa oltre 16 anni dopo, nel 1981. Inoltre, l’autore della musica è Giuseppe Diverio, come appare in tutte le incisioni fino ad un CD del 2005.Solo in un secondo tempo,con autorizzazione di Diverio, in Siae vennero aggiunti i nomi di Arrigo Amadesi e Remigi.

    8 Modà e Emma – Here’s to You – La ballata di Sacco e Vanzetti
    Hanno fatto una scelta abile, perché il brano lanciato dalla Baez (musica di Ennio Morricone) è bello, ancora attuale, e pure bilingue. Così rivive al meglio una canzone ormai vecchissima, simbolo di un’Italia emigrante e discriminata.

    9 Nathalie – Il mio canto libero
    La canzone più significativa di Mogol-Battisti ha brillato di luce purissima nel supremo rispetto della struttura originale, semmai un po’ dilatata e resa più colorata. L’inno alla libertà risalta al massimo. L’umiltà ha pagato e il tributo è arrivato dritto al cuore degli spettatori.

    8 Anna Oxa – ’O sole mio
    Una canzone simbolo del 1898, affrontata dalla Oxa in maniera abbastanza dissacratoria. Con una partenza a «cappella» a voce raschiante, un crescendo accattivante e alla fine sempre più esagerato. Insomma, la tendenza della nuova Oxa è quella di innovare e di strafare. A noi è piaciuta.

    5 Max Pezzali con Arisa – Mamma mia dammi cento lire
    Scelta la versione che, dopo il naufragio del bastimento, recita: «Quando furono in mezzo al mare /il bastimento si sprofondò. /Pescatore che peschi i pesci /la mia figlia vai tu a pescar». Versi che cantati oggi sanno di macabro umorismo. Tappeto rock e suoni sovraccarichi. Che pasticcio.

    7 Patty Pravo – Mille lire al mese
    È la canzone (del ’39) simbolo di chi aspira a una vita tranquilla, ovvero a quella che i romani chiamavano «aurea mediocritas». È velocissima, quasi uno scioglilingua per cantanti, e Patty per mantenere il tempo deve mangiarsi qualche parola. Però il risultato finale è carino grazie anche alle tre ballerine.

    Anna Tatangelo – Mamma
    Questo classico della canzone italiana di Bixio e Cherubini, affrontato anche da Beniamino Gigli, è stato virato in un mix, teoricamente incompatibile, di rock e birignao. La mamma è stata sterilizzata dall’enfasi romantica ed è diventata una sorta di riferimento affettivo moderno e un po’ sbarazzino.

    Tricarico con Toto Cutugno – L’italiano
    Vedere riapparire Toto Cutugno con la canzone presentata 28 anni fa su questo palco è stato suggestivo. Una convivenza fra opposti nel duetto più imprevedibile e surreale di tutto il Festival. Ottima la scelta di far cantare italiani di seconda generazione, figli di immigrati.

    7,5 Davide Van De Sfroos – Viva l’Italia
    Il musicista comasco ha preso di petto il celebre pezzo di De Gregori. Lo ha reso più veloce e scorrevole, più sincopato; ha dribblato le eccessive ripetizioni del tema di base. In sostanza non ha rispettato la stesura originale. Una rilettura forse sacrilega, ma coraggiosa.

    9 Roberto Vecchioni – ’O surdato ’nnammurato
    Con Lucio Fabbri al mandolino, un bellissimo arrangiamento che mette in evidenza la tragedia dei poveri costretti alla guerra. Prevale un contorno percussivo, e gli archi, che hanno regalato in passato alla canzone una falsa allegria romantica, arrivano solo alla fine.
    (fonte: “Corriere della Sera”, 18 febbraio 2011)

  • I commenti di Antonio Dipollina
    – “Fango a senso unico”. E´ il commento di Iva Zanicchi alla canzoncina di Luca e Paolo della prima serata. Iva impiegherà i prossimi anni per togliere a chiunque dalla testa il dubbio che quella volta da Lerner abbia mancato di rispetto al premier. Tra i molti commenti a “Ti sputtanerò”, quello della Zanicchi diventa simbolico: migliaia, o quasi, di persone e commentatori che evidentemente non hanno mai sentito un pezzo di satira davvero cattiva in vita loro. O se gli è successo non se ne sono accorti. Che Dio li perdoni.
    – A questo proposito, l’Osservatore Romano ha dato i giudizi sull’avvio del festival. Si salvano, per l’autorevole organo, David Van De Sfroos e la coppia Luca&Paolo. D’accordissimo, amen.
    – Patty Pravo si è infuriata contro chi l’ha accusata di stonare. Dopo ieri sera, chissà. E intanto è arrivata la stonatura vera: “L’unità d’Italia è stata un errore, siamo popoli troppo diversi”. Il tutto a un passo dalla seratona celebrativa, dalle Frecce Tricolori e dal passaggio di La Russa. Patty ha proseguito con “Si stava meglio quando c´era la lira” e poi l’hanno fermata prima che si mettesse a rimpiangere il karkadè.
    – Confinato a tardissima ora il richiamo di Morandi che, per obbligo di legge o quasi, deve avvertire che il Televoto è faccenda da maneggiare con cura e che è manipolabile, usando call center e forza d’urto di telefonate ad alto tasso di investimento. Anche qui restano sconcertati tutti quelli convinti che chiunque ne avesse già l’esatta percezione.
    (fonte: Repubblica.it – 17-18 febbraio 2011)
  • Gramsci sul palco dell’Ariston, ma Mazza preferiva Gobetti
    Un momento “bello e suggestivo”, ma un nome scomodo per il pubblico di RaiUno e per la vetrina sanremese. E allora meglio Gobetti, fautore della rivoluzione sì, ma quella liberale. Il direttore di RaiUno Mauro Mazza commenta così la scelta di Luca e Paolo di portare in scena, ieri sera, Odio gli indifferenti, il celebre scritto di Antonio Gramsci pubblicato sul La città futura nel 1917. Con corredo di fotografia, sul maxischermo dell’Ariston. La scelta, che i due attori naturalmente difendono, è spunto per un botta e risposta nel corso della rituale conferenza stampa del mattino, all’indomani di una serata che grazie allo straordinario intervento di Roberto Benigni ha registrato ascolti da record.
    “Bello e suggestivo” quanto fatto sul palco da Bizzarri e Kessisoglu, “ma io – dice Mazza – personalmente avrei scelto citazioni altrettanto belle, e al posto di Gramsci sullo sfondo avrei messo Piero Gobetti”. Gianni Morandi difende la scelta dei ragazzi, “Gramsci l’avrei citato anch’io – dice – ma forse anche De Gasperi e altri grandi italiani, ma sono talmente tanti, come si fa…”.
    Dopo la lunga esibizione di Benigni, Luca e Paolo si sono cimentati con il testo scritto dal fondatore del Pci e che uscì nel febbraio del 1917 sulla rivista La città futura, numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile socialista piemontese. “Odio gli indifferenti – si legge – credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza – prosegue lo scritto riproposto dai due attori all’Ariston – è il peso morto della storia”.
    Ancora di grande attualità alcuni passaggi, basta pensare a “ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare”, “tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva e la massa ignora, perché non se ne preoccupa”. Un testo recitato fedelmente dai due attori, fino alla conclusione: ”Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’é in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
    Luca e Paolo spiregano lre ragioni della loro scelta. “Quando abbiamo pensato di scegliere qualcosa di intenso – spiega Paolo Kessisoglu – le idee sono state molte, avevamo pensato anche a Garibaldi, poi ci siamo indirizzati su Gramsci”.  Racconta di essere stato costretto a leggere e rileggere più volte il testo, prima di andare in scena, perché continuava a commuoversi, in particolare “quando c’è il punto in cui dice ‘cosa avrei potuto fare di meglio’. Quel grido lì è quanto mai attuale – continua Paolo – Gramsci è un simbolo, e non mi viene in mente niente di più liberale del senso di responsabilità delle cose che si fanno”.
    “Ci vorremmo staccare dalle etichette – aggiunge Luca Bizzarri – mettere in difficoltà spettatori e giornalisti. Non mi interessa che le parole le abbia scritte Gramsci, mi interessa il loro valore ogni volta che affrontiamo una situazione. Quelle parole avrebbe potuto scriverle chiunque, quel che conta è il significato”.
    (fonte: Repubblica.it, 18 febbraio 2011 – articolo di Alessandra Vitali)

ALTRE NOTIZIE

  • Su La 7 arriva “Il contratto – Gente di talento”, il talent show da ufficio
    Guai a chiamare reality Il contratto, il nuovo programma de La7 dedicato al mondo del lavoro condotto dall’ex Iena Sabrina Nobile. “Non è uno show. Non mettiamo in palio contratti di lavoro. È se mai un programma di servizio: protagonisti sono dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro, noi seguiamo il loro percorso mentre un’azienda li seleziona”, precisa Marco Ghigliani, direttore generale de La7, aggiungendo: “La nostra rete racconta la realtà. Così, da martedì sera, tre candidati emersi da precedenti selezioni si confronteranno per dimostrare chi ha il profilo professionale idoneo per ottenere un contratto a tempo indeterminato, assegnato ogni volta da un’azienda diversa”.
    Il contratto è in effetti più vicino al genere “talent”, non a caso è stato scelto il sottotitolo “Gente di talento”. Sarà una sorta di Amici di Maria De Filippi ambientato nel mondo del lavoro? “Non direi come Amici. Ma confesso che non sono esperta in materia” risponde la conduttrice Sabrina Nobile, sicura però della bontà del format: “Il contratto fa vedere in trasparenza come funziona l’ingresso nel mondo del lavoro per i giovani. Oggi il tema del lavoro è centrale, la disoccupazione riguarda il 30 per cento dei giovani. Ma il programma non avrà il taglio del talk show. Le storie raccontate riguardano il vissuto dei tre candidati (con i filmati della settimana di training, seguiti dai coach) si renderà un servizio a quanti da casa vogliono capire qual è il percorso di formazione, il profilo richiesto dalle aziende. Si arriverà così al colloquio finale, quello che porterà alla firma dell’atteso contratto a tempo indeterminato”.
    Le aziende che hanno aderito al talent show sono diverse, da Fnac a Salmoiraghi-Viganò, da Valtur a Csc, da Accor a Getfit. In pratica, il format della Verve Media di Lorenzo Torraca, nato da un’idea di Barbara Cappi prevede che per tutta la durata dello stage i tre “finalisti” abiteranno nella stessa casa (“per raccontare ansie e difficoltà della ricerca di un impiego, ma senza voyeurismi da reality show” garantisce Torraca), una volta in studio insieme ai tre candidati ci saranno i rappresentanti dell’azienda che offre il contratto, Giordano Fatali come presidente di una community dei direttori del personale (la Hrc) ed altri esperti del settore.
    Sorprese da Sabrina Nobile, “iena pentita”? “Non rinnego il passato da iena. Non c’è discontinuità: qui come alle Iene agisco nella realtà, in maniera vera, niente reality” assicura la Nobile. E il direttore Ghigliani ribadisce: “Il contratto è coerente con la linea editoriale de La7, una rete che racconta la realtà con informazione e approfondimenti. Anche per questo crescono gli ascolti. Dal Tg di Mentana a 8 e 1/2, da L’Infedele a Exit, dalle Invasioni barbariche a Niente di personale“.
    (fonte: Repubblica.it, 18 febbraio 2011 – articolo di Leandro Palestini)


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Commenti»

1. casmiki - 18/02/2011

A me di Benigni non è piaciuto il discorso sul risorgimento. Troppo stereotipato. Dire che i Borboni e gli austriaci erano cattivissimi (addirittura gli austriaci stuprerebbero tutti) e invece i garibaldini e gli altri patrioti degli eroi senza macchia è semplicistico (riduttivo) e da una visione distorta. Certamente da lodare i patrioti che hanno dato la vita per il loro ideale ma non vanno dimenticati gli aspetti negativi dell’unità: il brigantaggio (a dimostrazione che quelli del sud non accettavano la dominazione piemontese), la questione meridionale (i Savoia hanno impoverito il Sud, che aveva fatto qualche progresso sotto i Borboni (es. ferrovia Napoli-Portici, prima ferrovia in Italia!) disinteressandosi da esso e causando con la loro sconsiderata politica economica non protezionistica la chiusura delle industrie del sud aperte dai Borboni) e la delusione dei contadini a cui Garibaldi aveva promesso le terre e quando si rivoltarono perché l'”eroe dei due mondi” non aveva mantenuto la promessa furono duramente puniti dai garibaldini (per maggiori informazioni leggete la novella “Libertà” di Verga).

2. Daniela - 19/02/2011

Lo storico giornalista Luzzato Fegiz sa che bisogna controllare sempre le fonti! Ma questa volta non l’ha fatto e la notizia è di quelle farebbero urlare ogni direttore. Mi riferisco a ‘La notte dell’Addio’ scritta dal leggendario Alberto Testa. Secondo Fegiz fu scritta al capezzale della moglie! Ma santo cielo, Alberto Testa scrisse il testo prima del ’66, anno in cui fu presentata al festival di Sanremo e arrivò in finale con ‘Mai Mai Mai Valentina’ e ‘Io ti darò di più’ e la moglie, Dina, godeva di perfetta e ottima salute!!!

La sua scomparsa avvenne quasi improvvisamente circa 16 anni dopo, nel 1981!

Aggiungo che la musica de’La notte dell’Addio’è di Giuseppe Diverio!il suo nome appare in tutte le incisioni fino al 2005! In Siae sono stati aggiunti i nomi di Arrigo Amadesi e Remigi,ma solo anni dopo, quindi Remigi non ne ha la completa paternità!
http://www.testaalberto.com/


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