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Cinema futuro (1.225): “Frozen” 22/03/2011

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Frozen”

Uscita in Italia: venerdì 25 marzo 2011
Distribuzione: M2 Pictures

Titolo originale: “Frozen”
Genere: drammatico / thriller
Regia: Adam Green
Sceneggiatura: Adam Green
Musiche: Andy Garfield
Durata: 91 minuti
Uscita negli Stati Uniti: 5 febbraio 2010
Sito web ufficiale (USA): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Emma Bell, Shawn Ashmore, Kevin Zegers, Ed Ackerman, Rileah Vanderbilt, Kane Hodder, Adam Johnson, Chris York, Peder Melhuse

La trama in breve…
Una normale gita in montagna si trasforma in un incubo agghiacciante per tre snowboardisti bloccati sulla seggiovia prima della loro ultima discesa. Quando i responsabili dell’impianto sciistico spengono le luci, il panico avvolge i tre man mano che si rendono conto di essere stati dimenticati lì, sospesi in aria senza alcuna via di fuga.
Ben consci del fatto che l’impianto non riaprirà fino al weekend successivo, con i primi sintomi del congelamento e dell’ipotermia, i nostri protagonisti sono costretti a prendere iniziative disperate nel tentativo di abbandonare la montagna prima di morire congelati. Ma si rendono presto conto con terrore che non è solo il gelo che devono temere. Trovandosi a dover combattere ostacoli inaspettati, devono anche chiedersi se la loro volontà di vivere sia abbastanza potente da aiutarli a sfuggire a una delle morti più atroci possibili.
Kevin Zegers (TRANSAMERICA, L’ALBA DEI MORTI VIVENTI), Shawn Ashmore (X-MEN, ROVINE) ed Emma Bell (DOLLHOUSE, SUPERNATURAL) sono i protagonisti di questo thriller mozzafiato scritto e diretto da Adam Green (HATCHET) e prodotto da Peter Block (SAW I-VI, CRANK, RAMBO).

CONSIDERAZIONI DEL REGISTA

Intrappolato in una landa desolata e ghiacciata. Appeso a 30 metri dal suolo. Niente a proteggerti dalla furia dell’inverno tranne i vestiti che hai addosso. Nessuno sa che sei lì. E nessuno tornerà prima di 5 giorni…

Essendo cresciuto vicino a Boston, da ragazzo non potevo permettermi di andare a sciare nelle località più di grido, come Stowe o Okemo Mountain nel Vermont. Invece mi trovavo ad arrangiarmi sulle piste del Massachusetts, impianti talmente piccoli che rimanevano aperti soltanto il fine settimana e che offrivano tre seggiovie sgangherate per raggiungere i livelli “facili”, “medi” e “da esperti”. Lo sciatore squattrinato non poteva godere del fascino e dell’imponenza dei “veri” impianti, quelli che trovavi sulle montagne della East Coast o della West Coast, ma non avevamo scelta. Questo film nasce dal ricordo di quelle esperienze.

Chiunque sia andato a sciare o a fare snowboarding, conosce bene quella sensazione di vuoto nello stomaco che ti assale quando improvvisamente la seggiovia si ferma, senza nessuna ragione apparente. Sebbene sia una regola non scritta non parlare dell’eventualità che non riparta più, e nemmeno pensare alla remota possibilità che ciò accada, non si può fare a meno di chiedersi: “come riuscirei a scendere?”

 

FROZEN è un film dell’orrore che non spaventa e turba il pubblico con le tipiche convenzioni della violenza, il sangue e la tortura … ma con un’aura di terrore generale che ti ricorda insistentemente: “questo potrebbe accadermi davvero”. Anche chi non ha mai sciato potrà identificarsi con la paura dell’altitudine, con quella di morire congelati, che il film sfrutta per terrorizzare lo spettatore.

 

Questo film non farà ridere, gridare ed esultare un pubblico di appassionati dell’horror come il mio primo lavoro HATCHET, né sarà un sottile studio sul personaggio come la mia seconda opera SPIRAL. Al contrario, FROZEN descrive una situazione cruda e inquietante: tre giovani nel tentativo disperato di sopravvivere a una situazione reale senza apparente via d’uscita. La mia speranza è che la prossima volta che a qualcuno capiti di trovarsi su una seggiovia che si blocca improvvisamente, pensi al mio film e che il pensiero gli faccia raggelare il sangue nelle vene.

Intervista con il regista Adam Green:

Perché hai sentito l’esigenza di fare FROZEN?

Non riesco mai a prevedere che idee mi verranno e da dove, ma appena mi è venuta chiaramente in testa la bozza generale della storia e dei personaggi di FROZEN, ho capito che doveva essere il prossimo film che avrei fatto. Il concetto di trovarsi abbandonati su una seggiovia ferma ha affascinato tutti quelli con cui ne ho parlato e le paure primordiali sfruttate dal film mi sembravano semplicemente gli ingredienti più adatti per offrire al pubblico delle emozioni forti e autentiche. FROZEN è un progetto estremamente ambizioso e impegnativo; si pensi alle difficoltà nel riuscire a creare e portare avanti terrore e suspense all’interno di uno scenario così limitato, con soli tre attori, i quali non possono neanche muoversi. Aggiungiamoci le sfide fisiche che abbiamo dovuto affrontare per raccontare una storia che ha luogo in condizioni meteorologiche rigidissime e a 15 metri dal suolo e si può capire perché l’idea di FROZEN mi abbia subito entusiasmato e stimolato. Sono queste le storie che un regista sogna di poter raccontare. Quando non riesci a dormire a furia di pensarci e giorno dopo giorno hai il terrore di andare sul set perché tutti ti dicono che stai facendo una follia… allora sì che provi la sensazione di far parte di qualcosa di veramente speciale

Che cosa rende FROZEN un film unico?

Una delle cose più eccezionali del film è che ogni fotogramma è stato girato lì, sul posto. La maggior parte dei produttori e delle case di produzione con cui ho avuto a che fare insistevano sul fatto che buona parte del film dovesse essere girato comodamente e al sicuro in un teatro di posa con sfondo verde, ma io rispetto troppo il mio pubblico per cercare di vendere loro un “film di sopravvivenza” che non sembri autentico al 100%. Alla A Bigger Boat di Peter Block ho trovato tutte persone che hanno capito e rispettato questa mia scelta. È una delle tante ragioni per cui erano la migliore casa di produzione possibile per il progetto. Gli attori e la troupe erano veramente lì, a 15 metri di altezza. Il tempo, il freddo e gli elementi che abbiamo affrontato erano tutti reali. Ed è grazie a questo puro realismo che la tensione non allenta mai. Non c’è un attimo di tregua.

Come e dove è nata l’idea per la storia?

Ero davanti al telegiornale del mattino di Los Angeles, dove le previsioni del tempo sono sempre esattamente uguali. Ma le previsioni meteo, però, hanno sempre uno sfondo dietro la grafica che mostra ogni giorno una zona diversa del paese. Quella mattina come sfondo avevano scelto una diretta video della stazione sciistica di Big Bear. Alle sette del mattino la località non era ancora operativa e le sedie della seggiovia pendevano nel vuoto. In un baleno le immagini sullo schermo mi hanno riportato alla mia infanzia e mi sono ricordato di quanto fosse terrificante trovarsi su una seggiovia quando si ferma senza ragione. Dove sono cresciuto io, vicino Boston, le montagne per andare a sciare non erano quelle località sciistiche da grido che si vedono negli spot pubblicitari delle montagne ai confini dell’Ovest o del Nord-Est. Erano impianti a basso costo, con poche seggiovie, di solito operative solo nei fine settimana perché gli altri giorni non ci andava nessuno. Ho riflettuto su quanto apparisse dubbia la sicurezza su quelle seggiovie e quanto tutti fossero terrorizzati quando inevitabilmente si fermavano per qualche secondo. Quella mattina sono andato in ufficio e preso dall’entusiasmo mi sono messo a spiegare a tutti i miei colleghi della società di produzione ArieScope l’idea per il mio nuovo grande “high concept thriller”, FROZEN. Probabilmente sarà stato il racconto più semplice che abbia mai fatto, perché tutto era così chiaro e lineare. “Tre sciatori, dimenticati e bloccati su una seggiovia di una montagna del New England con l’impianto sciistico chiuso per tutta la settimana.” Mi hanno seguito tutti senza farmi una sola domanda. Avevamo anche deciso di produrre il film da soli. “Si tratta solo di tre persone su una sedia. Che difficoltà ci potranno mai essere?” Cavolo, se ci eravamo sbagliati. E accidenti, c’eravamo messi in un bel guaio.

Quali sfide ti ha posto la sceneggiatura?

Ho scritto FROZEN mentre ero sul set di un film che stavo producendo. Il film si chiamava GRACE (che ha debuttato al Sundance l’anno scorso). Quando mi viene l’ispirazione, devo seguirla. Per quanto mi piacerebbe riuscire a scrivere le mie cose migliori al momento opportuno, comodamente a casa mia o in ufficio, mi succede quasi sempre nei momenti peggiori – per esempio, durante il matrimonio di un amico o nel bagno di un aeroporto o sul set di un altro film. Dal punto di visto concettuale la parte più difficile erano i dialoghi. Il ritmo della storia c’era già, i momenti thrilling e di terrore sono nati insieme all’idea del film, ma perché avessero un significato per il pubblico, un effetto sugli spettatori, bisognava dare loro l’impressione di conoscere i personaggi. È sempre una situazione delicata quando fai un film del genere, perché se fai troppo uso della commedia per conquistare il pubblico, ti si può ritorcere contro e puoi finire col diluire i momenti di tensione. Ma d’altro canto, se il pubblico non si diverte a seguire i personaggi, si finisce col fare un film dove il pubblico non fa altro che aspettare di vedere “come moriranno”. I miei produttori erano ben consci del filo sottile su cui dovevo camminare e mi hanno incoraggiato a rendere il copione sempre più personale a ogni riscrittura e a rifinirlo continuamente in fase di pre-produzione. Si è trattato di consigli preziosi. FROZEN è diventato un film molto emotivo che spesso e volentieri tocca il cuore degli spettatori, qualcosa in cui i thriller non sempre riescono. È un film che ti prende davvero e credo che sia perché quei tre personaggi sono molto reali e le storie che raccontano, tutto quello che dicono, partono dal cuore. Il mio cuore. È un film molto aperto e personale, dove mi sono veramente messo a nudo.

Come e perché hai scelto quegli attori?

A Hollywood trovo che a molti giovani attori interessi più la fama fine a se stessa che lavorare sul mestiere di attore. A molti dei giovani attori hollywoodiani di oggi interessa la fama che può derivare da un ruolo, quanti seguaci su Twitter gli porterà la loro campagna mediatica, quante volte appariranno sulle riviste di gossip come TMZ e quanto appariranno carini nel prodotto finito e confezionato. Sono molto bravo a individuare gli esibizionisti quando faccio casting, e questo film non è stato un’eccezione. Quando si è sparsa la voce che avevo intenzione di girare il film direttamente sul posto, molti attori si sono tirati indietro per la paura. Quindi la mia decisione impopolare ha drasticamente ridotto il numero di attori che avrei messo alla prova. Ero certo che in poco tempo avrei trovato quelli che facevano al mio caso. E incredibilmente Emma Bell è stata la prima a presentarsi al provino per il film e ha fissato lo standard per tutte le attrici che sarebbero venute dopo. Alla fine il ruolo è andato a lei. Forse si tratta di un “caso unico” nella storia di Hollywood. Era autentica, molto bendisposta, e sopratutto sapeva recitare, sapeva veramente recitare. Kevin Zegers mi era stato presentato anni prima da un amico e conoscevo bene il suo lavoro. Quando abbiamo parlato insieme di FROZEN, ho subito capito che non era l’ennesimo ragazzino con una bella faccia. Era pieno di idee, mi ha fatto un sacco di domande, cose che da regista apprezzo tantissimo. Non c’è niente di peggio di un attore che vuole solo sapere che pose fare e come dire le battute. Gli attori come Kevin, quelli che ci mettono l’anima in un progetto, sono molto più apprezzati di quanto non si possa immaginare. Poi Shawn Ashmore, non solo è un attore abile e perfetto per il ruolo, ma lui e Kevin erano grandi amici da quasi vent’anni. Una chimica così tra due attori non ha prezzo. Il personaggio di Shawn in FROZEN ha l’arco di trasformazione più ampio e radicale, quindi era inevitabile che abbia cominciato a rubarci la scena davanti ai nostri occhi. Alcune sere era come assistere a un incontro di “pugilato seduto”, con quegli attori di grandissimo talento che mi colpivano in faccia con tutto quello che erano capaci di offrire. Non si sapeva chi guardare o su cosa concentrarsi subito dopo. Non c’era un anello debole della catena, e tutti e tre gli attori hanno contribuito a portare il film al traguardo.

Quale è stata la più grande sfida durante le riprese?

Uno degli aspetti più difficili è stato girare le scene che hanno luogo mentre la seggiovia è ancora operativa e in movimento. Mentre scrivevo pensavo che avremmo semplicemente usato un “side mount” attaccato alla sedia di ogni attore e magari una seconda mdp posizionata sulla sedia davanti a ognuno di loro. Avrei presto scoperto che nessuna di queste idee avrebbe funzionato. Per dei limiti di peso, per garantire la sicurezza degli attori, non si poteva assolutamente fissare una macchina da presa alla sedia di un attore, punto. Poi, se avessi girato le lunghe scene di dialogo dalla sedia davanti a ciascun attore, il film sarebbe stato un fallimento dal punto di vista cinematografico. Tutto si sarebbe visto da una sola distanza focale e da una sola prospettiva. Lo spettatore avrebbe avuto solo la sensazione di osservare i personaggi e non avrebbe provato la sensazione di stare appeso anche lui tra le montagne su una seggiovia sgangherata. Quindi il direttore della fotografia (Will Barratt) ha lavorato con i nostri macchinisti per montare una torretta, che sembrava un “cesto per raccogliere le ciliege”, appesa dal cavo della seggiovia fino alla sedia degli attori. Dato che nessuno aveva mai fatto una cosa del genere, e visto che i responsabili della pista si rifiutavano di dichiarare la torretta sicura al 100%, il resto della troupe ha subito deciso di non lavorare a quelle scene. Io e Will ci siamo trovati legati a questa torretta di fortuna a girare tutte queste scene da soli. Quando si è in due, senza il supporto della macchina da presa, è quasi impossibile cambiare obiettivo o anche semplicemente marcare un’inquadratura. Eravamo lì, a 15 metri dal suolo, tra folate di vento violentissime, a notte fonda e a un’altitudine di 3.000 metri con gli attori che dovevano aiutarci a cambiare obiettivi e marcare le inquadrature… e penso tra me e me; “Ma io soffro di vertigini! È per questo che ho scritto il film? Che diavolo ci faccio quassù?” Per fortuna nessuno si è fatto male, ma sul set spesso e volentieri gli attori e la troupe si sono trovati in situazioni di pericolo reale.

Che cosa speri che il pubblico provi guardando il film?

Vorrei tanto che il pubblico provasse una paura reale e primordiale, unita al terrore, alla suspense e anche alla speranza. Voglio che abbiano un viaggio emotivo. Spero che vedano e apprezzino la sfida epica di un film come questo e che ricordi loro il tipo di narrativa dei grandi film del passato. Non il solito prodotto gonfiato di effetti speciali fatti al computer – ma un film che vanti buona scrittura, regia e recitazione. Spero che quando sia finito, siano esausti e che FROZEN diventi l’unico vero argomento tabù quando vanno a sciare. Voglio lasciare le mie cicatrici e diventare una parte del subconscio del mio pubblico.

Hai sempre voluto fare lo sceneggiatore o il regista? Se non è così, che cosa ti ha spinto a diventare sceneggiatore/ regista e perché?

È cominciato tutto quando E.T. dice a Elliott “Io sarò sempre qui” e poi parte nella sua astronave. Non ho mai pianto tanto in vita mia e anche alla tenera età di 8 anni mi rendevo conto che un film aveva preso il controllo delle mie emozioni. Sapevo che era solo un film. Sapevo che E.T. non era reale. Sapevo che si trattava solo di un costume di gomma che saliva su un’astronave finta, ma ho comunque pianto come non ho mai più pianto in vita mia. Quell’estate uscii dal cinema completamente stordito dal fascino del cinema e dal quel momento ho capito che era quello che volevo fare. Quando hai un padre che fa l’insegnante di educazione fisica, una madre che insegna ebraico e vivi in una cittadina media del New England, i tuo sogni hollywoodiani non sono sempre incoraggiati dai tuoi compagni o dalle figure autorevoli intorno a te. Più di una persona mi ha detto che era una scelta dura, che ci volevano le raccomandazioni o molti soldi anche solo per provarci. A chiunque mi rivolgessi, anche a scuola di cinema, tutti mi dicevano che le probabilità di farcela erano quasi zero. Ma come dice Han Solo, “non parlarmi mai delle probabilità”. A ogni film che faccio e a ogni piccola vittoria di un mio film, ricordo sempre a me stesso quanto sia fortunato ad avere una carriera in questa industria. È un mondo duro, i periodi in cui stai giù sono molto più frequenti di quelli in cui stai su. E giustizia non ce n’è: alcuni progetti vengono accettati e realizzati, altri vengono lasciati nell’oblio e ad altri ancora non viene neanche data una possibilità. Ma nessuno sta in questo mondo perché pensano sia il migliore possibile, o perché fa bene alla loro salute mentale o al loro sostentamento. Siamo qui perché non c’è assolutamente nessun altro mondo in cui potremmo vivere.

Chi sono i tuoi sceneggiatori e registi preferiti?

Tra i miei registi preferiti posso citare Alfred Hitchcock, John Landis, Chris Columbus, John Hughes, Guillermo del Toro, George Lucas e John Carpenter. Ma al primo posto ci sarà sempre Steven Spielberg. Per me e per moltissimi altri cineasti della mia generazione, Steven Spielberg è la ragione per cui abbiamo intrapreso questa carriera. È la mia ispirazione, come artista e come essere umano.

Su quali progetti stai lavorando per il futuro?

Sono attualmente in produzione con il sequel del mio successone del 2007 HATCHET. Sotto molto aspetti si tratta di una rivincita per tutti noi che abbiamo fatto il film nel 2005 andando incontro a ogni sorta di ostacolo. HATCHET è stato un grande esempio di come ti sbattono le porte in faccia, di come ti dicono che non ce l’avresti mai fatta. Eppure è stato fatto, ha conquistato un esercito di fan del genere in tutto il mondo ed è diventato il film più venduto che il suo distributore abbia mai avuto. Mentre alcuni dei miei collaboratori temono che girare il sequel di HATCHET sarebbe un passo indietro in un momento in cui la mia carriera sta andando avanti velocemente, per me si tratta di una celebrazione, è la mia festa, è dove si trova il mio cuore. Non posso descrivere la sensazione che provo a riunire la vecchia banda, tornare su quel set dopo cinque anni e sentire il mio assistente gridare “si gira, HATCHET 2”. E sentire la troupe esultare per tutto ciò che siamo riusciti a fare. Questo mestiere è fatto di pochissimi e brevissimi momenti fantastici, e questo è uno di quelli. Ho anche la sceneggiatura di una commedia romantica intitolata GOD ONLY KNOWS che la mia società (ArieScope Pictures) sta producendo insieme alla 1492 Films di Chris Columbus e che, se tutto va bene, si comincerà a girare tra breve.

Il trailer italiano:


Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
Per consultare le uscite dell’ultimo week-end italiano visitate lo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema andate allo spazio settimanale “Cinema Festival”.

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