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Cinema futuro (1.230): “The Ward – Il reparto” 27/03/2011

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“The Ward – Il reparto”

Uscita in Italia: venerdì 1° aprile 2011
Distribuzione: BIM

Titolo originale: “John Carpenter’s The Ward”
Genere: horror / thriller
Regia: John Carpenter
Sceneggiatura: Michael Rasmussen e Shawn Rasmussen
Musiche: Mark Kilian
Durata: 85 minuti
Uscita negli Stati Uniti: 15 aprile 2011
Sito web ufficiale (USA): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Amber Heard, Danielle Panabaker, Lyndsy Fonseca, Jared Harris, Mamie Gummer, Laura Leigh, Mika Boorem, Sydney Sweeney, Dan Anderson, Susanna Burney, Sali Sayler, Mark Chamberlin

La trama in breve…
THE WARD, un thriller psicologico ambientato negli anni ’60 che ha come protagonista una giovane donna rinchiusa in un misterioso ospedale psichiatrico, è il primo lungometraggio che il maestro icona del genere horror John Carpenter realizza in sette anni.
Kristen (Amber Heard), una giovane donna bella e disturbata, si ritrova coperta di lividi e di tagli, imbottita di sedativi e rinchiusa contro la sua volontà in un inaccessibile reparto di un ospedale psichiatrico. È completamente disorientata e non ha idea di quale sia il motivo per cui è finita in quel posto, né alcuna memoria della sua vita prima del ricovero. La sola cosa che sa è che non è al sicuro.
Le altre pazienti del reparto, quattro giovani donne altrettanto disturbate, non sono in grado di fornirle alcuna risposta e ben presto Kristen si rende conto che le cose non sono come sembrano. L’aria è densa di segreti e di notte, quando l’ospedale è buio e sinistro, sente dei suoni strani e terrificanti. A quanto pare non sono sole.
Una ad una, le altre ragazze cominciano a scomparire e Kristen deve trovare il modo di fuggire da quel luogo infernale prima di diventare anch’essa una vittima. Mentre lotta per riuscire a scappare, scopre una verità di gran lunga più pericolosa e sconvolgente di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare.
THE WARD è diretto da John Carpenter (Halloween: la notte delle streghe, Fuga da Los Angeles, Starman, Fog, La cosa) su una sceneggiatura di Michael Rasmussen e Shawn Rasmussen. Il cast è composto da Amber Heard (The Joneses, Benvenuti a Zombieland, Strafumati) che interpreta Kristen; Mamie Gummer (Stop-Loss, L’imbroglio) che interpreta Emily; Danielle Panabaker (Venerdì 13, Mr. Brooks, La città verrà distrutta all’alba) che interpreta Sarah; Lyndsy Fonseca (Kick-Ass, Hot Tub Machine) che interpreta Iris; Jared Harris (Mad Men, Il curioso caso di Benjamin Button) che interpreta il dottor Stringer; Laura-Leigh che interpreta Zoey e Mika Boorem (Il patriota) che interpreta Alice.

Il film è stato girato alla fine dell’estate del 2009 all’interno e nei dintorni dell’Ospedale Psichiatrico Eastern Washington State nei pressi di Spokane, nello stato di Washington. Il direttore della fotografia è Yaron Orbach (The Joneses, Please Give) e lo scenografo è Paul Peters (Out of Time, High Crimes – Crimini di stato).

I produttori esecutivi sono Adam Betteridge, David Rogers e Rich Cowan. Il progetto di THE WARD è stato sviluppato e prodotto da Doug Mankoff, Mike Marcus e Andy Spaulding per Echo Lake Entertainment e da Peter Block per A Bigger Boat.

IL FILM

THE WARD è il film che segna il ritorno alla regia cinematografica del maestro dell’horror John Carpenter dopo oltre sette anni.

“Il merito è di Mick Garris, l’ideatore di Masters of Horror”, rivela Carpenter quando gli viene chiesto perché ha scelto di realizzare THE WARD dopo quasi dieci anni di assenza nel cinema. “Gli episodi di quella serie erano progetti a basso budget, con riprese molto veloci, che mi sono piaciuti moltissimo. Così ho pensato di continuare a divertirmi, applicando le stesse regole produttive a un lungometraggio a basso budget: la storia di THE WARD è contenuta e le riprese vere e proprie non sono durate molto a lungo.

“Volevo lavorare a un film che imponesse una certa abilità creativa nel risolvere i problemi relativi al modo di raccontare una storia. THE WARD ha rappresentato una sfida divertente”, afferma Carpenter.

Benché contenga tutti gli elementi classici di un tipico film targato Carpenter, il progetto di THE WARD doveva prospettarsi straordinario fin dall’inizio per persuadere il regista a tornare dietro alla macchina da presa. Scoperta dal team della Echo Lake Entertainment che lo rappresenta, la sceneggiatura si avventurava in un territorio nuovo anche per loro.

“Stavamo cercando qualcosa che ci permettesse di discostarci dall’immagine di produttori di film d’autore da circuito festivaliero per cui eravamo famosi”, ricorda il fondatore di Echo Lake e produttore Doug Mankoff.

“Volevamo ampliare il nostro repertorio per attirare un maggior numero di spettatori”, spiega Mankoff, “così avevamo iniziato a vagliare storie di genere e commedie. Il copione ci ha incuriosito perché è una storia intelligente e spaventosa, molto contenuta e con grandi personaggi. Dalla prospettiva di noi produttori, il primo punto di forza della sceneggiatura era costituito dai personaggi e in seconda battuta dal fatto che fin dalla prima lettura abbiamo intravisto la possibilità di realizzarlo.

“Immaginate di trovarvi rinchiusi in un ospedale psichiatrico, in un momento della vostra vita in cui è possibile che vi internino contro la vostra volontà”, commenta Mankoff, “e di sospettare, o persino di avere la certezza, che le persone attorno a voi vengano uccise. Ma nessun altro al di fuori di voi lo sa semplicemente perché tutti vi credono pazzo. Pensate a quanto deve essere terrificante, a maggior ragione perché sapete che prima o poi anche voi morirete”.

“Quando abbiamo scoperto THE WARD, è stato naturale pensare a John Carpenter come regista ed è stato elettrizzante vedere che la sua reazione al copione è stata entusiastica quanto la nostra”, aggiunge il produttore di Echo Lake, Andy Spaulding.

“THE WARD si iscrive perfettamente nella filmografia di John Carpenter, una storia a metà tra un thriller denso di suspense e un horror”, aggiunge Mike Marcus di Echo Lake, altro produttore del film nonché manager di Carpenter.

“È un progetto che ha reso divertente il lavoro”, concorda Carpenter. “In un copione cerco soprattutto una storia. Se mentre lo leggo riesco a visualizzare il film e a rendermi conto di come sono delineati i personaggi e di quanto sia acuto lo sceneggiatore, allora mi interessa. Per me dipende sempre tutto dalla possibilità di visualizzarlo. Ho avuto una formazione molto intensa: ho frequentato una scuola di cinema, ho imparato le varie fasi della lavorazione e so come fare funzionare la macchina di un film. Non mi lascio mai influenzare da altri fattori nelle mie scelte: faccio tutto per me, per il film che ho in testa e che cerco di realizzare”.

Un’altra persona che successivamente è entrata a far parte del progetto, è uno dei più ferventi ammiratori di Carpenter da moltissimi anni. Il produttore Peter Block, meglio conosciuto per la sua collaborazione con Lionsgate (che comprende la serie di film campione d’incassi Saw, come pure High Tension, Undead, Cronos, Braindead e Hard Candy), si è aggiunto alla squadra sotto il vessillo della sua nuova società, A Bigger Boat.

“Sul piano produttivo, volevamo poter disporre di maggiore esperienza nella realizzazione di un film di genere”, dice Mankoff a proposito dell’apporto di Block, “volevamo aggiungere un nome che ci avrebbe aiutato sul mercato internazionale e poter godere di maggiore credibilità nella fase produttiva. Abbiamo contattato Peter Block, che conosciamo e con cui lavoriamo da anni, e lo abbiamo invitato a salire a bordo. Peter ha contribuito al progetto con la sua vastissima esperienza nel film di genere, sia sul piano produttivo, sia a livello di penetrazione del mercato.”.

“Benché io sia da sempre un grandissimo fan di Carpenter”, dichiara Block riguardo alla sua scelta di unirsi alla squadra, “negli ultimi vent’anni della mia carriera fatta di acquisizioni, produzioni e realizzazioni di film horror, l’idea che prima o poi avrei potuto affermare di aver lavorato a un film di John Carpenter era probabilmente al di là delle possibilità della mia percezione. E in quanto fan, il fatto di poter dire che sono nel team di THE WARD di John Carpenter è fantastico.”

“THE WARD è un meraviglioso tassello che si aggiunge alla leggendaria filmografia di John Carpenter”, aggiunge Block. “Se, da un lato, si colloca perfettamente accanto a film come Fog, Halloween: la notte delle streghe e La cosa, dall’altro lancia un’evoluzione filosofica del genere horror”.

Il casting

Girato in un angolo remoto dello Stato di Washington, nella tenuta dell’Eastern Washington State Mental Hospital, tutt’ora in attività, THE WARD contiene tutti gli ingredienti di un classico film di Carpenter: isolamento, paranoia e pericoli invisibili sono in agguato e minacciano da vicino ciascuno dei cinque personaggi mentre tessono il loro percorso nel labirinto cinematografico magistralmente costruito dal regista.

“Volevamo assolutamente realizzare un progetto al di sopra di un film horror standard”, spiega Spaulding. “Per noi questo significava poter contare su un regista come John Carpenter, che è un maestro nel distorcere i concetti e gli intrecci, su uno scenografo e una squadra di operatori in grado di lavorare velocemente, ma a un livello qualitativo estremamente elevato, e su un cast che si è rivelato semplicemente fantastico”.

A guidare il cast c’è Amber Heard, che aveva già collaborato con il team della Echo Lake Entertainment in The Joneses. “Avevamo adorato lavorare con lei. Ha uno straordinario talento ed è per questo che l’abbiamo proposta a John”, sostiene Mankoff.

“THE WARD è un film di genere,” osserva la Heard (Kristin) parlando dei motivi che l’hanno spinta ad accettare il ruolo. “Una delle ragioni per cui mi ha interessato è che, egoisticamente, mi piace interpretare i film di genere. THE WARD era una combinazione perfetta per me: adoravo il regista, il genere e la sceneggiatura.

“John Carpenter è un vero maestro, è il sinonimo stesso di cinema horror”, aggiunge Amber Heard. “Mi ha entusiasmato vedere gli ingredienti unici che ha messo nel film e che io non ero riuscita a cogliere o immaginare leggendo il copione. Questo film parla di lui, ha molto di lui. Sarebbe un progetto completamente diverso in mano a un altro regista. Il nostro THE WARD non esisterebbe senza John. Ha una personalità unica e straordinaria e il film poggia interamente sulle sue spalle.

“Tutto il cast è fantastico ed estremamente dotato”, conclude Amber Heard. “Sono rimasta sorpresa nel vedere quello che ogni attore ha fatto con il suo personaggio in pochissimo tempo. Ciascuno di noi ha lavorato sodo per calarsi nel personaggio. E incredibilmente, malgrado la presenza di cinque donne, non ci sono stati drammi sul set”.

THE WARD è stato una sorpresa per alcune delle cinque giovani attrici scelte per interpretare le pazienti del Reparto 19, sia per la modalità di selezione sia per il metodo di lavoro di John Carpenter.

“Il mio ‘provino’ con John sarebbe dovuto essere un pranzo”, ricorda Lyndsy Fonseca (Iris), “ma quando sono arrivata, l’ho trovato seduto su una panchina fuori dal ristorante che fumava una sigaretta. Mi ha proposto di restare lì seduti e così abbiamo iniziato a chiacchierare e siamo subito andati d’accordo. Se John ti scrittura, è perché sei tu la persona che vuole.”

“Questo è il mio primo lungometraggio”, dice Laura-Leigh (Zoey). “Prima di essere scelta, conoscevo un po’ la carriera di John, ma non avevo visto molti dei suoi film, così li ho ordinati tutti e li ho visti due per sera. Sono completamente diversi uno dall’altro, da Christine la macchina infernale, una storia che sembra molto reale e fondata, all’avventura fantastica di Grosso guaio a Chinatown, al thriller/love story Avventure di un uomo invisibile.”

“Quando ho letto la sceneggiatura”, rivela Mamie Gummer (Emily), “mi è piaciuta tantissimo; mi sono sorpresa a mangiarmi le unghie, completamente avvinta. Poi ho incontrato John, nel suo posto degli hamburger preferito a Hollywood e mi è subito stato molto simpatico. Non posso guardare i suoi film, badate bene. Sono una vera fifona quando si tratta di film horror. Ma naturalmente sapevo chi era. È un uomo delizioso ed è stato davvero divertente lavorare con lui”.

Carpenter ritiene che le donne che popolano il suo reparto siano tutte attrici perfette e giustissime.

“Adoro Pam Dixon”, dichiara Carpenter della sua direttrice casting. “Mi ha mandato un nastro di tutti gli attori affinché dessi una prima occhiata. Li ha indovinati tutti al primo colpo. È un cast straordinario che ha legato in modo incredibile durante le riprese, rendendo la lavorazione estremamente piacevole. Il legame è stato anche importante per permettere alle ragazze di improvvisare in alcuni punti e di svagarsi a fine giornata, visto che la frantumazione di un individuo e di una personalità, insieme alla natura claustrofobica dell’ambiente, è angosciante.”

“Le cinque giovani donne, che hanno molto legato tra loro, sono state fantastiche”, aggiunge Block. “John sembrava esercitare un ruolo paterno nei loro confronti: faceva leva sulla loro forza di attrici, ma lasciava loro anche lo spazio per crescere. Sa bene che un horror si fonda su personaggi femminili forti e voleva che queste ragazze si sentissero sicure al punto di fare quello che ci aspettavamo da loro.”

“Siamo state fortunate a far parte di un cast così straordinario”, ride Laura-Leigh. “Cinque ragazze, tutte sulla ventina, che devono stare insieme e andare d’accordo, nella maggior parte dei casi significa una situazione disastrosa. Ma persino John Carpenter ha dovuto ammettere che le sue paure non si sono mai avverate”.

“Ciascuna delle cinque attrici ha un ruolo importante nella storia e ha il suo momento di splendore”, continua Block. “La scena della morte di Mamie è grandiosa e lei è riuscita anche a trasmettere una meravigliosa e spiazzante malvagità. Io la paragono a un mix tra Kate Hepburn e Walter Brennan. Danielle è una giovane sexy e ingenua che tutte le ragazzine amano guardare. Lyndsy grida come nessun’altra e la sorprendentemente matura Laura-Leigh incarna il personaggio più infantile.

“Ma come in tutte le squadre di pallacanestro che si rispettino, ci vuole una grande guardia e in THE WARD è Amber. Tutto passa attraverso di lei, ogni singola scena. È lei che tiene la palla per tutto il film.”

“Un film poggia sugli attori”, afferma Carpenter, “è la regola del gioco! Non mi dispiace se gli attori trovano parte dell’ispirazione sul set e mi sta bene ritoccare alcune cose in corso d’opera, ma voglio che gli attori siano sostanzialmente pronti quando iniziano le riprese. Il mio compito è sostenerli, capire di cosa hanno bisogno per svolgere il loro compito. È vero che io lavoro in fretta: girare molte scene complesse in poco tempo, significa che voglio avere almeno due riprese per ciascuna per poi passare alla scena seguente. Alcuni ciak possono essere velocissimi, altri meno.”

“Mi piace di più lavorare così”, ammette Laura-Leigh. “Preferisco le scelte artistiche a cui posso partecipare anch’io. Non ho avuto a disposizione 30 ciak per capire come fare. Ho molto apprezzato il livello di elaborazione e ragionamento che ha caratterizzato il nostro lavoro prima di iniziare le riprese. John vuole che arrivi sul set preparato: devi aver fatto i compiti a casa ed essere pronto a dare il tuo contributo in ogni momento. Ho imparato che se ti prepari bene, viene fuori tutto nel momento in cui serve. E lui è sempre disponibile a chiederti di cosa hai bisogno per aiutarti a svolgere il tuo lavoro, che si tratti dei capelli, del trucco o di un coniglietto di peluche.”

“John è spassoso”, aggiunge la Fonseca, “perché si presenta come uno della vecchia scuola, molto serio. È al comando di una nave complessa, non c’è spazio per perdere tempo, ognuno deve fare il suo lavoro, niente cellulari, niente scherzi… Poi però, mentre finge di fare il cattivo, ti accorgi che è molto attento a te e si prende cura di tutti.”

“John rispetta il lavoro degli attori”, spiega Mamie Gummer. “Li lascia liberi di recitare, è efficiente e pacato. Personalmente mi aiuta sapere che tutto il resto è a posto, mi rende più facile il mio compito. Io vengo dal teatro e anche se non amo il genere horror, trovo che questa storia sia una versione della tragedia greca classica, dove la posta in gioco è altissima. Oggi ragiono più in termini di singolo progetto e non dico più ‘Non farò mai…’: non avrei mai immaginato di interpretare un film di paura e invece è stato un lavoro gratificante e molto divertente”.

“Per un giovane attore, l’industria del cinema può essere complicata a volte”, sostiene Danielle Panabaker (Sarah). “Prima dell’inizio delle riprese ero un po’ nervosa, ma la mia ansia non avrebbe potuto essere più ingiustificata: è stato un set incantevole, dove ogni ragazza aveva una prospettiva unica sul suo personaggio e ha dato prova di grande talento. È stato un periodo fantastico e molto allegro.

“Il mio compito è stato di aiutare John a raccontare la storia nel miglior modo possibile,” aggiunge Danielle. “Era da quasi dieci anni che mancava da un set cinematografico, ma ha uno straordinario talento nel raccontare questo genere di storie e nel tenerti sospeso nell’incredulità. Spero che i suoi fan siano ansiosi di vedere il film”.

“Quando ho saputo del progetto, ho pensato ‘Un film con John Carpenter? Che bello!’” ricorda Mika Booren (Alice). “Quanti film si possono interpretare nella vita? E annoverarne uno diretto da John Carpenter… è fantastico. Sono una sua grande ammiratrice: La cosa è il mio film preferito.

“Quando ho letto il copione, mi è piaciuto subito”, aggiunge Mika. “La trama e l’accuratezza della descrizione mi hanno coinvolta in questa storia e sono rimasta sorpresa dal lato oscuro. Sono sempre stata affascinata dai primi studi sulla salute mentale. Appena ho saputo del progetto, ho iniziato a seguirlo, sperando di ottenere un provino. La proposta di interpretare Alice mi ha sorpresa: è stata una nuova idea a cui non avevo pensato.”

“Amo gli attori nel senso che li rispetto profondamente”, spiega Carpenter, “e li faccio lavorare per poter alleggerire il mio lavoro e dover seguire meno cose. Ritengo che gli attori debbano dare il loro contributo, proporre idee e appassionarsi ai loro ruoli. Il loro apporto è sicuramente più importante delle indicazioni che io posso dare loro. Sono molto fiero di tutte le ragazze e molto soddisfatto del loro lavoro. E Jared Harris è fantastico: conduce il film interpretando il ruolo di una figura autoritaria“.

Jared Harris (Il dottor Stringer) ha altrettante parole d’elogio per il suo regista: “John Carpenter è meraviglioso e ha pieno titolo per scegliere di realizzare film difficili, perché non è solo un regista di film horror. Starman, per esempio, ci mostra quante storie diverse ha John in se stesso. THE WARD contiene elementi del genere horror, ma funziona come thriller psicologico e il risultato è, a mio parere, eccellente. In particolare, mi piacciono i momenti in cui ci appaiono gli aliti leggeri sul vetro della finestra, che alludono a Dracula. È un gioco molto divertente.

“Doug Mankoff e io abbiamo frequentato insieme la Duke University”, ricorda Harris. “Abbiamo ripreso a sentirci e quando mi ha parlato del progetto ho subito pensato ‘Dio, quanto mi piacerebbe partecipare a un film di John Carpenter!’ Ho visto tutti i suoi film. Ho adorato Distretto 13: le brigate della morte che ho visto da adolescente a Londra e ricordo quando ho visto Halloween: la notte delle streghe in Leicester Square. Ho amato tutti i suoi film, dal primo all’ultimo.

“John e io abbiamo chiacchierato al telefono. L’ho incontrato il giorno prima di arrivare sul set e mi sono reso conto che sapeva esattamente quello che voleva in ogni minimo dettaglio. Sembrava aver già mentalmente montato la storia che poi ha filmato in frammenti, in piccole sezioni. Appartiene alla vecchia scuola e ne segue lo stile, come raramente si riesce a fare ormai, visto che gli studios vogliono controllare più di quanto quello stile consenta. E nonostante questo, lascia spazio agli imprevisti. THE WARD è il film dove ho improvvisato di più della mia carriera. È stato un lavoro di squadra a livello di collaborazione e sul piano creativo e artistico. Sono molto felice di aver vissuto questa esperienza.”

“È stato eccitante per me vedere John Carpenter di nuovo dietro alla macchina da presa”, dice Andy Spaulding commentando il lavoro del maestro con gli attori. “Ero immensamente curioso di vedere cosa avrebbe fatto e sono rimasto affascinato dal suo stile, dal suo atteggiamento, in particolare nei confronti degli attori. Ha il controllo assoluto del set.”

“Ci sono scene che mi stuzzicano e sono immancabilmente troppe perché riesca a sceglierne solo una”, confessa Carpenter. “La vita del film dipende dalla forza dei personaggi ed è tutto merito di questi attori.”

I luoghi delle riprese – L’Ospedale Psichiatrico Eastern Washington State

“Il dottor Kirkbride descrisse il suo come un progetto lineare. Gli edifici erano disposti a scacchiera. L’edificio centrale era più imponente degli altri ed era sovrastato da una cupola, in sintonia con i gusti classici dell’epoca. Dal corpo centrale, adibito a uffici amministrativi, si estendevano sulla destra e sulla sinistra due ali che ospitavano i reparti di degenza. Alla fine delle due ali, si aprivano delle brevi sezioni trasversali che conducevano ad altri edifici per la degenza dei pazienti paralleli ai padiglioni originali. Ogni reparto era sufficientemente sfalsato per consentire all’aria fresca di entrare da tutti i lati ed era collocato in modo tale da impedire la vista dagli altri reparti.”

– Tratto da Dr. Kirkbride and his Mental Hospital di Earl D. Bond

Girato in esterni nella parte orientale dello Stato di Washington, THE WARD ha trovato la sua residenza letterale e immaginaria nell’Ospedale Psichiatrico Eastern Washington State, che si trova a Medical Lake, a poche miglia a est di Spokane.

Costruito nel 1891 conformemente al “Progetto Kirkbride”, ideato dal Dottor Story Kirkbride per promuovere quello che all’epoca era considerato un trattamento progressista degli internati nei manicomi criminali, l’Eastern Washington State Hospital è oggi un labirinto di edifici, in parte ancora utilizzati e in parte abbandonati. La vastità dei reparti, costruiti secondo il Progetto Kirkbride, con padiglioni che si estendono lontani dagli uffici amministrativi, ha fornito un contesto vitale al mondo che John Carpenter voleva ricreare per THE WARD.

Come sottolinea il produttore Mike Marcus, “L’aspetto era perfetto, la struttura era perfetta, con edifici vuoti che aspettavano solo noi per essere utilizzati.”

“Eravamo circondati dall’Eastern State Hospital: strutture vere, pazienti veri,” rimarca Carpenter. “È stato fantastico. I padiglioni sono straordinari: sono vecchi e hanno una grande personalità che per noi si è tradotta in un’atmosfera molto densa. Sono davvero soddisfatto degli ambienti.”

Centinaia di finestre si aprono sul panorama della regione orientale dello stato di Washington, con campi di grano a perdita d’occhio. Per contrasto, l’isolamento di ogni padiglione ha garantito l’ essenziale inaccessibilità per i “protocolli terapeutici” del Dottor Stringer. La vastità del complesso ospedaliero ha da sola offerto a Carpenter una dote di autenticità che il regista e lo scenografo Paul Peters hanno sfruttato al massimo per rendere il luogo da brivido.

“L’architettura degli edifici ci ha fornito un vero e proprio labirinto, un complesso sistema di corridoi e stanze che ha consentito alle ragazze di fuggire”, spiega Peters, “ma è una fuga solo da un livello all’altro, mai verso l’esterno. La sala di ricreazione, in fondo al corridoio del reparto, ha delle finestre enormi e stupende, ma la vista è sempre attraverso le sbarre, come a reiterare “voi lì non ci potete andare” alle ragazze che guardano fuori.”

“Paul è un professionista completo”, dice Carpenter del suo scenografo. ”Mi ha decifrato la geografia dell’ospedale, semplificando la logistica che era complessa e ambigua.”

“L’Eastern Washington State Hospital è stato costruito nel 1891 per applicare i principi filosofici in voga all’epoca secondo cui i malati di mente dovevano essere alloggiati in stile dormitorio”, spiega Peters. “Oggi l’approccio terapeutico alla malattia mentale è molto diverso, a partire dal fatto che i pazienti vengono chiamati ‘clienti.’ Questi cambiamenti ci hanno imposto di ambientare il film in un determinato periodo e in un contesto specifico per poter raccontare la storia che volevamo raccontare.

“Abbiamo lavorato in un istituto molto grande e non sempre nello stesso edificio,” continua Peters. “A volte abbiamo usato il corridoio di un padiglione, il piano di un altro e la stanza di un altro ancora. Per far questo abbiamo dovuto mettere insieme un puzzle tridimensionale per capire come armonizzare gli ambienti. Tutti gli edifici dovevano avere un’unità per poter sembrare uno solo, per avere quell’atmosfera da istituto psichiatrico.”

“Per creare un reparto abbiamo messo insieme tre edifici”, aggiunge il direttore della fotografia Yaron Orbach. “Dopo aver trovato il vero Reparto 19, abbiamo cercato delle altre stanze per costruire l’ambientazione. È stato un processo lungo, ma alla fine ha funzionato bene. John ci aveva chiesto di proporgli qualcosa di simile a una mappa stradale, motivo per Paul e io abbiamo iniziato a collaborare molto fin da subito. Poi Paul ha tracciato tutta la mappa e John si l’ha approvata”.

“La mera complessità fisica e logistica è percorsa dalla magia del cinema, come sempre”, sostiene Carpenter. “Ma Paul ha redatto una preziosissima mappa che mi ha aiutato a capire cosa potevo e non potevo filmare”.

L’ambiente stesso dell’ospedale è stato un elemento da non sottovalutare.

“Ogni giorno lavoravamo fianco a fianco con i degenti”, ricorda Danielle Panabaker parlando della sua esperienza sul set. “Io preferisco non girare in un teatro di posa, mi fa bene immergermi in un luogo reale. Quello è un posto estremamente remoto, circondato di filo spinato e steccati. Ti rende profondamente consapevole del fatto che se da un lato sei protetto, dall’altro sei anche osservato, una sensazione analoga a quella di cui parla la storia che raccontiamo”.

Malgrado sia attori che tecnici fossero esperti nelle precauzioni e nelle procedure di sicurezza, era difficile non percepire la vita quotidiana all’interno dell’istituto psichiatrico.

“Lavorare in quell’ospedale è stata un’esperienza decisamente insolita”, ammette Amber Heard. “La prima volta che sono arrivata sul set, ho continuato a guardarmi alle spalle. È un posto davvero inquietante e come tale spero che sia il veicolo ideale per il nostro piccolo progetto”.

“Ogni giorno sentivamo i pazienti”, aggiunge Laura-Leigh. “E questo ci era utile, come la location di fine ottocento. Tra una ripresa e l’altra, spesso andavo nella stanza del mio personaggio a prepararmi. Mi serviva molto. Quegli spazi minuscoli erano davvero le stanze dei pazienti quando il padiglione dove abbiamo girato era funzionante. Per il mio lavoro il luogo è importante. Un conto è alzarsi la mattina per andare a fare la spesa, un altro è andare in un manicomio. Ti senti davvero un’altra persona!”

“La location era davvero perfetta”, concorda Lyndsy Fonseca. “È un luogo sinistro e isolato: un vero ospedale psichiatrico, tuttora in parte adibito a manicomio criminale. Quei muri hanno molto da dire!”

“Mi capitava di guardare con insistenza una persona girandoci attorno, per capire bene se era un paziente o un membro della troupe”, ammette Mamie Gummer. “Quel luogo dà veramente i brividi, ma ci ha permesso di non dover nemmeno recitare a volte!”

“È stato divertente girare nell’Eastern Washington State Hospital. Vi si respira un’atmosfera autentica, che è sempre utile a scatenare l’immaginazione”, ricorda Jared Harris. “La scena dell’elettroshock è molto sinistra e inquietante. Ovviamente è una terapia sgradevole per chi la deve praticare, ma è soprattutto scioccante per chi la deve subire. Anche se era una finzione, è stato terribilmente snervante. È terribile pensare che è tuttora un trattamento lecito, malgrado generi paure e dolori enormi. Ti fa stare davvero malissimo. E per di più, abbiamo girato la scena nella stanza dove si praticava realmente l’elettroshock!

“In parte intuisco la posizione del Dottor Stringer in disaccordo con l’approccio tradizionale ai malati di mente”, aggiunge Harris. “Il classico atteggiamento ‘sbatteteli in un angolo’. Cerca di opporsi, contro il parere dello staff, e alcuni dei suoi metodi sono così innovativi che sembrano estremi. Il contesto dell’istituto era perfetto per questo.”

La scenografia

“Le stanze sono un po’ l’espressione di ognuna delle ragazze”, sostiene Peters, “mentre la gamma dei colori costituisce il filo conduttore del film e riflette le caratteristiche dell’istituto psichiatrico: oppressione, instabilità di umore, mancanza di qualunque forma di energia e di conforto, di qualunque tentativo di miglioramento, di incoraggiamento, di calore e di accudimento. L’unico legame che unisce queste ragazze è il fatto di essere state internate in questo istituto“.

Per Peters, la “grande spinta” a collaborare a THE WARD è stata il regista stesso. Dopo aver letto la sceneggiatura, ha avuto un primo magico incontro con Carpenter.

“Ci siamo incontrati per parlare del film e ci siamo subito sentiti in sintonia”, ricorda Peters. “Fortunatamente per me, vedevamo il film allo stesso modo. Gli ho detto che secondo me doveva essere un mondo monocromatico con una gamma di colori molto controllata da utilizzare per enfatizzare il senso di disperazione senza via di scampo. Doveva essere il tipo di posto che piacerebbe a un mostro. In pratica il nostro primo incontro è stato simile a un corteggiamento: abbiamo danzato attorno alla parte concettuale della trama. Al secondo incontro, ci siamo rimboccati le maniche per far funzionare la sceneggiatura.”

Usando il corridoio dell’ospedale, lungo 45 metri e su cui affacciano 22 stanze, come ambiente principale del set, Peters si è ispirato al fatto che il reparto un tempo ospitava realmente dei malati di mente e ha progettato la suddivisione fisica dello spazio in modo che riflettesse i personaggi.

“Quando rinchiudiamo la nostra protagonista nell’ospedale, lei si addentra sempre di più nelle visceri dell’istituto”, spiega Peters. “Mentre ne esplora i meandri, lo spettatore nota il cambiamento: il Reparto è il più deprimente, il più lugubre e, in un certo senso, il più sconfortante di tutti i corridoi.

“Un altro dettaglio che incombe in modo evidente è il mega condotto”, continua Peters. “L’idea è nata in una delle prime chiacchierate che John e io abbiamo fatto cercando di capire come rendere opprimente il reparto. La conduttura simboleggia l’oppressione a livello personale: in altre parole, il fatto che incomba sopra la testa e che non sia mai stato fatto alcun tentativo per renderla esteticamente gradevole, ricorda a ciascun personaggio che è sepolto in un angolo remoto e inaccessibile dell’istituto senza alcuna speranza di uscirne.”

“Sul piano simbolico”, conclude Peters, “incarna la natura oppressiva e disumana delle ragazze in uno stato di segregazione che le priva della loro personalità e le trasforma in ingranaggi della macchina. È interessante, tuttavia, notare che è anche una delle vie attraverso le quali le giovani donne tentano di scappare.”

La fotografia

Yaron Orbach, il direttore della fotografia di THE WARD, fa eco alle osservazioni di Peters sul luogo delle riprese, che ha anche presentato inattesi vantaggi per il suo lavoro.

“La location per me è stata un sogno, per via delle enormi finestre”, afferma Orbach. “Ho scelto di non fotografare un horror molto cupo. Questo è un film di genere ‘alto’, che presenta degli elementi nobili. Non scorrono fiumi di sangue ogni cinque minuti. Ci sono dei momenti specifici di violenza, ma si tratta di un thriller psicologico con analisi stratificata della personalità. La scelta non è stata di usare grande delicatezza, ma di creare una ‘atmosfera delicata’, qualcosa di molto etereo, una specie di sensazione fluttuante per le riprese di giorno, che costituiscono la maggior parte del film.

“Per questo, il vecchio istituto psichiatrico si è rivelato perfetto”, continua Orbach. “Le finestre mi hanno fornito la sorgente principale di luce mentre lasciavo che calasse l’ombra sull’altro lato. Erano ideali, simili a muri di luce. In alcune scene, non ho usato la luce artificiale, solo quella che filtrava dalle finestre. La scena della doccia è venuta perfetta così, velata e nebbiosa. Avevamo solo aggiunto una luce esterna per creare un effetto di fluidità. A un tratto, un enorme raggio di sole è filtrato dalla finestra, creando un meraviglioso effetto di retroilluminazione per via del vapore. È incredibilmente bella, quasi onirica, con la luce che segue il ritmo della storia”.

“Yaron e io abbiamo collaborato in tutto”, commenta Carpenter a proposito del suo rapporto con il direttore della fotografia. E Orbach aggiunge, “Naturalmente, John incute un po’ di timore al primo incontro. È un tipo taciturno, non ama tante chiacchiere, quindi è inutile tentare di ingraziarselo! Ma è dolce, sa esattamente quello che vuole e sa ascoltare”.

Orbach osserva, “John ha un punto di vista preciso, ma è disponibile al confronto. Quando ci siamo conosciuti, ho volutamente evitato di fare riferimento ai suoi film precedenti, tra cui i miei preferiti sono Starman e La cosa. Volevo cercare di trovare qualcosa di originale e proporgli qualche mia idea. Avevo la sensazione che fosse il tipo di persona che apprezza un contributo del genere”.

“Il rapporto tra regista e direttore della fotografia è sostanzialmente immutato dai tempi del cinema muto”, sostiene Carpenter. “Per raccontare una storia, hai bisogno di determinate inquadrature e il modo in cui le realizzi comunica un certo tipo di emozione. Per questo, Yaron e io abbiamo lavorato su quello che volevamo che fosse l’essenza della storia”.

“Il mio modo di lavorare”, spiega Orbach, “inizia dall’analisi della sceneggiatura. Mentre leggevo il copione di THE WARD, ho iniziato a visualizzare le scene e mi sono sentito molto stimolato sul piano visivo. Naturalmente avevo visto i precedenti film di John Carpenter, quindi conoscevo già i suoi riferimenti fotografici. Man mano che le mie immagini hanno preso forma, si è fatta sentire la mia voce e il risultato è stato un mix di buona scrittura, familiarità con lo stile di John Carpenter e le mie proposte visive. Mi sono presentato all’incontro con John con una raccolta di riferimenti visuali istintivi che provenivano da fonti molto diverse. Durante l’incontro ho cercato di instaurare prima possibile un dialogo visivo, mostrandogli le immagini che avevo portato con me e poco dopo abbiamo iniziato a parlare in dettaglio di idee creative.”

“Yaron dà prova di una grande sensibilità per il cinema”, riconosce Carpenter. “Non si risparmia e riesce a sentire profondamente un film. Ho adorato lavorare con lui. Abbiamo parlato delle esigenze della storia e di come evitare alcuni cliché visivi. Mi ha insegnato molto sulla composizione, compreso quello che si può fare in postproduzione, grazie a tutti gli strumenti di cui disponiamo oggi.

“Mi piace l’anamorfico, mi piacciono i rettangoli”, ammette Carpenter. “Tecnicamente, non esiste più il formato ‘quadrato’ nel cinema, poiché tutto dipende dal mascherino. Mi piace la fotografia di questo film, appartiene al mio linguaggio cinematografico. Quando giro, in fondo tutto dipende dall’istinto e dall’immaginazione.”

Girando con due macchine da presa 35mm, due MovieCam Compact MK2 che utilizzano il sistema a 3 perforazioni per avere una durata più lunga, Orbach e la sua squadra hanno anche usato obiettivi Ziess Ultra Primes, che garantiscono il campo focale più ampio dell’obiettivo a lunghezza focale fissa e consentono una nitidezza d’immagine meno fredda di quella resa da altri obiettivi.

“Ho anche usato il DI (Digital Intermediate) come processo di rifinitura”, aggiunge Orbach. “Confermiamo i fotogrammi dove abbiamo corretto il colore, li reinseriamo sulla pellicola tramite scansione e manipoliamo l’immagine sotto forma di perfezionamento, invece di sistemare una cosa che avremmo dovuto fare prima.”

“Amo i cliché”, confessa Carpenter gongolando. “Adoro i trucchi facili. E con THE WARD, ho scoperto molto presto che tutto quello che giravamo lo avremmo stampato. Non ero abituato a lavorare così. È stato divertente.”

“Ogni giorno è stato indimenticabile”, osserva Orbach. “Mi è piaciuto moltissimo lavorare con John. Aspettavo da tempo l’occasione di lavorare con un regista del suo calibro. Sono un giovane direttore della fotografia e mi considero molto fortunato. Lavorare al suo fianco, apprezzare la sua pazienza, la sua apertura e la sua fiducia, è stato davvero liberatorio. Mi ha concesso tantissima libertà e nonostante questo è un uomo molto preciso. Temevo che le nostre diversità potessero costituire un ostacolo: la differenza di età, il diverso bagaglio culturale (io sono israeliano, lui è un WASP). Ma ha funzionato tutto. Le nostre origini e la nostra educazione sono agli antipodi, ma sul piano stilistico abbiamo gusti molto simili, cosa che già sapevo avendo visto i suoi film”.

Gli effetti speciali

Torna a lavorare con John Carpenter la stessa pluripremiata squadra di esperti in effetti speciali della K.N.B. Effects (Kill Bill: volume 1; Transformers; Pulp Fiction) che ha iniziato a lavorare con lui nel 1993 con Body Bags – Corpi estranei per Showtime.

“Nel corso degli anni, ho lavorato con Greg (Nicotero) e Howard (Berger) in moltissimi film”, spiega Carpenter a proposito del suo team di effetti speciali per THE WARD. “È favoloso lavorare con loro, sanno sempre esattamente che cosa darmi. Questa volta ho dovuto chiedere loro alcuni favori, a causa del basso budget del film, e sono stati molto disponibili.”

“Sono un grande amico di John da 17 anni”, spiega Nicotero. “I suoi film mi hanno molto influenzato e continuano a farlo. Inoltre, trovo che lavorare al suo fianco sia una suprema lezione di cinema. È uno dei registi più intelligenti, perspicaci, colti e preparati con cui io abbia mai lavorato. La sua filmografia, con titoli come La cosa, 1997- Fuga da New York, Starman, Halloween: la notte delle streghe, costituisce un riferimento e una base per innumerevoli registi contemporanei, come Robert Rodriguez, Rob Zombie, Eli Roth e Alex Aja.

“Ho sempre amato lavorare con John”, continua Nicotero. “La nostra prima collaborazione risale a Body Bags – Corpi estranei, subito seguito da Il seme della follia, per cui avevamo creato una serie di creature ispirate a Lovecraft. Poi c’è stato Vampires. Ogni film con John ha un sapore diverso e questo non fa che ribadire la sua grande maestria come narratore. Quindi, per quanto mi riguarda, la cosa che amo di più è vivere un’esperienza di lavoro con John. E ancora oggi, guardo i suoi film.”

John Carpenter ha lanciato delle sfide molto specifiche al gruppo della K.N.B. Effects che ha lavorato a THE WARD, sotto la supervisione di Kevin Wasner.

“È una storia di fantasmi, con un cadavere che si rianima”, spiega Carpenter. “Abbiamo fatto di tutto per evitare il look da film horror giapponese nel creare il fantasma perfetto, che, peraltro, è interpretato da una ragazza dolcissima ed estremamente collaborativa. Ogni mattino si sottoponeva a due ore e mezza di trucco.”

“Per me la sfida è tentare sempre di sviluppare un personaggio che non si è mai visto prima”, afferma Nicotero. “In questo caso, il personaggio era il Fantasma e doveva essere disegnato e realizzato. John e io abbiamo una collaborazione professionale che dura da 17 anni e, analogamente al rapporto che ho con altri registi (Quentin Tarantino e Sam Raimi), parliamo la stessa lingua. So che cosa gli piace e cosa desidera vedere, quindi, quando passiamo in rassegna la prima stesura dei disegni, di solito siamo già in sintonia.

“Il nostro contributo al film, in termini di lavoro apportato, è stato piuttosto diretto”, ricorda Nicotero. “John non vuole mai delle immagini gore, non si tratta di capire quanto sangue possiamo pompare, ma di come possiamo costruire la suspense e tenere il pubblico con i nervi a fior di pelle. In questo caso, realizzare il personaggio del Fantasma e i vari omicidi dipendeva più che altro da quello che non si vede sullo schermo: fuggevoli apparizioni, sagome, profili, ombre e forme che attraversano l’inquadratura, i tipici trucchi da classica storia di fantasmi. Per questo film, era essenziale lasciare un’impressione visiva negli spettatori, qualcosa a cui potessero pensare e di cui potessero parlare dopo essere usciti dalla sala cinematografica.”

Il trailer italiano:


Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
Per consultare le uscite dell’ultimo week-end italiano visitate lo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema andate allo spazio settimanale “Cinema Festival”.

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Commenti»

1. heglis - 27/03/2011

mi sembra di vedere la figlia della streep nel film, credo. Curioso di vederlo anche se non sono un grande amante dei “manicomi”

enry - 27/03/2011

Si c’è, è Mamie Gummer.

heglis - 27/03/2011

certo che si assomigliano… oltre a esse in off the map l’ho vista pure in the good wife. Devo dire che mi piace!!


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