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Cinema futuro (1.238): “Lo stravagante mondo di Greenberg” 02/04/2011

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Lo stravagante mondo di Greenberg”

Uscita in Italia: venerdì 8 aprile 2011
Distribuzione: S

Titolo originale: “Greenberg”
Genere: commedia / drammatico / romantico
Regia: Noel Baumbach
Sceneggiatura: Noah Baumbach (soggetto di Jennifer Jason Leigh e Noah Baumbach)
Musiche: James Murphy
Durata: 104 minuti
Uscita negli Stati Uniti: 26 marzo 2010
Sito web ufficiale (USA): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Ben Stiller, Greta Gerwig, Rhys Ifans, Jennifer Jason Leigh, Chris Messina, Susan Traylor, Mark Duplass, Brie Larson, Juno Temple, Jake Paltrow, Dave Franco

La trama in breve…
Ne Lo stravagante mondo di Greenberg, lo sceneggiatore e regista Noah Baumbach (candidato all’Oscar per Il calamaro e la balena) ci racconta la storia buffa, intensa e commovente di due anime alla deriva a Los Angeles, che cercano di costruire un rapporto.
Florence Marr (Greta Gerwig), aspirante cantante, sta cercando di trovare il suo posto nel mondo. Lavora come assistente personale presso la famiglia Greenberg, e comincia e finisce ogni sua giornata occupandosi dei bisogni degli altri. In netto contrasto con la vita brillante che i Greenberg conducono nella loro casa elegante sulle colline di Hollywood, Florence vive in un minuscolo appartamento e canta nei locali a esibizione libera.
Quando Phillip Greenberg (Chris Messina) parte con moglie e figli per un lungo viaggio in Europa, Florence all’improvviso si ritrova libera da impegni, a fare i conti con la propria vita. Ogni tanto va a casa dei Greenberg a trovare il cane Mahler, e a controllare come se la cava il fratello di Phillip, Roger (Ben Stiller), venuto a Los Angeles per fare da guardiano alla casa.
Single e sulla quarantina, Greenberg è intelligente, spiritoso, pungente e, come Florence, smarrito. E’ a un bivio della sua vita. Dopo il fallimento di una breve carriera di musicista a Los Angeles, ha lavorato per un certo periodo a New York come falegname. Ora sostiene di non stare facendo “assolutamente nulla”, e passa tutto il suo tempo a scrivere lettere di protesta e a costruire una cuccia per il cane. Cerca di riallacciare i rapporti con il suo vecchio amico ed ex-membro della band, Ivan (Rhys Ifans), e con la sua vecchia fiamma Beth (Jennifer Jason Leigh), ma sia Ivan che Beth sono andati avanti con la loro vita, mentre lui si è limitato a restare a galla. E ora che deve rimettere in moto la sua vita, scopre che i tempi sono cambiati e che i vecchi amici non sono necessariamente i migliori.
Avendo vissuto anni a New York, Greenberg non guida e si ritrova isolato nella casa del fratello. La sua vulnerabilità intenerisce Florence, che lo aiuta a muoversi per Los Angeles e a occuparsi di Mahler. Quello che comincia come un favore al suo datore di lavoro, si trasforma in un legame piacevolmente eccentrico e imprevedibilmente importante. E mentre Greenberg scopre che è impossibile non fare “assolutamente nulla”, la strana bellezza del rapporto che costruisce con Florence comincia a sembrargli sempre di più come un buon motivo per essere felice.

Note di produzione

Lo sceneggiatore/regista Noah Baumbach e la produttrice/attrice Jennifer Jason Leigh avevano già lavorato con il produttore premio Oscar Scott Rudin, ai tempi di Il matrimonio di mia sorella, per cui la Leigh è stata candidata a un Independent Spirit Award. Ed era da allora che desideravano realizzare un altro progetto insieme.

Baumbach e la Leigh volevano una storia che consentisse al regista di mescolare sentimenti e umorismo, come già aveva fatto in altri suoi film, dall’esordio Scalciando e urlando, al film candidato all’Oscar Il calamaro e la balena.

Così, hanno pensato a una storia ambientata  a Los Angeles, la stessa città in cui era ambientato il film The Anniversary Party, scritto e diretto da Jennifer Jason Leigh, con Alan Cumming, nel 2001.

Il film sarebbe stato girato in sette settimane, più o meno il tempo che impiega il protagonista del film, Roger Greenberg, a trovare se stesso.

“Los Angeles ha un ruolo centrale in questo film, direi che è una delle protagoniste”, dice l’ispettore di produzione Stephenson Crossley. “Non ho dovuto mostrare a Noah molte foto per trovare le location. Sapeva già in quali posti voleva girare, e molti erano già indicati sul copione. Quindi, mi sono limitato a portare la troupe in quei posti”.

“Molti degli esterni indicati nella sceneggiatura non erano mai stati usati in un film, o almeno non erano immediatamente riconoscibili. Ma il nostro era un film a basso costo, e visto che non prevedeva né sparatorie né effetti speciali, le riprese non hanno creato problemi agli abitanti dei diversi quartieri, che si sono dimostrati estremamente tollerante”.

Per esempio, in una sala del famoso Musso & Frank Grill sull’ Hollywood Boulevard, aperto dal 1919 e da allora un’ autentica istituzione locale, doveva essere ambientata una modesta ma (almeno secondo il parere di Greenberg) un po’ chiassosa festa di compleanno. In quel locale erano già stati girati altri film, ma “per la prima volta nella loro storia il gestore ha accettato di restare chiuso un martedì”, dice Crossley. “Gli abbiamo spiegato quanto fosse importante per noi girare lì, per rendere più credibili e veri i personaggi. E’ il motto di Noah: posti veri, gente vera”. Di conseguenza, nella sequenza compaiono i veri camerieri, e i veri clienti usati come comparse”.

Ma nel copione erano indicati anche altri luoghi di Los Angeles, per dare più realismo al film. Tra questi, il Lucy’s El Adobe Café, a pochi passi dalla Paramount Pictures; il Runyan Canyon, sopra Santa Monica, con i suoi 65 ettari di piste di trekking che sono un vero paradiso per chi ama fare lunghe passeggiate con il cane; il distretto di Fairfax, dove si possono vedere gli ebrei ortodossi entrare e uscire dal tempio tutti i venerdì e i sabati, accanto ai clienti di ristoranti e boutique alla moda di Melrose Avenue; e l’ Highland Gardens Hotel.

La maggior parte degli esterni sono stati scelti fra Hollywood e West Hollywood, all’ interno di un perimetro percorribile a piedi, dal momento che Greenberg non guida. Tra le location c’è anche l’ambulatorio veterinario dove la Leigh e Baumbach  portano i loro animali domestici.

La galleria d’arte Machine Project, nell’area di Silverlake, ha consentito alla produzione di includere nelle riprese un’ installazione esistente. “Gli artisti stavano costruendo una foresta, in quello spazio”, spiega Crossley, “e ci hanno permesso di usarlo per una sera, il giorno prima dell’inaugurazione della mostra”.

“Il nostro scenografo, Ford Wheeler, ha lavorato sempre a stretto contatto con me, adattando sempre i suoi bozzetti ai luoghi in cui avremmo girato. Spero che il film riesca a dare al pubblico un’ idea della città, e di cosa significhi viverci”.

Alla sua seconda collaborazione con i due autori, dopo Il matrimonio di mia sorella, il direttore della fotografia Harris Savides ha avuto il compito di trasferire sul grande schermo le luci e le atmosfere di Los Angeles. E lo ha fatto in chiave quasi documentaristica, vista l’ampiezza dell’ambientazione.

Dopo le riprese in esterni, la lavorazione è proseguita dentro e intorno alla villa anni ‘20 sulle colline di Hollywood, scelta come residenza dei Greenberg.

Wheeler e i suoi collaboratori hanno trasformato la casa in modo da sottolineare la solidità di Phillip e della sua famiglia e al tempo stesso la precarietà della vita di Roger in loro assenza. Segnalata a Wheeler da un collega, l’ arredatrice Elizabeth Keenan si è subito messa al lavoro con lo scenografo e il regista. “La ricostruzione degli interni  ha richiesto un intero mese di lavoro, sette giorni su sette”, spiega. “Ma tutto si è svolto in un clima di grande collaborazione”.

“Noah e Jennifer hanno sempre avuto le idee molto chiare su ambienti e personaggi, e questo ha certamente semplificato le cose. Per quanto mi riguarda, essendo responsabile di tutto quello che contenevano gli ambienti, con la sola eccezione di soffitto e pavimento, ho dovuto curare ogni più piccolo dettaglio, fino alla scelta dei libri sul comodino, dei profumi e perfino – in collaborazione con il reparto costumi – degli abiti appesi negli armadi.

Se è vero che l’abito fa il monaco, come osserva il costumista Mark Bridges, “C’è una parte di Greenberg che è rimasta nel passato, non è mai andata avanti. Il suo attaccamento al passato emerge anche dal confronto con l’amico Ivan. Greenberg ragiona come se avesse ancora tutta la vita davanti a sé, ma la verità è che il tempo passa in fretta. Il suo è un look indefinito, a metà fra gli anni ’80 e ’90, con colori che oggi non si vedono più, come il color caramello del maglione di cotone. L’ idea era quella di evocare un’ epoca precedente, senza forzature. Per me erano importanti anche le scarpe – anche quando non erano inquadrate”.

“Per quanto riguarda la vita a Los Angeles, volevamo che il pubblico percepisse il disagio di Greenberg quando, per esempio, è da Musso & Frank o al barbecue pomeridiano  [girato in una casa di Los Feliz]. Ma soprattutto nella sequenza della festa, dove alcuni dei ragazzi sfoggiano un look anni ’80, cosa che rende la situazione ancora più surreale. E se non notate queste piccole cose, significa che ho fatto un buon lavoro”.

“Leggendo la sceneggiatura mi faccio una prima idea del film e dei personaggi”, spiega Bridges, riflettendo sull’ importanza del lavoro di squadra. “Poi la confronto con quella del regista e insieme la rielaboriamo, una volta scelti gli attori. In sostanza, ho la fortuna di aiutare il regista a costruire i ruoli”.

Per dare vita al protagonista gli autori hanno scelto Ben Stiller. “Ho molto apprezzato sia Il calamaro e la balena – per il realismo, il tono, l’intensità – che Il matrimonio di mia sorella e Scalciando e urlando”, spiega l’attore. “Quello di Noah è un umorismo raffinato, che non cerca la risata”.

“Quindi mi ha fatto piacere ricevere il copione e poterne parlare con lui. Quando sono cominciate le riprese, ho capito subito di avere a che fare con un regista che aveva le idee chiare ma era anche aperto ad accogliere i tuoi suggerimenti”.

Stiller è famoso per le sue doti di improvvisazione, ma questa volta non ne ha avuto bisogno. “Noah è molto attento ai particolari”, ha dichiarato, “e ogni personaggio è descritto nei minimi dettagli, sulla carta. Abbiamo provato molto, perché i dialoghi dovevano essere così com’erano scritti. Quindi c’è stato poco lavoro di improvvisazione e per me è stato un sollievo: una volta tanto, non era compito mio inventarmi qualcosa per migliorare una scena. Io dovevo solo stare attento a indovinare il ritmo del dialogo, a far funzionare le battute. Girando alcune sequenze – cinque o sei pagine di sceneggiatura – avevi l’impressione di recitare una piccola pièce teatrale”.

“Questo film racconta l’ evoluzione di un rapporto tra due persone piene di problemi, che alla fine riescono a trovarsi superando le barriere che si sono auto-imposti. Non avevo mai girato un film come questo: ricorda un po’ quelli di Hal Ashby e Robert Altman, che negli anni ’70 indagavano  la realtà dei personaggi raccontando quei piccoli momenti privati che di solito non vedi nei film”.

“Noah è riuscito a cogliere quei momenti senza mai rivedere sul monitor la scena girata”, spiega Stiller, ancora incredulo. “Giravamo diverse volte ogni scena, e ogni volta Noah introduceva qualche piccolo cambiamento, tipo: ‘Esci più rapidamente dalla stanza’ o ‘Devi sembrare più deluso, adesso’. Per lui il realismo è tutto”.

“Mi piace che tutto sia realistico e naturale, ma anche fedele alla sceneggiatura”, si limita a dichiarare Savides.

“Noah sa scrivere come parla la gente”, prosegue Stiller, “e anche come la gente, quando parla, non si ascolta. Girando questo film mi sono reso conto che nella vita lo faccio spesso anch’io: quando qualcuno mi parla, io annuisco mentre sto già pensando a quello che dirò dopo…!”

E aggiunge anche: “Un’altra fortuna, per me, è stata recitare accanto a Jennifer Jason Leigh, che considero una delle più grandi attrici americane. Jennifer era sempre sul set, ha affiancato Noah in ogni fase della lavorazione del film”.

Ma anche Greta Gerwig si è rivelata una partner straordinaria, per Stiller. “Mi sembrava impossibile poter girare un film prodotto da Focus Features e Scott Rudin”, ha dichiarato la giovane attrice. “Ho fatto il provino a casa di Noah e Jennifer, e ho cantato una canzone, perché il mio personaggio era una cantante. Ho pensato: “Va bene, anche se non avrò la parte, sono felice di essere arrivata fino a qui’”.

“Leggendo la sceneggiatura, ho capito subito chi era Florence. Non mi era mai capitato di leggere un copione che descrivesse così bene cosa significa essere una ragazza di 25 anni che comincia a rendersi conto che gli anni passano anche per lei. Quindi ci tenevo ad avere la parte perché era un film importante, sì, ma anche perché adoro il cinema di questo tipo”.

Greta ha visto Florence come “una ragazza coraggiosa e positiva, che pensa sempre che le cose si sistemeranno, anche quando tutto sembra indicare il contrario. Non si arrende né si compiange, e questo è ammirevole. E poi, è molto sincera, cosa che la rende anche buffa: non ha filtri e ogni volta che è a disagio dice sempre perché”.

“In privato, è in grado di riflettere sul fatto che la sua vita non sta andando come avrebbe voluto. Però non molla e va avanti, e anche questo è ammirevole. Nel corso del film migliorerà anche la sua capacità di prendersi cura di sé”.

“Mi sono sentita molto a mio agio, sul set”, racconta la Gerwig, “perché eravamo un po’ come una famiglia, senza gerarchie. Anche se Rhys Ifans era perennemente scioccato dalla quantità di cibo che offriva il catering, e non faceva che scattare foto da spedire agli amici a Londra…”

“Abbiamo fatto un paio di settimane di prove. Fin dall’inizio, Noah, Ben e Jennifer mi hanno molto aiutato con la loro esperienza, creando una base solida che mi ha dato sicurezza anche nelle scene più difficili con Ben. Ben si è gettato a capofitto in questo progetto, e ogni volta che giravamo una scena insieme dava sempre il massimo anche quando non era inquadrato”.

“Con Greta è tutto molto reale, non hai mai l’impressione di recitare”, osserva Stiller. “Sembra incapace di fingere. E’ una persona stupenda, e si vede nelle cose che fa: ha dimostrato una dedizione assoluta al suo personaggio e al film”.

Bridges ha vestito Florence come “una ragazza che non ha molti soldi e che non ha un buon rapporto col suo corpo. Quindi ha uno stile di abbigliamento eclettico. In alcuni momenti può essere molto bella, in altri è semplicemente acerba”.

Il ruolo di Ivan – quello che dovrebbe essere il “migliore amico” di Greenberg – è interpretato dall’attore gallese Rhys Ifans. “Ognuno di noi ha i suoi Greenberg da tenere a bada”, scherza Ifans. “Ivan ha priorità e aspirazioni diverse da quelle di Greenberg, ma non ha dimenticato quelle che hanno condiviso. La sceneggiatura era scritta così bene che ho messo subito a fuoco il mio personaggio. In quasi tutte le scene Ivan non dice mai quello che vorrebbe dire”.

“E’ stato deciso che Ivan doveva essere inglese, e questo oltre ad avermi semplificato le cose ha anche dato al personaggio un senso di ‘alterità’ che aggiunge qualcosa al film. Conosco molti Ivan a Los Angeles e sono inglesi, curiosamente. A me sembra che tutti i personaggi del film siano piuttosto isolati, soprattutto Greenberg. Solo che Ivan ha gli strumenti per cavarsela meglio di lui”.

“Io ho la stessa età di Ivan”, prosegue Ifans, “e il film racconta quella fase della vita, intorno ai 40 anni, in cui fai un primo bilancio. E’ una commedia molto divertente, che però affronta un tema serio”.

“La scrittura di Noah è analitica ma mai giudicante. Secondo me, i suoi dialoghi sono una rappresentazione fedele del nostro modo di interagire e di parlarci, e la loro umanità ci costringe a riconoscere la verità di quelle scene. Lavorare con un regista come lui è stato veramente il massimo che potessi sperare, e anche di più. C’è stato un percorso esplorativo, e abbiamo ripetuto molte volte ogni scena per approfondirne ogni aspetto, ma restando fedeli alla sceneggiatura”.

“Nel film Rhys ed io interpretiamo due vecchi amici”, spiega Stiller, “ma ci siamo incontrati solo poco prima dell’inizio delle riprese. Per fortuna, Rhys è una persona estremamente disponibile, oltre che un attore fantastico, e siamo riusciti subito a trovare il registro giusto. Tutto merito della sceneggiatura di Noah, che è molto accurata”.

Lo stravagante mondo di Greenberg parla di persone che non hanno realizzato i loro sogni, una cosa in cui molti possono identificarsi. Come vi comportereste, voi? Greenberg ha costruito intorno a sé strati di difese e barriere protettive, per tenere lontani gli altri. Il film dipinge in modo estremamente umano e realistico tutti i personaggi, e questo dovrebbe consentire al pubblico di appassionarsi alla storia d’amore che nasce tra i due protagonisti”.

“Il tono del film è malinconico e agrodolce, e insieme ironico e brillante. Credo che la gente si riconoscerà nei personaggi de Lo stravagante mondo di Greenberg, e che i fan di Noah coglieranno l’evoluzione del suo percorso di cineasta”.

“Fondamentalmente, Lo stravagante mondo di Greenberg è una storia d’amore, e per chi non conosce i film di Noah è un ottimo modo per accostarsi a lui e al suo cinema – un cinema che parla della gente”.

Intervista con Noah Baumbach e Jennifer Jason Leigh

D: Noah, i tuoi film di solito sono ambientati nella East Coast. Quando hai pensato al personaggio di Greenberg, lo hai immaginato subito a Los Angeles?

Noah Baumbach: Le prime versioni di Greenberg sono emerse in altri progetti precedenti. Non necessariamente film, magari solo sceneggiature lasciate a metà, o semplici idee. Ho una bozza di una vecchia sceneggiatura con un personaggio che somiglia molto a Greenberg.

Ho scritto la sceneggiatura di questo film avendo in mente una tradizione narrativa americana che ho molto amato, libri come quelli di Philip Roth, Saul Bellow, John Updike, che raccontano uomini  in crisi, a un bivio della vita. Da quei romanzi sono stati tratti molti film, ma a me interessava fare un film originale in quel filone, usando solo il linguaggio cinematografico.

Volevo anche fare un film che mostrasse Los Angeles come una vera città, un luogo in cui la gente vive, mette su famiglia e cresce i figli. Jennifer è di Los Angeles, e attraverso di lei sono riuscito a vedere questa città con occhi diversi. Lo stravagante mondo di Greenberg è nato anche dalla mia scoperta di Los Angeles.

Ho rivisto alcuni grandi film degli anni ’70, come quelli di Paul Mazursky, John Cassavetes, Hal Ashby e Robert Altman. Ognuno aveva una visione diversa della città. Ho adorato Il lungo addio di Altman, dove Los Angeles è rappresentata in modo molto originale e personale, e non ha niente a che fare con la città del cinema a cui siamo abituati. Ma mi sono ispirato anche ai libri di Joan Didion e Leonard Michaels, che hanno scritto di Los Angeles.

Jennifer Jason Leigh: Essendo cresciuta a Los Angeles, vedo la città in modo molto personale, e volevo mostrarla per come l’ ho conosciuta io. A Los Angeles c’è una luce molto diversa da quella della East Coast, e un senso dello spazio molto più ampio. Ci sono anche molte cose brutte, ma è un brutto che ha una sua bellezza. Adoro il fatto che ci siano ancora zone del Sunset Strip senza grattacieli; girare per mercatini di agricoltori circondati da edifici degli anni ’20, dove in fondo alla strada trovi un emporio che vende tutto a un dollaro; la polvere che attraversa la luce, gli spazi verdi, la bellezza del cielo in inverno.

D: A proposito: quali sono i vostri luoghi preferiti che avete voluto inserire tra le location del film?

JJL: Ce ne sono talmente tanti! E’ casa mia. Ogni location del film la conosciamo bene. E’ difficile dire quale sia la mia preferita. La zona tra Fairfax e La Brea, che Greenberg attraversa a piedi; il Sunset che Florence percorre in auto; il mercato all’aperto di Silverlake, le passeggiate nel canyon, il Lucy’s El Adobe, anche l’ambulatorio del nostro veterinario…

NB: Fa tutto parte di un unico quadro.

D: Questo è il tuo secondo film con il direttore della fotografia Harris Savides. Come avete affrontato questa nuova sfida, dopo Il matrimonio di mia sorella, in cui Savides ha usato uno stile molto più ruvido e realistico?

NB: In Margot le immagini erano meno sofisticate, più grezze. Abbiamo usato la camera a mano e vecchi obiettivi, certe scene erano come dei flash. Ma Lo stravagante mondo di Greenberg doveva avere un’ altra ampiezza. Anche se parla di un uomo che cerca di non fare niente, il mondo intorno a lui è aperto, bello, animato e abbagliante. Così abbiamo girato nel formato 16:9. Ci siamo ispirati al film Play It As It Lays [1972, tratto da un romanzo di  Joan Didion e diretto da Frank Perry] e alle fotografie di William Eggleston e di Ed Ruscha.

D: Nella sequenza clou della festa c’è un vero e proprio crescendo fisico e psicologico. Sul set, come avete convinto gli attori principali (per esempio Brie Larson e Juno Temple) e quelli secondari (come Dave Franco) a lasciarsi andare?

NB: L’abbiamo girata come se fosse una vera festa. Abbiamo chiesto a Brie, Juno e Dave di invitare i loro amici. Le interazioni erano tutte reali, niente finte chiacchiere sullo sfondo. In pratica, hanno dato una festa tutte le sere per cinque sere, e noi l’abbiamo ripresa.

D: In quella e in altre scene la musica svolge un ruolo importante: ci parla dei due protagonisti, e di come Greenberg cerchidi stabilire un contatto con Florence. Puoi parlarci un po’ della musica di James Murphy?


NB: La colonna sonora è fatta soprattutto di pezzi suoi. Avevo appena finito di girare Il matrimonio di mia sorella che non aveva una colonna sonora, solo canzoni. Mentre stavo scrivendo Lo stravagante mondo di Greenberg un giorno ero in macchina con Jennifer e tutti e due avevamo un po’ di nostalgia di New York (io ce l’avevo, almeno), e alla radio hanno trasmesso il pezzo “New York, I Love You But You’re Bringing Me Down”. Era la prima canzone che sentivo degli LCD Soundsystem: me ne sono subito innamorato e ho comprato il disco. Le osservazioni di James Murphy su New York e sugli anni che passano mi hanno subito fatto pensare a Greenberg. Ho ascoltato molto quel disco mentre scrivevo il film, e mi sono riproposto di tenerlo presente al momento di scegliere la colonna sonora.

Con James ci siamo trovati subito in sintonia. Tra l’altro, lui aveva già programmato di registrare il suo nuovo disco a Los Angeles, e durante le riprese è venuto spesso sul set, a seguire la lavorazione e a vedere i giornalieri. Le sue canzoni sono un’altra delle voci del film.

Molte delle altre canzoni del film – “It Never Rains in Southern California” di Albert Hammond, “The Chauffeur” dei Duran Duran, “Uncle Albert/Admiral Halsey” di Paul e Linda McCartney – erano già scritte nella sceneggiatura e sono legate ai personaggi.

D: A proposito dei personaggi, il film si intitola Lo stravagante mondo di Greenberg, ma si apre con Florence e il suo punto di vista. E Florence è una ragazza adorabile, che ci conquista subito. Era una cosa già decisa fin dall’inizio, o è maturata con l’arrivo di Greta Gerwig?


NB: No, era già decisa. Anche se nelle prime stesure della sceneggiatura il film cominciava con Greenberg a New York. Non so perché alla fine ho deciso di aprire con lei. Mi è venuto naturale. Mi sembrava che funzionasse l’idea di ritardare l’ingresso in scena di Greenberg. L’inizio sembra un piccolo cortometraggio su Florence. Ma poi lei passa il testimone a Greenberg.

D: La simpatia con cui è rappresentato il personaggio di Greta sembra qualcosa di molto sentito, di molto personale. E’ qualcosa che viene dall’esperienza di Greta, o dalla tua? Credi di avere conosciuto donne del genere?

NB: Sì, tutti e due abbiamo conosciuto ragazze come Florence.

JJL: Florence non sa bene come costruire un rapporto, come muoversi in certe cose. La sua sessualità è ancora qualcosa di misterioso per lei, non sa quanto sia preziosa. Ma c’è una speciale innocenza in lei. Non c’è stanchezza in Florence, le delusioni della vita non hanno ancora lasciato un segno.

Greta è stata la prima attrice a leggere la parte. E’ riuscita a cogliere così perfettamente lo spirito del personaggio, che non abbiamo avuto dubbi: la parte era sua. In certi momenti può essere bellissima, in altri terribilmente goffa. E’ divertente e solare, e di una dolcezza incredibile. E così naturale da lasciarti a bocca aperta.

NB: Greta si è profondamente identificata con alcuni aspetti di Florence, e questo ha dato uno spessore in più al suo personaggio. Appena è entrata nella parte, ho cercato di lasciarla molto libera.

D: Questa era anche la prima volta che lavoravi con Ben Stiller. Avete fatto un periodo di prove?

NB: Ben ed io abbiamo lavorato insieme per diverse settimane sul personaggio di Greenberg. Il modo in cui Ben si è calato nel personaggio è stato fantastico, e anche buffo per certi versi. L’ho fatto provare anche con Greta, ma non troppo, perché i loro personaggi  non si conoscono così bene nel film, e non volevo che ci fosse troppa familiarità.

D: Nel film vediamo entrambi i personaggi anche in momenti in cui sono da soli. Sono momenti molto efficaci e reali: Greta alla guida della sua auto, Ben con le sue lettere. Cosa significano le lettere per Greenberg?
NB: Scrivere lettere di protesta è un modo per incanalare tutta la sua energia, la sua rabbia, la sua passione, la sua frustrazione. E’ polemico, ma a posteriori. Tipico di Greenberg.

Quanto ai momenti privati, io tendo a scrivere molti dialoghi nei miei film, e i momenti di solitudine sono un modo per interrompere il flusso di parole, per fare una pausa. Mi piace, nei film, vedere i personaggi quando sono soli, quando mostrano la loro vera faccia che non è quella pubblica. E’ un tema importante, ne Lo stravagante mondo di Greenberg, credo. E anche l’ambientazione è importante, il contesto: la musica di James e i suoni di Los Angeles, gli uccellini, le piscine, le auto, i macchinari che aspirano le foglie. Abbiamo registrato tutti questi rumori separatamente, per poterli poi mescolare, e creare l’atmosfera più autentica. Ma anche gli attori sono stati straordinari. Ben è capace di comunicare pensieri e emozioni senza dire una sola parola, anche quando sembra che non stia facendo assolutamente nulla.
D: Come si spiega Greenberg la sua crisi? Era una cosa che si aspettava, o semplicemente qualcosa che gli è capitato?


NB: E’ entrato in crisi perché le cose gli sono fuggite di mano, e ora è spaventato. Trascorre gran parte del tempo a cercare di mantenere il controllo della sua vita, e poi esplode senza ragione, lo vediamo in diverse scene del film. C’è un grosso contrasto tra una delle prime scene, quando Florence passa a ritirare l’assegno e Ben sta ascoltando una canzone sul suo iPod – quella di Albert Hammond – ed è quasi timido, riservato; e la scena in cui gli cantano “Tanti auguri a te” e lui non riesce a trattenersi e si arrabbia. Una cosa di cui abbiamo parlato molto, con Ben, è la paura di Greenberg di essere messo in imbarazzo: è uno che si è organizzato la vita in modo da evitare anche la più piccola umiliazione, cosa che naturalmente è impossibile. Io credo che la sua crisi, però, vada oltre questo: a cedere, in lui, sono stati il fisico, la psiche, la sua vita emotiva. Tutto. Lui non ne parla con nessuno, e razionalizza la situazione definendola una sua scelta: “Ho deciso di non fare niente per un po’ ”. Quindi mente a se stesso e agli altri. In base alla mia esperienza personale, nessuno va in crisi da un giorno all’altro. E’ interessante che l’unica persona a cui Ben parla del suo esaurimento è Beth – una donna con cui è stato 15 anni prima, ma che ormai è solo una conoscente.

D: Jennifer, tu sapevi fin dall’inizio che avresti interpretato Beth? Certo, era un’occasione da non perdere, interpretare quelle scene accanto a Ben…

JJL: Non ci pensavamo scrivendo la sceneggiatura, ma quando abbiamo cominciato a preparare il casting ci è sembrata subito una buona idea. Mi entusiasmava la prospettiva di recitare accanto a Ben, soprattutto in quella scena incredibile al ristorante. Beth è una donna che è andata avanti nella vita, mentre Greenberg – di cui un tempo è stata innamorata – è rimasto fermo. Mi piaceva il lato comico di quella scena. E mi piace il modo in cui fa emergere il profondo attaccamento di Greenberg al passato, ai suoi errori, ai rapporti che non si è mai lasciato alle spalle: la sua incapacità di vivere nel presente.

D: Noi ridiamo perché l’ansia e l’imbarazzo sono divertenti. Ma contemporaneamente simpatizziamo per il suo personaggio. Come Florence, ci inteneriamo per la sua vulnerabilità. Nella scena della festa del compleanno, il montaggio ci aiuta a percepire quello che si agita dentro di lui. Come avete costruito quella sequenza?


NB: Abbiamo scritto e girato la scena della festa in ordine lineare, ma quando poi l’abbiamo montata ci sembrava troppo lunga. Non esprimeva quello che doveva dire, qualcosa non quadrava. E’ stata Jennifer a farci tornare in mente la festa che compare nel film Un uomo da marciapiede, che ricostruisce l’ambiente della Factory di Warhol, con i suoi veri personaggi. Ma è una festa raccontata in modo impressionistico: le conversazioni sono tutte interrotte, frammentate. E così, ci siamo chiesti cosa sarebbe successo se avessimo montato quella scena come vista attraverso gli occhi e le emozioni di Greenberg. Ed è stata una sorpresa, perché era assolutamente aderente alla sceneggiatura, nonostante il montaggio diverso. Se soffri di una fobia sociale o sei a disagio a una festa, non vivi le cose in modo diretto, sei sfasato. Le persone si presentano e ti dicono il loro nome, ma tu non le ascolti. Greenberg viene colto da un piccolo attacco di panico quando si accorge che tutti gli altri sono a loro agio, e lui no.
D: Parlaci ancora del rapporto fra Ivan e Greenberg, che è uno degli elementi chiave del film. Anzitutto, perché Ivan sopporta Greenberg? E cosa pensa realmente di lui?


NB: Io credo che Ivan voglia bene a Greenberg, c’è ancora un grosso affetto tra loro. Per quanto possiamo essere cambiati  ed esserci allontanati da certi rapporti, quando incontriamo un vecchio amico tendiamo a riproporre certi schemi. Ivan ha cambiato radicalmente vita: oggi è sobrio, è sposato e ha un figlio; Greenberg invece è più o meno come quando si sono conosciuti, solo con vent’anni di più.  Ivan ha paura di ricadere nei meccanismi di una volta; Greenberg invece è ancora molto legato al passato.  E le cose tra loro non funzionano più. E’ interessante osservare come certe ferite, per quanto uno pensi di avere preso le distanze ed esserne guarito, tendano a riaprirsi con grande facilità. In questo caso, si tratta dello scioglimento della band. Quando alla fine Ivan e Greenberg si affrontano, parlano di qualcosa che è successo 15-20 anni prima, ed è ridicolo, perché ormai è passato tanto di quel tempo… Ma la realtà emotiva è ancora viva e presente, e fa male.

D: Il film prende piuttosto sul serio il momento in cui Greenberg fa qualcosa che cambia il corso della sua vita. Sembra che scopra qualcosa all’improvviso…


NB: Durante il pranzo con Beller, Greenberg comincia a prendere coscienza, ma non è ancora pronto ad ammetterlo. E’ ancora sulla difensiva, si aggrappa a idee infantili, storie che si racconta per razionalizzare quello che gli succede.
D: Ha ancora l’orgoglio giovanile di un tempo, anche se non è più un artista.

NB: I suoi ideali non sono di per sé negativi, anzi, sono ammirevoli.  Ma sono anche difese e razionalizzazioni per nascondere il fatto che ha paura. E ne ha sempre di più. Il suo atteggiamento è del tipo: se la vita non mi offre la situazione perfetta, quella delle fantasie che facevo a dodici anni, allora ci rinuncio. Trovo che ci sia qualcosa di commovente nell’attaccamento di Greenberg ai suoi sogni infantili. E’ troppo doloroso cambiare a questo punto della vita. D’altra parte, la sua vita è diventata invivibile perché non sarà mai all’altezza delle sue fantasie infantili. E’ per questo che è arrabbiato, perché la vita non collabora!
D: E questo aspetto emerge chiaramente soprattutto nel rapporto tra Greenberg e Florence… ma cos’è che alla fine lo convince ad aprirsi?


NB: Succede gradualmente, nel corso del film. Greenberg è in rotta di collisione con se stesso. Alla fine, la combinazione di droga, stanchezza, il confronto con i ventenni, il dolore per la perdita di Ivan, tutte queste cose insieme fanno crollare le sue difese. In più, quando decide di aprirsi, lo fa parlando a una segreteria telefonica, perché in realtà dall’altra parte non c’è nessuno.

D: E alla fine del film questo particolare rientra in gioco in un modo molto efficace,  …

NB: Sì, c’è tutto Greenberg in quella scena: ci sono il presente e il passato, in quel momento, perché quello che sentiamo è un messaggio che ha lasciato il giorno prima, ma Greenberg è lì quando Florence lo ascolta.

D: Sei ottimista per il loro futuro? Credi che Greenberg deciderà di restare in California, o è una di quelle cose che il film lascia volutamente in sospeso?

NB: Io faccio il tifo per loro, ma non credo che il finale sia importante. Quello che conta è che lui va da lei in quel momento, e resta.
D: Hanno fatto entrambi un bel po’ di strada.

NB: Florence ha le sue difese, Greenberg ne ha milioni. Florence è disposta ad accettare molti compromessi quando crede in qualcuno, e in Greenberg ha visto qualcosa – una dolcezza, una vulnerabilità speciali. E ha ragione, perché alla fine viene ricompensata per aver tenuto duro: Greenberg riesce ad uscire da sé per un attimo, e il momento di grazia che vivono insieme sarà importante per entrambi.
E’ un film che racconta momenti fra persone, e gli attori sono stati straordinari: vederli recitare così è uno dei grandi piaceri del lavoro del regista, per me.

Il trailer italiano:

“Cara American Airlines…”:


Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
Per consultare le uscite dell’ultimo week-end italiano visitate lo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema andate allo spazio settimanale “Cinema Festival”.

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