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Le curiosità di Pasqua secondo Barbanera 24/04/2011

Posted by Antonio Genna in Comunicati, Ricorrenze.
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Direttamente dal “Barbanera”, dal 1762 il più diffuso almanacco d’Italia, in occasione della giornata di Pasqua di oggi ecco tante risposte alle domande e alle curiosità che potete avere: come mai una data di Pasqua così “alta” quest’anno? Che proverbi coinvolgono questa festività? Quali sono le specialità culinarie tipiche della Pasqua che si preparano in giro per l’Italia?

Una Pasqua “estrema” 

Mai oltre il 25 aprile. Nell’Almanacco Barbanera le risposte ai quesiti più comuni sulla Pasqua. Nel 1861, anno dell’unità d’Italia, quando il lunario più diffuso d’Italia aveva già un secolo: la Pasqua cadeva il 31 marzo, con suggestioni profonde e un tempo di preparazione di due mesi.
Dai proverbi alla cucina, le radici e l’anima popolare della festività attuale.

Perché quest’anno la Pasqua arriva così tardi? Come si stabilisce il giorno della Pasqua? Perché a Pasqua la tradizione gastronomica prevede agnello e capretto?

Quesiti che ognuno di noi si è posto almeno una volta e che trovano risposta nella quotidianità del Barbanera, l’Almanacco più antico d’Italia, che dal 1762 racchiude saperi antichi, tradizione e saggezza popolare catalogati e aggiornati ininterrottamente da 250 anni nell’immenso archivio storico.

Al tempo dell’Unità d’Italia, nel 1861, Barbanera era già diffuso presso la popolazione da un secolo. In quell’anno la Pasqua cadeva il 31 marzo. Una Pasqua estremamente bassa, proprio il contrario di quella odierna. Ma la festività Pasquale era anche ricca di suggestione, tanto che il tempo di preparazione, a quel tempo, cominciava ben 2 mesi prima. Seguiva la Quaresima, che iniziava con il Mercoledì delle Ceneri e terminava il Giovedì Santo con i vespri. La domenica prima di quella delle Palme, che tutt’ora rimane come inizio della Settimana Santa, era detta Domenica di Passione; oggi, più semplicemente, la quinta della Quaresima.

LA DATA

Quest’anno sarà una Pasqua “estrema”. Mai oltre il 25 aprile.

Di marzo ai ventidue vien la Pasqua più bassa d’aprile ai venticinque ci arriva e mai li passa, questa filastrocca del Barbanera ci informa che il 24 aprile 2011 festeggeremo una Pasqua ”alta”, anzi altissima, considerato che l’ultimo giorno possibile è il 25. Racconta Aldo Spallicci, folclorista romagnolo del secolo scorso, che il Signore promise al diavolo di prenderlo in Paradiso l’anno che la Pasqua fosse caduta in tale data.

Il calcolo della data pasquale cattolica, cade, infatti, la prima domenica dopo il plenilunio di marzo, o “luna pasquale” per antonomasia – Pasqua non v’è se la luna di marzo non è – recita un proverbio nel Barbanera e dipende da una serie di fattori, (tra cui il Numero d’oro 17, l’Epatta XXV, la Lettera domenicale B) ma, comunque, sempre dopo il 21 marzo, equinozio di primavera ed entro il 25 aprile. Si parla di Pasqua bassa dal 22 marzo al 2 aprile; media dal 3 al 13 aprile; alta dal 14 al 25 aprile.

I PROVERBI

Le filastrocche e i proverbi legati al ciclo agricolo, vegetativo e faunicolo

Da Carnevale a Pasqua ogni erba è insalata», Pasqua venga alta o venga bassa/vien con la foglia e con la frasca», comunque tanta vegetazione poiché la “luna buona” – che è quella calante, favorisce tutto ciò che germoglia e sviluppa – anche se alta o bassa è freddo fino a Pasqua. E poi: marzo e aprile, capretto gentile, cioè tenero; a Natale la lepre, a Pasqua la quaglia e infine Brodo di gallina, Pasqua sopraffina. Infatti, un brodo eccellente è l’ingrediente principale della Panata e della Minestra del Paradiso, entrambe a base di uova, pane, cacio parmigiano e odore di noce moscata – tipiche del menù pasquale,

LA CUCINA

Co-protagonista delle pietanze, l’uovo: Non c’è Pasqua senza uova. Pasqua di resurrezione, si mangia l’uovo per devozione; Per l’ovetto benedeto, ogni logo è neto, alludendo all’uso delle “pulizie pasquali”; quando si bagnano le Palme/si bagnano anche l’ova, che è a dire si benedicono.

Le uova si fanno soprattutto sode o bazzotte e si servono come antipasto con erbe, salumi, asparagi, arance in Puglia e ricotta salata in Campania, mentre capocollo e salame costituiscono un accompagnamento diffuso: in Umbria con la torta al formaggio e nelle Marche con la crescia, simile ma condita con lo zafferano.

In molte tradizioni regionali,  le uova si mettono sopra le torte salate, ripiene di verdure: la più nota è la genovese torta pasqualina, che vanta oltre 5 secoli e si prepara alternando ben 33 strati di sfoglia fatta con farina, acqua e olio d’oliva, a un composto di cuori di bietola e carciofi tagliati sottili, formaggio grattugiato, prescinseua (cagliata di latte oggi spesso sostituita  da ricotta), maggiorana e tante uova sode.
Il grande consumo di agnello e capretto, simbolica vittima dei riti gastronomici, deriva dalla tradizione ebraica: gli ebrei prigionieri del Faraone si salvarono dall’eccidio dei primogeniti, decima piaga invocata da Mosè – come si legge nel libro dell’Esodo – solo perché fecero col sangue dell’agnello  di 1 anno, ovino o caprino che fosse non aveva importanza, un segno di tau su due stipiti e sull’architrave  della casa; lasciarono quindi l’Egitto per attraversare il Mar Rosso le cui acque miracolosamente si aprirono: tant’è che pesach, pasqua in ebraico, significa passare oltre.

La maggior parte delle nostre tradizioni gastronomiche pasquali prevedono l’agnello arrostito con contorno di erbe, tra cui la cicoria, dal gusto amarognolo. In Toscana e in Umbria: agnello pilottato, cioè steccato, con larderelli, pepe, aglio e rosmarino e bagnato con olio d’oliva mentre gira sullo spiedo. In Sardegna: arrostito su legni odorosi e unto col lardo e condito con finocchietti; in Puglia u’ verdette, agnello con piselli e formaggio pecorino oppure “alla pecorara” con olive; o a brodetto, in tegame legato con battuto e formaggio, con contorno di asparagi. Agnello brodettato, con salsa di tuorli d’uova e succo di limone nel Lazio, dove assai più noto è il famoso abbacchio, agnello da latte giovanissimo (minore di 30 giorni e che non abbia ancora brucato erba) che si mangia fin da novembre, arrosto, allo spiedo, alla romana, alla cacciatora, a scottadito, in tegame con erbette.

In Abruzzo: agnello con cacio e ovo oppure alla pecorara cotto nel suo stesso grasso, con cipolla. In molte altre località del centrosud in tegame o nel caldaio, un tempo appeso alla catena del camino; alla diavola,  alla cacciatora  in Maremma, in guazzetto agrodolce in Valtellina,  con i piselli in Liguria,  in rete di maiale e ripieno di mortadella in Emilia Romagna, o addirittura al forno, ripieno di pastasciutta e di ragù di frattaglie, mischiate ad uova e formaggio. In casseruola in Campania con cipolline, patate e alloro o all’arrabbiata col peperoncino. Infine, agnello fritto in varie regioni, tra cui Toscana, Venezia Giulia e Piemonte.

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