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Edicola – “Wired” #27, maggio 2011: “La fine della plastica – In soli 40 giorni questa bottiglia diventerà acqua” 06/05/2011

Posted by Antonio Genna in Scienza e tecnologia, Wired.
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E’ in vendita in edicola il numero 27 – Maggio 2011 dell’edizione italiana del mensile “Wired”, che parla di innovazione e nuove tecnologie in modo originale e divulgativo. La rivista è edita da Condé Nast e disponibile in tutte le edicole al prezzo di 4 €.
Vi presento di seguito la copertina, l’editoriale del direttore ed un’anticipazione del servizio principale di questo numero, che presenta un restyling grafico e di contenuti.

Il nuovo Wired è in edicola dal 4 maggio. La copertina di questo mese non ritrae un personaggio famoso, ma una bottiglia di plastica sciolta per metà in una pozza d’acqua. L’immagine è una sintesi perfetta della storia che potete leggere a pagina 70. Parla di un’idea nata in Italia e che promette di espandersi in tutto il mondo perché ha a che fare con un materiale con cui fa i conti quotidianamente ogni abitante di questo pianeta, la plastica. Quella che due startupper, un francese e un italiano, Marco Astorri e Guy Cicognani, vogliono lanciare sul mercato è ecocompatibile e biodegradabile e in poco più di un mese compie il miracolo di sciogliersi in acqua.

L’azienda di Astorri e Cicognani ha un nome, Bio-on, così come la loro plastica “green”, Minerv. Lo stabilimento della Bio-on sorge a Minerbio, a 40 minuti da Bologna. Qui, scommettendo il tutto per tutto, i due coraggiosi eco-imprenditori, faranno sorgere un impianto  in grande scala in grado di sfornare,. entro il 2012, 10mila tonnellate all’anno di bioplastica Minerv da lanciare in tutto il pianeta. Ce la faranno? Wired non fa previsioni, ma conosce, visita e fa domande per raccontarvi quello che ha visto e sentito.

Di plastica parliamo anche sul sito (vedi in basso), dove trovate online un articolo sulla famiglia Ghisolfi, proprietaria della Mossi&Ghisolfi, l’azienda che produce PET, il materiale con cui sono prodotte le bottiglie di acqua minerale e Coca Cola che compriamo al supermercato. Nicola Nosengo, nelle vesti di inviato Wired, ha incontrato Vittorio e Guido Ghisolfi, padre (e fondatore) e figlio (chimico) che hanno rinnovato la loro azienda lavorando a un nuovo tipo di plastica non inquinante.

Le altre storie? Tutte da leggere. Dalla chat con David Thorne, ambasciatore americano a Roma, promotore del Digital Economy Forum di Venezia, che ci parla di digital economy, all’articolo su Carlo Ratti, architetto e ingegnere, direttore del MIT Senseable City LAB, che ci parla di città del domani. E poi Quora, il sito domanda & risposta consultato dai guru della Silicon Valley, e Facebook nuovo punto di riferimento delle aziende che non possono più permettersi il lusso di non essere social. Non perderti Wired di maggio.

Ecco l’editoriale del direttore Riccardo Luna.

Gli immigrati, una scintilla di innovazione per l’Italia
La gente che ha paura dei clandestini ignora che sono una risorsa irrinunciabile per un paese vecchio e stanco come il nostro, come lo sono stati per la Silicon Valley

Immigrazioneè il trasferimento permanente o temporaneo di gruppi di persone in un paese diverso da quello di origine. Si possono includere le migrazioni di popolazioni e i movimenti interni a un paese (le cosiddette migrazioni interne e il fenomeno dell’urbanizzazione). (fonte Wikipedia)

Facciamo il caso che domani incontrate uno che vuole sparare ai clandestini prima che sbarchino sulle nostre coste. O anche solo fermarli con un blocco navale. Oppure, più comunemente, uno che abbia una umanissima paura, e che li veda come una disgrazia. Insomma, uno che diversamente da voi non abbia capito che gli immigrati sono un piccolo problema logistico da risolvere se ti chiami Italia e insieme una grande benedizione per un paese vecchio e stanco come il nostro.

Quelli che oggi ci appaiono come un popolo lacero e disperato, sono in realtà potenzialmente una scintilla di innovazione. Come lo furono in Silicon Valley dove indiani e cinesi, quando India e Cina erano ancora quasi terzo mondo, hanno giocato un ruolo fondamentale nel boom tecnologico. Perché chi si lascia tutto alle spalle per cercare fortuna ha fame non solo di pane ma di vita. E ha coraggio. Sono affamati e sono pazzi, direbbe Steve Jobs (che è figlio di un siriano, come Jeff Bezos ha origini cubane e Sergey Brin russe e Jerry Yang taiwanesi e…).

Ecco, non ci crederete, voi che avete il futuro negli occhi, ma ci sono italiani che non lo capiscono. E queste persone non le convincerete mai con la mozione degli affetti, la pietà umana o con il ricordo dei nostri trenta milioni di emigranti. Parlategli invece di soldi. Ditegli che gli immigrati già oggi pagano le pensioni ai nostri genitori e ai nostri nonni. Non è uno slogan, è un fatto. Ditegli che senza stranieri già oggi l’Italia resterebbe senza almeno la metà di pescatori, muratori, tate, colf, camionisti, raccoglitori, conciatori, addetti ai rifiuti: si tratta di tutti quei lavori che noi non facciamo più perché la fatica è inversamente proporzionale al guadagno, e visto che il guadagno è minimo, immaginate la fatica quanta può essere. Ditegli che fra dieci anni in Italia ci saranno 5 milioni di ultraottantenni e molti avranno bisogno di una badante: ci manderanno le loro figlie?

Ditegli insomma che se davvero sono dannatamente egoisti e vogliono fare solo il sacrosanto interesse dell’Italia, allora gli conviene far finta di essere generosi e tendere la mano a chi arriva. Si sentiranno dire “grazie”, ma se saremo capaci di accoglierli e integrarli, i disperati di oggi, siamo noi che presto dovremo ringraziarli.

P.s.: Per sapere quanto sono importanti per noi e per l’Italia gli immigrati consiglio “Grazie – Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti”, il libro (edito da Chiarelettere) del giornalista di Repubblica Riccardo Staglianò.

A seguire, un’anticipazione del servizio indicato sopra.

Per fare la plastica ci vuole la pianta… e non il petrolio
Avete presente le bottiglie di acqua minerale e Coca cola che comprate al super? Sono fatte con un materiale prodotto da una ditta italiana. Che ora studia come produrlo senza inquinare e utilizzando vegetali

di   Nicola Nosengo

In fondo è da qui che viene il petrolio. Solo che ci ha messo 150 milioni di anni a diventarlo”, spiega Vittorio Ghisolfi, tenendo in mano un cubetto di qualcosa che sembra un po’ sughero e un po’ legno bruciacchiato. “Noi vogliamo accorciare un po’ i tempi” interviene suo figlio Guido. “Fare la stessa cosa in 150 ore. Anche meno”. La fanno facile, eppure è tutta lì la sfida dei Ghisolfi. Fare tutta, ma proprio tutta la chimica che si fa oggi, senza la sua materia prima fondamentale. Una chimica più verde, più economica, e anche (se chi ha orecchie intenderà) per ridare fiato a quell’industria chimica italiana che ha conosciuto lo splendore, ma di recente più che altro il tracollo.

Siamo a Tortona, nella parte dell’Alessandrino dove le colline lasciano il posto alla pianura che si incammina verso Pavia. Si trova qui il quartier generale di Mossi&Ghisolfi, un marchio che a molti non dirà nulla, ma che è un colosso mondiale della chimica. Terza azienda italiana del settore per fatturato, e primo produttore al mondo di PET, la plastica da cui beviamo acqua minerale, Coca Cola e tutto il resto. A dire il vero la bottiglia in PET l’hanno proprio inventata loro, trenta anni fa, primi al mondo a capire il trucco per mettere l’acqua nella plastica senza sporcarne il sapore. È soprattutto grazie a quella trovata che hanno stabilimenti in mezzo mondo: Stati Uniti, Brasile, Messico, Cina e India, oltre naturalmente all’Italia.

Eppure non si accontentano, e guardano oltre la chimica che ha fatto la loro fortuna per mezzo secolo. Dividendo il lavoro tra il loro centro di ricerca a Rivalta Scrivia (sempre nell’Alessandrino, a pochi chilometri da qui) e quello statunitense di Sharon Center, nell’Ohio, inseguono un metodo per produrre quello stesso PET senza usare una goccia di petrolio. Al posto dell’oro nero, una pianta: la arundo donax, l’umile canna che cresce lungo i canali e attorno ai laghetti delle loro zone.

Una chimica senza petrolio nel giro di qualche decennio è possibile”, lo dice senza esitazioni Vittorio Ghisolfi. Per raccontare questa storia bisogna partire per forza da lui, 81 anni, che di questa azienda è l’anima e il fondatore. Uno che in teoria nemmeno doveva essere italiano. Famiglia emigrata in Brasile fin dalla metà dell’Ottocento e lì sarebbe vissuto anche Vittorio. Ma la Seconda Guerra Mondiale sorprende i Ghisolfi durante una temporanea permanenza in Italia. Permesso per rientrare in Brasile negato, Vittorio diventa italiano. Liceo ad Alessandria e poi a Torino. La guerra condiziona il futuro di Vittorio una seconda volta, quando raccoglie un proiettile che gli scoppia in mano, portandogli via un dito.

“Io volevo fare il pianista, altro che chimica” ricorda. Invece diventa ingegnere, laureandosi a Torino, e su consiglio di quello che diverrà suo suocero, Domenico Mossi (scomparirà poco dopo, l’azienda porta ancora il nome di entrambi) si butta in quel settore chimico che, ricorda, “era come le dot.com oggi. C’era innovazione continua, e la sensazione di esplorare una frontiera”. Mossi e Ghisolfi cominciano nel 1953, dalle cose semplici. Importano polistirolo e polietilene dall’estero e ci fanno imballaggi e tappi. A metà degli anni Sessanta “escono dal mazzo” grazie a un accordo con la Montecatini, l’allora colosso italiano della chimica, con cui fanno una joint venture al 50 per cento. Qualche anno più tardi, joint venture anche con Shell. L’azienda continua a crescere, evitando di farsi trascinare nel disastro che intanto travolge la Montecatini

Poi nell’azienda entrano i due figli di Vittorio, Marco e Guido. Il primo si dedica alla parte finanziaria, il secondo, l’unico chimico “puro” in famiglia, guida il passaggio dell’azienda da trasformatori a produttori di materiali. Di nuovo, iniziando dalle cose semplici. “Quando a fare le bottiglie per i detersivi non si guadagnava più abbastanza, ci siamo messi a fare anche il confezionamento” ricorda. “Le grandi aziende ci mandavano il liquido, noi lo imbottigliavamo e ci mettevamo le etichette. A un certo punto hanno smesso di mandarci il liquido, ci mandavano i componenti di base e i detersivi li facevamo noi. Era chimica del mestolone, ma già chimica”.  Il grande colpo è però all’inizio degli anni Ottanta. “Il PET esisteva da anni, lo aveva inventato la Dupont” spiega Vittorio, davanti a un mobile che ospita la sua collezione di bottiglie in plastica. Alcune molto riconoscibili, tipo una su cui manca solo una etichetta rossa con una scritta bianca. “Però rilasciava acetaldeide, che non è tossica, ma dava un sapore di mela acerba che rendeva impossibile usarlo per l’acqua. Noi abbiamo messo a punto la prima versione di poliestere che non rilasciava acetaldeide”.

Oggi M&G produce 1,7 milioni di tonnellate all’anno di bottiglie in PET. Nessuno al mondo ne fa di più. Ce ne sarebbe per stare tranquilli e godersi la propria fetta di mercato, ma i Ghisolfi non ne hanno nessuna intenzione. Al contrario, circa dieci anni fa si rendono conto che per  la chimica è ora di cercare nuove strade, e imparare  a fare a meno senza petrolio, il cui prezzo è destinato a crescere sempre di più. Partono da un processo tutto sommato noto: usare le biomasse vegetali per fare etanolo, da usare come carburante al posto della benzina. Con la canna da zucchero si fa ormai da anni, ma quella si coltiva solo in Brasile. Mossi e Ghisolfi pensano a un metodo per produrre etanolo anche da piante che crescono dalle nostre parti, meglio ancora da piante facili da coltivare e che non vadano in tavola.

Il grande problema dei biocarburanti attuali e di molte plastiche biodegradabili è infatti quello di sottrarre terreni all’agricoltura, cosa che finisce per renderli più costosi dei prodotti petroliferi che dovrebbero sostituire.

Nel centro di ricerche di Rivalta Scrivia i Ghisolfi mettono quindi a punto un procedimento per tirare fuori dalla canna nostrana quegli zuccheri fondamentali (i chimici li chiamano C5 e C6) da cui ottenere l’etanolo. All’inizio del processo c’è quella che Guido chiama “una grossa pentola a pressione”, un procedimento termico e meccanico che ammorbidisce la canna (ma può essere anche paglia, sorgo, eucalipto, quello che c’è insomma) separandola nei suoi tre componenti principali: cellulosa, emicellulosa e lignina. A questo punto si prende la cellulosa, quella da cui si ottiene la carta, e usando enzimi già di uso comune la si trasforma in una soluzione zuccherina. Una specie di melassa da “dare in pasto” al Saccharomyces cerevisiae, il lievito che da millenni l’uomo usa per ottenere vino e birra. “Mangia zuccheri e produce alcool, niente di nuovo. Però lo abbiamo un po’ modificato, qualche gene andava ritoccato perché mangiasse proprio tutti gli zuccheri che tiriamo fuori dalla cellulosa, e ci desse in cambio etanolo puro” spiega Guido.

Questo procedimento sarà applicato su scala industriale in un nuovo stabilimento che M&G conta di aprire il prossimo anno a Crescentino, nel Vercellese, recuperando un ex acciaieria Teksid fuori uso da anni. Da Crescentino arriveranno 50mila tonnellate l’anno di etanolo. “Ma noi non siamo petrolieri” spiega Guido. “Il carburante per noi  è solo il primo passo per arrivare alla plastica”.
Dagli stessi zuccheri da cui deriva  l’etanolo si possono infatti ricavare, con un procedimento chiamato idrogenolisi, anche altri composti chimici che i Ghisolfi conoscono come le loro tasche.
Tra cui, per esempio, il glicoletilene, che è uno dei due mattoni con cui si assembla il PET. L’altro mattone si chiama acido tereftaltico, o PTA, e fa l’85 per cento della plastica di cui è fatta una bottiglia. E il segreto per avere anche quello è proprio in quel cubetto di legno affumicato che teneva in mano Vittorio: lignina, la parte, appunto, “legnosa” (e più ricca di carbonio) dei tessuti vegetali.

“La lignina è lo scarto della produzione della carta, di solito si brucia per recuperare energia. Ma contiene una grande quantità di composti aromatici, molto più della nafta e costa 35 volte meno” spiega Guido. I composti aromatici sono quelli che si estraggono dal petrolio per trasformarli poi nei prodotti chimici intermedi più diffusi. Tirarli fuori dalla lignina, anche in questo caso, sarà il lavoro di microrganismi geneticamente modificati e opportunamente “addestrati”, a cui spetta il compito tutt’altro che facile di fare in poco tempo e su scala industriale quello che normalmente farebbero in milioni di anni.

Nel centro di ricerca Ghisolfi dell’Ohio si lavora a spron battuto, provando migliaia di mutazioni genetiche di lieviti e batteri in cerca di quella capace di digerire la lignina e estrarre PTA, con cui a quel punto si potrebbe produrre PET. “In laboratorio lo abbiamo già visto, un lievito che con le giuste ‘frustate’ tira fuori il PTA” spiega Guido. “Non lo fa ancora abbastanza bene, né abbastanza in fretta. Ma ci arriveremo”.Altri lieviti o batteri appena un po’ diversi potrebbero tirare fuori dalla lignina altri composti. Con cui fare colle, solventi, tessuti…il petrolio non servirebbe più. Per fare tutta la chimica italiana senza petrolio servirebbero 800 mila ettari di terreno coltivati a canna. Qualunque terreno, anche di bassa qualità, perché la pianta cresce ovunque. Sarebbe una chimica più sostenibile (il bilancio dell’anidride carbonica è quasi in pari, quella liberata dal processo industriale viene ricatturata dalle nuove piante), meno inquinante (l’obiettivo finale è sostituire del tutto gli attuali enzimi con microrganismi, eliminando sottoprodotti tossici), più economica, e più italiana, se i Ghisolfi arriveranno per primi e venderanno le loro licenze ai chimici nel resto del mondo.Sempre che gli investimenti saltino fuori, perché di soldi per passare alla scala industriale ne serviranno tanti. “Per rivoltare la chimica italiana come un calzino ci vogliono un miliardo di euro nei prossimi dieci anni” dice Guido. “Noi stiamo investendo molto, ma non possiamo metterli tutti noi.” E se non salteranno fuori in Italia i Ghisolfi dovranno andarli a cercare altrove. L’Italia ha rischiato di perdere Ghisolfi già una volta, ora farebbe meglio a tenerselo stretto.

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