jump to navigation

Cinema futuro (1.277): “Uomini senza legge” 08/05/2011

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Storia, Video e trailer.
trackback
Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Uomini senza legge”

Uscita in Italia: mercoledì 11 maggio 2011
Distribuzione: Eagle Pictures

Titolo originale: “Hors-la-loi”
Genere: drammatico / storico
Regia: Rachid Bouchareb
Sceneggiatura: Rachid Bouchareb
Musiche: Armand Amar
Durata: 138 minuti
Uscita in Francia: 22 settembre 2010
Sito web ufficiale (Francia): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): nessuno
Cast: Jamel Debbouze, Roschdy Zem, Sami Bouajila, Bernard Blancan, Chafia Boudraa, Sabrina Seyvecou, Assaad Bouab, Thibault de Montalembert, Samir Guesmi, Ahmed Benaissa, Larbi Zekkal, Mourad Khen

La trama in breve…
Dopo aver perso la loro casa in Algeria, tre fratelli si dividono e vanno a vivere in paesi diversi del mondo. Messaoud si unisce all’Esercito francese, impegnato a combattere in Indocina; Abdelkader diventa un leader del movimento di indipendenza algerino; Saïd si trasferisce a Parigi per cercare fortuna nei club e nei locali dove si combatte la boxe di Pigalle. Gradualmente, i loro destini tornano ad incrociarsi nella capitale francese, dove la libertà è una battaglia da combattere e vincere.

INTERVISTA CON RACHID BOUCHAREB

Era da molto tempo che coltivava l’idea di questo progetto?
Si, dopo Days of Glory, Uomini senza Legge è stato il passo successivo più ovvio. Days of Glory finisce nel 1945. E poi ha inizio un’altra storia. I soldati del luogo spesso parlavano degli anni dopo la Liberazione, il periodo di decolonizzazione. Olivier Lorelle, il mio co-sceneggiatore, ed io abbiamo intervistato molti testimoni oculari di questi eventi, abbiamo fatto ricerche di archivio e abbiamo visionato documentari. La memoria è una fonte molto affascinante da cui attingere per fare un film. Ad esempio, abbiamo incontrato un falsario francese che produceva documenti di identità falsi sia negli anni della Resistenza che, successivamente, durante la Guerra d’Algeria. Abbiamo incontrato tante persone incredibili. L’Armata degli Eroi di Jean-Pierre Melville mi ha ispirato moltissimo. Ho incontrato lo stesso tipo di persone – che hanno dedicato la propria vita ad una causa.
I tre fratelli e i loro percorsi di vita diversi conferiscono al film una dimensione realmente tragica…
Assolutamente. Può accadere che una famiglia si frammenti. Ci sono diversi modi di combattere l’ingiustizia. La ribellione è solo uno di essi. I tre fratelli fanno delle esperienze di tipo diverso, hanno degli approcci differenti rispetto agli eventi. Sono in disaccordo sul modo di combattere l’ingiustizia e ottenere la libertà. Non tutti diventano dei combattenti della resistenza. E’ questo che enfatizza il film. Ognuno sceglie la vita che vuole. Tutti i personaggi principali e le loro storie sono basate su persone che abbiamo incontrato e intervistato.
L’approccio inflessibile di Abdelkader rispecchia la disumanità della polizia francese…
La Rivoluzione mastica le persone e poi le risputa fuori. La repressione fa esattamente la stessa cosa. Una delle scene del film prende ispirazione da L’Armata degli Eroi, quando alcuni membri della Resistenza francese devono eliminare un compagno francese. E’ una scena sconvolgente. Credo che in qualsiasi battaglia per la libertà avvengano delle terribili tragedie umane. Volevo che il film possedesse una qualità epica. Ho sviluppato dei personaggi che fanno la rivoluzione nello stesso modo in cui Al Pacino gestiva la famiglia nel Padrino. Questo mi ha dato una certa libertà dal punto di vista storico. Il mio film non è documentario. Io faccio film.
Sarebbe difficile immaginarla fare questo film senza Jamel Debbouze, Roschdy Zem e Sami Bouajila…
Si, il film era per loro, E’ stato scritto per loro. Ci conosciamo molto bene ormai, ma io dovevo essere la guida, dovevano essere mie le mani sul timone. Lavorano tutti molto duramente e danno un enorme contributo sul set. Io mi occupo di controllare la direzione che prende il film, come si sviluppa ogni personaggio. Tutti e tre gli attori sanno di poter contare su di me: abbiamo una grande fiducia reciproca.
E’ il primo film che parla di questi eventi storici. Ha mai avuto paura di quello che avrebbe dovuto affrontare?
Quando fai dei film come Days of Glory o Uomini senza Legge di cosa dovresti avere paura? I francesi, gli algerini, i nord africani e gli africani, specialmente le generazioni più giovani, hanno bisogno di conoscere il passato coloniale.
E’ questa una delle funzioni dei film. Ma la gente va a vedere un film, non legge un libro di storia. Tu devi raccontargli una storia. Forse, dopo aver visto il film gli verrà voglia di approfondire i fatti anche attraverso i libri. Da questo punto di vista, il film lancia un dibattito in cui ognuno potrà dire la sua. Coloro che hanno preso parte a questi eventi possono dare un contributo: essi rappresentano la memoria. La questione è mettere il tutto assieme e rispettare ogni punto di vista diverso. Ma ci sono eventi storici che devono ancora essere spiegati. Ci sono ancora dei testimoni oculari la cui esperienza contribuirà a comprendere meglio la storia. Per quanto riguarda gli eventi accaduti a Setif nel 1945, ad esempio, gli storici francesi e algerini devono lavorare assieme in completa libertà per descrivere le esperienze francesi e algerine, senza l’intrusione di controversie riguardo alla Guerra D’Algeria.

INTERVISTA CON JAMEL DEBBOUZE

Come ha reagito quando ha saputo che avrebbe lavorato di nuovo assieme ai colleghi di Days of Glory?
Ne sono stato davvero felice. Quando Rachid Bouchareb mi chiama, mi sembra come quando Raymond Domenech chiama la sua squadra per la Coppa del Mondo. E’ un privilegio andare lì fuori a difendere i suoi progetti. E, in un certo senso, mi sembra anche di indossare la maglia francese perché, ogni volta, raccontiamo un pezzo della storia francese.
In Uomini senza Legge il suo personaggio è un cugino alla lontana di quello che ha interpretato in Days of Glory?
In un certo senso si. In Days of Glory il mio personaggio era piuttosto fragile e sembrava disinteressato rispetto a quello che accadeva attorno a lui – vedeva la guerra come una sorta di gioco. Analogamente, Said, in Uomini senza Legge, si preoccupa meno della guerra rispetto ai suoi fratelli. E’ ossessionato dal desiderio di recuperare l’amore di sua madre, che lo vede come un delinquente. La sua reazione lo ferisce molto, perciò cerca in tutti i modi di farsi un nome nel mondo della boxe. Non crede che la rivoluzione possa renderlo libero perché nella sua mente lui è già libero.
Nonostante tutto, è molto protettivo nei confronti dei suoi fratelli.
Essendo il più giovane, ed essendo stato il più coccolato tra i suoi fratelli, ha un legame molto più forte nei confronti della famiglia rispetto a loro. Non è distante quanto Messaoud, e non è devoto ad un’ideologia come Abdelkader. Non appena capisce che i suoi fratelli sono in pericolo il suo istinto lo spinge a raggiungerli e a stargli accanto, nonostante non appoggi la loro causa e sia contro la guerra.
Pensa che il suo obbiettivo sia vendicarsi?
Certamente vuole ottenere il rispetto di coloro che hanno delle possibilità di vita migliori. Said è un uomo orgoglioso. Vuole essere alla pari rispetto ai francesi che incontra e coi quali lavora, da ogni punto di vista. Perciò per lui il fine giustifica i mezzi. Ma come tutti quelli che vengono in Francia per crearsi delle condizioni di vita migliori, ciò che veramente lo spinge è la voglia di conquistarsi il rispetto.
Capisce quale sia la ragione per cui Abdelkader agisce in questo modo?
No. Non riesco a comprendere qualcuno che difende un’ideologia col corpo e con l’anima. Non esiste ideologia per cui valga la pena morire. Sono certo che si possa raggiungere qualsiasi scopo senza far scorrere una goccia di sangue. Allo stesso tempo, io non ho dovuto affrontare quello che  capita ad Abdelkader: la morte incombe costantemente su di lui e viene arruolato nella rivoluzione quando si trova ancora in carcere. E’ evidente che non ha alternative.

INTERVISTA CON SAMI BOUAJILA

Cosa l’affascinava di questo progetto?
Prima di tutto, l’idea di una nuova avventura assieme a Rachid Bouchareb. E poi, dopo aver letto la sceneggiatura mi sono reso conto del fatto che era riuscito a tessere una storia meravigliosa che è in parte thriller e in parte azione e avventura.
Ha fatto delle ricerche su questo periodo?
Avevo accumulato una certa conoscenza di questo periodo attraverso altri film, ma ho preferito concentrarmi sulla dimensione umana del mio personaggio. Ho cercato di capire come, a causa delle sue convinzioni o del suo orgoglio, un uomo possa cadere nella trappola del suo stesso carisma e trascinare altre persone assieme a lui. Quando la situazione gli sfugge dal controllo, deve affrontare se stesso e capisce di essere solo un uomo.
Il suo personaggio è un attivista che perde la sua umanità combattendo per la sua causa …
Sapevo sin dall’inizio che era un attivista, ma ho cominciato a comprendere il personaggio solo quando ho iniziato a interpretarlo. E’ stato allora che ho capito che nessun grande leader – come Gandhi, Mandela, il Che o chiunque altro – può permettersi le mezze misure. Devono essere radicali, eccessivamente radicali. Perciò non mi sorprende che Abdelkader, a volte, perda la sua umanità. Come i Viet-Cong, i combattenti dell’FLN erano delle macchine da guerra addestrate dalla Stasi. Inevitabilmente, arriva un momento in cui la macchina ha il sopravvento. Abdelkader dice chiaramente che la rivoluzione non riguarda gli individui, ma trasforma le masse in una forza inarrestabile.
Ma non è capace di uccidere personalmente.
Quella è stata un’idea di Rachid. Io stavo per prendere la corda e strangolare la mia vittima quando lui mi ha fermato, dicendo che ero una ‘macchina’ che incitava gli altri all’azione, ma che non avrebbe potuto commettere un atto del genere personalmente. Lui è un intellettuale che sa usare i concetti meglio delle armi.
L’intesa tra gli attori è palpabile.
Si era una cosa che esisteva già, perciò, quando Rachid ci ha offerto la parte per un progetto che era ancor più ambizioso di Days of Glory, ci siamo immediatamente messi al lavoro.
Tutti concordavano sul fatto che la trappola da evitare fosse quella di cadere in un film politico e perdere la dimensione dell’action\adventure, che tutti amavamo.
Com’è lavorare con Rachid?
Rachid ha un’esperienza e una conoscenza che noi non possediamo. In termini di età, lui è a metà strada tra noi e i nostri genitori, perciò poteva chiederci molto. Non doveva dire gran che: capivamo perfettamente ciò che voleva.

INTERVISTA CON ROSHDY ZEM

Fa parte integrante della famiglia di attori di Rachid Bouchareb
Si, sin dalla prima volta, quindici anni fa, abbiamo continuato a lavorare assieme. E’ un regista molto fedele, non c’è mai stato alcun dubbio riguardo al fatto che avrei fatto parte di questo progetto. La cosa interessante è che durante questi anni lui è diventato più duro nei riguardi dei suoi attori. Ci lascia ancora molta libertà ma adesso sa con precisione quale sia il suo obbiettivo.
Come si è preparato per le riprese?
La prima volta che Rachid me ne ha parlato mi ha chiesto di dare un’occhiata al personaggio di Sterling Hayden nel film di John Huston, Giungla D’Asfalto.
Quando ho visto il film mi è apparso evidente cosa stese cercando Rachid: una combinazione tra forza bruta e contenimento.
E per quanto riguarda la psicologia del personaggio?
Dopo che torna dalla Guerra in Indocina, Messaoud non sa cosa fare. Ha perso la sua naturale autorità di fratello maggiore e adotta una posizione più paternale, facendo da arbitro tra gli altri due fratelli, senza mai prendere veramente posizione.
Ciò che ha vissuto in Indocina lo ha segnato profondamente, come viene simbolizzato dalla cicatrice sull’occhio perso in battaglia.
Inoltre, torna con una certa ammirazione nei confronti dei Viet Minh, che combattevano contro i francesi per riappropriarsi della loro terra e della loro libertà.
Perciò, unirsi all’FLN è qualcosa di naturale per lui: è una causa nobile.
Lui uccide delle persone, ma questa cosa tortura la sua coscienza…
Messaoud uccide affinché i suoi fratelli non debbano farlo, e soprattutto affinché Abdelkader non debba fare i conti con il senso di colpa di un atto criminale. E’ una sorta di sacrificio il suo, ma uccidere un uomo è una cosa che lo ferisce profondamente. Dopo aver strangolato l’uomo nel bar, non ne può più. Questo è stato vitale per me. Non volevo che apparisse come un killer spietato.
Va d’accordo coi suoi ‘fratelli’ Jamel e Sami?
Sto in mezzo: tra un genio e un perfezionista. Passiamo molto tempo a parlare dei dettagli della nostra performance e delle motivazioni dei nostri personaggi, e cerchiamo costantemente il modo di migliorarci. Da questo punto di vista, è un proseguimento del lavoro che abbiamo iniziato in Days of Glory.

IL CONTESTO STORICO
LA COLONIZZAZIONE
1830-1962

LA FRANCIA IN ALGERIA
132 ANNI DI COLONIALISMO

Occupata per la prima volta dalle truppe francesi nel 1830, l’Algeria è stata annessa alla Francia con lo status di département (contea) nel 1848, dopo molti anni di resistenza contro l’invasore. Con il Code de l’indigénat, gli ebrei algerini e i musulmani divennero sudditi francesi, senza però godere degli stessi diritti dei coloni francesi in Algeria o dei francesi nella Francia continentale: Erano dei cittadini di seconda classe.

Nel 1870, il decreto Crémieux garantì la nazionalità francese agli Ebrei che vivevano in Algeria. Allo stesso tempo, dopo la perdita dell’Alsazia e della Lorena, ci fu un enorme influsso di coloni, che raddoppiarono la popolazione europea in Algeria, la quale, nel 1914, arrivò a contare 500.000 individui. Nonostante un periodo di crisi agrarie e di repressione brutale da parte del potere coloniale, la popolazione indigena crebbe rapidamente, e passò da 2 milioni a 5 milioni. Quasi il 40% delle migliori terre arabili furono sequestrate e ridistribuite ai coloni a prezzi stracciati, lasciando centinaia di migliaia dei precedenti proprietari terrieri in completa povertà.

La crescita complessiva della popolazione velò il fatto che tra il 1866 e il 1883 metà della popolazione ‘scomparve’, non a causa della guerra o della repressione – la conquista dell’Algeria era infatti completata – ma a causa dell’aumento di mortalità causato dalla carestia e dalla diffusione di epidemie tra coloro che erano stati cacciati dalle loro terre. La popolazione francese e quella indigena vivevano fianco a fianco, ma segregate l’una dall’altra da basi legislative diverse.

All’inizio del 20° secolo, emerse gradualmente un’elite di intellettuali che iniziò a coordinare organizzazioni politiche, proteste e pubblicazioni. Si formarono così diversi movimenti di indipendenza, tra cui, nel 1926, l’Etoile Nord-Africaine (ENA), a cui fecero seguito il Parti du Peuple Algerien (PPA) e l’Oulemsa, a cui dopo la guerra si unirono il Mouvement pour le Triomphe des Libertés Démocratiques (MTLD), il Mouvement National Algérien (MNA), capeggiato da Messali Hadj, e l’Union Populaire Algérienne (UPA) di Ferhat Abbas, che in seguito divenne un leader dell’FLN. Tutti chiedevano pari diritti e la fine del sistema Indéginat.

Sebbene 134.000 algerini musulmani, assieme a 230.000 truppe nelle unità ‘indigene’, parteciparono alla liberazione della Francia, e nonostante la soppressione ufficiale dell’Indigénat nel 1945, la fine della Seconda Guerra Mondiale non portò alcun cambiamento nello loro vite. Dal 1946 al 1953, il movimento per l’indipendenza divenne più radicale e nel 1954 l’FLN adottò il principio della lotta armata e creò la sua ala armata, che prese il nome di ALN.

La Guerra di Indipendenza Algerina o ‘Incidenti Algerini’, a seconda di quale parte si sostenesse, era iniziata.

 “L’Algeria è la Francia!”  Pierre Mendès Francia, 1954

“ Le strade erano piene di morti e di moribondi. La repressione fu indiscriminata. Fu un  immenso massacro.” Kateb Yacine

IL CONTESTO STORICO

LE RADICI DELLA GUERRA…
GLI INCIDENTI

Dai massacri di Setif al Toussaint Rouge

L’8 maggio del 1945, in molte città algerine, gli algerini marciarono per chiedere maggiore libertà e maggiori diritti, ma anche per celebrare la fine della Seconda Guerra Mondiale e per reclamare il rilascio del leader nazionalista Messali Hadj, che era stato deportato a Brazzaville il 25 aprile del 1945, in seguito agli incidenti avvenuti a Reibell. Nell’Est dell’Algeria, Setif  (città natale del prominente nazionalista Ferhat Abbas) e Guelma furono teatro di marce che furono represse violentemente e che si trasformarono in sommosse. A Setif, circa 8.000 protestanti, tra cui un membro dei nazionalisti Algerini, insorsero dopo che un agente della polizia sparò ad un giovane protestante che portava la bandiera algerina. La marcia degenerò, gli Europei furono attaccati e molti protestanti furono uccisi dalla polizia e dall’esercito. Nei giorni seguenti, i protestanti rivolsero la loro rabbia contro i coloni e contro alcune fattorie isolate. Dozzine di europei furono massacrati. La polizia e l’esercito, assieme ai miliziani armati a Guelma, soppressero brutalmente la ‘sommossa nazionalista’, ma la repressione continuò per due settimane, con l’approvazione dell’intera catena di comando su su fino al Governatore, il Generale Chataigneau, ad Algeri; di questi eventi era a conoscenza anche il governo del Generale De Gaulle, a Parigi.

Ci sono molte spiegazioni riguardo agli eventi accaduti l’8 maggio del 1945. Nel 1945, la propaganda nazionalista era al suo apice. Ferhat Abbas e i suoi Amis du Manifeste et de la Liberté (AML) godevano di un grande seguito, sin dal 1943, quando Abbas aveva reso noto il suo Manifesto del Popolo Algerino alle autorità francesi. Analogamente, il movimento PPA di Messali Hadj stava pianificando un’insurrezione che avrebbe coinciso con la fine della guerra. Allo stesso tempo, i coloni rifiutarono caparbiamente qualsiasi riforma. La tensione era molto alta dopo lunghi anni di guerra sotto il regime di Vichy. Inoltre, molti algerini avevano combattuto in Europa contro la Germania e la dichiarazione dei diritti di autodeterminazione del popolo della ‘Carta Atlantica’, alla conferenza di San Francisco, sembrava concretizzabile. La repressione fu sproporzionata e brutale. Tutti gli uomini che l’esercito francese fu capace di radunare, inclusa la Legione Straniera, i tabors Marocchini, i tirailleurs Senegalesi e le milizie colone, si fecero vendetta in maniera crudele. L’aeronautica e la marina bombardarono le città e i villaggi, mentre il terrore si diffondeva in tutta la regione.

Molti cadaveri non poterono essere sepolti e furono gettati nei pozzi o nelle Gorges de Kherrata. I miliziani usarono forni di calce per sbarazzarsi dei cadaveri. Le mitragliatrici spararono a raffica sugli abitanti dei villaggi in fuga verso le montagne.

Il 19 maggio, de Gaulle inviò il Generale Paul Tubert affinché svolgesse delle indagini sugli incidenti e ponesse fine alla repressione. Tubert aveva prestato servizio con merito durante la Resistenza Francese, era membro dell’assemblea parlamentare provvisoria e membro del comitato centrale della Lega dei Diritti Umani.  Tubert e la sua squadra furono tenuti ad Algeri per sei giorni, molto lontano dagli eventi reali, e gli fu permesso di partire per Setif solo il 25 maggio, quando tutto oramai era già finito e le milizie si erano sciolte. Tubert, fu richiamato ad Algeri solo il giorno successivo affinché gli fosse impossibile andare a fondo degli eventi. Con i pochi fatti che fu in grado di accertare, Tubert produsse un rapporto inequivocabile sull’accaduto. Ma il suo rapporto fu rapidamente insabbiato e non fu mai reso pubblico. Paul Tubert fu nominato Sindaco di Algeri poco tempo dopo. Il testo completo del suo rapporto mostra chiaramente che le autorità francesi erano indubbiamente a conoscenza degli eventi di Setif.

Cifre ufficiali dimostrano che 102 europei furono uccisi a Setif, mentre 1165 algerini morirono nella repressione successiva.

Secondo fonti algerine la cifra raggiungerebbe le 45.000 vittime. Ma non lo sapremo mai con certezza. Diverse fonti inglesi e francesi parlano di una cifra che si aggira attorno alle 6.000\15.000 vittime. Ci sono, tuttavia, delle cifre attendibili per quanto riguarda il numero delle vittime algerine in alcune città, come Oued Marsa (200 vittime) e a Kheratta (600 vittime). Secondo la storica Annie Rey-Goldzeiguer, l’unica cosa di cui possiamo essere certi è che la cifra è più di cento volte maggiore di quella delle vittime europee. Quel massacro ha segnato una generazione intera.

All’epoca, lo scrittore Kateb Yacine era uno studente delle medie e viveva a Setif. Egli scrisse: La marcia dell’8 maggio fu pacifica e la violenza ci prese totalmente di sorpresa. I nostri leader non avevano pianificato eventi del genere. Ci furono decine di migliaia di morti. A Guelma, mia madre perse la memoria (…) Le strade erano piene di morti e di moribondi. La repressione fu indiscriminata. Fu un immenso massacro.

Furono gli eventi dell’8 maggio che spinsero Krim Belkacem, uno dei sei fondatori dell’FLN, a decidere di dare il via alle operazioni clandestine.

IL CONTESTO STORICO

AGENTI SEGRETI ED ESPERTI DI GUERRA
La Mano Rossa
Una Macchina di Morte ben oliata

Il Generale Duval, che si occupò di supervisionare la repressione, si vantò dicendo: Ho assicurato la pace per dieci anni. Ma avvertì: Se la Francia non agisce, avrà inizio una ribellione ancora peggiore e la situazione sarà irrecuperabile.

Il 1° novembre del 1954, nelle regioni montane di Aures e di Kabylia, le autorità e i coloni furono bersaglio di una serie di bombardamenti e di assassini. Conosciuti con il nome di Toussaint Rouge, questi incidenti segnarono l’inizio della Guerra d’Algeria.

UDMA e MNA iniziarono la ribellione armata contro ‘l’occupatore francese’. Facendo arrivare le armi dall’Egitto, attraverso il Marocco e la Tunisia, l’FLN

accumulò una quantità di armi che nel 1958 gli permise di respingere l’esercito francese nel corso di una guerriglia.

Nel 1955 e all’inizio del 1956, un’ondata prolungata di bombardamenti spinse il governo francese ad ordinare ‘l’eliminazione fisica’ degli attivisti – algerini, francesi (per iniziare) e poi stranieri – che aiutavano il movimento di indipendenza. Il SDECE (i servizi segreti francesi) crearono un’organizzazione segreta capeggiata da Constantin Melnik, sotto il comando del Generale Paul Grossin, il quale a sua volta faceva capo direttamente al Primo Ministro. Questa organizzazione fu chiamata La Main Rouge (La Mano Rossa).

Originariamente, La Mano Rossa era un gruppo pro-francese  fondato a Tunisi da alcuni coloni che misero delle bombe. Sotto questo nome il SDECE fu  in grado di assassinare alcune figure di spicco algerine in quasi tutta Europa e in Nord Africa, rimanendo completamente impunito. Furono uccisi anche belgi, svizzeri e tedeschi che erano trafficanti di armi o simpatizzanti della causa algerina. A causa della disinformazione e di alcune conferenze stampa false questi omicidi furono attribuiti alla Mano Rossa.

Gradualmente i loro arsenali e le loro tattiche si espansero e inclusero tecniche da romanzo spionistico: macchine dotate di congegni esplosivi, lettere bomba, rapimenti, corpi gettati nel cemento o in mare aperto, sabotaggio di carichi e di armi, omicidi con armi da fuoco, ovviamente, ma anche per mezzo di dardi avvelenati. Il SDECE arruolò riservisti da un corpo elitario di paracadutisti – tra cui il controverso capitano Paul Aussaresses – ma anche criminali e farabutti – tra cui il famoso malvivente Jo Attia – per creare un’unità di esperti di guerra, che rispondevano direttamente al Primo Ministro.

Dal 1956 al 1961essi intrapresero una guerra selvaggia e invisibile contro il movimento di indipendenza algerino.

Senza rendersi pienamente conto del coinvolgimento dello stato francese, l’FLN creò delle unità speciali, come quella del Capitano Medjoub, per  respingere la Mano Rossa. La brutale guerra parallela tra le due fazioni spesso oscillò in favore della Mano Rossa, che poteva contare sull’aiuto discreto da parte delle autorità. Alla fine della guerra, la Mano Rossa venne infiltrata dagli anti-Gaullisti, dalla fazione scissionista dell’OAS, e così si sciolse per evitare che i propri membri se la prendessero l’uno contro l’altro. Tutte le informazioni ufficiali riguardanti questo episodio sono classificate Top Secret o sono state distrutte. Successivamente, i membri della Mano Rossa furono usati dalla Francia nell’Africa Sub-Sahariana per operazioni sottocopertura.

“Credo fosse legittimo, se avessi la possibilità di farlo di nuovo, lo farei”.
Antoine Méléro, ex-agente di polizia francese, ad Al-Jazira, 18 dicembre 2009

L’FLN A PARIGI
L’MNA E L’FLN, FRATELLI IN GUERRA

Nel 1945, c’erano tra i  200 e i 250.000 algerini in Francia, la maggior parte di essi erano minatori o operai. Tra gli 8 e i 10.000 di loro erano membri del MNA, il partito di Messali Hadj. Ben presto, nel 1957, dopo che l’FLN iniziò i reclutamenti in Francia, i due partiti e i loro attivisti litigarono.
Fondamentalmente, il conflitto riguardava le quote raccolte dall’MNA, delle quali l’FLN voleva una fetta. Entrambe le parti erano anche consapevoli dell’importanza strategica della comunità algerina in Francia. Le schermaglie portarono a 4.000 morti, con l’FLN che ne emerse vittorioso e impose una ‘tassa rivoluzionaria’ sulla comunità algerina, finalizzata al finanziamento della guerra. La supremazia conquistata dall’FLN e la sua presenza diffusa assicurarono che quasi ogni operaio algerino pagasse la tassa. I traffici illegali e la prostituzione arricchirono ulteriormente le casse dell’FLN e portarono a delle battaglie campali tra i malviventi nord africani e corsi, a Pigalle. Il contributo della comunità algerina in Francia fu potenziato da fondi provenienti dai paesi arabi o dai governi del blocco dell’Est, che venivano versati ogni mese su dei conti bancari svizzeri.
L’FLN schierò la sua estesa rete di europei algerini e continentali (comunisti, attivisti dei sindacati, operai, intellettuali, clero)  che furono impiegati in operazioni logistiche (trasporto di fondi, rifugi, approvvigionamenti e così via). Nonostante la caccia spietata da parte della polizia e l’eliminazione dei suoi leader in Francia, l’FLN rimase ben organizzato  e fu addirittura in grado di attaccare: sabotando fabbriche, attaccando le stazioni della polizia, falsificando documenti di identità, sparando agli agenti della polizia, incendiando discariche di combustibili e pubblicando segretamente un giornale rivoluzionario…
A settembre del 1958, solamente, ci furono 56 operazioni di sabotaggio e 242 attacchi.
La repressione divenne di alto profilo, culminando con la polizia che, a ottobre del 1961, uccise centinaia di algerini nelle strade di Parigi e nelle città limitrofe.
Tuttavia, l’FLN continuò ad attaccare, fino al raggiungimento dell’indipendenza, nel 1962.
Cinquanta anni dopo, in Algeria e in Francia, la storia del periodo coloniale e la guerra per l’indipendenza rimangono ancora intrappolate in una rete di storie, di ricordi, di passioni e di considerazioni politiche contrapposte.

“L’8 maggio del 1945 (…) questa ondata di violenza, in cui il ruolo delle autorità francesi fu di cruciale importanza, costò migliaia di vite innocenti”.
Bernard Bajolet, Ambasciatore francese, aprile 2008.

Il trailer italiano:


Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
Per consultare le uscite dell’ultimo week-end italiano visitate lo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema andate allo spazio settimanale “Cinema Festival”.

Annunci

Commenti»

No comments yet — be the first.

Lascia il tuo commento...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: