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Edicola – “IL – Intelligence in Lifestyle”, maggio 2011: “Miseria e dignità” 13/05/2011

Posted by Antonio Genna in IL magazine.
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E’ da oggi in edicola il numero 30 – Maggio 2011 del magazine “IL – Intelligence in Lifestyle”, mensile del quotidiano “Il Sole 24 Ore” diretto da Walter Mariotti. La rivista è in vendita al costo di 50 centesimi aggiuntivi oltre al prezzo del quotidiano.
Di seguito vi propongo la copertina di questo numero.

A seguire, un estratto del servizio di copertina.

Maledetti poveri
di Paolo Martini

No, non dorme più nessuno sulla collina del disonore: quelle tende di stracci a due passi dal molo di Lampedusa sono state fatte smontare in tutta fretta già alla fine di marzo. Dinanzi ai cronisti di mezzo mondo e col presidente del Consiglio in arrivo sull’isola, era un’immagine da ripulire subito.

Dei tunisini disperati che abitavano l’insediamento chiamato in prima battuta “della vergogna”, si sono perse le tracce tra il primo campo militarizzato di Manduria, vicino a Taranto, e la caserma Andolfato a Santa Maria Capua Vetere, nel casertano. Vere e proprie tendopoli di Stato, questa volta: di sicuro meno improvvisate dei patchwork della collina del disonore, ma rigidamente chiuse tra filo spinato e muri di cinta alti anche cinque metri.

Con la questione della cosiddetta emergenza migranti, anche l’Italia riapre i campi. I campi di concentramento, sì. Non per caso si parla di un solo modello virtuoso, l’eccezione Toscana, dove i migranti vengono inseriti nel territorio a gruppi massimo di trenta persone perché, spiega Riccardo Fontana, che non è un rivoluzionario ma il vescovo di Arezzo temprato con trent’anni di diplomazia in Vaticano, «l’accoglienza deve essere vera, senza filo spinato intorno». Non è per voler essere blasfemi che vengono spontanee certe associazioni storiche e simboliche. Alcuni volontari di Lampedusa riuniti nell’associazione Askavusa (che vuol dire “a piedi scalzi”) cercano di raccogliere in due stanzette in centro paese una sorta di museo della memoria dei migranti africani. Tra i rottami delle barche raccolgono foto strappate, messaggi in bottiglia, piccoli oggetti, centinaia di lettere — così scrive il quotidiano cattolico Avvenire — «tanti libri del Corano e testi di preghiere cristiane e moltissime scarpe, spaiate, consumate, di bambini, di uomini, di donne, come nei campi di concentramento nazisti».

Anche la questione che ha fatto esplodere il conflitto con l’Europa, relativa ai cosiddetti “permessi di soggiorno temporaneo”, ha uno strano sapore: sono stati concessi ai primi 1013 “ospiti identificati’ dei vari campi, così come spiegato dal quotidiano leghista La Padania in uno dei primi titoli, che recitava: «Liberi di andare… in Francia». Non sentite anche voi l’eco lontano e postmoderno di quel terribile timbro R.n.e. Rückkehr nicht erwünscht, ritorno non gradito?

Con le rivolte nel Nord Africa abbiamo come improvvisamente scoperto persino che la nostra Europa civile ha ricreato una sorta di nuova “zona grigia”, per stare alle suggestioni di Primo Levi che si studiano a scuola: delegato il problema di fermare il flusso dei migranti ai governi d’oltremare, si fingeva di non sapere, noi italiani, che Gheddafi aveva creato dei veri e propri lager di migranti, e poi li ha usati come una minaccia. Oppure, tanto per non parlare sempre di noi o dei francesi, ci siamo accorti all’improvviso che il compagno Zapatero da anni spesso e volentieri aveva lasciato gestire bruscamente il problema a regimi africani, il Marocco in primis, che sono andati con la mano pesante nelle deportazioni di massa in mezzo al deserto.

Ma i nuovi campi per migranti che oggi si aprono dinanzi ai nostri occhi soprattutto nel Sud dell’Italia rimettono a tema un fenomeno involutivo della nostra società, bene identificato da quella che il sociologo Zygmunt Bauman ha chiamato «la criminalizzazione della povertà». Dati alla mano si scopre che le nostre democrazie tendono a far inverare la profezia più nera di Gunther Anders sulla scomparsa dell’uomo nella terza rivoluzione industriale: siamo davvero nel pieno del cosiddetto “totalitarismo morbido” dove esistono solo i consumatori? Il fenomeno è stato analizzato ormai a fondo negli Stati Uniti e in Europa, tra gli intellettuali che lo hanno studiato sul campo in questo decennio si sono affermati persino dei veri e propri personaggi come Loïc Wacquant, l’allievo di Pierre Bourdieu che ha fatto persino il pugile nel ghetto nero di South Side a Chicago per studiare sul campo il tema.

Cancellato il problema della povertà insieme con la progressiva riduzione dello Stato sociale e sostituiti questi investimenti in spese per carceri e polizia, spiegano i sociologi impegnati ormai da un decennio a denunciare il fenomeno, chiunque non risulti in grado di spendere rischia di essere intruppato in una sottoclasse bollata con l’immagine di “criminale” e a tale destino di “rifiuto umano” fatalmente relegato. E il circolo vizioso si chiude con l’ideologia sempre più diffusa della “lotta contro gli estranei”, che fa proseliti persino nei Paesi che hanno un disperato bisogno di manodopera, come la Russia, dove, nonostante dieci milioni di nuovi immigrati regolari e altri quattro stimati di clandestini, si parla di aprire ulteriormente le maglie burocratiche con l’abolizione delle quote e dei permessi di soggiorno temporanei. Del resto, nelle parti del mondo dove la rivoluzione industriale non ha innestato ancora la terza marcia andersiana, ci sono regimi come quello comunista cinese dove le deportazioni di massa per lo sviluppo sono all’ordine del giorno.

E nella città nota al mondo per la statua del Cristo redentore che la sovrasta, non è il monito davvero lontano delle beatitudini a smuovere il tema dei morri e delle favelas, dove vivono milioni di persone (un terzo degli abitanti nella sola Rio), ma una polemica con Google Maps, che con troppi dettagli degli slum guasterebbe l’immagine in vista dei Mondiali di calcio. «Beati i poveri, perché di essi è il regno dei cieli». Appunto. Anche di quelli elettronici.

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