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Cinema futuro (1.303): “Le donne del 6° piano” 05/06/2011

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end“Le donne del 6° piano”

Uscita in Italia: venerdì 10 giugno 2011
Distribuzione: Archibald Enterprise Film

Titolo originale: “Les femmes du 6ème étage”
Genere: commedia
Regia: Philippe Le Guay
Sceneggiatura: Philippe Le Guay, Jérôme Tonnerre
Musiche: Jorge Arriagada
Durata: 104 minuti
Uscita in Francia: 16 febbraio 2011
Sito web ufficiale (Francia): nessuno
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea, Nuria Solé, Concha Galán, Muriel Solvay, Marie-Armelle Deguy, Michele Gleizer, Annie Mercier

La trama in breve…
Parigi, anni ‘60.
Jean-Louis Joubert (Fabrice Luchini), agente di cambio rigoroso e padre di famiglia “rigido”, scopre che un’allegra banda di domestiche spagnole vive al sesto piano del suo immobile borghese.
Maria, la ragazza che lavora  in casa sua, gli rivela un universo esuberante e
variopinto, l’opposto del suo ambiente educato e austero. Colpito da queste donne vivaci, si lascia andare e per la prima volta assapora con emozione i piaceri semplici della vita. Ma si può veramente cambiare vita ad una certa età?

Intervista con PHILIPPE LE GUAY sceneggiatore e regista

Come è nato questo progetto?
Tutto ebbe inizio con un ricordo d’infanzia.  I miei genitori avevano assunto una domestica spagnola che si chiamava Lourdes, e vissi i primi anni della mia infanzia in sua compagnia. Alla fine passavo più tempo con lei che con mia madre, tanto che quando iniziai a parlare, mischiavo il francese e lo spagnolo. Quando iniziai la scuola materna parlavo una sorta di sabir incomprensibile, e dicevo le preghiere in spagnolo. Anche se non ho ricordi precisi di quei primi anni, mia madre me ne ha parlato e qualcosa di tutto questo è rimasto in me. Poi, è scoccata la scintilla durante un viaggio in Spagna,  quando ho incontrato una donna che mi ha raccontato della sua vita a Parigi negli anni ’60. L’idea di girare un film su questa comunità di domestiche spagnole mi ha conquistato. Ho scritto una prima versione della sceneggiatura con  Jérôme  Tonnerre:  era la storia di un adolescente trascurato dai genitori, che trova rifugio tra la domestiche del palazzo. Ma non siamo riusciti a portare avanti questa idea. Allora ho cambiato punto di vista, ho immaginato che fosse il padre a scoprire questo universo al sesto piano. Un altro film si è imposto, meno nostalgico, e  Jérôme Tonnerre mi ha seguito in questo percorso. Tra l’altro abbiamo conosciuto una portinaia spagnola che ha vissuto in Francia per 40 anni, e le abbiamo fatto mille domande… alla fine, abbiamo ambientato la nostra storia nel 1962, alla fine della guerra di Algeria, nella Francia di De Gaulle.
In fondo, si tratta di un’epoca  recente, eppure  sembra un’altra era, un altro mondo…

Nel cinema c’è una grande tradizione di storie incentrate su domestiche e padroni.  
Nel cinema, ma anche nel teatro. Basti pensare a Molière, a Marivaux… più tardi Renoir, Guitry o Lubitsch hanno  attinto  a questa eredità. L’aspetto affascinante della presenza di domestici in una storia è l’attenzione che si presta ai codici, all’educazione, a quello che si dice e quello che non si dice. Questo presenta una serie di problemi di rappresentazione e quindi di messa in scena.

Il suo film non è solo una storia d’amore, è soprattutto un viaggio verso un altro universo… 
La trappola da evitare a ogni costo era di cadere in una storia in cui il datore di lavoro si innamora della sua domestica. Per questo ho voluto che non ci fosse una donna sola ma molte. Jean-Louis Joubert scopre una comunità, un’altra cultura che fa irruzione nella sua vita. È turbato, preoccupato e infine sedotto… il film propone la scoperta di un mondo sconosciuto eppure vicino. Adoro l’idea di vivere accanto alla stranezza. Basta un niente per uscire dal proprio mondo e scoprirne altri che si accompagnano, si sfiorano senza  incrociarsi. È  il concetto di “quarta dimensione” che appartiene alla fantascienza, ma che qui è trattato senza passare dalla fantasia.  Nel film, Jean-Louis pronuncia una frase che riassume tutto: “Queste donne vivono sopra le nostre teste e non sappiamo nulla di loro.”

Come ha dato vita al copione?
Io e  Jérôme Tonnerre abbiamo incontrato delle ex-domestiche, che avevano lavorato nel 16° arrondissement o altrove, e anche delle “signore”. Mi ricordo che una di loro era stata terrorizzata da una padrona severa che dettava legge nella casa. Inoltre, siamo andati alla chiesa spagnola di rue de la Pompe  – dove tra l’altro abbiamo girato alcune scene. Li c’è un personaggio fondamentale, Padre Chuecan, un prete che  lavora lì dal 1947 e  incarna la memoria  di questa immigrazione. È un colosso dalla testa calva che ha 80 anni, e che ha accolto migliaia di spagnoli che venivano a cercare lavoro tramite la sua chiesa. La chiesa era un punto di raccolta culturale e sociale. Era il primo posto in cui si recavano le donne quando arrivavano a Parigi, ed era lì che si tenevano i colloqui di assunzione.
Da questi incontri abbiamo tratto una storia umana straordinaria. Non c’è aneddoto nel film che non s’ispiri a fatti reali, come la storia di Josephina che credeva di  essere rimasta incinta dopo  aver fatto il bagno nella vasca del suo padrone…

Dove ha trovato il materiale per descrivere l’universo della famiglia Joubert? 
Io stesso provengo da un ambiente borghese. I miei genitori vivevano nel 17° arrondissement di Parigi, mio padre faceva l’agente di cambio, e io sono stato mandato in collegio come  i figli dei Joubert. Tuttavia, le somiglianze finiscono qui, il film non ha nient’altro di autobiografico.
Ma il caso ha voluto che facessimo le riprese in un palazzo  abbandonato che  una volta ospitava gli uffici delle imposte,  e che si trova a 30 metri dalla scuola che frequentavo da bambino. Abbiamo ricreato in quel palazzo l’appartamento dei Joubert, la scala di servizio e le piccole stanze nel sottotetto.  Lassù, sono stati abbattuti i muri, rimpiazzati da sfondi per permettere la logistica delle riprese, dato che una cinepresa riusciva a  malapena a entrare. Ma lo spazio delle stanze è assolutamente autentico.

Quando ha pensato a Fabrice Luchini per interpretare il protagonista? 
Dico spesso che ho rimpiazzato l’adolescente del primo progetto con Fabrice Luchini. L’energia di Fabrice è nota, sappiamo tutti come galvanizza un palcoscenico o un set. Ha una comprensione prodigiosa del testo, una padronanza della parola, ma ha anche una formidabile capacità di tenersi in disparte. Adora gli autori del  risentimento, cita testi disperati come quelli di Cioran o Thomas Bernhard, ma nel suo profondo non è affatto  disincantato. Basta vedere il suo sguardo per capire quanto sia innocente. L’ispirazione per il film era lì, nel suo sguardo meravigliato che si posava su queste donne. Durante le riprese, ho capito che Jean-Louis è un uomo che non è mai stato amato. Quindi le donne del sesto piano lo prendono tra le loro braccia, lo baciano, si prendono cura di lui. È un bambino che ha trovato qualcuno che lo protegge, delle madri adottive. Per me il film non è tanto una critica della borghesia, quanto una scoperta emotiva e
affettiva.
In quell’ambiente, all’epoca, gli affetti sono gelidi,  è quasi osceno parlare di sentimenti.  I  componenti della famiglia convivono con un distacco incredibile, nessuno si bacia. Sin dall’inizio, Fabrice mi ha fatto notare che Jean-Louis Joubert era un personaggio vuoto, che si riempiva di ciò che riceveva. Per lui è abbastanza insolito come personaggio, che abitualmente invece dà molto…

È il terzo film che gira con Luchini…
Non ci assomigliamo per niente, eppure è quasi diventato il mio alter ego. Fabrice adora i disincantati, gli autori della disperazione, mentre io amo gli  autori dell’adesione e del fervore.  Ma  lui  mette  una tale gioia nel recitare i testi deprimenti che li trasforma con la sua stessa energia.
Al contrario di ciò che credono alcuni, Fabrice non esprime nessun egocentrismo quando lavora. Si lancia completamente nelle riprese, è disponibile, reattivo. È un vero socio. È successa una cosa curiosa con Fabrice: gli ho dato la sceneggiatura nel maggio 2009, e mi ha chiamato qualche giorno dopo per dirmi che dovevamo parlarne. Ci siamo visti più volte, abbiamo pranzato insieme, condiviso dei taxi, e ogni volta parlavamo di tutt’altro, di Molière, Flaubert… e mai del progetto. Era diventata una sorta di barzelletta, e alla fine mi chiedevo se l’avesse letta la sceneggiatura. Sicuramente è proprio allora che s’inizia a dirigere gli attori, in quei momenti inutili… sapevo che il momento decisivo sarebbe stato il suo incontro con le spagnole. Credo che in fondo non si fosse preparato a quel momento. Fabrice non si proietta nel futuro, vive nel presente. È entrato in ufficio, ha visto le sei donne sedute che lo guardavano, un condensato di Spagna allo stato brado…  in quell’istante ha capito il film, la particolarità di queste donne, alcune delle quali non parlavano una sola parola di francese. Ne è rimasto elettrizzato ed è subito entrato in gioco. Malgrado la sua lunga esperienza, è un attore istintivo, che non ha schemi prestabiliti prima di girare. Sul set, si lascia invadere dalle emozioni, dall’atmosfera.

Accanto a Luchini, troviamo Suzanne, la moglie, interpretata da Sandrine Kiberlain. 
Fabrice e Sandrine  hanno  già lavorato insieme due volte  e hanno sviluppato una grande intesa. Sandrine ha il lato leggero e superficiale caratteristico di alcune donne borghesi, ma porta al personaggio anche una certa fragilità, un’inquietudine. Suzanne viene dalla provincia, non conosce i codici di condotta, al contrario delle sue due amiche che li conoscono alla perfezione. Quindi, si sente un po’ persa, spesso destabilizzata, e questo ispira simpatia.  Sandrine interpreta tutto questo con infinita giustizia e una grande umanità. Lavorare con Sandrine significa anche arricchire costantemente il copione, se non addirittura contraddirlo. Per esempio, la scena in cui i bambini tornano dal collegio quando Jean-Louis è andato a vivere al sesto piano: inizialmente, Suzanne esprimeva una sorta di orgoglio ferito. Ci è venuta poi l’idea che accogliesse i figli con una bottiglia di vino bianco in mano, e lei ha subito rilanciato con grande disinvoltura…

Che struttura ha dato alla sua comunità spagnola? 
Non volevo che si trattasse di un’entità corale, ma di una galleria di ritratti molto individuali. Prima  ho pensato a una donna che fosse repubblicana, arrivata in Francia per fuggire dal regime di Franco. Poi ho voluto l’opposto, una bigotta, super-religiosa, che va in chiesa tutti i giorni e non fa che litigare con la repubblicana. A tenerle a bada, c’è senza dubbio un misto delle due, il personaggio interpretato da Carmen Maura, che calma le donne e mitiga i conflitti. C’è Teresa che vuole un marito francese, e ovviamente c’è Maria, la nipote di Concepciòn, che viene in Francia per cercare un lavoro e intorno alla quale ruota tutta la storia…

Come ha scelto le attrici? 
Prima di tutto c’era Carmen Maura, la grande attrice emblematica del cinema spagnolo; non riuscivo a immaginare il film senza di lei. È la prima attrice che ho incontrato. Anche se  il ruolo non è importante quanto quelli che lei può esigere, aveva voglia di interpretare una spagnola a Parigi,  simile a tante donne  che ha incontrato nella sua giovinezza. D’altronde, lei ha un appartamento a Parigi che è composto  da più ex-stanze di domestiche. Rispetto alle altre attrici, era un po’ come il suo personaggio, un punto di riferimento, una dolce  figura autorevole.
Durante le riprese, ognuna di loro aveva un posto dove stare, ma non c’erano mai. Stavano sempre insieme, parlavano con disinvoltura in spagnolo, come le loro antenate nelle piazze di Passy… c’era  tutta una vita alla quale ha preso parte spesso Fabrice. Carmen adorava l’idea di recitare sia in spagnolo che in francese, a volte nella stessa scena. Io tenevo alla musicalità della lingua spagnola: vederle parlare così velocemente davanti a Fabrice che non capiva una parola era davvero comico.

E il personaggio di Maria, interpretata da Natalia Verbeke ?
Serviva una giovane donna, bella ma non troppo, che fosse piacevole e avesse una bellezza riservata. Natalia Verbeke aveva tutte queste qualità e inoltre parlava un po’ di francese. Era importante per il suo legame con Fabrice.  Ha studiato moltissimo il copione, ha fatto progressi  molto in fretta e  sul set  ha potuto comunicare con tutti. Per scegliere le altre domestiche, sono tornato regolarmente in Spagna. Ho privilegiato delle attrici di teatro per non cadere nel  cliché delle attrici “almodovariane”. Perciò ho scelto  Lola Dueñas, Nuria Sole, Berta Ojea, e Concha Galán. Le ultime due non parlano una parola di francese e hanno imparato le loro battute foneticamente. Hanno un temperamento meraviglioso, incarnano le spagnole con tutta la loro forza, esuberanza e volubilità.

Il suo film ha del fiabesco… 
Il film si basa su un’utopia: si vuole credere che le classi sociali siano porose, e che il “borghese” possa trasferirsi al sesto piano, con le “domestiche”. Ma questa utopia viene respinta da entrambi i lati, dai borghesi che lo considerano uno scandalo, ma anche dalle domestiche. Carmen, interpretata da Lola Dueñas, crede nella lotta delle classi,  va a chiedere al signor Joubert di restare al suo posto. Concepciòn (Carmen Maura), invece, farà tutto il possibile per impedire la relazione tra Maria e Jean-Louis. Anche se non lo dice mai, Concepciòn respinge con forza questa utopia d’amore. Crede nel principio del realismo. È lei che spinge Maria a partire, svelandole dove viene cresciuto suo figlio. E alla fine, quando Jean-Louis divorzia, lei preferisce mentirgli piuttosto che dirgli dove si trova Maria. Incarna un principio di realismo arcaico che contraddice la favola.

Che ricordi le resteranno di questo film? 
C’è la scena della festa al sesto piano, il ballo in cui Jean-Louis si lascia trascinare. In realtà, Fabrice è un ottimo ballerino, ma io volevo che si mostrasse imbarazzato, maldestro. Lui si è fatto violenza per trattenersi, ma poi le donne lo trascinano poco a  poco e lui si lascia andare, senza sapere cosa fa. In quel momento è accaduto qualcosa che andava oltre le parole, c’è stato un brivido, un’emozione nel suo sguardo. Era il miracolo di un attore che si libera…

Cos’ha imparato da questo progetto?
Ho sempre amato gli attori, ma ho scoperto la gioia di mettere insieme attori francesi e stranieri.  In questo modo si spostano  tutti  i punti di riferimento, cambiano le prospettive, è tutto fresco e nuovo. Inoltre questa storia esprime un sentimento europeo, che mi tocca molto.  L’Europa si è formata durante gli anni ’60, molto prima che l’Unione Europea diventasse una realtà politica. Gli spagnoli erano presenti, tra di noi, agli angoli delle strade, nei parchi… Tutto questo fa parte della storia comune dei nostri  due paesi.  Nello stesso modo in cui il personaggio di Jean-Louis scopre gli altri nel film, credo che il cinema sia stato inventato per mettere in scena un apprendimento. Filmiamo degli esseri umani per acquisire parte di loro, per arricchirci di qualcosa che non proviene da noi stessi.

Il trailer italiano:


Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
Per consultare le uscite dell’ultimo week-end italiano visitate lo spazio “Al cinema…”, per gli incassi del box office, trailer e notizie dal mondo del cinema andate allo spazio settimanale “Cinema Festival”.

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