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TeleNews #63 – Milly Carlucci fa causa al clone di Ballando con le stelle – Un dibattito sullo stato della televisione – Tabloid, non c’è successo senza sadismo – Il calo di ascolti del Tg1 – Le nomine Rai – La TV in edicola: Piersilvio Berlusconi presenta la “TV del futuro” – Parenthood e la parabola (in giù) dei telefilm in TV – Le memorie di Maurizio Costanzo – Carlo Freccero risponde a Grasso sul futuro della TV 15/07/2011

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Giornali e riviste, Interviste, TeleNews, TV ITA.
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Lo spazio “TeleNews – Notizie dal mondo della televisione” propone una rassegna stampa – segnalando le fonti di provenienza – di notizie ed argomenti vari legati al mondo dello spettacolo e della televisione italiana e straniera, e che non hanno trovato posto in altri appuntamenti abituali del blog.
Se avete segnalazioni da fare, lasciate il vostro messaggio qui.

  • Milly Carlucci fa causa al clone di “Ballando con le stelle”
    Va bene esser signore, ma c’è un limite. Milly Carlucci, dopo settimane di preoccupazioni e allarmi, è passata alle vie di fatto: ha dato mandato al suo legale, avvocato Giorgio Assumma, di iniziare un’azione legale nei confronti di Canale 5, per prevenire la messa in onda del programma «Baila!» che andrà in onda a settembre, condotto da Barbara D’Urso. Dunque sarà proprio la conduttrice storica di «Ballando con le stelle» insieme a tutti gli autori (lei stessa è autrice del programma) a intentare una causa contro la concorrenza che, a suo avviso, sta chiaramente preparando un programma identico, con un titolo diverso.
    Nei prossimi giorni anche la Rai dovrebbe scendere in campo per tutelare un format che per viale Mazzini in questi anni è stato una vera e propria manna dal cielo. Di più: per Milly «Ballando con le stelle» è una propria creatura e quando ha cominciato a sentir parlare di una trasmissione analoga pensata da Mediaset è andata in fibrillazione. Lei sa bene che usurare un’idea in tv è deleterio.
    Dunque si è affannata a dire, senza giri di parole, che la Rai avrebbe dovuto fare qualcosa per difendere il format. Milly si è spaventata e innervosita anche perché ha saputo che Mediaset avrebbe contattato i ballerini di «Ballando» chiedendo loro di passare alla concorrenza (per la verità pare che Samuel Peron abbia già deciso di danzare tra le braccia della D’Urso).
    Stesso discorso sarebbe avvenuto per i costumi e le scenografie. Tanto che Rodolfo De Laurentiis, consigliere d’amministrazione Rai (Udc) ha più volte parlato di «rischio di plagio» chiedendo alla Rai di intervenire.
    La ciliegina sulla torta che avrebbe assai ferito la Carlucci – che non ha alcun problema, né astio con Barbara D’Urso- è stata la presentazione dei palinsesti Mediaset a fine giugno. In quell’occasione Pier Silvio Berlusconi, riferendosi al presunto plagio aveva dichiarato: «È un format sudamericano, si tratta di far ballare persone normali e vip. La tv di oggi è destinata a seguire programmi già esistenti. Tante trasmissioni si somigliano, che dovremmo fare noi quando ci copiano?».
    Dichiarazioni che avrebbero offeso Milly, decisa così a ricorrere alle vie legali. Vero è che Mediaset ha regolarmente acquistato il format dalla casa di produzione Televisa: si chiama «Dancing for a dream» (chiamato in altri Paesi anche «Bailando por un sueño» ).
    Mentre il format di Raiuno è della Bbc e si chiama «Strictly come dancing» (acquistato in Italia da Bibi Ballandi, un cognome, una garanzia). Ma la Bbc aveva già mandato una diffida alla Televisa poiché aveva ravvisato gli estremi di plagio. E di recente la Bbc ha scritto una lettera a viale Mazzini chiedendo di monitorare la situazione. Dunque la «copiatura» sarebbe avvenuta a monte. E ora? La storia (della tv) ci insegna che alla fine non succede nulla. Si fa zapping tra cloni con buona pace di chi è arrivato prima.
    (fonte: “Corriere della Sera”, 8 luglio 2011 – articolo di Maria Volpe)
  • Un dibattito sullo stato della televisione
    “Il pane dell’informazione” come merce rara nell’Italia del crepuscolo berlusconiano. La metafora la sceglie Enrico Mentana, per raccontare il paradosso dell’Italia che cambia, in un dibattito in cui i volti e gli autori dell’informazione confrontano con la periferia romana nel primo dei tre giorni di incontri nell’area dell’ex Snia Viscosa (Prenestino).
    È normale che un dibattito serale sullo stato della televisione richiami 600 persone? “Se la televisione è il luogo in cui si misurano il tasso di democrazia e cambiamento di un paese – spiega Carlo Freccero, sì. Soprattutto nel momento in cui Todo cambia” .
    Sul palco c’è un parterre difficile da riunire anche per una prima serata. C’è Enrico Mentana che è riuscito a quintuplicare gli ascolti del tg di La7. C’è Lucia Annunziata, conduttrice di In mezz’ora uscita e rientrata da Rai3, c’è Freccero, il più istrionico degli autori tv, e Flavia Perina, deputata di Fli, giornalista già direttore del Secolo d’Italia, e Nino Rizzo Nervo, consigliere d’amministrazione Rai in quota centrosinistra.
    Mentana svela i retroscena della trattativa con Santoro, spiegando che la sua rete “Si è irrigidita”, Rizzo Nervo grida “La Rai è morta! Lo dico da anni. Io tifo La7!”, la Annunziata spara contro la collega Serena Dandini “La sua fiction sui cessi di Palazzo Grazioli è di cattivo gusto, se la poteva risparmiare”, e la Perina strappa applausi spiegando il paradosso dell’ex Pdl: “Dite tutti che Minzolini è di destra, parliamo di un ex extraparlamentare di sinistra, poi di area socialista, quindi berlusconiano. Mia madre, la persona più di destra che conosco, quando lo vede si sente male”.
    Ma è dal pubblico in platea che arrivano le domande più interessanti. Un ventenne, che da anni vive a Londra, chiede: “Come mai i tg nazionali di Rai e Mediaset danno notizie che non spiegano nulla e manipolano i fatti?”. Mentana picchia duro, parla di colleghi direttori, e degli uomini Rai “che hanno abdicato al proprio ruolo di giornalisti. Dicono che io sono quello dell’innovazione, ma il mio tg ha la formula più classica che si possa immaginare.
    Poi il dibattito si accende perché Mentana parla dei movimenti che, a suo dire, “sono spariti, è sparito quello degli studenti, è sparito il Popolo viola, su cui il vostro Federico Mello ha scritto un libro”. Una signora sui 55 anni incalza il direttore: “Non è vero che sono spariti i movimenti, non è sparita la rabbia della gente. Siete che voi che non ci degnate di attenzione”. Lucia Annunziata teorizza la “superiorità della tv di sinistra”, ma attacca “la sinistra antiberlusconiana che continua ad usare la comicità contro Berlusconi”.
    Mentana critica la Annunziata. Rizzo Nervo difende il suo operato (“Se non ci fossimo noi, non esisterebbe nemmeno il cosiddetto fortino della Rai, e Fazio e la Gabanelli sarebbero già da un’altra parte”), Freccero si esibisce in una lezione di critica pura della televisione: “I Tg sono il segno forte di una rete, quando scompare l’autorevolezza del tg scompare la rete. Il marketing ha deciso a tavolino che a Rai1 ci sono i telemorenti”, Risate.
    Mentana è d’accordo: “Guardate che La7 vista da dentro è persino un’azienda tradizionalista. E vi posso dire che la verità sta nel mezzo. Non sono piaciute le battute di Santoro sul fatto che ci fosse ‘troppa Telecom’ a via Novaro, visto che la Telecom è l’unico azionista. E nemmeno gli è piaciuto il fatto che Santoro dicesse ‘Resto anche solo per un euro’. Ma come? Lo dici mentre stai trattando con noi?”. Rizzo Nervo risponde con un vaticinio tutto da verificare: “Vi faccio un pronostico: fra tre mesi rivedremo Santoro alla Rai”.
    La Annunziata si appunta qualche medaglia sul petto: “Sono stata una delle poche a dare spazio a Landini o alle donne di Se non ora quando”, Luca Telese ricorda che “il quorum al referendum è stato raggiunto perché la rete ha orientato anche la televisione mentre fino a ieri avveniva il contrario”, Freccero disegna nuovi scenari: “Siamo alla fine di un regime, quello di Berlusconi, siamo forse al cambio. I tg sembrano parlare ad un pubblico morto vecchio, quando, invece, tutto cambia”. Todo cambia, anche in una estate romana in cui tutti dicono quello che non ti aspetti da loro, e ti viene voglia di vedere come andrà a finire per capire chi ci ha preso e chi no.
    (fonte: “Il Fatto Quotidiano”, 13 luglio 2011 – articolo di David Perluigi)
  • “Tabloid”, non c’è successo senza sadismo
    Quest’estate, con la crisi economica e lo sfascio del governo, staccare la spina risulta più difficile; sicché sembrava una buona soluzione quella proposta da Tabloid, la «nuova scommessa di Italia 1» il martedì in prima serata. Un «settimanale di informazione» che alternasse servizi impegnati e servizi leggeri, secondo l’opposizione di cronaca bianca (o rosa) e cronaca nera. A condurlo ci sono ben tre giornaliste: Monica Gasparini (professionista di lungo corso) e le più giovani Silvia Carrera e Monica Coggi. La scenografia è aperta e la sinergia tra le giornaliste è molto fluida. Troppo fluida, direi.
    A un servizio su Pietro Maso che si sposa segue un’intervista alla sorella di Raffaele Sollecito, poi un confronto tra il matrimonio di Alberto e Charlene con quello di Kate Moss, poi un’incursione «indiscreta» in casa di una modella serba seminuda, un’intervista insignificante a Melissa Satta, immagini da Cap d’Agde (noto ritrovo internazionale di scambisti) con pecette sui genitali di chi sta dedicandosi a orge sulla spiaggia (definita «un girone dantesco») e prima un riassunto sul verminaio di Avetrana. I colori si confondono, non si sa più se sia rosa o nero; si cerca il gossip nel delitto e il delitto (cioè il peccato) nel gossip. Il giudizio morale diventa gioco (i «voti» ai vip) e il gioco gossipparo di Gabriele Parpiglia si impanca a rivendicazionedella libertà d’espressione (nella rubrica Censored ). Finché alla fine arriva, a chiarire tutto, un reportage sugli alieni e i cerchi nel grano; il filo conduttore era semplicemente quello che fa ascolti senza impegnare la razionalità.
    Programma balneare dunque, al di là delle pensose dichiarazioni d’intenti. A seguire, nel palinsesto , c’era Confessione reporter , dove Stella Pende intervistava la madre di un ragazzo delle milizie armate palestinesi morto a Gaza in un attacco kamikaze; intervista intensa, che costringeva a pensare. Per i maghi dei palinsesti, perché mettere un programma decerebratoin prima serata e uno intelligente in seconda è chiaro: la gente è scema e la riflessione è per pochi. Questo limpido schema antidemocratico ha naturalmente la sua dose di verità, che però sembra messa in discussione dal recente successo di programmi impegnati e tutt’altro che facili.
    A meno di non provare a spiegarselo in un altro modo: mettiamo che l’alternativa non sia tra leggero e impegnato, o tra stupido e intelligente, ma sia invece tra quello che è davvero profondo per la psiche e quello che è più superficiale. Forse allora dovremmo concludere che il sadismo e il voyeurismo (anche se non vogliamo ammetterlo) sono desideri più infantili, radicali e autentici del semplice gusto di capire come vanno gli affari del mondo. Forse per questo anche i programmi di approfondimento, per avere successo, non possono esimersi da una spruzzata di voyeurismo (o di esibizionismo, che è il suo reciproco) e di sadismo.
    (fonte: “La Stampa”, 10 luglio 2011 – articolo di Walter Siti)
  • Nel CDA Rai si parla del calo di ascolti del Tg1
    L’ha confermato Lorenza Lei nella sua audizione davanti alla commissione vigilanza: il calo di ascolti del Tg1 preoccupa non poco la governance dell’azienda. La soglia del 20% rappresenta la delimitazione delle colonne d’Ercole. Scendere sotto equivale a una vera e propria caporetto per la storia della Rai. Nel mirino ci sono, come sottolinea Lei, “le performances editoriali e di ascolto di testate giornalistiche e reti generaliste, con analisi delle criticità e relative valutazioni”.
    “Per l’edizione meridiana del Tg1 si rileva”, aggiunge Lei, “rispetto alla corrispondente stagione televisiva, una flessione di -1,2 punti percentuali di share e parallelamente un incremento di +61mila telespettatori (l’aumento dell’ascolto deriva dalla crescita della platea televisiva che nella fascia di programmazione del tiggì supera i 900 mila individui). L’edizione delle ore 20 evidenzia una flessione di -2.7 punti % di share pari a meno 438 mila telespettatori”.
    (fonte: “Italia Oggi”, 13 luglio 2011 – articolo di Marco Castoro)
  • Carelli Show su SkyTg24
    Sarà il programma di punta di Skytg24, dal prossimo autunno. E per ora resta top secret. James Murdoch e Tom Mockridge avrebbero comunque chiesto a Emilio Carelli (che ha appena passato la staffetta della direzione del tg a Sarah Varetto) di mettere a fuoco nel corso dell’estate un talk show di politica. Un talk importante, con pubblico in studio, che partirebbe con un rodaggio di tre sere a settimana per diventare quotidiano (in prima o seconda serata, è ancora da decidere). Il format? Arriverà da Oltreoceano, è lì che Carelli sarebbe deciso a guardare in cerca di idee vincenti per il suo nuovo talk.
    (fonte: “Il Mondo”, 8 luglio 2011 – articolo di Enrica Roddolo)
  • Nomine, il partito Rai all’assalto
    La Rai è un barcone alla deriva su cui perfino l’orchestrina del Titanic non suonerebbe più. Tuttavia nessuno vuole mollare gli ormeggi (in questo caso dicasi poltrone) e i duellanti continuano a tirarsi i capelli anche con l’acqua alla gola. Una tv di stato più che mai specchio del paese, alle prese con i debiti e alla ricerca spasmodica del pareggio di bilancio. Il direttore generale vuole rimettere mano ai posti di responsabilità, il cda non ne vuole sapere di sfuggire alla logica della spartizione tra i partiti.
    Una situazione che sta portando allo scontro tra il partito Rai e appunto la politica. La squadra che Lorenza Lei vorrebbe nei posti di responsabilità è composta da tutti personaggi che lavorano a viale Mazzini da diversi anni, che hanno costruito la propria carriera attraverso numerosi incarichi aziendali. La nomina di Giancarlo Leone all’intrattenimento è stato il primo segno tangibile di questa nuova fase che la Lei vuole assolutamente, ma che in parecchi cercano di ostacolare.
    La sensazione che prevale è che alla fine (anche se non al 100%) il dg riuscirà a compiere la sua rivoluzione, che però, come la situazione politica si ristabilizzerà, potrebbe pagare a caro prezzo in prima persona. Dunque, la Lei è seduta su una polveriera. Ma farà di tutto per portare Angelo Teodoli a Raiuno, Pasquale D’Alessandro a Raidue, Maria Pia Ammirati a Raitre. Buone chance anche per Carlo Nardello come capo del personale.
    Il problema sarà convincere la Corte dei conti che l’operazione non provochi ulteriori danni erariali, perché Mauro Mazza e Massimo Liofredi faranno fuoco e fiamme per avere un incarico di pari prestigio a quello attuale.
    Per Paolo Ruffini, almeno questa volta, non dovrebbero esserci le difficoltà della precedente situazione, quando fu rimosso per fare posto ad Antonio Di Bella. Per l’attuale direttore di Raitre dovrebbe arrivare la promozione a vicedirettore generale. Intanto per questa settimana niente nomine. Si parlerà della fiction che dovrà diventare genere (Fabrizio Del Noce dovrebbe restare in sella) e si comincerà a preparare la strada ai cambiamenti, visto che si affronterà la situazione in cui vivono attualmente le tre reti Rai.
    (fonte: “Italia Oggi”, 13 luglio 2011 – articolo di Marco Castoro)

LA TV IN EDICOLA

“SORRISI E CANZONI TV”28/2011
Il numero in edicola dedica l’annuale copertina al “padrone di casa” Piersilvio Berlusconi, che presenta le novità Mediaset del prossimo autunno.

Partite di Champions League in diretta su Canale 5. L’arrivo di Panariello a Mediaset. E un modo tutto nuovo di guardare la tv. Sono solo alcune delle novità annunciate da Pier Silvio Berlusconi, vicepresidente di Mediaset, in una intervista esclusiva a Tv Sorrisi e Canzoni in edicola. Ecco di seguito qualche stralcio dell’intervista che viene pubblicata sul numero.

Sta per partire la rete all news di Mediaset, TGCom24: così lei avrà notizie a disposizione a qualsiasi ora rientri a casa.
«Mediaset è percepita come regina delle tv generaliste, ma in realtà negli ultimi anni, con coraggio, abbiamo innovato tanto: pensi al lancio dei canali tematici, alla costruzione da zero di Premium e alla prima vera offerta on demand. Ora partirà anche la nostra all news, che in realtà è un sistema di informazione che porta contenuti anche su smartphone, tablet e pc. Inoltre nel campo delle news video 24 ore su 24 in tv e sul web non esiste una vera leadership, quindi “TGCom24” sarà anche una grande opportunità».

Sempre in tema di informazione: ha sentito cosa ha detto Michele Santoro durante le trattative con La7?
«Cosa ha detto?».

Che voleva nel contratto le stesse garanzie che aveva avuto nel contratto firmato con Mediaset ai tempi di “Moby Dick”. Indirettamente, è un riconoscimento per l’editore…
«Quelle garanzie di libertà di espressione noi non le abbiamo date solo a Santoro, le offriamo a tutti quelli che lavorano a Mediaset. E credo che il nostro palinsesto parli da solo».

Santoro o non Santoro, La7 sta crescendo…
«Mah, con tutto il rispetto non è una crescita strutturale, fanno ascolto solo alcuni programmi di attualità politica e c’è il rischio che se la situazione dovesse raffreddarsi l’audience potrebbe scendere. Comunque in questo momento non è l’1 o il 2 per cento di share di una singola rete a fare la differenza, è la concorrenza nel suo complesso che ormai è vastissima».

Già. Tanto che coi canali tematici del digitale terrestre, con la pay e con tutto il resto, Mediaset fa concorrenza a… Canale 5!
«Vero, facciamo concorrenza anche a noi stessi, ma così va il mondo e questo è il futuro».

Come si «difenderà» Canale 5 dalla concorrenza anche interna?
«Intanto vorrei sottolineare che le nuove offerte Mediaset si aggiungono, ripeto, si aggiungono, alle reti generaliste che sono il centro della nostra tv. Canale 5 per qualità e quantità di programmi esclusivi e creati solo per il nostro pubblico è ineguagliabile. Consideri per esempio gli artisti che lavorano con noi: una lista impressionante di conduttori, comici, attori… Sono gli eredi di Mike, di Corrado, di Sandra e Raimondo, quelli che una volta erano “la” televisione. Oggi la tv è cambiata ma sono sempre i grandi personaggi a essere nel cuore dei telespettatori».

Nonostante i mille canali del digitale terrestre non vede le grandi reti in pericolo?

«No. Le faccio un esempio: quando uno vuole capire cosa succede nel mondo, gira e rigira guarda o il Tg5 o il Tg1. O… sì, anche il tg di Mentana su La7. Ma non solo: una delle grandi differenze della tv generalista rispetto al resto della concorrenza è l’intrattenimento “caldo”, in diretta o comunque dal vivo. È costoso, ma porta ascolti e unicità d’offerta. È questo che caratterizza le grandi reti, le sole guardate da milioni e milioni di italiani».

Quindi?
«Quindi noi insistiamo su questa strada e lavoriamo sempre a nuovi prodotti. Per esempio in autunno arriverà lo show di Checco Zalone, un talento davvero irresistibile».

E Giorgio Panariello.
«È un grande e tornerà finalmente in tv dopo 7 anni. Lo vedremo all’inizio del 2012. E stiamo anche pensando a uno show per Luca e Paolo».

Perché non faranno più le Iene? Ci sono stati attriti?
«Ma no… Sono cresciuti. È la naturale voglia di cambiamento, dopo tanti anni».

Poi ci sarà la versione extralarge del Grande Fratello, addirittura 30 puntate.
«Non sappiamo ancora quanto durerà, dipende. È importante avere prodotti forti, che garantiscono ascolti per tante settimane consecutive. È anche grazie ai risultati costanti di prodotti come GF che possiamo pensare a programmi-evento di poche puntate».

In autunno arriveranno anche: Gerry Scotti…

«Sì, oltre alla nuova edizione di “Io Canto”, anche qui abbiamo deciso di rischiare e riportare il quiz in prima serata, come faceva Mike. Ma abbiamo Gerry che è una garanzia, ci crediamo».

…e il nuovo show con Barbara D’Urso per il quale la Rai minaccia azioni legali…
«Barbara lancerà un talent sul ballo, come ce ne sono in tutte le tv del mondo. Non capisco le polemiche che ho letto: si tratta di un format sudamericano adattato all’Italia. Nessuno ha l’esclusiva sul canto, sul ballo, sulla comicità…».

Negli Stati Uniti la finale del SuperBowl è stata vista da 111 milioni di telespettatori, un ascolto pazzesco. In Italia un’audience così totalizzante potrebbe averla solo una grande partita di Serie A, in diretta e gratis. Sarà mai possibile vedere in diretta Inter-Milan su Canale 5?
«Fino a qualche anno fa le partite di campionato in diretta erano impensabili persino sulla pay tv. Oggi invece succede. E abbiamo anche pensato alla Serie A in chiaro e in diretta, ma il costo sarebbe insostenibile rispetto alla quantità di pubblicità che si può inserire in una partita. Però…».

Però?
«Però nella Champions League ci sarà un grande cambiamento. Dal 2012, Canale 5 trasmetterà la partita italiana del mercoledì in diretta e in esclusiva. Un match non visibile sulla pay. È un passo nella direzione che diceva lei, quella del SuperBowl. Ed è esattamente la filosofia delle reti generaliste a cui accennavamo prima: prodotti esclusivi, in diretta, seguiti nello stesso momento da una quantità di pubblico senza confronti».
(fonte: “TV Sorrisi e Canzoni” n° 28/2011)

TELEFILM

  • Parenthood e la parabola (in giù) dei telefilm in TV
    Lo strano e ingiusto destino dei telefilm. Fino a due o tre anni fa, alcune serie americane facevano il pieno: gradimento della critica, successo di pubblico, capacità di «reggere» tranquillamente le serate (prima o seconda) della tv generalista. Poi qualcosa è cambiato. Ulteriore segnale di questo cambiamento, l’atteso risultato poco significativo di «Parenthood», la saga familiare, spin-off di un film di Ron Howard, che Canale 5 ha lanciato in prime time. Certo, siamo d’estate, fuori dalla «garanzia», gli ascolti complessivi sono più bassi, ma anche qui qualcosa è cambiato: con le nuove reti digitali e l’offerta pay sempre più aggressiva, la generalista non può perdere troppo terreno nemmeno d’estate, e forse il concetto stesso di «periodo di garanzia è superato».
    Fatto sta Mediaset ha avuto senz’altro coraggio
    : «Parenthood», col bravo Peter Krause, è una serie complessa, che tratta temi importanti come la Sindrome di Asperger. Gli spettatori delle prime due puntate sono stati 2.245.000, per uno share medio del 10,8%. Quella stessa sera la ben meno raffinata serie made in Italy del «Commissario Rex» ha meglio incontrato le richieste del pubblico, raccogliendo oltre 3 milioni e 800.000 spettatori (17,2% di share).

    Sebbene «Parenthood» non abbia la forza di reggere una prima serata, il profilo del pubblico è incoraggiante: un’audience femminile (13% di share), decisamente giovane (miglior share sui venti/trentenni, col 16,4% di share). Ecco perché Mediaset ha deciso di non rinunciarvi: la serie resta su Canale 5, ma in seconda serata. L’impressione complessiva è che, a fronte di contenuti che restano molto alti e raffinati, come i drama, la tv generalista italiana non abbia ancora trovato un contenitore adeguato per trasmetterli e valorizzarli.
    (fonte: “Corriere della Sera”, 11 luglio 2011 – articolo di Aldo Grasso)

L’INTERVISTA

  • Le memorie di Maurizio Costanzo
    Il bambino che si annoiava dietro ai vetri di una finestra con un portasapone trasformato in microfono ha trovato l’antidoto al tedio lavorando. Quarant’anni di tv, testi musicali, sceneggiature. Ora che gli anni sono 72, le giornate particolari di Maurizio Costanzo hanno finito per somigliarsi. Sveglia, ufficio, palco, programmi radio, scaramanzie. Odia il viola, non sopporta i tempi morti. Inventa, si incazza, legge, progetta. Non saprebbe fare altro perché ognuno, anche il figlio di Iole e Ugo che a 14 anni scriveva lettere a Montanelli, ha il suo destino.
    Quello del creatore del talk show italiano che per un quarto di secolo ritmò lunghe notti, discussioni e sentimenti in contrasto è aver segnato un’epoca. Oggi che i giganti sembrano nani, Maurizio, che alto non è mai stato, li osserva issato sullo sgabello dell’ironia. Il teatro Parioli cambia di mano, la tv italiana di segno. Forse è un’illusione ottica. Manifesti di Totò alle pareti, foto con Sordi e Gassmann, ammonimenti stampati a caratteri cubitali: “Signore, benedici chi si fa i cazzi suoi”, costanzismi.
    Maurizio alterna l’italiano della Crusca al romanesco. L’intervista, come sempre, la guida lui. «Iniziammo al Sistina nell’82, poi ci spostammo al Parioli. Serviva denaro e io chiesi a Berlusconi di tentare l’azzardo: “Ti produco il Costanzo Show solo se vai in onda tutte le sere”. Io me volevo ammazzà».

    Timore della fatica?
    «La prima settimana ero frastornato, annichilito, stravolto dalla tensione. A casa, passavo dallo stato catatonico ai massaggi del terapista. Poi mi ripresi, fu una grande stagione».

    Durata un quarto di secolo.
    «Esordii con Villaggio e la Borboni. Poi vennero tutti. Facevano la fila. Politici, attori, signor nessuno che sarebbero arrivati a farsi conoscere. Il pubblico era parte dell’arena. Oggi vanno di moda i figuranti. La mia gente era vera. Partecipava, ululava, fischiava, urlava e applaudiva».

    E lei al centro della scena. Senza cravatta.
    «Berlusconi provò a farmela mettere. Avrò ceduto tre volte in tutto. Io non ho collo. Per me la cravatta non è un vezzo, è un’impiccagione».

    Comunque ogni sera modulava il tono: «’Bboni» e controllava il circo. Il pubblico del Parioli e Costanzo. Il suo domatore di riferimento.
    «Il domatore non dà mai le spalle alla tigre e il buon presentatore fa lo stesso con la platea. Non si sa mai. Distrarsi è un rischio. Io annusavo l’aria, captavo i segnali. I fischi a De Michelis in galleria al Politeama di Napoli, pochi mesi prima di Tangentopoli, furono più di una profezia sul crollo generale. In mezzo alle tempeste, comunque, stavo a meraviglia».

    Berlusconi l’ha mai censurata?
    «Ho fatto il Costanzo Show in assoluta libertà. Quando scese in campo gli dissi secco: “Non ti voterò mai, ma mi comporterò bene se tu farai lo stesso”. Così è stato. Lo preferivo editore, a opporci alla nascita di Forza Italia fummo in pochi. Io, Letta, Confalonieri. A quelle riunioni c’era anche Mentana».

    Era d’accordo con l’idea del Partito-immagine?
    «Onestamente non me lo ricordo».

    L’ha stupita il successo di La 7?
    «No. Enrico portava sulla pelle i segni della gravissima ferita dell’esilio televisivo. Un allontanamento coatto, ingiustificato, con l’odioso sospetto della vendetta politica. Ho sempre sostenuto che dovesse tornare in video».

    Ha lasciato il segno?
    «E’ stato bravo perché ha saputo accendere la rete. Però su La 7 sono pieno di domande. Che senso ha che Fazio lasci la Rai per replicare “Vieni via con me” da un’altra parte?».

    Santoro, comunque, a La 7 non andrà. Ha sostenuto che lui e Mentana sono «diversamente liberi». Qualcuno suggerisce che il mancato accordo tra il conduttore di Annozero e la tv di Telecom sia figlio di un baratto. Un favore (remunerativo) fatto dal Governo Berlusconi a Telecom.
    «Ho letto. Conosco entrambi da anni. Le dico la verità, la polemica non mi appassiona. In politica tutto è possibile, anche cortesie che sembrano sulla carta fantascientifiche. Però prima ancora di pensare alla censura di Stato, mi indirizzo a una soluzione più semplice. Credo che Michele, a La7, non volesse andare. Immagino preferisca l’idea di essere davvero libero su un network di tv locali».

    Una rivisitazione del vecchio telesogno.
    «Sta parlando con uno dei suoi inventori. Quella è un’utopia sganciata dagli editori che farebbe ancora molto bene al sistema. Per anni ho sperato si realizzasse, ma non c’erano le condizioni. Sono ancora molto difficili ma a Michele dico, sono qui. Telesogno sarebbe il mio Gerovital».

    Mancanze della tv odierna?
    «Gabanelli e Iacona sono bravissimi, ma la domanda è un’altra: perché nessuno cerca qualche bravo giornalista di destra bravo?».

    La 7 sogna un programma in cui destra e sinistra duellino con Telese e Facci nel ruolo di protagonisti.
    «Telese è bravo. Facci invece è quello che ce l’aveva con me perché avevo offerto voce e proscenio a quel grandioso personaggio che è Platinette. Lasciamo perdere. Ma la pregiudiziale verso quelli di destra, ripeto, è sciocca. Perché uno come Pietrangelo Buttafuoco, che incarna la bella cultura siciliana alla Brancati non può fare tv di alto livello? Dove è il problema?»

    Quello italiano non è un giornalismo british?
    «L’equidistanza non esiste. Un giorno uno mi disse: “sotto elezioni i giornalisti devono avere la faccia neutrale”. Io non riesco ad averla, non so cosa significhi. Non puoi non esprimere le tue opinioni, soprattutto nel costume che si fa politica. Pensi alla Mafia. Parlarne non è forse fare politica?».

    Ancora Costanzo Show. Il Parioli per lei significa anche l’attentato del maggio 1993.
    «Non dovrei essere qui a parlarne. Settanta chili di tritolo, un’azione pianificata per mesi, quattro secondi di miracolosa casualità che hanno salvato la vita a me e a Maria De Filippi. Il cratere sembrava quello visto da Armstrong sulla luna nel ’69. I vetrai del quartiere sono diventati ricchi con quella bomba».

    Ha avuto fortuna.
    «Chelazzi, il magistrato che lavoro con Vigna e oggi purtroppo non c’è più, ricostruì minuziosamente la genesi dell’attentato. Troppe trasmissioni contro la Mafia, troppe magliette bruciate in diretta, troppi ospiti scomodi. Quando vide Falcone in tv Riina disse: “Questo Costanzo mi ha rotto i coglioni” e catanesi e corleonesi salirono a Roma per settimane a studiare le mie abitudini. Matteo Messina Denaro, per dire, era sempre al bar d’angolo di Via Fauro. Per certa gente le sentenze non si discutono, si eseguono».

    Lei andò al processo di Firenze.
    «Non ebbi cuore di guardare in faccia i mafiosi. Da allora ho la scorta. Pensi che strano, dal ’93 la Mafia non ha più messo bombe».

    Cosa intende dire?
    «Cosa Nostra non è una bocciofila. Se non fa attentati vuol dire che mangia, fino a saziarsi, in altri ambiti».

    Ora il Parioli non c’è più.
    «Non è vero. Ci sarà ancora, lo guiderà Luigi De Filippo e si continuerà a fare teatro. Soprattutto, me lo lasci dire, quell’esperienza non tramonterà in un garage. Sarebbe stato triste. Economicamente, gli ultimi due anni sono stati un massacro».

    Quantifichi.
    «Ci ho perso due milioni di euro. La quotidianità dello show era scomparsa e i costi, senza un network alle spalle rimanevano invariati. Ho tre figli, quattro nipoti, nessun conto in Svizzera e avevo lasciato Mediaset, di mia sponte, nel 2007. A fare il salto mi ha convinto mio figlio Saverio. “Molla papà, cambiare fa sempre bene».

    Che padre è stato Maurizio Costanzo?
    «Un genitore assente. Ci ho provato, qualche volta ce l’ho fatta ma complessivamente, sono stato da un’altra parte. Però i miei figli mi piacciono. Sono forti, consapevoli, coraggiosi».

    L’hanno vista resistere 4.391 puntate.
    «Vuole sapere il paradosso? A volte mi accuso di avere avuto eccessiva fretta nel dire basta e poi mi calmo, perché non si può percorrere sempre la stessa strada. Sapevo fare quello e il tempo in cui parlare in tv con semplicità era finito. Comunque non sarei mai stato capace di inventarmi qualcosa di nuovo. La lotta con le altre reti, tra nudo, porno e insulti era impari e l’Italia è un paese invidioso, lungo e stretto».

    Ovvero?
    «Levate tu che me ce metto io».

    Lei ha scoperto talenti e consacrato eretici come Carmelo Bene. Qualcuno però la disconosce.
    «Non mi curo degli ingrati. Ma giocando tra passato e futuro, per la tv italiana, sarebbe essenziale riprendere a fare un lavoro di casting. Lorenza Lei è un’ottima manager, ma la Rai deve tornare a proporre una visione, interpretare davvero la funzione di servizio pubblico».

    Si dice che Costanzo sarà direttore di Rai 5.
    «E’ una balla. Non ho più l’età e il direttore attuale, D’Alessandro, è bravissimo.

    Torniamo indietro. Ricordi giornalistici?
    «La mia prima redazione vera fu Paese Sera. Agosto romano. Entro e il capo, Antonio Ghirelli, mi chiede in quale sport sia ferrato. Sussurro “Il ciclismo” senza troppa convinzione. Mi butta le agenzie in mano e mi dice: “Oggi farai l’inviato al giro del Belgio”. Firmò Maurice Costance. Un genio, Ghirelli. Ho il sospetto che i giornali del 2011 non funzionino più così».

    Il sarcasmo è stata la sua bandiera e Vaime è ancora uno dei suoi amici più cari. La convince la satira di oggi?
    «Sono contento che Corrado Guzzanti sia tornato, però sul palco i volti sono sempre gli stessi e il ricambio è un’utopia. Berlusconi e la satira politica su di lui, a forza di ossessioni, hanno occupato tutti gli spazi disponibili. Nessuno satireggia più sui tipi umani, sulle debolezze, sui tic. Il vicino, lo studente, il barista. All’epoca di Lorenzo, Corrado lo faceva. Mi pare che non l’abbiano imitato in molti».

    Quello con Maria De Filippi è il suo quarto matrimonio.
    «Io, come milioni di altri uomini degli anni ’70, avevo bisogno di conferme. Oggi l’uomo non sa neanche più chi è e Maria è una persona solida. Oltre l’affetto c’è l’amicizia. Non è poco. Maria è l’unica donna con cui non ho fatto la comunione dei beni».

    Come ha fatto a conservare qualcosa dopo mezzo secolo di lavoro e 25 anni di tv?
    «Ho sempre dialogato con me stesso»

    Alla dipartita pensa mai?
    «Ci penso sempre, se alla mia età non mi ponessi il problema sarei uno stupido. Sono soddisfatto. Ho fatto quello che ho potuto. Dica la verità, con interviste come questa (arrota il dialetto ndr) ve portate avanti per quando muoio». (ride ndr)

    Costanzo vota ancora?
    «Sempre. L’ultima volta in occasione dei Referendum. Quattro sì e un godimento particolare sul quesito che avrebbe potuto far costruire tante piccole potenziali Fukushima in Italia. Sono un vecchio antinuclearista, io».

    C’è un uomo nuovo all’orizzonte?
    «Credo in Vendola. Mi piace. E’ bravo, a patto di rinunciare a qualche eccesso di demagogia di cui non ha bisogno. Il problema della sinistra italiana è ricostruire un’alternativa. Il tema chiave del berlusconismo calante non è quanto possa ancora resistere Berlusconi, ma quanto riuscirà a crescere una proposta diversa».

    Con Berlusconi parla mai?
    «E’ più di un anno che non lo sento. E’ un uomo intelligente, abile, circondato dai proci. Osservandolo, ho l’impressione di una persona braccata».

    Con sua figlia Barbara lei ebbe qualche dissidio. L’erede mostrò dubbi nei confronti del suo modello televisivo e lei, duro, rispose “Deve avere qualche problema in famiglia”.
    «Ricordo. Pato, il fidanzato calciatore, non mi dispiace affatto però».

    L’Italia di oggi?
    «Di una precarietà disarmante. Prenda la vergogna della spazzatura napoletana».

    Dica.
    «Forse, se la legalità non è in grado di assolvere ai suoi compiti, il ciclo dei rifiuti deve essere appaltato alla Camorra».

    Che fa, provoca?
    «Certo. Non ci hanno forse fatto mangiare per anni le mozzarelle alla Diossina decantando le virtù dei prodotti tipici? Nulla va nella direzione giusta e si vive di spontaneismi quasi eversivi. Si sceglie un sito di stoccaggio e il paesino limitrofo si rivolta. Il Governo decide di spostare una piccola parte dei rifiuti in Lombardia e la Lega insorge. Ma siamo impazziti?».

    Lei scrisse “Se telefonando”. Lo strumento, a leggere i giornali, pare usato senza eccessive prudenze.
    «Se le conversazioni intercettate siano penalmente rilevanti lo deciderà un giudice, comportamentalmente, però, sono devastanti. Non riesco a minimizzare. Il linguaggio rappresenta la spia di un’essenza e scoprire di avere dirigenti della tv di Stato che dicono di essere arrapati come bestie non mi rende contento».

    Mauro Masi lo conosce?
    «Da tempo. Fare il dg della Rai era il suo sogno. Posso dirle che Santoro è stato fortunato. Ha avuto culo. Magari avessero telefonato a me in diretta. Per Michele, quella è stata più di una medaglia».

    Ha mai incontrato Bisignani?
    «Mai visto. (Apre un cassetto, tira fuori una voluminosa rubrica, inizia a sfogliarla, legge ad alta voce i cognomi alle lettera b. Bianchi, Biasimi, Bigoni). Guardi qui, Bisignani non c’è. Evidentemente io non conto un cazzo. Ha capito quanto incido poco?».

    La P4 di oggi è diversa dalla P2 di allora?
    «Nella tenaglia di Gelli finii per caso, è una vicenda che mi è pesata e sinceramente mi fa impressione che qualcuno ancora me ne parli. Ammisi l’errore dopo tre giorni, ho la coscienza a posto e so che Gelli ce l’ha ancora con me. Sono stato l’unico a scardinare il meccanismo».

    Bisignani faceva Lobby?
    «Ho letto una bellissima lettera di Claudio Velardi l’altro giorno sul Corriere della Sera. Rivendica il ruolo delle lobby, che dice, sono un’entità importante. Ma lo saprà, questo è sempre il Paese di “Mi manda Picone”. Una cosa seria diventa subito operetta, farsa, macchietta».

    Le pare grave?
    «Ma no, bisogna ridere per non piangere. Se Stefania Prestigiacomo, nelle telefonate con Bisignani si sente un contorno, il Ministro Fitto che dovrebbe essere? Una posata?».

    (fonte: “L’Espresso”, 11 luglio 2011 – intervista di Malcom Pagani)

LA LETTERA

  • Carlo Freccero risponde a Grasso sul futuro della TV
    Quando si parla di futuro, se non si vuole fare fantascienza, bisogna partire dal presente, quel presente che ancora non è stato assimilato come tale. Nell’immaginario della maggioranza, il presente della televisione è ancora il modello generalista. Ma nella televisione come medium è in corso una mutazione genetica di portata rivoluzionaria. Con il digitale stiamo assistendo a un’ibridazione tra i maggiori mezzi di comunicazione: televisione, telefono, computer.
    Questa convergenza, questa interazione non può lasciare nessun medium isolato, diverso, con caratteristiche proprie. Il telefono è sempre più televisione e computer. Il computer televisione e telefono. Anche la televisione sta subendo un’analoga mutazione . Il futuro della televisione riguarda quindi gli sviluppi della tecnologia. E non è un problema di contenuti o di regole consolidate.
    Mi permetto quindi di contraddire il prof. Aldo Grasso, peraltro mio carissimo amico-nemico, quando, criticando un mio intervento sul Fatto, nega la possibilità di costruire una televisione senza editore. Grasso riporta le mie premesse a proposito del programma di Santoro “È un programma che [crea problemi], inquieta perché dimostra che todo cambia; non solo la politica, ma anche i media. Tre ore e mezzo in diretta [da Villa Angeletti] superano la televisione generalista e tradizionale con un editore noto e unico. Adesso la televisione viene dissolta nella multi-piattaforma che segue l’evoluzione tecnologica. Ecco, la commistione di digitale, analogico, satellitare, Internet”.
    Sulla possibilità di una televisione al di fuori del televisore, Grasso è d’accordo, ma nega la possibilità di costruire una televisione senza editore, partendo dalla constatazione che: “Una Tv si regge sul palinsesto, sulla regolarità, sulla formalizzazione dell’offerta”. Condizioni tutte che secondo lui solo un editore professionista può garantire.
    Queste affermazioni si riferiscono al modello consolidato di Tv generalista. Ma Mc Luhan ci ha insegnato che il medium è il messaggio. Cambiando il medium cambia il messaggio, l’organizzazione della comunicazione. Io ho lavorato sino ad ora in scenari diversi: la Tv commerciale delle origini, il servizio pubblico in Francia e in Italia, il digitale satellitare, il digitale terrestre.
    Ogni volta, per costruire la mia offerta, mi sono prima interrogato sulle differenza di comunicazione che dettavano le regole della programmazione. Non ho pensato ai contenuti da inserire (pedagogici, divertenti, di nicchia o di culto) prima di aver valutato le differenze strutturali. Anche il digitale, la teoria della coda lunga, la fruizione dei programmi su piattaforme diverse, dettano le proprie leggi alla programmazione.
    Se tutto questo è vero, se due medium tecnicamente identici come la Tv servizio pubblico e la Tv commerciale sono completamente diversi solo perché intrattengono con il loro pubblico un rapporto opposto, a maggior ragione il futuro della televisione ibridata con ogni tipo di medium alternativo, non può rispecchiare il passato della Tv generalista. Il caso Santoro con Tutti in piedi ci ha dimostrato molte cose.
    Il pubblico non è più passivo, lo era il pubblico della televisione pubblica. Il pubblico cresciuto sul Net è in grado di costruire da solo il proprio palinsesto, cercando quello che vuole, i suoi contenuti, su qualsiasi tipo di medium. E ritiene questo un diritto, la fruizione di un bene comune. Il concetto di comune è attualmente al centro del dibattito politico e culturale dopo il libro di Negri e Hardt. Ma il concetto di comune nasce dal Net, come concetto di condivisione, di intelligenza collettiva.
    Esteso ai beni primari, aria, acqua, cibo, torna ora anche come richiesta di beni “morali”, l’informazione e la libertà di espressione, che sono diritti umani basilari. Se il nostro sistema tradizionale di comunicazione è ingessato dalla censura, questa censura può essere aggirata col ricorso ad Internet, così come già stanno facendo i dissidenti di tutto il mondo. Ma la domanda è, si possono costruire vere e proprie trasmissioni televisive, non semplici post-it, senza il supporto di un editore professionale?
    Io penso e spero di sì. Un conto è l’editore, un conto il produttore o l’autore. L’ostacolo a produrre televisione era legato, sino ad oggi, a costi proibitivi. Il digitale rende tutto più semplice e più economico. E la risorsa a cui attingere è la pubblicità. Non c’è bisogno di un editore. Ma perché i pubblicitari dovrebbero dare fiducia al nuovo prototipo di televisione?
    Perché sul Net la pubblicità è costruita su misura, è estremamente mirata ed infinitamente più efficace del modello generalista. Così anche la pubblicità esce dal suo ruolo apocalittico di Persuasore occulto per diventare un servizio che suggerisce consumi su richiesta e su misura dello spettatore.
    (fonte: “Il Fatto Quotidiano”, 11 luglio 2011 – testo di Carlo Freccero)

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