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Edicola – “Rolling Stone” #94, agosto 2011: “525 canzoni da scaricare” 30/07/2011

Posted by Antonio Genna in Musica, Rolling Stone.
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Rolling StoneDi seguito ecco la copertina e l’elenco di alcuni contenuti del numero 94 – Agosto 2011 del mensile di musica, spettacolo ed attualità “Rolling Stone”. La rivista, edizione italiana dello storico omonimo periodico statunitense, è edita da Editrice Quadratum, da questo mese è diretta da Michele Lupi (ex-direttore di “GQ” e già condirettore di “Rolling Stone”) ed è in vendita in edicola da ieri al prezzo di 3,20 €.

Le cassettine di Bono, Iggy, Patti e …
È un classico dell’estate: la compilation per le vacanze. Un tempo eran le cassettine, ora le trappole di Steve Jobs. Le abbiamo fatte riempire a 50 pesi massimi del rock. Non vi rimane che scaricare (legalmente, eh!). E godere.

Pensi davvero che la tua playlist sia meglio di quella di Bono?
Che il dibattito abbia inizio. Abbiamo preparato la “nostra” versione di alcune delle 50 playlist. Perché non è mica detto che le “dieci migliori canzoni di David Bowie” scelte da Bono siano davvero le migliori in assoluto…

Con la mano sul cuore
1 agosto 1971: “The Concert for Bangladesh” inaugurava l’era delle rockstar sensibili alle cause umanitarie. Oggi, invece, a far del bene si rischia grosso. La nostra inchiesta

A seguire, una delle playlist incluse.

La playlist del pop anni ’80: Chris Martin (Coldplay) Vs. Fabio De Luca

Chris Martin è il mite frontman dei Coldplay, nonché marito della celebre scopa di saggin… ehm, della celebre attrice Gwyneth Paltrow, nonché padre dei loro due figli, Apple Blythe Alison e Moses Bruce Anthony. Come un uomo così carente alla voce “carisma” possa essere guida di una delle band più famose del pianeta Terra, è uno di quei misteri buffi che – alla fine – rendono tutto sommato ancora divertente bazzicare il mondo del pop. PS: il nuovo album dei Coldplay è atteso (col fiato sospeso) per l’autunno…

«Il suono dei Coldplay – specie quando entra in scena un synth – affonda sicuramente le sue radici nel pop degli anni ’80: A-ha, Michael Jackson, Kate Bush… Qui ho provato a mettere insieme le 10 canzoni che ci hanno maggiormente influenzato come band. Sono quasi certo di averne lasciata fuori qualcuna di importante, ma credo che il quadro sia abbastanza chiaro lo stesso!»

1. “Hunting High and Low ”, a-ha, 1985
Stava sullo stesso disco in cui c’era la loro hit più famosa, Take on Me. Una canzone dalla stupefacente carica emotiva, oltre che il più spettacolare uso mai fatto in un pezzo pop del suono di uno stormo di gabbiani.

2. “Running Up That Hill”, Kate Bush, 1985
Ciò che mi affascina è la nonchalance con cui Kate interpreta questo brano: anche se, ascoltandolo con attenzione, ti rendi immediatamente conto di tutto il lavoro di studio che c’è dietro.

3. “A Sort of Homecoming”, U2, 1984
Magari non sembra: sono un tipo un po’ superstizioso. Ad esempio, ogni volta che mi trasferisco in una nuova casa faccio in modo che questa sia la prima canzone che suono al suo interno…

4. “Buffalo Stance”, Neneh Cherry, 1988

5. “Sally Cinnamon”, The Stone Roses, 1987
Quando eravamo ragazzi, praticamente non ascoltavamo altro che gli Stone Roses. Davvero: all’epoca del loro primo album per noi, in Inghilterra, erano come i Nirvana per i nostri coetanei americani!

6. “Bad”, Michael Jackson, 1987
Il pezzo è firmato insieme a Quincy Jones, ma la linea di basso è farina del sacco del solo Michael: una delle cose più potenti mai sentite.

7. “Mr. Brownstone”, Guns n’ Roses, 1987
Quando, agli inizi dei Coldplay, ci trovammo a dover decidere chi tra noi dovesse essere il cantante, abbiamo usato questo pezzo come test. Alla fine ho vinto io, ma il nostro batterista Will Champion è risultato di gran lunga il miglior Axl di tutti noi.

8. “Back to Life (However Do You Want Me)”, Soul II Soul, 1989

9. “Orange Crush”, R.E.M., 1988

10. “Brilliant Disguise”, Bruce Springsteen, 1987
Al tempo pensavo fosse solo un bel culo con dietro una bandiera americana, così come appariva sulla copertina dell’album Born in the Usa. Adesso lo seguirei pure in capo al mondo…

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Fabio De Luca è il vicedirettore di Rolling Stone Italia, ma soprattutto ci terrebbe a passare alla storia come dj. Il suo blog segreto (nel quale scrive principalmente di oscuri re-editatori slo-mo-disco norvegesi) è: weekendance.tumblr.com

«La questione è spinosa, e per due buoni motivi. Innanzitutto: perché – a dispetto di quanto possa sostenere l’opinione comune – gli anni ’80 sono stati il decennio più articolato e complesso di tutti per quanto riguarda la musica pop (il primo in cui si sia sistematicizzata la pratica del revival, ma in cui al tempo stesso l’avanguardia riusciva ancora a contaminarsi con il pop – pensate solo a “O Superman” di Laurie Anderson, o agli Art Of Noise). Poi perché come qualsiasi classifica – ma questa più di altre, mi vien da dire – una selezione di pop anni ’80 non può prescindere dai gusti o dalle opinioni del suo compilatore… In più c’è un terzo problema, che però qui abbiamo elegantemente risolto: il fatto che gli ’80 siano stati dieci anni fortemente “sfumati” in testa e in coda, per cui calendario alla mano nel pop anni ’80 potrebbero rientrare pure cose come “Theme from S-Express” degli S-Express o “Pump Up the Volume” dei M.A.R.R.S. (che in qualche modo però “emotivamente” è come già fossero “anni ’90”, cosa che vale anche per gli Stone Roses menzionati da Chris Martin), o “I Love Rock & Roll” di Joan Jett, o “Walk This Way” di Run DMC/Aerosmith (che invece è come gravitassero ancora attorno alla fine anni ’70). Mi sono quindi, invece, concentrato su un repertorio che “tattilmente” evocasse il cuore del decennio ’80, lasciando per le stesse ragioni fuori quegli artisti “senza tempo” – Talking Heads, Elvis Costello… – che pure hanno prodotto materiale rilevante negli ’80. Questa è la lista: imperfetta per natura, come tutte le liste…».

1. “In The Air Tonight”, Phil Collins, 1981
Solo ora – a distanza di sicurezza di trent’anni – possiamo comprendere la grandezza di quest’uomo e di questo pezzo, che in un colpo solo anticipò il trip-hop (quella camera d’eco accesa a +10, quella batteriola insignificante che regge il pezzo prima che entri la roboante super-rullata di Collins in persona…) e TUTTO l’r&b cubista tipo Timbaland. Se una sola canzone dovesse sopravvivere alla fine del mondo, c’è solo da augurarsi che sia questa.

2. “Stepping Out”, Joe Jackson, 1982
Il revival swing innestato sul corpo della new wave retrò (alla Elvis Costello), e una delle prime avvisaglie di quei processi di “feticizzazione della nostalgia” che hanno permesso – 30 anni dopo – a gente come il saggista Simon Reynolds di riempire le 400 pagine di tomi come il suo ultimo “Retromania”. Gran bel video (nostalgico e emblematicamente pre-9/11), fra l’altro.

3. “Let’s Dance”, David Bowie, 1983
Il controverso, rimosso, sottovalutatissimo David Bowie anni ’80… Ripulito, fichetto, tutt’altro che sperimentale (anzi). Epperò con un intuito (che oggi definiremmo: “post-disco”) che lo portava qui a incrociare le spade con Neil Rodgers degli Chic – e, incidentalmente, quasi soprappensiero, a incarnare uno dei vertici fashionisti della new wave.

4. “My Own Way”, Duran Duran, 1981
Dire Duran Duran è dire anni ’80, ovvio. Purtroppo qui da noi in Italia i ragazzuoli di Birmingham hanno da sempre goduto di una fama da un lato sproporzionata rispetto al resto del pianeta, dall’altra inferiore ai loro reali meriti. Bollati (grazie Enzo Braschi del “Drive In”, grazie Clizia “Sposerò Simon Le Bon” Gurrado) come icona paninara, laddove invece le loro radici erano solidamente working class e perfettamente rispettabili dal punto di vista musicale (e non così lontane da quelle del coevo “Bromley contingent” londinese). Le “night version” sulle B-side di tutti i loro primi 12” (incluso quello qui sopra) sono ancora delle grandi prove di stile.

5. “Owner of a Lonely Heart”, Yes, 1983
Il trattamento futurista/rumorista/riempipista Trevor Horn (vale a dire: Buggles, Art Of Noise, Frankie Goes To Hollywood) sul corpo vivo – o forse, più probabilmente, morto – del rock progressivo inglese. Un caso di nip/cut bionico senza precedenti, che fa impallidire qualsiasi operazione di accanimento terapeutico vista succedere nel pop di lì in avanti.

6. “Private Eyes”, Daryl Hall & John Oates, 1981
Come trasformarsi da autori di pop-soul confidenziale anni ’70 in icone della (primissima) Mtv generation, e non perdere la tramontana cammin facendo. Il break di “handclap” dentro “Private Eyes” è ancora epocale: dovrebbero coverizzarla i Red Hot Chilli Peppers, dovrebbero…

7. “Don’t You (Forget About Me)”, Simple Minds, 1985
È vero, è il peggiore pezzo nella storia (in quegli anni ancora gloriosa) dei Simple Minds. Non è neanche un pezzo dei Simple Minds, in effetti: fu scritta da un autore a contratto della A&M per Billy Idol, che la rifiutò. Ma stava nella colonna sonora di uno dei film cardine dell’immaginario pre-Beverly Hills 90210 (e quindi nodale, per contrasto, nel processo di costruzione della coscienza sociale della futura generazione indie anni ’90): “The Breakfast Club” di buonanima John Hughes. (E comunque, sulla B-side del 45 giri ci stava uno di quei classici momenti etno balearici che – fra le tante cose – fecero dei Simple Minds i titani che ben sappiamo: “A Brass Band In African Chimes”).
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8. “Pale Shelter”, Tears For Fears, 1982
Un classico esempio di pop “interrogativo” e imperscrutabile, non così raro all’epoca: apparentemente senza radici, difficile da datare senza conoscere il repertorio del periodo (buona fortuna agli antropologi culturali che lo riscopriranno nell’anno 3.232), completamente celibe anche nel suo essere “pop”. Una schitarrata (quella che sottolinea il ritornello) che arriva direttamente dallo spazio profondo.

9. “Church of the Poison Mind”, Culture Club, 1983
Altro paziente zero nel processo di feticizzazione della nostalgia nel pop iniziato, appunto, in quegli anni. I Culture Club che riscoprivano il soul passando per la strada più lunga e tortuosa.

10. “Borderline”, Madonna, 1984
L’esatto punto di contatto tra lo Studio 54 e la scena funk multietnica newyorkese (della sua band allora facevano parte pure i Konk). Un disco che suona ancora incredibilmente attuale ma al tempo stesso – è un paradosso, lo so – mostra pure tutti gli impietosi segni del tempo trascorso.

11. “Questionnaire”, Chaz Jankel, 1981
Fuori quota, fuori concorso, una mania personale: dimenticato per tutti gli anni ’90 e ’00, rivalutato solo di recente grazie ai buon cuore della scena nu-disco, Chaz Jankel ha scritto pagine bellissime di funk bionico (tipo: “Glad to Know You”) – oltre che “Ai No Corrida” per Quincy Jones e “Spasticus Autisticus” per Ian Dury – e pure questa canzonetta robotica che pare quasi la sorella maggiore (laureata in medicina) di “Vamos a la Playa”…

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