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Dispersi d’estate (8) – A Woman, a Gun and a Noodle Shop, ovvero i Coen secondo Zhang Yimou 08/08/2011

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Dispersi d'estate, Film, Video e trailer.
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Ogni anno nel mondo vengono prodotti circa 25 mila film. In Italia ne arrivano a malapena 500. Gli altri si disperdono nei buchi neri della distribuzione. Hideout.it da anni si occupa di recuperare il buono dei dispersi con rassegne, un sito, un festival e il libro “Dispersi. Guida ai film che non vi fanno vedere”. Nell’indolenza dell’estate, un buon film rinfresca più di un ghiacciolo, perché un disperso al giorno toglie l’afa di torno…

A Woman, a Gun and a Noodle Shop, ovvero i Coen secondo Zhang Yimou

Presentato in concorso a Berlino nel 2010 e al festival del Cinema Africano di Milano nel 2011, una divertente farsa secondo il regista di Lanterne rosse, che per l’occasione si appropria della trama di Blood Simple, restituendo un remake ambientato nella Cina medievale.

Titolo: “A Woman, a Gun and a Noodle Shop”
Titolo originale:
“San qiang pai an jing qi”
Regia: Zhang Yimou
Sceneggiatura: Xu Zheng Chao, Shi Jianquan
Fotografia: Zhao Xiaoding
Montaggio: Meng Peicong
Musica: Zhao Lin
Interpreti principali: Sun Honglei, Xiao Shenyang, Yan Ni, Ni Dahong, Cheng Ye, Mao Mao
Produzione: William Kong, Zhang Weiping, Gu Hao
Origine: Cina, 2010
Durata: 95′
Colore


Recensione di Eugenio Peralta, apparsa originariamente qui

La moglie di Wang, avaro proprietario di una spaghetteria, ha una relazione clandestina con uno dei suoi servi, ma il marito la scopre e ingaggia un killer per ucciderli. Finirà vittima del suo stesso piano, innescando così una serie di equivoci risolti da una pistola arrivata dalla Persia.

Diciamolo francamente: l’ultimo film di Zhang Yimou è prima di tutto un inequivocabile – e inquietante – segno dei tempi. Il fatto che il regista cinese più celebrato e talentuoso abbia scelto di “rifare” i fratelli Coen, i colleghi più cool dell’altra sponda dell’oceano, sia pure nella loro versione più antica e misconosciuta (quella di Blood Simple, l’opera d’esordio del 1984), dimostra che il sorpasso orientale sugli Usa, anche al cinema, è definivamente avvenuto: il vampirismo americano ai danni del cinema di “altri mondi” si ribalta, un po’ come i rapporti di forza tra i due paesi. Il problema del film, come per tutti i remake, era in partenza quello di emanciparsi dall’originale: Zhang ha fatto di tutto per aggirare il parallelismo, a cominciare dall’ambientazione trasportata in un’imprecisata Cina del passato, per continuare con l’accentuata stilizzazione e la modifica di alcuni snodi narrativi.

Anche l’atmosfera è radicalmente mutata rispetto al film del 1984: l’impianto di base resta quello di una black comedy, ma il filmaker cinese vira decisamente verso la farsa, aiutandosi con l’utilizzo di personaggi stereotipati ispirati ai classici della commedia dell’arte e con una serie di dialoghi ai limiti del grottesco.

Malgrado ogni sforzo di differenziazione, tuttavia, l’opera di Zhang (e il titolo originale A Simple Noodle Story, in questo senso, era molto più azzeccato) resta indelebilmente “coeniana” nell’ispirazione di base: il modello della trama è il consueto paradigma dei due autori di Minneapolis, che vede un protagonista goffo e fuori contesto – in questo caso il pavido Li – impelagarsi suo malgrado in una serie di avventure tragicomiche, originate da fattori incontrollabili e da un destino beffardo. E la battuta conclusiva del personaggio, che prima di morire sussurra un “forse qualcosa ho sbagliato”, la dice lunga su quanto questo meccanismo sia stato rispettato anche nell’adattamento.

Per il resto, come detto, l’impronta di Zhang è visibilissima dal punto di vista stilistico: la prima scelta che salta all’occhio è quella di identificare ciascuno dei personaggi con un colore, rutilante e sgargiante (dal rosa di Li all’azzurro del “servo sciocco” che finirà per assumere un ruolo centrale nella vicenda), quasi ad accentuare il loro carattere di “maschere”. Il tutto sullo sfondo di un panorama lunare, un deserto rosso e surreale che ricorda molto da vicino la Death Valley. Come se non bastasse, il regista abusa senza ritegno di effetti visivi: carrellate, zoom, soggettive, grandangoli, riprese a volo d’uccello, ralenti e soprattutto riprese velocizzate. Un accumulo che va a un passo dal risultare stucchevole, ma l’autore di Lanterne rosse è una vecchia volpe e sa esattamente quando fermarsi. E lo stesso vale per l’interpretazione degli attori, certamente sopra le righe ma mai istrionica: svetta su tutti l’ottimo Sun Honglei nel ruolo del soldato-killer. Certo, per i fan di Zhang Yimou sarà difficile trattenere un po’ di rimpianto nel vederlo ormai perfettamente allineato a temi e ambientazioni “di regime” e concentrato su prodotti di puro intrattenimento. Ma anche questo, manco a dirlo, è un segno dei tempi.


Trailer originale:

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