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Dispersi d’estate (14) – In quello che noi definiamo Terzo Mondo, la difficoltosa e divertente vita di una donna emancipata: Faat Kiné 14/08/2011

Posted by Antonio Genna in Cinema e TV, Dispersi d'estate, Film.
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Ogni anno nel mondo vengono prodotti circa 25 mila film. In Italia ne arrivano a malapena 500. Gli altri si disperdono nei buchi neri della distribuzione. Hideout.it da anni si occupa di recuperare il buono dei dispersi con rassegne, un sito, un festival e il libro “Dispersi. Guida ai film che non vi fanno vedere”. Nell’indolenza dell’estate, un buon film rinfresca più di un ghiacciolo, perché un disperso al giorno toglie l’afa di torno…

In quello che noi definiamo Terzo Mondo, la difficoltosa e divertente vita di una donna emancipata: Faat Kiné

Ousmane Sembène è forse il più importanti autore africano. Uno che è riuscito a raccontare storie a lui vicine, mantenendo fede alle proprie origini, ma con un linguaggio comprensibile a tutti. Con Faat Kiné è riuscito anche a mostrare a noi occidentali una Dakar ricca e operosa, smontando piacevolmente i nostri pregiudizi. Soprattutto sulla condizione femminile.

Titolo: “Faat Kiné”
Regia: Ousmane Sembène
Sceneggiatura: Ousmane Sembène
Fotografia: Dominique Gentil
Montaggio: Kahéna Attia Riveill
Musica: Yandé Codou Séne
Interpreti principali: Séye, Mame Ndoumbé Diop, Tabara Ndiaye, Awa Séne Sarr
Produzione: Filmi Domireew
Origine: Senegal, 2000
Durata: 120′
Colore


Recensione di Eugenio Peralta, apparsa originariamente qui

Abbandonata da due mariti con i rispettivi figli, Faat Kiné è titolare di una stazione di servizio a Dakar. Nella sua vita di donna ricca ed emancipata ci sono molti uomini, ma sua madre e i figli Aby e Djip, appena diplomati, sono alla ricerca di un nuovo marito che le stia accanto.

Chi non conoscesse il cinema di Ousmane Sembène, forse il più importante regista africano di sempre, farebbe bene a scoprirlo al più presto, magari cominciando da questo piccolo capolavoro del 2000, uno dei suoi ultimi film (è scomparso nel 2007). Faat Kiné è il ritratto ironico e sfaccettato di una Dakar lontana mille miglia dall’immagine che molti occidentali hanno dell’Africa: un contesto urbano, moderno e ricco (almeno nelle figure dei protagonisti) che, tuttavia, riesce a raccontare il Senegal e l’Africa come nessun altro. Pur essendo essenzialmente una commedia sentimentale, il film di Sembène illumina con il suo tocco leggero e divertito temi cruciali come il passaggio generazionale da una società patriarcale e rurale a una modernità non sempre accettata, lo sviluppo economico discontinuo e ingannevole, persino i contrasti religiosi, sintetizzandoli spesso in un solo passaggio: da ricordare la scena in cui un cliente musulmano ripete ostentatamente «Allah è grande» davanti al benzinaio che indossa una collanina con la croce.

Tutto questo, è bene sottolinearlo, senza il minimo rallentamento o indugio: l’opera, grazie al fluente montaggio e ai dialoghi serrati, gode di un ritmo straordinario, capace di far scorrere in un baleno i 120 minuti di pellicola. Merito anche di una regia che, pur senza affidarsi a soluzioni tecniche rivoluzionarie, riesce a impressionare sempre lo spettatore per la scelta dell’inquadratura e i movimenti di macchina; eccezionali le panoramiche a volo d’uccello sulla Dakar metropolitana. Fotografia e colori non sono da meno, soprattutto nei densissimi flashback che raccontano la giovinezza di Kiné, in cui Sembène dimostra anche la sua maniacale cura per i particolari.
Dove però il film rivela davvero una grandezza inaspettata è nella caratterizzazione dei personaggi. Di incredibile forza e profondità psicologica quelli dei protagonisti, dalla “donna in carriera” Faat Kiné alla disillusa ma astuta Maamy, dai due mariti di Kiné al figlio Djip, aspirante presidente della Repubblica (memorabile il suo monologo finale: «Voi siete la vergogna della nuova Africa!»).

Ma a colpire sono anche le figure minori: il benzinaio Sagna, il playboy e scommettitore Massamba, la giovane Aby. Persino i comprimari che compaiono sullo schermo per pochi attimi, come il “corriere” in carrozzella o il capomastro corrotto che si occupa dei lavori nella casa di “Bob”, restano indelebilmente impressi nella memoria.

Questa formidabile galleria di personaggi va a comporre – senza mai farlo pesare allo spettatore – un mosaico corale di raro acume per un film che meriterebbe ben altra fortuna e forse anche un doppiaggio in italiano, anche se ciò non consentirebbe di cogliere né le sfumature della lingua wolof, né lo stridente contrasto tra questa e il forbito francese sfoggiato dai “giovani” senegalesi

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