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La lettura (5): Edgar Allan Poe “La rovina della casa degli Usher” 08/04/2007

Posted by Antonio Genna in Racconti.
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Edgar Allan PoeIn occasione della Pasqua, un nuovo appuntamento con i racconti ed il noir d’autore con “La rovina della casa degli Usher” (anche noto come “La caduta della casa degli Usher”), scritto nel 1839 da Edgar Allan Poe, autore a me molto caro e di cui avevo già riportato in questo blog “Il gatto nero” e “Il ritratto ovale”.

“Il suo cuore è un liuto sospeso;
Appena lo si tocca, risuona.”

De Béranger

Durante un giorno triste, cupo, senza suono, verso il finire dell’anno, un giorno in cui le nubi pendevano opprimentemente basse nei cieli, io avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di regione singolarmente desolato, finchè ero venuto a trovarmi, mentre già si addensavano le ombre della sera, in prossimita’ della malinconica Casa degli Usher. Non so come fu, ma al primo sguardo ch’io diedi all’edificio, un senso intollerabile di abbattimento invase il mio spirito. Dico intollerabile poiché questo mio stato d’animo non era alleviato per nulla da quel sentimento che per essere poetico è semipiacevole, grazie al quale la mente accoglie di solito anche le più tetre immagini naturali dello sconsolato o del terribile. Contemplai la scena che mi si stendeva dinanzi, la casa, l’aspetto della tenuta, i muri squallidi, le finestre simili a occhiaie vuote, i pochi giunchi maleolenti, alcuni bianchi tronchi d’albero ricoperti di muffa; contemplai ogni cosa con tale depressione d’animo ch’io non saprei paragonarla ad alcuna sensazione terrestre se non al risveglio del fumatore d’oppio, l’amaro ritorno alla vita quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo. Sentivo attorno a me una freddezza, uno scoramento, una nausea, un’invincibile stanchezza di pensiero che nessun pungolo dell’immaginazione avrebbe saputo affinare ed esaltare in alcunché’ di sublime. Che cos’era, mi soffermai a riflettere, che cos’era che tanto mi immalinconiva nella contemplazione della Casa degli Usher? Era un mistero del tutto insolubile; nè riuscivo ad afferrare le incorporee fantasticherie che si affollavano intorno a me mentre così meditavo. Fui costretto a fermarmi sulla insoddisfacente conclusione che mentre, senza dubbio, esistono combinazioni di oggetti naturali e semplicissimi che hanno il potere di così influenzarci, l’analisi tuttavia di questo potere sta in considerazioni che superano la nostra portata. Poteva darsi, riflettei, che una piccola diversità nella disposizione dei particolari della scena, o in quelli del quadro sarebbe bastata a modificare, o fors’anche ad annullare la sua capacità a impressionarmi penosamente; e agendo sotto l’influsso di questo pensiero frenai il mio cavallo sull’orlo scosceso di un oscuro e livido lago artifciale che si stendeva con la sua levigata e lucida superficie in prossimità dell’abitazione, e affissai lo sguardo, con un brivido pero’ che mi scosse ancor più di prima, sulle immagini rimodellate e deformate dei grigi giunchi, degli spettrali tronchi d’albero, delle finestre aperte come vuote occhiaie.

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Da Viva Radio2: “Povero Pinocchio” di Umberto Eco 20/10/2006

Posted by Antonio Genna in Libri, Racconti, Radio.
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Fiorello e Baldini - Viva Radio2Direttamente da “Viva Radio2” (Radio2 Rai, dal lunedì al venerdì alle ore 13.40, con Fiorello e Marco Baldini) di oggi 20 ottobre, ecco la prima parte del testo di “Povero Pinocchio” di Umberto Eco (presente all’interno dell’omonimo volume “Povero Pinocchio” – Comix, Bologna – 1995, pubblicazione ormai difficilmente reperibile), citato e letto all’interno della puntata per la sua particolarità: si tratta di una rielaborazione della classica storia di Pinocchio, il celebre burattino di Collodi, sotto forma di tautogramma, ovvero tutte le parole iniziano esclusivamente con una stessa lettera, la P.

Povero Pinocchio!

Povero papà (Peppe), palesemente provato
penuria, prende prestito polveroso pezzo
pino poi, perfettamente preparatolo,
pressarolo, pialla pialla, progetta
prefabbricarne pagliaccetto.
“Povero Pinocchio”Prodigiosamente procrea, plasmando
plasticamente, piccolo pupo pel pelato,
pieghevole platano!
Perbacco! Pigola, può parlare, passeggiare,
percorrere perimetri, pestare pavimento,
precoce protagonista (però provvisto
pallido pensiero), propenso produrre
pasticci. Pronunciando panzane protubera
propria proboscide pignosa, prolunga
prominente pungiglione, profilo puntuto.
Perde persino propri piedi piagati, perusti!
Piagnucola. Papà paziente provvede.
Pinocchio privo pomodori, panciavuota,
pela pere. Poco pasciuto, pilucca
picciuolo. Padre, per provvedergli
prestazioni professorali, premurosamente
porta Pegno palandrana.
“Pensaci”, punzecchialo peritissimo,
prudentissimo parassita parlante,
“prudenza, perseveranza! Prevedo pesanti
punizioni!” “Piantala petulante pignolo!”
Presuntuoso pupattolo percuote pedagogo
piccino piccino (plash!) producendone
poltiglia. Peccato. Poteva piuttosto
porgergli padiglione.
Poi parte pimpante, privo pullover. Papà
piange preoccupato: “Pinocchio perduto!”
Pellegrino, percorre perennemente pianure
paludose … Pinocchio, pedala, pedala,
pervicacemente peregrinando per piazze,
partecipa pantonima pupazzetti, periclita
presso pentola, prende pochi pennies.
Pervenuto Pub Palinuro Purpureo, per
perfidia personaggi poco popolari (pirati,
paltronieri perdigiorno), penzola penoso patibolo.
Puella portentosa (parrucca pervinca)
provvede poliambulatorio pennuto,
parlagli predicando perfetti principi,
promettendo prossima pubertà, persino
parvenza piacente persona. Pinocchio
pare puntiglioso, persistente,
predeterminato. Palle. Parole. Parcamente
persegue positivi propositi. Preferisce
passatempi pestilenziali, percorsi
puntellati perigli paurosi, perdendo
possibilità parascolastiche.
[…]

La lettura (4): Edgar Allan Poe “Il ritratto ovale” 15/08/2006

Posted by Antonio Genna in Racconti.
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In occasione di Ferragosto, un altro appuntamento con i racconti ed il noir d’autore con “Il ritratto ovale” di Edgar Allan Poe, di cui già in questo blog avevo riportato il racconto “Il gatto nero”.

Il castello di cui il mio valletto aveva osato forzare l’ingresso pur di non permettere che, gravemente ferito com’ero, io passassi la notte all’aperto, era uno di quegli edifici, tetri e grandiosi insieme, che da gran tempo ergono la loro aggrondata mole frammezzo agli Appennini, non meno nella realtà che nei fantastici scenari di Mrs. Radcliffe. Stando ad ogni apparenza, era stato abbandonato temporaneamente e da non molto. Noi ci insediammo in una delle stanze più piccole e meno sontuosamente arredate, sita in una torretta fuori mano. Gli addobbi erano di pregevole fattura, ma logori e segnati dall’usura del tempo. Alle pareti tappezzate di arazzi erano appesi trofei e panoplie d’ogni genere e forma, nonché un’infinità di originalissimi quadri moderni dalle ricche cornici dorate di stile arabesco.
Questi quadri, che rivestivano non solo le superfici principali dei muri, ma le innumerevoli nicchie imposte dalla bizzarra architettura del castello – questi quadri, dicevo, avevano destato in me un profondo interesse, determinato forse dal mio incipiente delirio; cosicché ordinai a Pedro di chiudere le massicce imposte della stanza (infatti era già notte), di accendere i bracci di un alto candelabro posto a capo del mio letto e di scostare, aprendole quanto più poteva, le frangiate cortine di velluto nero che lo avvolgevano. Volevo che così fosse fatto perché, se non potevo abbandonarmi al sonno, desideravo almeno dedicarmi all’alternata contemplazione dei quadri e alla lettura di un volumetto trovato sopra il guanciale, che, a quanto sembrava, dei quadri offriva e la critica e la descrizione. A lungo, a lungo lessi – e religiosamente, devotamente contemplai; le ore volarono rapide e gloriose, e giunse la profonda mezzanotte. La posizione del candelabro mi disturbava, e stendendo la mano con difficoltà per non destare il mio valletto assopito, lo collocai in modo che i raggi cadessero in pieno sul libro. Ma quest’atto produsse un effetto assolutamente imprevisto.
Edgar Allan PoeI raggi delle numerose candele (poiché ve n’erano molte) penetrarono in una nicchia che una delle colonne del letto aveva fino a quel momento tenuto nell’ombra più fitta. Scorsi così nella vivida luce un quadro che prima m’era affatto sfuggito. Era il ritratto di una fanciulla, tenera eppur rigogliosa, quasi donna ormai. Diedi al quadro un’occhiata frettolosa, e poi chiusi gli occhi. Perché lo facessi, neppure io, dapprima, riuscii a comprenderlo. Ma mentre le mie palpebre restavano chiuse, analizzai rapidamente la ragione per cui le tenessi serrate a quel modo. Era stato un moto impulsivo per guadagnar tempo e pensare: per accertarmi che la vista non mi avesse ingannato; per acquietare la mia immaginazione, prima di volgere un altro sguardo, più calmo e sicuro. Di lì a pochi momenti ripresi a fissare il quadro. Che ora vedessi giusto non potevo né volevo dubitare; poiché il primo bagliore delle candele su quella tela pareva aver dissipato il sognante stupore da cui i miei sensi erano posseduti, riportandomi di colpo alla lucidità del reale. Il ritratto, l’ho detto, era quello di una fanciulla.
Solo la testa e le spalle, eseguite, per usare la denominazione tecnica, alla maniera di «vignette» molto simile allo stile delle teste predilette da Sully. Le braccia, il seno, fin le punte dei capelli irraggianti si fondevano impercettibilmente con l’ombra vaga ma densa che faceva da sfondo. La cornice era ovale, riccamente dorata e filigranata alla moresca. Come opera d’arte, nulla poteva essere più ammirevole del dipinto in quanto tale. Ma non era pensabile che a destare in me un’impressione così subitanea e violenta fosse stato l’alto livello dell’esecuzione o l’immortale bellezza del viso. E ancor meno era ammissibile che la mia immaginazione, strappata dal dormiveglia, avesse scambiato la testa per quella di una persona viva. M’avvidi subito che le peculiarità del disegno, della tecnica pittorica e della cornice non potevano non dissipare immediatamente tale idea, impedendomi di indulgervi sia pure per un istante. Riflettendo intensamente su questi punti, rimasi per forse un’ora un po’ seduto, un po’ sdraiato, con gli occhi inchiodati sul ritratto. Infine, scoperto il vero segreto del suo effetto, mi abbandonai supino sul letto.
Avevo scoperto che l’arcana magia del dipinto stava nell’espressione così vivida, così perfettamente conforme alla vita stessa che mi lasciò dapprima sbalordito e infine confuso, soggiogato, sgomento. Con profondo, reverente timore, rimisi il candelabro nella primitiva posizione. Sottratta così alla vista la causa del mio intenso turbamento, cercai ansiosamente il volume che trattava dei dipinti e della loro storia. Apertolo al numero che designava il ritratto ovale, lessi le vaghe e strane parole che seguono: «Era una giovinetta di rara beltà, non meno leggiadra che colma di gaiezza. E funesta fu l’ora quando ella vide, e amò, e sposò il pittore. Era costui uomo dominato da un’unica passione, studioso, austero, e che nella sua Arte già aveva una sposa; ed ella era fanciulla di più che rara beltà, non meno leggiadra che colma di gaiezza; tutta luce e sorrisi, e giocosa come un giovane cerbiatto: piena d’amore e di tenerezza per tutte le cose, odiava solo l’Arte che le era rivale; temeva solo la tavolozza e i pennelli e gli altri fastidiosi strumenti che la privavano del volto dell’amato. Fu dunque cosa terribile per questa dama sentir parlare il pittore del suo desiderio di ritrarre la giovane moglie. Ma ella era umile e obbediente, e docilmente, per molte settimane, sedette nella buia sala della torre, dove solo dall’alto la luce filtrava sulla pallida tela. Ma il pittore si gloriava dell’opera sua che procedeva ora dopo ora, giorno dopo giorno. Ed era uomo di passioni, stravagante, forastico, perduto in un suo fantasticare; così che non volle vedere che la luce spettrale che cadeva in quella torre solitaria inaridiva salute ed animo della sua sposa, la quale andava illanguidendo in modo visibile a tutti, tranne che a lui.
Ma ella sorrideva sempre, sempre: senza lamentarsi, perché vedeva che il pittore (di cui grande era la fama) traeva da quel suo impegno un piacere fervido e ardente, e giorno e notte lavorava per ritrarre colei che tanto l’amava, e che tuttavia di giorno in giorno diveniva più languida ed estenuata. E, in verità, alcuni che avevano visto il ritratto parlavano sommessamente della sua somiglianza come di meraviglia grande, prova non meno dell’arte del pittore che del suo profondo amore per colei che così mirabilmente andava dipingendo. Ma alla fine, avvicinandosi l’opera al suo compimento, a nessuno fu più concesso di accedere alla torretta; poiché il pittore, invasato dall’ardore della sua creazione, di rado alzava gli occhi dalla tela, fosse anche per guardare il volto della sposa.
E non voleva vedere che i colori che stendeva sulla tela erano tratti dalle guance di colei che gli sedeva accanto. E quando molte settimane furono trascorse e pochissimo restava da fare ancora – solo una pennellata sulla bocca e un tocco di colore all’occhio, lo spirito di lei guizzò ancora come la fiamma entro il becco di una lampada. E la pennellata fu data, e fu applicato il tocco di colore; e, per un attimo, il pittore ristette rapito davanti all’opera che aveva portato a termine; ma un attimo dopo, mentre ancora la contemplava, tremò e impallidì e inorridito, esclamando: “Questa è proprio la Vita!” bruscamente si volse a guardare l’amata: Ella era morta!».

Elio@Pisa (1) – Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo 21/05/2006

Posted by Antonio Genna in Esclusive, Musica, Racconti, Varie ed eventuali.
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Faso, Rocco Tanica, Elio a PisaStamattina, nell'ambito di "Le invasioni tecnologiche", un progetto Telecom Italia di scena a Pisa nei giorni 19, 20 e 21 maggio, ha avuto luogo nel cortile del Museo dell'Opera del Duomo, proprio sotto la famosa Torre e accanto alla Piazza del Duomo, una lettura del "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo" scritto nel 1632 da Galileo Galilei, ad opera di tre membri del gruppo Elio e le Storie Tese, più precisamente (da sinistra nella foto, scattata da me proprio stamattina) Faso, Rocco Tanica ed Elio. Una lettura intelligente e ben dialogata, in cui Faso/Salviati cercava di convincere Elio/Simplicio e Rocco/Sagredo delle sue "rivoluzionarie" teorie in merito al sistema tolemaico, a cui allora tutti prestavano fede, e al sistema copernicano. Ecco comunque l'introduzione dell'opera, in cui Galileo riassume un po' cosa si propone:

Al Serenissimo Gran Duca

Galileo - Dialogo...La differenza che è tra gli uomini e gli altri animali, per grandissima che ella sia, chi dicesse poter darsi poco dissimile tra gli stessi uomini, forse non parlerebbe fuor di ragione. Qual proporzione ha da uno a mille? e pure è proverbio vulgato, che un solo uomo vaglia per mille, dove mille non vagliano per un solo. Tal differenza depende dalle abilità diverse degl'intelletti, il che io riduco all'essere o non esser filosofo: poiché la filosofia, come alimento proprio di quelli, chi può nutrirsene, il separa in effetto dal comune esser del volgo, in più e men degno grado, come che sia vario tal nutrimento. Chi mira più alto, si differenzia più altamente; e 'l volgersi al gran libro della natura, che è 'l proprio oggetto della filosofia, è il modo per alzar gli occhi: nel qual libro, benché tutto quel che si legge, come fattura d'Artefice onnipotente, sia per ciò proporzionatissimo, quello nientedimeno è più spedito e più degno, ove maggiore, al nostro vedere, apparisce l'opera e l'artifizio. La costituzione dell'universo, tra i naturali apprensibili, per mio credere, può mettersi nel primo luogo: che se quella, come universal contenente, in grandezza tutt'altri avanza, come regola e mantenimento di tutto debbe anche avanzarli di nobiltà. Però, se a niuno toccò mai in eccesso differenziarsi nell'intelletto sopra gli altri uomini, Tolomeo e 'l Copernico furon quelli che sì altamente lessero s'affisarono e filosofarono nella mondana costituzione. Intorno all'opere de i quali rigirandosi principalmente questi miei Dialoghi, non pareva doversi quei dedicare ad altri che a Vostra Altezza; perché posandosi la lor dottrina su questi due, ch'io stimo i maggiori ingegni che in simili speculazioni ci abbian lasciate loro opere, per non far discapito di maggioranza, conveniva appoggiarli al favore di Quello appo di me il maggiore, onde possan ricevere e gloria e patrocinio. E se quei due hanno dato tanto lume al mio intendere, che questa mia opera può dirsi loro in gran parte, ben potrà anche dirsi di Vostr'Altezza, per la cui liberal magnificenza non solo mi s'è dato ozio e quiete da potere scrivere, ma per mezo di suo efficace aiuto, non mai stancatosi in onorarmi, s'è in ultimo data in luce. Accettila dunque l'Altezza Vostra con la sua solita benignità; e se ci troverrà cosa alcuna onde gli amatori del vero possan trar frutto di maggior cognizione e di giovamento, riconoscala come propria di sé medesima, avvezza tanto a giovare, che però nel suo felice dominio non ha niuno che dell'universali angustie, che son nel mondo, ne senta alcuna che lo disturbi. Con che pregandole prosperità, per crescer sempre in questa sua pia e magnanima usanza, le fo umilissima reverenza.

Dell'Altezza Vostra Serenissima
Umilissimo e devotissimo servo e vassallo
Galileo Galilei

La lettura (3): Dino Buzzati “Il borghese stregato” 01/05/2006

Posted by Antonio Genna in Racconti.
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Per lo scrittore Dino Buzzati (nato a San Pellegrino – Belluno il 16 ottobre 1906, morto a Milano il 28 gennaio 1972) il racconto era la "forma d'espressione preferita, breve e agile", ma anche un ottimo modo per "divertire e commuovere" il lettore senza stancarlo troppo. "Il borghese stregato" è un racconto presente nella raccolta "Il borghese stregato e altri racconti" (Mondadori, 1994).

Giuseppe Gaspari, commerciante in cereali; di 44 anni, arrivò un giorno d'estate al paese di montagna dove sua moglie e le bambine erano in villeggiatura. Appena giunto, dopo colazione, quasi tutti gli altri essendo andati a dormire, egli uscì da solo a fare una passeggiata.
Incamminatosi per una ripida mulattiera che saliva alla montagna, si guardava intorno a osservare il paesaggio. Ma, nonostante il sole, provava un senso di delusione. Aveva sperato che il posto fosse in una romantica valle con boschi di pini e di larici, recinta da grandi pareti. Era invece una valle di prealpi chiusa da cime tozze, a panettone, che parevano desolate e torve. Un posto da cacciatori, pensò il Gaspari, rimpiangendo di non esser potuto mai vivere, neppure per pochi giorni, in una di quelle valli, immagini
di felicità umana, sovrastate da fantastiche rupi, dove candidi alberghi a forma di castello stanno alla soglia di foreste antiche, cariche di leggende. E con amarezza considerava come tutta la sua vita fosse stata così: niente in fondo gli era mancato ma ogni cosa sempre inferiore al desiderio, una via di mezzo che spegneva il bisogno, mai gli aveva dato piena gioia.
Intanto era salito un buon tratto e, voltatosi indietro, stupì di vedere il paese, l'albergo, il campo da tennis, già così piccoli e lontani. Stava per riprendere il cammino quando, di là di un basso costone, udì alcune voci.
Per curiosità lasciò allora la mulattiera e, facendosi strada tra i cespugli, raggiunse la schiena della ripa. Là dietro, sottratto agli sguardi di chi seguiva la via normale, si apriva un selvatico valloncello, dai fianchi di terra rossa, ripidi e crollanti. Qua e là un macigno che affiorava, un cespuglietto, i resti secchi di un albero. Una cinquantina di metri più in alto il canalone piegava a sinistra, addentrandosi nel fianco della montagna. Un posto da vipere, rovente di sole, stranamente misterioso.Dino Buzzati
A quella vista egli ebbe una gioia; e non sapeva neanche lui il perché. Il valloncello non presentava speciale bellezza. Tuttavia gli aveva ridestato una quantità di sentimenti fortissimi, quali da molti anni non provava; come se quelle ripe crollanti, quella abbandonata fossa che si perdeva chissà verso quali segreti, le piccole frane bisbiglianti giù dalle arse prode, egli le riconoscesse. Tanti anni fa le aveva intraviste, e quante volte, e che ore stupende erano state; propriamente così erano le magiche terre dei sogni e delle avventure, vagheggiate nel tempo in cui tutto si poteva sperare. Ma, proprio sotto, dietro a un'ingenua siepe di paletti e di rovi, cinque ragazzetti stavano confabulando. Seminudi e con strani berretti, fasce, cinture, a simulare vesti esotiche o piratesche. Uno aveva un fucile a molla, di quelli che lanciano un bastoncino, ed era il più grande, sui quattordici anni. Gli altri erano armati di archetti fatti con rami di nocciuolo; da frecce servivano piccoli uncini di legno ricavati dalla biforcazione di ramoscelli.
"Senti" diceva il più grande, che portava alla fronte tre penne. "Non me ne importa niente… a Sisto io non ci penso, a Sisto penserai tu e Gino, in due ce la farete, spero. Basta che facciamo piano, vedrai che li prendiamo di sorpresa."
Il Gaspari, ascoltando i loro discorsi, capì che giocavano ai selvaggi o alla guerra i nemici erano più avanti, asserragliati in un ipotetico fortilizio, e Sisto era il loro capo, il più in gamba e temibile. Per impossessarsi del forte i cinque si sarebbero serviti di un'asse, che avevano appunto con loro, lunga circa tre metri; la quale servisse da passerella da una sponda all'altra di un fosso o spaccatura (il Gaspari non aveva ben capito) alle spalle del covo nemico. Due sarebbero andati su per il fondo del vallone, simulando
un attacco di fronte; gli altri tre alle spalle, valendosi della tavola.
In quel mentre uno dei cinque vide, fermo sul ciglio del vallone, il Gaspari, quell'uomo anziano, dalla testa pressoché calva, la fronte altissima, gli occhi chiari e benevoli.
"Guarda là" disse ai compagni, che improvvisamente si tacquero, guardando l'estraneo con diffidenza.
"Buongiorno" disse Giuseppe, in lietissima disposizione di spirito. "Stavo a guardarvi… e così, quando andate all'assalto?"
Ai bambini piacque che l'ignoto signore, anziché sgridarli, quasi li incoraggiasse. Però tacquero intimiditi.
Una ridicola cosa venne allora in mente a Giuseppe. Balzo giù per il valloncello e, affondando i piedi nelle ghiaie sotto di lui frananti, discese a salti verso i ragazzi; i quali si alzarono in piedi. Ma lui disse loro:
"Mi volete con voi? Porterò la tavola, per voi è troppo pesante."
I ragazzi sorrisero leggermente. Che cosa voleva quello sconosciuto che mai si era visto nei dintorni? Poi, vedendo la sua faccia simpatica, presero a considerarlo con indulgenza.
"Ma guarda che lassù c'è Sisto" gli disse il più piccolo, per vedere se si spaventava.
"Ma è così terribile Sisto?"
"Lui vince sempre" rispose il bambino. "Mette le dita in faccia, sembra che voglia cavare gli occhi. è cattivo lui… "
"Cattivo? Vedrai che lo prenderemo lo stesso!" fece il Gaspari divertito.
Così mossero. Il Gaspari, aiutato da un altro, sollevò l'asse che pesava molto di più di quanto non avesse pensato. Poi risalirono il canalone, su per i macigni del fondo. I bambini lo guardavano meravigliati. Curioso: non c'era ombra di compatimento in lui, come negli altri uomini grandi quando si degnano di giocare. Pareva proprio facesse sul serio.
Finché giunsero al punto dove il valloncello svoltava. Ivi si fermarono e appiattandosi dietro ai sassi sporsero lentamente il capo a osservare. Anche Gaspari fece lo stesso, lungo disteso sulle ghiaie, senza preoccuparsi del vestito. Vide allora la rimanente parte del canalone, ancora più singolare e selvaggia. Coni di terra rossa che parevano fragilissimi si alzavano attorno, accavallandosi a circo, come guglie di una cattedrale morta. Essi avevano una vaga e inquietante espressione, quasi da secoli fossero rimasti là immobili, allo scopo di aspettare qualcuno. E in cima ai più alto di essi, che si ergeva nel punto superiore del valloncello, si vedeva una specie di muricciolo di sassi, e tre quattro teste che spuntavano.
"Eccoli lassù, li vedi?" gli bisbigliò uno dei cinque.
Lui fece cenno di sì; ed era perplesso. Breve era lo spazio metricamente considerato. Tuttavia per qualche istante egli si chiese come avrebbero fatto ad arrivare lassù, a quella lontanissima rupe sospesa tra le voragini. Sarebbero giunti prima di sera? Ma fu impressione di pochi istanti. Che cosa gli era mai passato per la mente? Ma se era questione di un centinaio di metri!
Due dei ragazzi rimasero fermi ad aspettare. Si sarebbero fatti avanti solo al momento opportuno. Gli altri, col Gaspari, si inerpicarono da un lato, per raggiungere il ciglio del vallone, badando a non farsi vedere.
"Adagio, non muovere sassi" raccomandava a bassa voce il Gaspari, più ansioso degli altri circa l'esito dell'impresa.
"Coraggio, tra poco ci siamo."
Raggiunsero il ciglione, discesero per qualche metro in un valloncello laterale, del tutto insignificante. Quindi ripresero la salita; portandosi dietro la tavola.
Il piano era ben calcolato. Quando si riaffacciarono al vallone, il "fortino" dei selvaggi comparve a una decina di metri da loro, un poco più sotto. Ora bisognava scendere in mezzo ai cespugli e gettare la tavola sopra una stretta spaccatura. I nemici erano placidamente seduti e tra essi spiccava Sisto, con una specie di criniera in testa; una maschera gialliccia di cartone, intenzionalmente mostruosa, gli nascondeva metà faccia. (Ma intanto una nuvola era calata sopra di loro, il sole si era spento, il valloncello aveva preso colore di piombo.)
"Ci siamo" bisbigliò il Gaspari. "Adesso io vado avanti con la tavola."
Infatti, tenendo l'asse con le mani, si lasciò lentamente calare in mezzo ai rovi, seguito da presso dai ragazzi. Senza che i selvaggi si accorgessero, essi riuscirono a raggiungere il punto desiderato.
Ma qui il Gaspari si fermò, come assorto (la nube ristagnava ancora, da lungi si udì un grido lamentoso che assomigliava a un richiamo). "Che strana storia" pensava "solo due ore fa ero in albergo, con la moglie e le bambine, seduto a tavola; e adesso in questa terra inesplorata, distante migliaia di chilometri, a lottare con dei selvaggi."
Il Gaspari guardava. Non c'era più il valloncello adatto ai giochi dei ragazzi, né le mediocri cime a panettone, né la strada che risaliva la valle, né l'albergo, né il rosso campo da tennis. Egli vide sotto di sé sterminate rupi, diverse da ogni ricordo, che precipitavano senza fine verso maree di foreste, vide più in là il tremulo riverbero dei deserti e più in là ancora altre luci, altri confusi segni denotanti il mistero del mondo. E qui dinanzi, in cima alla rupe, stava una sinistra bicocca; tetre mura a sghembo la reggevano e i tetti in bilico erano coronati da teschi, candidi per il sole, che sembrava ridessero. Il paese delle maledizioni e dei miti,
le intatte solitudini, l'ultima verità concessa ai nostri sogni!
Una porta di legno, socchiusa (che non esisteva), era coperta di biechi segni e gemeva ai soffi del vento. Il Gaspari si trovava ormai vicinissimo, a due metri forse. Cominciò ad alzare lentamente la tavola, per lasciarla cadere sull'altra sponda.
"Tradimento!" gridò nel medesimo istante Sisto, accortosi dell'attacco; e balzò in piedi ridendo, armato di un grande archetto. Quando scorse il Gaspari restò un istante perplesso. Poi trasse di tasca un uncino di legno, innocuo dardo; lo applicò alla corda dell'archetto, prese la mira. Ma, dalla socchiusa porta coperta di oscuri segni (che non esisteva), il Gaspari vide uscire uno stregone, incrostato di lebbre e di inferno. Lo vide rizzarsi, altissimo, gli sguardi privi di anima, un arco in mano, sorretto da una forza scellerata. Egli lasciò allora andare la tavola, si trasse con spavento indietro. Ma l'altro già scoccava il colpo. Colpito al petto, il Gaspari cadde tra i rovi.
Ritornò all'albergo che già scendeva la sera. Era sfinito. E si lasciò andare su una panchina, di fianco alla porta di ingresso. Gente entrava ed usciva, qualcuno lo salutò, altri non lo riconobbero perché era già scuro.
Ma lui non badava alla gente, chiuso intensamente in se stesso. E nessuno di quanti passavano si accorgeva che
nel mezzo del petto egli portava confitta una freccia. Una asticciola, tornita con perfezione, di un legno apparentemente durissimo e di colore scuro, sporgeva per circa trentacinque centimetri dalla camicia, al centro di una macchia sanguigna. Gli sguardi del Gaspari la fissavano con moderato orrore, per via di una felicità curiosa che vi si mescolava. Egli aveva provato ad estrarla ma faceva troppo male: uncini laterali dovevano trattenerla dentro alle carni. E dalla ferita ogni tanto gorgogliava il sangue. Lo sentiva colare giù per il petto e il ventre, ristagnare nelle pieghe della camicia.
Dunque l'ora di Giuseppe Gaspari era giunta, con poetica magnificenza; e crudele. Probabilmente – egli pensò – gli toccava morire. Eppure che vendetta contro la vita, la gente, i discorsi, le facce, mediocri, che l'avevano sempre contornato. Che stupenda vendetta. Oh, lui adesso non tornava certo dal valloncello domestico a pochi minuti dall'albergo Corona. Bensì tornava da remotissima terra, sottratta alle irriverenze umane, regno di sortilegi, pura; e per arrivarci gli altri (non lui) avevano bisogno di attraversare gli oceani e poi avanzare lungo tratto per le inospitali solitudini, contro la natura nemica e le debolezze dell'uomo; e poi non era ancora detto che sarebbero giunti. Mentre lui invece…
Sì, lui, quarantenne, si era messo a giocare coi bambini, credendoci come loro; solo che nei bambini c'è una specie di angelica leggerezza; mentre lui ci aveva creduto sul serio, con una fede pesante e rabbiosa, covata, chissà, per tanti anni ignavi senza saperlo. Così forte fede che tutto si era fatto vero, il vallone, i selvaggi, il sangue. Egli era entrato nel mondo non più suo delle favole, oltre il confine che a una certa stagione della vita non si può impunemente tentare. Aveva detto a una segreta porta apriti, credendo quasi di scherzare, ma la porta si era aperta veramente. Aveva detto selvaggi e così era stato. Freccia, per gioco, e
vera freccia lo faceva morire.
Pagava dunque l'arduo incantesimo, il riscatto; era andato troppo lontano per poter ritornare; ma in compenso che vendetta per lui. Oh, lo aspettassero per pranzo moglie, figlie, compagni d'albergo, lo aspettassero per il bridge della sera! La pastina in brodo, il manzo lesso, il giornale radio: c'era da ridere. Lui, uscito dai tenebrosi recessi del mondo!
"Beppino" chiamò la moglie da una terrazza sovrastante dove erano preparate le tavole all'aperto. "Beppino, che cosa fai là seduto? E cosa hai fatto fino adesso? Ancora in calzettoni? Non vai a cambiarti? Lo sai che sono passate le otto? Noi abbiamo una fame…"
" "…amen…" " La sentì quella voce il Gaspari? Oppure se n'era già troppo discostato? Con la destra fece un cenno vago come per dire che lo lasciassero, facessero a meno di lui, non gliene importava un corno. Perfino sorrise. Ed esprimeva un'acre letizia, benché il respiro stesse cadendo.
"Ma su, Beppino" gridava la moglie. "Ci vuoi fare ancora aspettare? Ma cos'hai? Perché non rispondi? Si può sapere perché non rispondi?"
Egli abbassò la testa come per dire di sì; senza rialzarla. Lui vero uomo, finalmente, non meschino. Eroe, non già verme, non confuso con gli altri, più in alto adesso. E solo. La testa pendeva sul petto, come si conveniva alla morte, e le raggelate labbra continuavano a sorridere un poco, significando disprezzo, ti ho vinto miserabile mondo, non mi hai saputo tenere.

La lettura (2): Edgar Allan Poe “Il gatto nero” 25/04/2006

Posted by Antonio Genna in Racconti.
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Ecco il noto racconto "Il gatto nero" (tit.orig. "The Black Cat") di Edgar Allan Poe (nato a Boston il 19 gennaio 1809, morto a Baltimora il 7 ottobre 1849), considerato universalmente l'inventore delle detective stories e dei thriller psicologici. Per saggi, articoli, poesie, informazioni ed altri racconti del brivido e del mistero visitate la Biblioteca di GattoNero.

Per la narrazione stravagantissima eppure quanto mai domestica che sono sul punto di vergare, non mi aspetto né sollecito né fede. Pazzo sarei davvero ad aspettarmela, in un caso in cui i miei sensi stessi respingono la propria testimonianza. Eppure non sono un pazzo, e con ogni certezza non sogno. Ma domani muoio, e oggi vorrei togliermi dall'anima un gran peso.Edgar Allan Poe
Il mio scopo immediato è di mettere a conoscenza del mondo, in modo semplice e succinto, e senza commenti, una serie di puri avvenimenti casalinghi. Nelle conseguenze avute, questi avvenimenti mi hanno atterrito, torturato, distrutto. Ma non mi proverò a esporle. In me hanno destato non altro che orrore; a molti parranno meno terribili dei grotteschi da baraccone. D'ora in poi, forse, si troverà qualche intelletto più calmo, più logico e assai meno eccitabile del mio, che nelle circostanze da me specificate con tanta paura non vedrà nulla di più di un'ordinaria successione di cause ed effetti normalissimi.
Sin dall'infanzia mi feci notare per la mia indole docile e umana. La mia tenerezza di cuore era anzi così spinta da fare di me lo zimbello dei miei compagni. Avevo un particolare attaccamento per gli animali, e i miei genitori mi assecondavano regalandomi una gran quantità di bestiole addomesticate. Con queste passavo la maggior parte del mio tempo, e non ero mai così felice come quando le cibavo o accarezzavo. Questo tratto peculiare del mio carattere andò crescendo in me col crescere della mia persona, e giunto che fui a virilità divenne per me una delle principali fonti di piacere. A chi abbia nutrito affetto per un cane fedele e sagace, non ho certo bisogno di affannarmi a spiegare natura o intensità della soddisfazione così procurabile. Nell'amore disinteressato e generoso di una bestia c'è qualcosa che va diritto al cuore di chi ha avuto frequenti occasioni di mettere alla prova la dozzinale amicizia e labile fedeltà del semplice UOMO. Io mi sposai presto, e fui lieto di trovare in mia moglie un'indole non aliena dalla mia. Osservando la mia predilezione per gli animali da casa e da salotto, non perdeva occasione di procurarmi quelli delle specie più piacevoli. Avemmo così uccelli, pesci dorati, un cane di razza, conigli, una scimmietta e un GATTO. Quest'ultimo era un animale di notevoli proporzioni e bellezza, tutto nero e dotato di intelligenza sbalorditiva. A tale proposito, mia moglie, incline in cuor suo alla superstizione, faceva continue allusioni all'inveterata credenza popolare che considera tutti i gatti neri streghe travestite. Non che prendesse mai tale idea SUL SERIO, e se io ne parlo adesso è soltanto perché mi è capitato di ricordarmene.
Pluto – era questo il nome del gatto – era il mio animaletto favorito e compagno di giochi. Io solo gli davo da mangiare, e lui mi seguiva dovunque mi recassi in casa. A stento anzi riuscivo ad impedirgli di seguirmi per le strade.
In questo modo la nostra amicizia durò parecchi anni, durante i quali (e arrossisco al confessarlo) temperamento e carattere ebbero a subire in me – sotto l'azione del Dèmone Intemperanza – un radicale peggioramento. Di giorno in giorno mi facevo più lunatico, più irritabile, più irriguardoso per i sentimenti degli altri. Mi lasciavo andare a espressioni scorrette verso mia moglie; e finii per usarle violenza materiale. Naturalmente i miei favoriti risentirono del mutamento d'animo: poiché non soltanto li trascuravo, ma li maltrattavo. Per Pluto però serbavo ancora tanto riguardo da frenarmi in fatto di maltrattamenti, mentre non mi facevo scrupolo alcuno di maltrattare i conigli, la scimmia o anche il cane quando il caso o l'affetto me li mettevano tra i piedi.
Ma la mia malattia si aggravò – quale mai malattia è pari all'Alcool? – e infine anche Pluto, che invecchiando si andava facendo un po' petulante, anche Pluto cominciò a provare gli effetti del mio malumore.
Una sera, rincasando in preda a forte ubriachezza da uno dei locali che frequentavo in città, credetti di notare che il gatto mi evitava. Lo afferrai; e allora, spaventato della mia violenza, esso mi ferì lievemente alla mano con un morso. Si impadronì subito di me una furia demoniaca. Non mi riconoscevo più. Sembrava che l'anima mia originaria fosse fuggita via dal corpo; e una malignità più che diabolica, accesa dal gin, mi fece vibrare in ogni fibra. Estrassi un temperino dal taschino del panciotto, lo aprii, ghermii la povera bestiola per la gola e con la lama deliberatamente le cavai un occhio dall'orbita!
Arrossisco, brucio, rabbrividisco al mettere per iscritto quest'infame atrocità.
Quando la ragione ritornò al mattino – svaporati nel sonno i fumi dell'orgia notturna – provai un senso misto d'orrore e rimorso per il delitto di cui mi ero macchiato; ma era tutt'al più un sentimento debole ed equivoco, e l'anima non ne fu sfiorata. Di nuovo mi buttai agli eccessi, e ben presto affogai nel vino ogni ricordo del mio atto.
Frattanto il gatto pian piano guarì. L'orbita vuota del suo occhio, è vero, era spaventosa a vedersi, ma ogni dolore fisico sembrava scomparso. L'animale girava per casa come al solito, ma logicamente fuggiva terrorizzato al mio avvicinarsi. Tanto mi rimaneva ancora dell'antico cuore, che a tutta prima mi afflisse questa evidente antipatia da parte di una creatura che mi aveva voluto così bene. Ma questo sentimento cedette ben presto all'irritazione. E poi, quasi a mia definitiva e irrevocabile rovina, sopraggiunse lo spirito della PERVERSITA'. Di questo spirito la filosofia non tiene conto alcuno. Eppure, quanto sono certo che l'anima mia vive, sono sicuro che la perversità sia fra gli impulsi primitivi del cuore umano una delle invisibili facoltà primarie, o sentimenti, che imprimono un indirizzo al carattere dell'Uomo. A chi mai non è capitato cento volte di commettere un'azione vile o insulsa per la sola ragione che sapeva di NON doverla commettere? Non abbiamo noi la perpetua inclinazione, a dispetto del nostro miglior giudizio, di violare ciò che è LEGGE solo perché tale la riconosciamo? Questo spirito di perversità, dico, venne a rovinarmi per sempre. Fu questa insondabile brama dell'anima di DANNEGGIARE SE STESSA, di far violenza alla propria natura, di commettere il male per il male, che mi spinse a continuare e poi portare a compimento la tortura da me inflitta alla bestiola innocente.
Una mattina, a sangue freddo, le infilai un cappio al collo e la impiccai a un ramo d'albero; la impiccai con gli occhi pieni di lacrime e col più amaro rimorso in cuore, la impiccai PERCHE' sapevo che non mi aveva fatto nulla di male; la impiccai PERCHE', sapevo che così facendo commettevo un peccato, un peccato mortale che avrebbe compromesso l'anima mia indistruttibile fino al punto di porla – se ciò fosse possibile – fin oltre la portata dell'infinita misericordia del Dio di pietà e terrore.
La notte della giornata in cui commisi quest'atto crudele, mi svegliò dal sonno il grido: "Al fuoco!". I tendaggi del mio letto erano in fiamme. La casa divampava tutta. Fu a stento che mia moglie, una domestica ed io sfuggimmo all'incendio. La distruzione fu completa. Tutta la mia sostanza fu divorata, e da allora in poi mi rassegnai alla disperazione. Io sono superiore alla debolezza di voler assodare una susseguenza di causa ed effetto fra il disastro e l'atrocità. Ma ora sto specificando una catena di fatti, e non voglio trascurarne possibilmente nemmeno un anello.
All'indomani dell'incendio, perlustrai le macerie. I muri, a eccezione di uno solo, erano crollati; e tale eccezione consisteva in un muro divisorio, non molto spesso, che sorgeva circa nel mezzo della casa. Contro di esso poggiava a suo tempo la testata del mio letto; e qui l'intonaco resistette in gran parte all'azione del fuoco, fatto che attribuii alla data recente in cui era stato tinteggiato. Intorno a questo muro si era radunata una fitta folla, e molte persone mostravano di esaminarne una certa parte con attenzione minuta e assai intensa. Le parole "strano!", "singolare!" e altre del genere eccitarono la mia curiosità. Mi avvicinai e vidi, quasi scolpita a bassorilievo sulla bianca superficie, la figura di un gigantesco GATTO. L'impressione era così precisa che aveva del meraviglioso. L'animale aveva una corda al collo.
Al primo scorgere quest'apparizione – poiché non potevo considerarla da meno – meraviglia e terrore furono in me estremi. Ma infine la riflessione mi venne in aiuto. Il gatto, ricordai, era stato impiccato in un giardino adiacente alla casa. All'allarme dell'incendio, questo giardino era stato subito invaso dalla folla e alcuni dei suoi componenti dovevano aver staccato l'animale dall'albero per gettarlo, attraverso una finestra aperta, in camera mia. Questo, probabilmente, per svegliare me. Il crollo di altri muri aveva spiaccicato la vittima della mia crudeltà contro la parete, sino a impregnarne l'intonaco fresco; e poi la calcina sotto l'azione delle fiamme, combinata con l'ammoniaca della carogna, aveva creato l'effige come la vidi io.
Sebbene così spiegassi prontamente alla mia ragione, se non proprio alla mia coscienza, lo strabiliante fatto appena descritto, esso non mancò di fare profonda impressione alla mia fantasia. Per mesi e mesi non potei liberarmi del fantasma del gatto; e in questo periodo riaffiorò nel mio spirito un sentimento che sembrava, e non era, rimorso. Giunsi a rimpiangere la perdita dell'animaletto, e a guardarmi intorno, nei locali innominabili che ora abitualmente frequentavo, per cercarne un altro della sua stessa specie, e di aspetto più o meno simile, con cui sostituirlo.
Una sera, mentre sedevo mezzo intontito in una sentina d'infamia, la mia attenzione fu improvvisamente attirata da un certo oggetto nero, adagiato in cima a una delle immense botti di gin e rum che costituivano la mobilia quasi esclusiva del locale. Da vari minuti fissavo la cima di questa botte, e la mia sorpresa scaturì dal fatto che non avessi scorto prima l'oggetto sovrastante. Mi accostai e lo toccai. Era un gatto nero molto grosso; grosso quanto Pluto, e a lui somigliantissimo per ogni verso, tranne uno. Pluto non aveva un solo pelo bianco; ma questo gatto aveva una estesa benché indefinita chiazza bianca che gli copriva quasi per intero il petto.
Gatto neroAl contatto della mia mano, esso subito si alzò, facendo sonoramente le fusa, mi si soffregò contro, e apparve arcicontento della mia attenzione. Era dunque proprio questa la creatura di cui andavo in cerca. Proposi subito l'acquisto al padrone del locale, ma costui non rivendicò alcun diritto – non ne sapeva nulla – non l'aveva mai visto prima. Io continuai a far carezze, e quando mi accinsi a rincasare l'animale si mostrò desideroso di accompagnarmi. Glielo permisi senz'altro; e ogni tanto mi chinavo a coccolarlo strada facendo. Quando esso raggiunse la casa, vi si ambientò subito, e divenne là per là un grande favorito di mia moglie. Per parte mia, mi sentii ben presto nascere antipatia nei suoi riguardi. Era proprio l'inverso di quanto avevo previsto; ma – non so come o perché avvenisse – il suo evidente affetto per me non faceva che disgustarmi e seccarmi.
A poco a poco, questi sentimenti ostili assursero all'asprezza dell'odio. Mi diedi a evitare l'animaletto; un certo senso di vergogna e il ricordo del mio precedente atto di crudeltà mi impedivano di fargli del male fisico. Per varie settimane mi astenni dal colpirlo o arrecargli comunque violenza; ma a lenti gradi – insensibilmente – giunsi a considerarlo con aborrimento inesprimibile e a fuggirne in silenzio l'odiosa presenza, come un fiato di peste. Ciò che senza dubbio rinfocolò in me l'odio per la bestiola fu il fatto di scoprire, la mattina dopo che l'ebbi portato a casa, che al pari di Pluto anch'essa era stata privata di un occhio. Tuttavia tale circostanza non fece altro che renderla più cara a mia moglie, la quale, come ho già detto, possedeva ad alto grado quell'umanità di sentimenti che era stata una volta il mio tratto caratteristico, e mi aveva procurato i piaceri più semplici e puri.
Ma con la mia avversione per questo gatto sembrava aumentare di pari passo la sua predilezione per me. Seguiva i miei passi con una tenacia che sarebbe arduo far comprendere al lettore. Dovunque sedessi, si accoccolava sotto la mia sedia o mi saltava sulle ginocchia, coprendomi delle sue aborrite carezze. Se mi alzavo per camminare, mi si metteva tra i piedi rischiando così di farmi ruzzolare, oppure mi piantava nel vestito gli artigli lunghi e aguzzi per arrampicarmisi sul petto. E allora, pur sentendo la voglia di ucciderlo sul colpo, mi trattenevo dal farlo, in parte per il ricordo del mio vecchio crimine, ma soprattutto – sarò sincero – per un'invincibile PAURA che la bestia mi incuteva. Non era proprio una paura di mali fisici: eppure non saprei altrimenti come definirla.
Quasi mi vergogno di ammettere, sì, anche in questa cella da criminale, mi vergogno quasi di ammetterlo che il terrore e l'orrore suscitati in me dall'animale avevano trovato incentivo in una delle più folli chimere immaginabili. Più di una volta mia moglie aveva richiamato la mia attenzione sul carattere della chiazza di peli bianchi di cui ho parlato, e che costituiva l'unica differenza visibile fra la strana bestia e quella da me massacrata. Il lettore ricorderà che questa chiazza, sebbene estesa, era in origine assai indefinita; ma passo passo – a gradi quasi impercettibili, che per molto tempo la mia ragione si adoperò a respingere come fantasia bizzarra – aveva finito per assumere una rigorosa nettezza di contorni. Era adesso la raffigurazione di un oggetto che rabbrividisco a nominare – e per questo soprattutto aborrivo e temevo il mostro, e me ne sarei sbarazzato SE AVESSI OSATO – era adesso, dico, l'immagine di una cosa orrenda, malaugurata: della FORCA!
Oh, luttuoso e terribile meccanismo di Orrore e Delitto, di Agonia e Morte! E ora davvero ero disperato di una disperazione che la semplice Umanità non conosce. Ed era UN ESSERE BRUTO a ordirmi: a ME, uomo fatto a immagine di Dio, tanto insopportabile affanno! Ahimè! né di giorno né di notte conobbi più la benedizione del riposo! Di giorno l'animale non mi lasciava solo un momento, e di notte mi svegliavo di soprassalto da sogni di indicibile paura per trovarmi sulla faccia l'alito caldo della bestia, e il suo gran peso, un incubo incarnato che non mi potevo scuotere di dosso, gravante per sempre sul MIO CUORE. Sotto la pressione di tormenti come questi, il fioco residuo di bene che avevo in me finì per soccombere. Pensieri malvagi divennero i soli abitatori della mia intimità; i più neri e malvagi. Il mio temperamento già così lunatico si acuì fino a odiare tutto e tutti; mentre i repentini, frequenti e incontrollabili scoppi di una furia alla quale mi abbandonavo ora ciecamente trovavano, ahimè, in mia moglie, aliena com'era da lamentele, la vittima più consueta e paziente.
Un giorno essa mi accompagnò, per qualche faccenda domestica, nella cantina del vecchio edificio che la povertà ci costringeva ad abitare. Il gatto mi seguì per le ripide scale, e facendomi quasi capitombolare mi esasperò fino alla follia. Brandendo alta un'ascia, e scordando nella collera il timore infantile che mi aveva finora fermato la mano, vibrai all'animaletto un colpo che certo gli sarebbe risultato istantaneamente fatale se fosse calato come volevo io. Ma questo colpo fu arrestato dalla mano di mia moglie. Aizzato dalla sua interferenza a una rabbia più che demoniaca, liberai il braccio dalla sua presa e le affondai l'ascia nel cervello. Cadde morta sul posto senza un gemito.
Compiuto questo orribile assassinio, mi accinsi seduta stante, e con piena coscienza, all'impresa di occultare il cadavere. Sapevo bene di non poterlo asportare dalla casa, di giorno o di notte, senza il rischio di essere osservato dai vicini. Molti disegni mi affollarono la mente. A un dato momento pensai di tagliare il cadavere in minuti pezzi e distruggerli col fuoco. Poi invece decisi di scavargli una tomba nel pavimento della cantina. Ancora, ventilai tra me e me l'idea di gettarlo nel pozzo del cortile, di imballarlo in una cassa come fosse una merce qualsiasi, con le solite formalità, e chiamare un facchino che lo portasse via. Infine mi balenò un espediente che consideravo molto migliore di questi. Decisi di murarlo in cantina, come si vuole che i monaci medioevali murassero le loro vittime.
A uno scopo simile la cantina si prestava benissimo. Aveva muri poco compatti, e il rozzo intonaco di cui erano stati recentemente spalmati da cima a fondo non aveva potuto indurirsi per via dell'atmosfera umida. Inoltre una parete presentava una sporgenza, dovuta a un falso camino o focolare, che era stata riempita così da assomigliare al resto della cantina. Non dubitai minimamente di poter smuovere i mattoni in questo punto per poi inserirvi il cadavere e murare tutto come prima in modo che occhio umano non riuscisse a scoprirvi indizio alcuno. E in tale calcolo non mi ingannavo.
Mediante una grossa sbarra di ferro sloggiai facilmente i mattoni, e deposto attentamente il corpo contro la parete interna ve lo rizzai in tale posizione, mentre con poca fatica rimisi tutto a posto come prima. Procuratomi un po' di calcina, sabbia e pelo, con ogni precauzione possibile, preparai un intonaco indistinguibile dal vecchio, e con esso diedi una passata meticolosa all'ammattonato nuovo. Quand'ebbi finito, mi sentii sicuro che tutto andava bene. Il muro non dava il minimo segno di ritocco. La spazzatura fu raccolta da terra con la massima cura possibile. Mi guardai attorno con aria trionfante, e mi dissi: "Qui almeno la mia fatica non è stata vana".
Il passo successivo fu di cercare la bestia che aveva provocato tanta malvagità; poiché mi ero infine fermamente deciso a metterla a morte. Se avessi potuto incontrarla al momento, sul suo destino non avrebbero potuto esserci dubbi; ma a quanto pareva lo scaltro animale si era allarmato della mia violenta collera precedente, e con l'umore che avevo adesso si guardava bene dal farsi vivo. Impossibile descrivere o immaginare il profondo, beato senso di sollievo che l'assenza dell'odiato animale mi suscitò in petto. Non comparve durante la notte e così per una notte almeno, dacché era entrato in casa, io dormii saporitamente e tranquillo; sì, DORMII pur col fardello dell'omicidio sull'anima.
Passarono il secondo giorno e il terzo, e ancora non si vedeva il mio tormentatore. Ancora una volta respirai da uomo libero. Il mostro, terrorizzato, era fuggito per sempre da casa mia! Non l'avrei rivisto più! La mia felicità era suprema! Ben poco mi turbava la colpa del mio misfatto. Si erano fatte alcune indagini, ma avevano ricevuto pronta risposta. Era stata predisposta anche una perquisizione, ma naturalmente nulla si poteva scoprire. Guardai alla mia felicità futura come cosa assicurata. Il quarto giorno dell'assassinio, venne in casa senza preavviso una squadra di poliziotti, che procedettero a una nuova rigorosa investigazione dei locali.
Sicuro però dell'introvabile nascondiglio che avevo prescelto, non provavo il minimo imbarazzo. I funzionari mi ordinarono di accompagnarli nella perquisizione. Non lasciarono inesplorato nessuna nicchia o angolo. Finalmente, per la terza o quarta volta, scesero in cantina. In me non tremava un muscolo. Il cuore mi batteva calmo come quello di chi dorma un sonno innocente. Percorsi la cantina da un capo all'altro. Mi ripiegai le braccia sul petto, e girellai disinvolto. Quelli della polizia erano più che convinti, e si disposero ad andarsene. La gioia era troppo forte perché potessi contenerla. Smaniavo dalla voglia di dire almeno una parola, in segno di trionfo, e raddoppiare in loro la certezza della mia innocenza.
"Signori," dissi alfine, mentre il gruppo risaliva le scale, "sono felice di aver placato i vostri sospetti. Vi auguro salute e un po' più di cortesia. Tra parentesi, signori miei, questa, questa è una casa molto ben costruita," (nella smania di buttar là parole disinvolte, non sapevo quasi che cosa dicessi), "direi anzi una casa costruita in maniera ECCELLENTE. Questi muri – ve ne andate, signori? – questi muri sono solidamente fabbricati"; e qui, per pura frenesia di fare una bravata, picchiai forte con un bastone che avevo in mano proprio su quella parte dell'ammattonato che dietro di sé celava il cadavere della mia povera moglie. Ma possa Iddio proteggermi e salvarmi dalle zanne dell'Arcidiavolo! Il riverbero dei miei colpi si era appena smorzato, che mi rispose una voce dall'interno della tomba; con un grido dapprima attutito e rotto come il singhiozzo di un bimbo, e poi rapidamente acuito fino a diventare un lungo urlo sonoro e ininterrotto, assolutamente anomalo e inumano: un ululato, un grido lamentoso, metà d'orrore e metà di trionfo, come avrebbe potuto sorgere solo dall'inferno, dalle gole dei dannati nel loro spasimo congiunto all'esultanza dei demoni. Dei miei pensieri è follia parlare. Svenendo, barcollai per andare ad appoggiarmi alla parete opposta.
Per un attimo il gruppo di poliziotti sulla scala rimase immobile, in preda a estremo, sacro terrore. Subito dopo una dozzina di braccia vigorose lavoravano al muro, che cadde di schianto. Il cadavere, già putrefatto in gran parte e incrostato di sangue rappreso, apparve eretto agli occhi degli spettatori. Sulla testa, le rosse fauci spalancate e l'occhio singolo in fiamme, si appollaiava la bestia orrenda che con le sue arti mi aveva sedotto all'assassinio e, con la sua voce accusatrice, consegnato al boia.
Avevo murato vivo il mostro nella tomba.

La lettura (1) di Pasqua: Paulo Coelho 16/04/2006

Posted by Antonio Genna in Racconti, Varie ed eventuali.
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Paulo CoelhoIn occasione del giorno di festa, ecco il racconto "Le cose che ho imparato nella vita" del poeta e scrittore brasiliano Paulo Coelho (nato a Rio de Janeiro il 24 agosto 1947), molto apprezzato anche in Italia. I suoi romanzi sono pubblicati da Rizzoli.

Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:
-Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni.
-Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.
-Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.
-Che le circostanze e l'ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.
-Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti, o essi controlleranno te.
-Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.
-Che la pazienza richiede molta pratica.
-Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.
-Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai, è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti.
-Che solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto se stesso.
-Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze: sarebbe una tragedia se lo credesse.
-Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso.
-Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.
-Forse Dio vuole che incontriamo un po' di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.
-Quando la porta della felicità si chiude, un'altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.
-La miglior specie d'amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti che è come se fosse stata la miglior conversazione mai avuta.
-È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.
-Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un'ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo.
-Non cercare le apparenze, possono ingannare.
-Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi.
-Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia.
-Trova quello che fa sorridere il tuo cuore.
-Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!
-Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.
-Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.
-Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.
-Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.
-L'amore comincia con un sorriso, cresce con un bacio e finisce con un the.
-Il miglior futuro è basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e tuoi dolori.
-Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano.
Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l'unico che sorride e ognuno intorno a te piange.

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